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Segue l'articolo pubblicato su Il Gazzettino il 16 dicembre 2011

È certamente noto al lettore il tragico episodio di Fiumicino dove domenica scorsa, in un centro commerciale, un ragazzino di 16 anni, C.S., litigando con un amico d’infanzia della stessa età, Simone, pare per una sigaretta negata, ma nemmeno questo è certo, gli ha sferrato un pugno alla tempia uccidendolo quasi sul colpo. C.S. è stato arrestato e incriminato per omicidio preterintenzionale, un reato che prevede una pena severissima, da dieci a diciotto anni, di gran lunga superiore all’omicidio colposo (da sei mesi a cinque anni) la cui più tipica espressione si ha, se c’è un morto, negli incidenti stradali provocati, per imperizia, negligenza, imprudenza di un automobilista.
La decisione della Magistratura è formalmente corretta perchè C.S. non aveva certamente l’intenzione di uccidere l’amico (omicidio volontario), ma di colpirlo sì anche se le conseguenza sono andate ben oltre la sua volontà. Tuttavia io sarei molto indulgente con C.S.. Non per il solito perdonismo italico e nemmeno per la giovanissima età dell’autore del reato (anche se il fatto che sia un minorenne avrà certamente il suo peso in sede di sentenza). Ma perché qui entra in gioco una di quelle fatalità che nessun codice potrà mai prevedere e regolarmente. Quando nei primi anni Sessanta avevo l’età di C.S. e di Simone noi ragazzini ci scazzottavamo quasi ogni giorno, per strada o nei campi, per rivalità fra bande di quartiere e o per questioni personali naturalmente futili come lo sono a quell’età. È vero che c’erano delle regole, non dette ma da tutti rispettate (solo pugni, niente calci e se il "nemico" cadeva a terra non lo si poteva più toccare) ma non è mai accaduto nulla di nemmeno lontanamente paragonabile a ciò che è accaduto a Simone. Il peggio che poteva capitare era di uscirne con un occhio nero, con un labbro spaccato, col naso sanguinante. Il corpo umano è strano. A volte si esce vivi da incidenti terribili, poi, in casa, si va a sbattere con la tempia contro lo spigolo di uno sportello aperto o si cade da una scala mentre si avvita una lampadina, e si muore. Non credo che C.S. possa essere considerato moralmente responsabile della morte del suo amico più dello spigolo di uno sportello. Il Destino ha voluto così.
Anche se non ha avuto le conseguenze mortali del dramma di Fiumicino, mi pare più grave il comportamento di quella ragazzina sedicenne del quartiere Vallette di Torino (pur se anche qui c’è da tener conto dell’età) che per nascondere il suo primo rapporto sessuale ai familiari si è inventata uno stupro inesistente di cui ha accusato due rom. Più grave per due motivi. Perché troppo spesso le ragazze e le donne abusano del clima fobico che si è creato nella società contemporanea intorno allo stupro (reato gravissimo, intendiamoci, soprattutto per le conseguenze che può avere sulla psiche e sull’intera vita sessuale della vittima) per inventarselo rovinando così un innocente. Ci vuol poco per fare la fine di Strauss Kahn o peggio. In secondo luogo la menzogna della ragazzina di Torino è un riflesso della xenofobia montante nel nostro Paese. Tant’è che gli abitanti delle Vallette, senza attendere alcuna verifica, hanno montato una spedizione punitiva incendiando il più vicino campo Rom.
La ragazzina di Torino non la metterei in galera per calunnia, come forse meriterebbe, ma un paio di ceffoni, ben assestati, glieli darei, perché impari a stare al mondo. C.S. lo circonderei invece di molto affetto perché si porterà dietro per tutta la vita il senso di una colpa che non ha.

Massimo Fini