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Il vero vincitore delle Primarie sono le Primarie. Intendo dire che il Pd e i suoi alleati hanno goduto di una esposizione mediatica che senza le Primarie, non si sarebbero mai sognati di avere. Per settimane non s’è parlato d’altro. Campagne elettorali dei vari contendenti, talk show sui loro scontri diretti, o tutti insieme, come ha fatto Sky Tg24, o a coppie, sondaggi su chi ne fosse uscito meglio, dibattiti sui sondaggi, dirette diurne e notturne nel giorno della prima tornata, dibattiti sui risultati, big match televisivo tra i due arrivati al ballottagio, altre diurne e notturne sulla tornata decisiva, proclamazione del vincitore, dichiarazioni del vincitore, garrule ammissioni dello sconfitto.

"Le Primarie hanno finalmente riavvicinato i cittadini" alla politica è stato il commento unanime dei media televisivi e di carta stampata, sempre più virtuali, più virtuali dello stesso regno del virtuale, la Rete. A me, dati alla mano, non pare che sia così. Nel 2005, alle Primarie vinte da Prodi, andarono a votare quattro milioni e 100 mila militanti o simpatizzanti del centro sinistra. Questa volta al ballottaggio, sono stati 3 milioni e 100 mila. Una perdita di partecipazione di un milione, il 25%. Con l’aggravante che nel 2005 c’era un vincitore certo Romano Prodi, e quindi il potenziale elettore del centro sinistra poteva ritenere superfluo e inutile partecipare ad una consultazione dal risultato scontato, mentre questa volta un competitor attendibile c’era, Matteo Renzi, e questo era uno stimolo per spingere l’elettore ad andare a votare per far vincere l’uno o l’altro.

Tre milioni di partecipanti alle Primarie della coalizione raccolta intorno al Partito Democratico non sono quindi molti. Sono pochi. Rappresentano circa il 6% degli aventi diritti al voto. Certo questo è il nucleo duro dei convinti (fino a un certo punto, parecchi ci sono andati per un residuo di fedeltà democratica) e alle elezioni di primavera saranno molti di più. Diciamo il doppio, il 12% (calcolato sul totale dei potenziali votanti). Quelli del Pdl, completamente sfasciato da Berlusconi (è tipico di un personalità narcisistica distruggere la propria creatura quando non ne è più il padrone assoluto) possono essere valutati, se va bene, all’8% (sempre in relazione al totale dei possibili votanti). Ai centristi, all’Idv e ad altre frattaglie andrà, ad essere generosi, un 10%. Il resto sarà astensione e voti a Beppe Grillo se le percentuali delle elezioni siciliane verranno rispettate (a parer mio ci sarà addirittura un aumento per l’una e per l’altra).

Comunque, secondo le regole e tutte le previsioni, il prossimo premier sarà Pierluigi Bersani (a meno che l’exploit di Grillo non sia tale da sconvolgere l’intero quadro politico).

Dopo la vittoria di Bersani, Aldo Cazzullo ha scritto sul Corriere: "La maggioranza dei politici, visti da vicino, è peggiore di come appare: superficiale, opportunista, disinteressata al prossimo ma non a quello che può ricavarne. C’è poi una minoranza che è migliore di come viene rappresentata. A questa minoranza appartiene Pier Luigi Bersani.

Eh la Madonna, va bene che gli italiani, come diceva Flaiano, "sono specialisti nel correre in aiuto del vincitore", ma un po’ più di pudicizia, qualche volta, non guasterebbe. Bersani è in politica, con cariche istituzionali, da più di trent’anni, è stato due volte ministro dell’Industria e una volta dei Trasporti, è quindi responsabile, pro quota, nel suo caso una quota non irrilevante, dello sfascio economico, politico, etico di questo Paese. Non si vede perché con lui qualcosa di sostanziale dovrebbe cambiare. Anche perché la crisi, da oltre trent’anni, oltre che di uomini è di sistema. È il sistema dei partiti che non funziona e va se non azzerato radicalmente ridimensionato. E per questo non serve un Bersani qualsiasi, ci vuole un qualche evento traumatico. Se non ci fosse stata la guerra Benito Mussolini sarebbe ancora il Duce.

Massimo Fini

Il Gazzettino, 7 dicembre 2012