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Un fantasma si aggira per il cosiddetto “Polo delle libertà”. E si chiama Lega.  La  davano morta. La volevano morta. La sognavano morta. E come spesso accade hanno finito per confondere  i loro sogni con la realtà. Così ieri Feltri ha titolato il fondo del Giornale:  “Bossi alle urne (funerarie)”. Nella sua ansia di vederla defunta non si è accorto che  la Lega è viva, è anzi più i viva che mai. Rispetto alle  elezioni europee del '94, quindi non solo prima che Bossi facesse quello che i  finianberlusconiani hanno chiamato sprezzantemente il “ribaltone” ma prima ancora che desse qualsiasi scossone al governo del Cavaliere, la Lega sostanzialmente tiene. Ciò significa che il passaggio di Bossi, coraggioso ma rischiosissimo perché si trattava di schierare, sia pur momentaneamente, un movimento indiscutibilmente liberista come la Lega con il Pds, è stato assimilato e capito non solo dai leghisti militanti, cosa che era fuori discussione, ma anche dal suo elettorato. Coloro che hanno confermato la loro fiducia alla Lega e quelli che gliel' hanno data per la prima volta ( che, a mio avviso, non devono essere pochi perché i transfughi leghisti qualche voto devono averlo pur preso ) hanno evidentemente premiato l' ardire, assolutamente inusitato nel panorama politico italiano, di un movimento che ha saputo rinunciare .a poltrone, prebende e posti di potere per essere coerente con i propri ideali, con i propri principi, con i propri programmi. Questo elettorato ha premiato chi, come Bossi, ha rischiato tutto il suo movimento e la sua stessa carriera politica pur di sbarrare la strada a colui che rappresenta il vero pericolo per la democrazia italiana, che non è Gianfranco Fini ma Silvio Berlusconi, per le sue tre Reti Tv, per il suo assetto oligopolista, per la sua prepotenza, per il suo essere totalitario nella testa e nei comportamenti prima ancora che nei suoi programmi che, del resto, nessuno ha mai capito quali siano. E qualche voto alla Lega deve essere venuto anche da chi ha sentimenti di sinistra e ha constatato che è stato Bossi ad abbattere il vecchio regime partitocratico ed è stato ancora Bossi, e non D'Alema o tantomeno Bertinotti, a fermare Berlusconi. Anche se ha perso qualcosina la Lega oggi è quindi più forte, perché è più compatta e si è liberata di quelli che erano entrati in questo movimento solo per motivi protestatari o per qualche equivoco, così come si è sbarazzata di opportunisti alla Marcello Staglieno o di criptoberlusconiani alla Giovanni Negri o di pericolosi e ambigui estremisti alla Gianfranco Miglio, l' ipersecessionista che adesso il Polo, che si imbratta ogni giorno la bocca con l' unità d'Italia, ha disinvoltamente arruolato nelle sue file. Quello che farà Bossi di questo patrimonio di voti è affar suo. Ciò che è certo è che potrà spenderlo in ogni direzione, secondo quanto gli parrà più opportuno, perché chi ha seguito la Lega in un momento così difficile, in cui sembrava perduta, non lo ha fatto per ragioni di potere ma perché si fida di lui e della pulizia del suo movimento. Il terrore di Berlusconi, naturalmente, è che il movimento di Bossi alle prossime politiche si schieri col centro-sinistra tanto che, non perdendo la cattiva abitudine di farsi interprete anche degli elettorati altrui, si è affrettato a dichiarare che «la Lega non può andare col Pds perché perderebbe i suoi voti». Ma guarda guarda. La Lega non era un cadavere politico? Ci si preoccupa forse di ciò che fa un cadavere? Per la Lega infine, e segnali in questo senso vengono anche dalle elezioni dell'altro ieri, si aprono ampi spazi di manovra al sud. Finita l'epoca della demonizzazione e di un fuoco di sbarramento che non era stato riservato nemmeno alle Brigate Rosse quando i leghisti venivano bollati come razzisti e fascisti ( abbiamo visto poi chi erano i veri fascisti e i veri razzisti, razzisti sociali alla Berlusconi, alla Sgarbi, alla Ferrara), non dovrebbe essere difficile far capire alla gente perbene della Calabria, della Basilicata, della Puglia, dell'Abruzzo, della Sicilia, della Sardegna che l'unità d'Italia così come è stata gestita fino ad oggi ha danneggiato molto di più il Sud, depauperandolo, costringendolo all'emigrazione e privandolo di parte delle sue forze migliori, che il Nord. L' esistenza, anzi la resistenza, della Lega è una garanzia che il federalismo, di cui oggi molti si riempiono la bocca senza averlo nel cuore, non resterà lettera morta ma ha un futuro in questo Paese. Non par poco per un movimento che, a dar retta al Giornale di Berlusconi, sarebbe uscito incenerito dalle urne.

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Finalmente Berlusconi c'è riuscito.  A distruggere Mani Pulite. Ci aveva provato una prima volta col “decreto Biondi” ed era stato proprio un Di Pietro fremente a fermarlo andando a gridare la sua indignazione in Televisione, con un atto irrituale che gli è stato poi rimproverato fino alla nausea.Ci ha provato una seconda volta sempre con l'ineffabile Biondi per cui assistemmo  all'incredibile spettacolo di un ministro della Giustizia che mandava gli ispettori non nelle procure neghittose e inefficienti ma nell'unica che lavorava a pieno regime i e sulla base di una decina di esposti ridicoli la metà dei quali era stata presentata dall'azienda di cui era proprietario il capo del Governo di cui il ministro della Giustizia faceva parte. Pochi mesi dopo quest' atto di inaudita protervia, che nemmeno i  governi della Prima Repubblica avevano osato, Antonio Di Pietro lasciò l' inchiesta. E c'è definitivamente riuscito alla terza  occasione con la terribile insinuazione che ha fatto giovedì a Tempo Reale quando, con grande soavità, ha raccontato che in un “incontro privato” Di Pietro gli avrebbe detto o comunque fatto capire che, benché lo avesse firmato, non era d'accordo o comunque non era convinto dell'avviso di garanzia che il pool di Mani Pulite gli aveva inviato mentre presiedeva la Conferenza internazionale sulla criminalità a Napoli. Vediamo perché questa insinuazione è terribile e devastante per l'immagine di Di Pietro. Quell' avviso di garanzia, come Berlusconi non si è mai stancato di sottolineare, era un atto di gravità inaudita perché colpiva un presidente del Consiglio mentre rappresentava l' ltalia al massimo livello e in un meeting oltretutto dedicato proprio alla criminalità per cui assumeva anche un tono beffardo. Chi aveva firmato quel provvedimento si assumeva quindi una grande responsabilità e doveva perciò avere la certezza che si trattasse di un atto dovuto, necessario, improcrastinabile. Un magistrato che avesse firmato un provvedimento del genere senza esserne convinto dimostrerebbe di essere un irresponsabile e un codardo. Irresponsabile per ragioni tanto evidenti da essere tautologiche, codardo perché non avrebbe avuto il coraggio di dissociarsi e di dire di no. Ma il racconto che Berlusconi ha fatto a Tempo Reale ha un effetto devastante per Di Pietro anche sotto un altro aspetto. Ci sarebbe cioè un magistrato o un ex magistrato, la differenza conta fino ad un certo punto, che rivela particolari di un' inchiesta ancora in corso, di cui egli era titolare, proprio all'inquisito. Roba non più d'immagine ma da codice penale. La smentita di Di Pietro («Di ogni avviso che ho firmato mi sono assunto e mi assumo ogni responsabilità») è stata debole. Perchè è del tutto ovvio che chi firma qualcosa «si è assunto e si assume ogni responsabilità». È una smentita, come ha fatto subito notare il Giornale, che non smentisce niente: né l'incontro con Berlusconi né che nell' ambito di questo incontro si sia parlato dell'inchiesta che lo riguardava ne che il magistrato abbia espresso proprio le sue personali perplessità su quell'avviso di garanzia e proprio all'inquisito. Ma malissimo ha fatto il Procuratore capo di Milano, Francesco Saverio Borrelli, ad intervenire con ulteriori, dichiarazioni perché, in linea generale, un magistrato non dovrebbe mai parlare dei procedimenti di cui è titolare e perché Borrelli dovrebbe aver ormai capito che la tattica degli esponenti del cosiddetto “Polo delle libertà” è quella di provocare i magistrati, di farli uscire dal guscio delle loro ineccepibili inchieste per poi colpirli sul terreno dei comportamenti extraprocessuali dove sono più deboli e lo sono proprio perché su quel terreno non dovrebbero, istituzionalmente, metter piede. Così Silvio Berlusconi in un colpo solo ha centrato tre obiettivi. Screditare Di Pietro come magistrato e quindi, con lui, anche l'inchiesta Mani Pulite di cui fu la punta di lancia e di cui lui, Berlusconi, è un inquisito. Screditare Di Pietro come eventuale uomo politico e quindi come possibile, futuro avversario all'interno o all'esterno del suo schieramento. Stanare Borrelli, l'ultimo baluardo dell'inchiesta, e metterlo nel mirino degli sgherri del Polo in attesa di liquidarlo definitivamente. Un colpo tre centri. L 'uomo è abile, non c'è che dire e da Santoro, come scrivevamo anche ieri, l' ha doppiamente dimostrato. Ma la sua è l'abilità del serpente a sonagli

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Al Presidente della Repubblica italiana, Oscar Luigi Scalfaro. Signore, è col dovuto rispetto che mi rivolgo a Lei per chiederLe se non sIa possibile che Ella prenda in considerazione l' ipotesi di concedere la grazia al cittadino italiano Renato Vallanzasca, nato a Milano il 4/5/1950, attualmente detenuto nel carcere di Secondigliano (Napoli). Il Vallanzasca è stato condannato a due ergastoli e ad altri 190 anni di reclusione per una serie di furti, di rapine, di sequestri di persona e anche di omicidi consumati durante conflitti a fuoco con le forze dell'ordine. Un curriculum impressionante. Il Vallanzasca però ha già scontato vent' anni di pena, quasi sempre in regime di carcere duro e di isolamento, durante i quali ha tenuto una condotta se non irreprensibile certamente rispettabile. Ha tentato, è vero, più volte l'evasione che in quattro occasioni gli è riuscita ma Lei sa, Signore, che il nostro codice tratta con indulgenza questo reato, sanzionandolo con una pena dì sei mesi, perché considera quello alla libertà un impulso insopprimibile, anche per chi sia giustamente detenuto. In compenso il Vallanzasca non solo ha sempre ammesso lealmente le sue colpe ma si è anche addossato, in più occasioni (rapine di Milano 2, di Pantigliate, di Seggiano, di viale Corsica), la responsabilità di delitti per i quali erano stati incriminati degli innocenti dando così un suo contributo, non irrilevante, alla giustizia anche se di segno e di senso diversi da quello dei cosiddetti “pentiti”. Il Vallanzasca infatti scagiona innocenti laddove i “pentiti”, spesso, li inguaiano, si assume la piena responsabilità dei crimini laddove i “pentiti” tendono a scaricarla su altri, agisce a titolo gratuito, e anzi a proprio danno, laddove gli altri lo fanno solo per ricavarne un premio. Quando ho detto, Signore, che in questi vent'anni il Vallanzasca ha tenuto una condotta rispettabile intendevo che non ha mai accusato la magistratura di “complotto” nei suoi confronti, non s'è messo, com'è diventata ora deplorevole abitudine, a cercar prove contro i suoi giudici, non ha mai lamentato torture psicologiche e fisiche per il solo fatto di essere in carcere. Né si è messo a fare il pianto isterico alla scoperta che una cella non è un salotto. Si è insomma comportato con molta dignità dimostrando di essere consapevole che aveva un conto da pagare alla giustizia e alla collettività. Solo nei giorni scorsi, dopo vent' anni, il Vallanzasca, poiché nessuna voce si è mai levata a difesa dei suoi diritti, ha scritto una lettera in cui denuncia il regime di isolamento disumano in cui è stato tenuto non per giorni o mesi ma per anni, le botte, le lesioni, le intimidazioni, di cui sono stati oggetto i medici che lo hanno avuto in cura, perché nulla trapelasse. E gli si può credere perché il Vallanzasca è sempre stato un delinquente sincero. Non ha mai fatto la vittima. E anche in questo caso, a un giornalista che gli domandava se fosse stato torturato, ha risposto: «Adesso non esageriamo» (risposta che ricorda un po' quella data, dal famoso balconcino, alla canea sociologicizzante dei giornalisti che, in clima post Sessantotto da giustificazionismo universale, gli chiedevano se non si ritenesse una vittima della società: «Non diciamo cazzate» ). Questo mentre oggi c'è gente che per tre giorni di custodia tutelare, non nell'inferno di Secondigliano ma nel confortevole carcere di Bergamo, ha scomodato Amnesty lntemational. Vallanzasca, Signore, è un uomo leale, un bandito onesto. Emanuela Trapani la trattò con garbo e quando le gazzette cominciarono ad insinuare che fra lui e la ragazza rapita c'era stata una love story replicò seccamente: «Sono tutte balle, inventate dai giornalisti». Laddove nella società delle cosiddette persone perbene a interrogativi del genere si è soliti rispondere con sorrisetti d'intesa e frasi del tipo: «Non fatemi parlare, sono un gentiluomo» . Le segnalo infine, Signore, che il Vallanzasca, pur essendo nella posizione migliore per farlo, si è sempre rifiutato di entrare nel mercato della droga. A questo proposito ha dichiarato: «Non giudico né chi si fa né chi spaccia. Non sono cose che mi riguardano. Ma con la droga non voglio avere niente a che fare». Va da sé, Signore, che non mi permetterei di dire queste cose e tantomeno di avanzare la richiesta che Le ho fatto se il nostro fosse un Paese “normale”. Ma l'Italia, da molti punti di vista e sicuramente da quello della giustizia, non è un Paese normale. Non è normale, per fare qualche esempio, che il dottor Bruno Tassan Din condannato a quattordici anni e mezzo di reclusione per il crack del Banco Ambrosiano, che mise sul lastrico migliaia di piccoli risparmiatori, sia a piede libero. L' unica sanzione che ha dovuto subire, a parte qualche giorno di custodia cautelare, è il ritiro del passaporto perché non volasse a Belfast a intascare i 70 miliardi che aveva sottratto al lavoro e al risparmio della povera gente. E a Carlo De Benedetti, condannato a sei anni e mezzo per lo stesso reato, non è stato nemmeno ritirato questo documento e infatti impazza sull' arena internazionale oltre a far gravi danni in Italia dove sta per buttare sulla strada duemila lavoratori. Non è normale che il signor Sergio Cusani, condannato ad otto anni e mezzo dal Tribunale di Milano, vada in giro cercando prove contro il suo giudice. Non è normale, Signore, che vengano continuamente caldeggiate, anche da membri del Parlamento quando non da ministri, amnistie e indulti per gli uomini politici che avevano organizzato una struttura di taglieggiamento sistematico, un “pizzo” colossale per decine di migliaia, e forse centinaia di migliaia, di miliardi e per imprenditori che usavano il loro denaro non per investire e per trarre il giusto profitto ma per corrompere tutti, politici, amministratori, guardie di Finanza. Non è normale che una “soluzione politica”, e Lei sa bene cosa con ciò si intende, sia stata immediatamente proposta per l'enorme scandalo dei “falsi invalidi”, per gente cioè che toglieva il lavoro agli invalidi veri. Mi chiedo, e Le chiedo, Signore, se in un Paese come questo solo Renato Vallanzasca debba pagare e se non abbia già pagato abbastanza. È forse egli un delinquente più spregevole di altri? Direi che è vero il contrario. Vallanzasca ha delle sue regole e un codice d'onore, sia pure malavitosi. è un bandito d' altri tempi, un bandito ottocentesco specchio di una società liberale dove le regole, l'onore, la dignità erano tenute in gran conto. La malavita d' oggi invece, si tratti di mafiosi, di camorristi, di terroristi, di raider della finanza, di “colletti bianchi”, di “ladri in guanti gialli”, non ha né regole né dignità né onore. E una malavita senza dignità e onore non può che essere il prodotto di una società senza dignità e senza onore. Tanto è vero che il confine fra ciò che è malavita e ciò che non lo è si è venuto facendo in questi anni sempre più indefinibile e molti di coloro che oggi son sotto processo hanno un piede in tribunale e l'altro nella direzione di imprese, di banche, di Enti pubblici. della politica E non c'è criminale più spregevole di quello che delinque sotto il manto della rispettabilità e proteggendosi con esso. Non c'è immoralità più grande di quella di chi pretende rispettabilità sapendo di non meritarla. Vallanzasca, al contrario, è stato sempre un delinquente a viso aperto. Oso dire che in questo immondezzaio fa la parte dell'uomo morale, sia pure a modo suo. È un bandito onesto in un mondo dove troppo spesso gli onesti sono dei banditi. Voglio sperare, Signor Presidente, che accoglierà questa mia lettera con l'attenzione che merita e che ne tragga motivi di utile riflessione. Con ossequi.

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In una recente intervista il giudice Salamone entra nel merito della sua inchiesta sul caso Di Pietro, ne indica gli obbiettivi, informa sull'idea che si è fin qui fatta, dà valutazioni sul comportamento e la posizione dei vari testi, da Previti a Paolo a Silvio Berlusconi. Salamone adombra poi l'identikit dei possibili colpevoli e preannuncia una doppia archiviazione per il caso Cerciello-Di Pietro. È un episodio grave che non può essere passato sotto silenzio nemmeno in questa calura estiva. Quando i magistrati capiranno che non devono e non possono dare interviste? Il delicatissimo compito di inquisire, ed eventualmente arrestare, di giudicare, ed eventualmente condannare, i cittadini non è ad essi attribuito per i loro begli occhi ma all'unico scopo che facciano rispettare la legge penale che è alla base del patto sociale. Il magistrato parla quindi solo per “documenti e atti”. Punto e basta. Qualunque altra cosa che esorbiti da quest'ambito o è irrilevante, in quanto riguarda la vita privata del magistrato, che è di nullo interesse per l'opinione pubblica, o, se invece attiene alle inchieste che sta conducendo, è illegittima. E una volta tanto siamo d'accordo con Cesare Previti quando dice che «la riservatezza dei Pm è un fatto di assoluta sostanza». Così come siamo d' accordo con quella parte del progetto di legge in discussione in Parlamento (e solo su quella) che intende vietare espressamente o comunque ridurre in modo drastico le “esternazioni” dei magistrati. Non si tratta di un attacco alla libera manifestazione del pensiero, che in quanto tale appartiene a tutti, ma di un ovvio limite legato alla funzione: come un generale è vincolato al segreto militare o anche un modesto impiegato di banca non può dare informazioni sui conti dei clienti così, e a maggior ragione, un magistrato non può rivelare il contenuto delle inchieste che conduce. È una cosa talmente evidente che ci si vergogna di doverne stare qui a scrivere. Ogni protagonismo dei giudici è deleterio. E noi crediamo che il governo dovrebbe far propria la proposta avanzata più volte dal Procuratore di Firenze, Pier Luigi Vigna, di vietare la pubblicazione dei nomi dei magistrati, sia inquirenti che giudicanti, com' è già in altri Paesi. La funzione del giudice infatti, proprio per la sua straordinaria delicatezza e le conseguenze che può avere sulla vita degli individui, deve essere il più possibile asettica, anonima impersonale. Ciò a tutela innanzitutto delle inchieste. Se si fosse seguita questa linea di prudenza oggi non assisteremmo al grottesco che la cosa più importante di Mani Pulite non è il fatto che abbia smascherato una vastissima e sistematica corruzione politica e imprenditoriale, sia della vecchia che della nuova classe dirigente, o che si pretende nuova, ma se i 120 milioni prestati a Di Pietro siano un illecito. I magistrati, a questo punto, avrebbero dovuto almeno capire che le loro interviste, “esternazioni”, uscite di campo, protagonismi sono utilizzati da tutti coloro che hanno interesse a che giustizia non sia fatta. Così si spiega come, dopo quattro anni di inchieste ineccepibili, nell'ambito delle quali, ad onta di varie ispezioni, non è stata riscontrata alcuna irregolarità su migliaia di provvedimenti prodotti, sia stato possibile il vergognoso ed intimidatorio attacco alla magistratura portato dal “partito degli imputati”. È stato possibile perché i magistrati, con la leggerezza del loro comportamento extraprocessuale, ne hanno dato il destro. Certo non c'è misura fra un'intervista incontinente e un furto o un'evasione fiscale di decine di miliardi, ma il gruppo dei demagoghi di Forza Italia, dei Feltri, degli Sgarbi, delle Maiolo, dei Berlusconi, dei Ferrara, è lì apposta per confondere le acque. Vediamo così che in Italia è stata introdotta una nuova procedura penale. Se un Pubblico ministero apre un'inchiesta non si indaga più sull'inquisito ma su di lui. Ci sono avvocati, come Taormina, che credono che compito del loro ufficio non sia difendere l'imputato ma attaccare il Pm. È  chiaro che se passa un principio del genere la giustizia è finita. Già ora c'è Salamone che indaga su Di Pietro e magistrati di Caltanissetta che indagano su Salamone in attesa che altri Pm indaghino su di loro a seconda che l'inchiesta di Brescia vada o no in una certa direzione. La persona del magistrato infatti è ormai utilizzata come una pistola puntata contro le sue stesse inchieste. Due giorni fa quell'inquietante personaggetto che risponde al nome di Tiziana Maiolo (c'è da rabbrividire al solo pensiero che a capo della Commissione Giustizia della Camera ci sia una donna che, per un ingiusto arresto, peraltro di un sol giorno, patito vent'anni fa, porta un odio incoercibile e cieco ai magistrati), vedendo che l'inchiesta di Brescia punta sull'evidente tentativo, attuato a suo tempo dal governo Berlusconi, di bloccare Mani Pulite, ha affermato, prendendo spunto proprio dall'intervista di Salamone, che il magistrato non é né libero né sereno perché indagato dai colleghi di Caltanissetta (per fatti peraltro che con la sua inchiesta non c'entrano nulla). Ma se i magistrati siciliani dovessero archiviare la pratica Salamone le Tiziane Maiolo di turno troverebbero la maniera di farli inquisire in modo da poter insinuare che non sono stati “né liberi né sereni” in un circolo vizioso senza fine. Non voglio dire con questo che i magistrati non debbano rispondere di eventuali illeciti penali. Ne debbono rispondere come e, in un certo senso, più degli altri perché cittadini e perché magistrati. Ma la loro responsabilità va accertata a tempo e luogo. Non è assolutamente accettabile l'automatismo che sembra essersi instaurato per cui si indaga prima sul magistrato e poi sull'imputato. Ma, anche qui, questo giochetto puerile quanto truffaldino e devastante non avrebbee potuto essere agito se i magistrati avessero condotto le loro inchieste nel modo più asettico, anonimo, impersonale possibile. Allora sarebbe stato evidente a tutti, forse, chissà, anche a Vittorio Feltri, che la persona fisica del Pm ha un rilievo marginale, perché gli atti che pone in essere non sono suoi ma dell'Ufficio giudiziario cui fa capo (non per nulla si chiama sostituto procuratore) e perché ciò che conta è il merito delle sue inchieste e la funzione che ricopre. Purtroppo il protagonismo di alcuni magistrati contribuisce a confondere le idee ai cittadini, a far credere ciò che non è, non può e non deve essere, a tutto vantaggio dei lestofanti che lo strumentalizzano. Noi abbiamo un grande rispetto della funzione giudiziaria. E sulle colonne di questo giornale e altrove l' abbiamo sempre difesa. Ma è assolutamente necessario e urgente che i magistrati abbiano più rispetto per se stessi.

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Dopo aver riunito in via dell'Umiltà (mai nome è stato così poco appropriato) lo stato maggiore del Polo, Silvio Berlusconi ha detto l' ennesimo no a qualsiasi proposta di legge antitrust. «Bisogna andare al referendum e lasciare il giudizio al popolo» ha affermato. Ma il referendum, qualunque ne sia l' esito, non farà che peggiorare la situazione. È  vero infatti che se vincono i sì verrebbero tolte due Reti alla Fininvest ma la Rai rimarrebbe intoccata, si passerebbe quindi da una situazione di duopolio ad una di semimonopolio o di monopolio tout court perché in breve tempo la Tv pubblica, messa in una posizione di totale predominio, si mangerebbe anche l'unica Rete Fininvest rimasta. I dirigenti Fininvest hanno sempre sostenuto, non senza ragione, che la loro azIenda ha dovuto assumere le dimensioni che ha assunto perché altrimenti sarebbe stata strangolata dalla Rai. Ma se vincessero i no verrebbe definitivamente sancita l' attuale situazione di duopolio che, oltre ad essere anomala ed iniqua in se, impedisce, o rende estremamente difficile, la discesa nel mercato dell'informazione televisiva di altri soggetti competitivi e proprio per le ragioni addotte dai dirigenti Fininvest per giustificare le abnormi dimensioni della loro azienda. Quindi il referendum sarebbe, comunque, la peggiore delle soluzioni. E qui si dimostra ancora una volta che affidare ad un secco aut aut del “popolo” (parola divenuta taumaturgica di cui oggi si fa largo uso e abuso soprattutto da parte di personaggi che son vent'anni che non mettono piede in un bar o in un cinema) questioni così delicate, intricate e complesse è pura follia demagogica. È  successo anche col referendum sul maggioritario che, avendo introdotto un formidabile cambiamento nel nostro sistema senza il contemporaneo adeguamento di altre leggi anche costituzionali, non ha risolto nessuno dei problemi che era chiamato a risolvere, a cominciare da quello della stabilità dei governi, e in compenso ha aggravato tutti gli altri, Credo di essere stato uno dei primi a scrivere, un paio di anni fa sull' Europeo, e quindi ben prima che Berlusconi facesse la sua famosa “discesa in campo”, che l'anomala ed illiberale situazione nel settore delle telecomunicazioni si poteva risolvere solo con un «disarmo bilaterale, graduale, bilanciato e contestuale» di Rai e Fininvest. Ma allora eravamo in pochissimi a sostenere questa tesi. Perché ai partiti di regime (Dc, Psi, Pci-Pds) e ai loro intellettuali reggicoda la situazione esistente andava benissimo: avendo da anni occupato abusivamente la Tv pubblica non avevano nessun interesse a dare una qualsiasi regolamentazione al sistema. Ed è proprio questo che dà oggi a Berlusconi un formidabile argomento polemico. Ma a noi (e speriamo anche alla maggioranza dei cittadini) queste beghe fra bande contrapposte non interessano nulla. Abbiamo il diritto di pretendere un assetto democratico dell'informazione, televisiva e stampata. Perché sono in gioco questioni fondamentali e non solo politiche ma anche culturali. Se infatti Berlusconi ha vinto le elezioni del 27 marzo non è perché in quel momento possedeva tre Reti Tv (perfino Occhetto, in quel momento, ne controllava altrettante) ma perché erano dieci anni che l'intero palinsesto Fininvest, dall' intrattenimento alla fiction all' informazione allo sport, stava educando gli italiani alla sua cultura, cioè all'americanismo, cioè a lui stesso. Se si vuole salvaguardare non solo la democrazia di questo Paese ma anche la sua identità nazionale (cosa che dovrebbe premere anche a Gianfranco Fini e ai suoi, o no?) bisogna abbattere al più presto l'oligopolio televisivo e non c'è questione di elezioni, di pensioni, di disoccupazione che sia più importante di questa. Ma se Silvio Berlusconi vincerà le prossime elezioni politiche l'antitrust non si farà mai. Perché non lo vuole a nessun costo. Quale sia per Berlusconi la soluzione di questo nodo cruciale l'ha detto a chiare lettere in quella riunione in via dell'Umiltà: «creare due grandi poli, la Rai e la Fininvest, ad azionariato popolare». Come se non si sapesse che una società per azioni può essere controllata avendone il cinque per cento. Sempre nella riunione di via dell' Anima (nome ancor meno appropriato), pardon di via dell'Umiltà, Berlusconi ha rivelato di «aver regalato due spazi in Tv all'amico Buttiglione», naturalmente, come ha spiegato lui stesso, a fini di ricatto politico ( «in Parlamento devono votare come il Polo» ). Oh bella, il Cavaliere non si era sgolato a dire che lui con la gestione della Fininvest non c'entrava più nulla, che faceva tutto Confalonieri? Ma si sa, tutti quelli che conoscono bene Berlusconi, e quindi a principiare dai suoi amici, dicono che è un bugiardo matricolato e impunito. E, questo lo diciamo noi, un maestro della presa in giro. Quando la legge Mammì legittimò lo strapotere televisivo del Cavaliere dovette, per un residuo di pudore, stabilire che chi aveva tre network non poteva possedere anche dei giornali quotidiani. Berlusconi ne aveva uno: Il Giornale. E cosa fece? Lo cedette al fratello Paolo. A chi gioca in questo modo bisogna rispondere in modo adeguato. Berlusconi ha finora ricattato gli avversari politici gridando che qualsiasi governo non fosse di suo gradimento e sotto il suo pieno e totale controllo era il “governo del ribaltone”. E allora lo si faccia davvero il “governo del ribaltone” che poi non sarebbe altro che un governo e basta perché finche resta in vigore questa Costituzione le maggioranze si formano in Parlamento e sul Parlamento fondano la propria legittimità e non sui sondaggi del signor Pilo. Si faccia finalmente, se se ne hanno i numeri, un governo politico e si lasci Berlusconi a rosolare per quattro anni sulla graticola della sua prepotenza e della sua arroganza.