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Quando cinque anni fa Komeini rovesciò lo scià e prese il potere in Iran l'atteggiamento dell'opinione pubblica internazionale di sinistra fu quello di vedere nella rivoluzione komeinista una rivoluzione marxista e nell' Imanun epigono terzomondisti dell' ottobre russo. Il lettore ricorderà, forse, le comiche equazioni che facevano allora i giornali come l' Unità e la Repubblica: Baktiar uguale Kerenski, Komeini uguale Lenin. Ma Komeini, fra l'imbarazzo delle sinistre, uscì subito da questi schemi posticci dimostrando che il suo odio antimarxista e antisovietico era perlomeno uguale all'odio antiamericano e anticapitalista. Da quel momento l'iman divenne, a sinistra come a destra, il pazzo, il criminale, il sanguinario, una mina vagante nei rapporti Est-Ovest dove è considerato razionale solo ciò che rispetta la logica del patto di Yalta e la spartizione del mondo fra Usa e Urss che li si sancì.  Io credo che Komeini e la sua rivoluzione meritino un'attenzione meno prevenuta (prevenuta in un senso o nell'altro) di quella che gli è stata dedicata dopo che è caduta l'illusione di potergli appioppare un' etichetta marxista e ci si è fatti prendere dal raccapriccio perché in Iran si imponeva il chador alle donne. C' è qualcosa di più importante del chador in quanto sta facendo Komeini. E proprio la guerra Iraq-Iran (scatenata peraltro dall'Iraq) lo sta dimostrando. In questa guerra abbiamo infatti da una parte, quella dell'Iraq, un esercito regolare, tradizionale, equipaggiato con armi modernissime, per metà con l'aiuto della Francia e per metà con quello dell'Unione Sovietica, e per di più foraggiato dai milioni di dollari forniti dai paesi del Golfo Persico. Dall'altra, quella dell' Iran, un paese con un esercito regolare scalcagnato, povero d'armi, di mezzi e di quattrini, ma che, come scriveva l' altro giorno su questo giornale Romanello Cantini, ha potuto buttare sul fronte «centinaia di migliaia di uomini esaltati dalla predicazione della guerra santa». Si tratta quindi, indiscutibilmente,  da parte dell'Iran, di una «guerra di popolo» nel senso in cui la intendeva Clausewitz. Clausewitz sosteneva infatti che, dopo la Rivoluzione francese, le guerre non avrebbero più potuto essere che «guerre di popolo», fatte da eserciti di uomini, consapevoli ed entusiasti per la causa per la quale combattevano, i quali avrebbero preso il posto dei soldati-macchina dello Stato Assoluto. Questa è l'opinione anche di quel fine scrittore («Una sfida nel Kurdistan», «Elogio funebre del generale von Lignitz» ) e, insieme, grande studioso della guerra che è Jean-Jacques Langendorf («Il pensiero militare prussiano fra l'illuminismo e il romanticismo») che ho incontrato il mese scorso a Vienna: «Non sono un ammiratore di Komeini, per niente -mi ha detto-, ma devo ammettere che, dal punto di vista politico-militare, la guerra Iraq-Iran è molto interessante. Perchè abbiamo la stessa condizione delle guerre dell'epoca di Valmy, subito dopo la Rivoluzione francese. Da una parte infatti c'è un paese tradizionale, con un esercito tradizionale, l'Iraq, che ha scatenato una guerra di reazione contro l'Iran proprio come i tedeschi e gli austriaci fecero con la Francia per ricacciarle in gola la Rivoluzione. Dall'altra parte, gli iranianiani hanno fatto un'incredibile mobilitazione di massa. Anche i vecchi generali dello scià hanno combattuto, anche i bambini hanno combattuto. E' un esempio di “guerra di popolo” e della sua efficacia. L'Iran, in pratica, s'è battuto solo con gli uomini, per di più male organizzati perchè la gente è partita per il fronte senza nessuna preparazione, avendo ricevuto una divisa, un fucile e avendo visto al cinema qualche film americano sulla guerra». Ma la cosa più straordinaria è che Komeini è riuscito a fare una «guerra di popolo» in un'epoca tecnologica dominata dagli eserciti professionali (in un certo senso c'è stato infatti un ritorno, nell'era moderna, ai soldati-macchina dello Stato Assoluto) e in cui si pensava che l'uomo non contasse più niente. Si dirà, pensando al Vietnam o all'Afghanistan, che «guerre di popolo» se ne sono già viste anche nell'era tecnologica. Ma, secondo me, v'è una differenza fondamentale. In Vietnam e in Afghanistan abbiamo avuto o abbiamo, più che una guerra, una guerriglia condotta contro un esercito occupante invasore e la motivazione e la mobilitazione polare erano e sono relativamente facili perchè vengono da quell'antico e incoercibile impulso che è la liberazione nazionale tanto è vero che la sua  guerra con l'Iraq, da difensiva, è potuta diventare, con la stessa efficacia, offensiva e oggi il suo esercito di «straccioni» sembra poter prevalere su quell'Iraq che pur è in possesso delle più sofisticate armi tecnologiche. Insomma la «Jihad», la guerra santa, la guerra condotta con fortissime motivazioni esistenziali prevale (o perlomeno tiene botta) sulla guerra tecnologica, la fede sulla  fredda razionalità delle armi, l'uomo sulla potenza dei mezzi. lo non so fino a che punto Usa e Urss lasceranno correre Komeini, quello che mi pare certo è che la rivoluzione iraniana è la più grave sfida finora lanciata contro la razionalità e la potenza tecnologica e quindi anche contro il biimperialismo russo-americano che su di essa fonda  la propria egemonia. Ed è quindi del tutto coerente che Komeini, sia pur nel suo modo sanguinario (ma io non vedo minor sanguinarietà, anzi, in ciò che fanno Urss e Usa, non mi pare che il sangue sia meno sangue perchè sparso da asettiche armi tecnologiche che evitano il corpo a corpo), abbia espulso dall'Iran tutto ciò che è estraneo alla cultura islamica, dall'alcool ai consumi occidentali, agli americani, ai marxisti del Tudeh. Se anche Komeini si serve della tecnologia, la sua forza è un'altra: è l'uomo, l'uomo islamico. Komeini cerca di conservare al mondo islamico la propria identità culturale e di sottrarlo a un destino coloniale che offre in cambio, (quando lo offre) solo un mediocre benessere e una vita senz'anima.

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Nei giorni scorsi si è svolto a Castiglioncello un convegno su «II bambino tecnologico» organizzato dal «Coordinamento dei genitori democratici» (Cgd). Non ho nulla da eccepire sul convegno, che anzi ha trattato un problema assai interessante, oltre che preoccupante, ma confesso che trovo assai curioso l'aggettivo democratico applicato a genitore. Cosa significa genitore democratico? Chi è genitore democratico? È come si fa a riconoscerlo? Porta un distintivo? Ha la tessera? Glielo si legge in fronte? E se al convegno si fosse presentato, putacaso, un genitore antidemocratico, cosa gli avrebbero fatto? Lo avrebbero cacciato via a pedate? Democraticamente? L' uso che si fa oggi dell'aggettivo «democratico» è singolare. Mi verrebbe da dire che è un uso fascista se anche questo termine non fosse usurato come quello. Diciamo che ricorda i tempi del fascismo. Come allora non c'era anima che non si dichiarasse fascista, così oggi non c'è nessuno che non si autoproclami democratico. Ci sono gli avvocati democratici, i magistrati democratici, i giornalisti democratici, i medici democratici, gli psichiatri democratici e, da qualche anno, abbiamo anche i genitori democratici. E perché no allora una subsezione di mamme democratiche e di fratelli democratici? E gli zii? Gli  zii vogliamo lasciarli fuori? E a quando un bel coordinamento di bambini democratici? Non sono forse democratici i bambini? Anzi i bambini, poiché rappresentano il futuro (come ci ricorda sempre il nostro amato  presidente), sono i più democratici di tutti. E allora facciamone un Coordinamento con una bella divisa da balilla della democrazia.  A parte la comicità della cosa, questo autoproclamarsi democratici, fuori dalle categorie politiche, è una bella prepotenza manichea perché dà dell'antidemocratico, e quindi del reietto, a tutti gli altri. Se non faccio parte del «Coordinamento dei genitori democratici» sono forse un babbo fascista? Inoltre  questo autoerotismo democratico è fortemente sospetto, L' esperienza suggerisce infatti che quando qualcosa viene sbandierato con impudicizia c'è da diffidare, Avete presenti quei tizi che, incontrati casualmente in treno, dicono subito «io e lei che siamo fra le poche persone oneste»? Ecco, a me i giornalisti democratici (oltre che, naturalmente, «laici e antifascisti»),i medici democratici; gli psichiatri democratici, i magistrati democratici, i genitori democratici ispirano la stessa diffidenza. In realtà l' uso e l' abuso del termine democratico non sono che uno dei tanti fenomeni di conformismo prodotti dalla società di massa. Il termine democratico, completamente usurato, è diventato una formula rituale priva di qualsiasi significato. il frammento talmudico di una giaculatoria lunghissima che comprende parole un tempo cariche di significato e di pathos come «compagno», come «antifascista», come «laico» che oggi sono ridotte a parodia. Il buffo è che questi termini vengono usati per darsi un'identità e una connotazione, proprio quando hanno perso ogni forza indicativa. Eppure nessuno ci rinuncia. Cosi succede che se dei genitori vogliono fare una cosa cosi semplice come riunirsi e discutere dei propri problemi, hanno bisogno di attribuirsi la patente  di «democratici». Patente che, peraltro, non rende purtroppo immuni dalle scemenze, come quella che mi ricordo da un altro Convegno sul tema «Perché un figlio?» In quell' occasione il presidente del «Coordinamento dei genitori democratici» affermò che finalità del convegno era «trovare, imparare il metodo per assolvere quella che ormai è una professione, quella dei genitori inseriti in questa società, perché  avere un figlio significhi anche adottare il mondo». Poveri bambini, democratici.

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Da due anni non si registra al Totocalcio una vincita che superi il miliardo. Negli ultimi cinquanta concorsi, una volta su due sono stati pagati ai 13 meno di dieci milioni, da non comprarsi neanche la «127». Due domeniche fa i vincitori sono stati quasi trecentomila. La frase «è come azzeccare un 13 al Totocalcio», ad indicare uno straordinario colpo di fortuna, ormai non ha più senso: il 13, prima o poi, lo fanno tutti. Sono le conseguenze di una sorta di industrializzazione del vecchio Toto, con giocatori raggruppati in società cui manca d'essere quotate in Borsa, e dell'ingresso trionfale, nel gioco, della computerizzazione che consente sistemi ampi con un azzardo minimo. Il risultato è che oggi non si può più nemmeno sognare. Come sono cambiate, anche qui, le cose. Un tempo si scendeva al bar a giocare le due colonne (o, al massimo, le otto, ma dividendole con un amico) per poter fantasticare, montare castelli in aria, cullarsi, per qualche giorno, in sfrenate illusioni. In realtà, non si giocava per vincere, ma per sognare. Oggi anche la schedina è diventata una faccenda da contabili, da computisti, da computeristi, da ragionieri e, poiché un qualche dio del contrappasso esiste, anche con vincite da ragionieri. Il computer offre a tutti la possibilità della vincita e con ciò le toglie ogni significato. Questo, del resto, sembra essere il destino d'ogni cosa toccata dal progresso tecnologico: lì per lì, sembra aprire grandi orizzonti, offrire chissà che, allargare le «chance di vita», ma poi, puntualmente, si rivela illusorio come una Fata Morgana. C'è, nella tecnologia, una tendenza all'appiattimento, alla omologazione e, se vogliamo dirla tutta, alla democratizzazione che finisce per annullare i beni stessi che produce ed offre. L' automobile doveva essere uno strumento meraviglioso all'epoca in cui ce ne erano poche e D' Annunzio, facendo la Milano-Bologna sulla via Emilia in quattro ore, poteva illudersi d'essere un semidio. La stessa automobile, riprodotta in centinaia di milioni di esemplari, è un oggetto tristo, un problema ambientale, un disastro ecologico, un attentato alla salute. La casetta tranquilla al mare o ai monti è un bene che si perde nel momento che diviene generale. La velocità dei mezzi di comunicazione sembrava dover dilatare il mondo e invece l'ha ristretto, reso più piccolo e insignificante. La tecnologia non fa che seminare continuamente trappole e paradossi, ci «tantalizza» con sottili perfidie; l'acqua si dilegua nel momento in cui stiamo per poggiarvi le labbra. Del resto sono cose ormai risapute. Per questo fa sorridere il peana che Genius, la rivista della «civiltà elettronica” e della “nuova intelligenza”, appena uscita, innalza alla tecnologia e all'informatica viste come lo “strumento per liberare l'umanità dalla povertà, dalla fatica, dalla malattia, dalla paura” e per darle, una buona volta, la felicità. È da quando è in marcia la rivoluzione industriale che ci promettono che le macchine ci daranno la libertà e la felicità. Con quest'ottima scusa, i contadini vennero strappati dai campi e mandati a farsi maciullare nelle fabbriche e alla catena di montaggio. Dopo un po', quando si vide che non erano poi tanto liberi e felici, si disse che era tutta colpa della borghesia, ma che, una volta spazzata via questa e messa la tecnologia al servizio del socialismo, tutto sarebbe cambiato. Purtroppo questo non sembra essersi verificato: una catena di montaggio o un reparto «nerofumo» restano tali anche se sono socialisti e la gente, da quelle parti, non pare essere proprio contenta. Ma, niente paura, queste sono nefandezze del passato in via di estinzione, adesso, come scrive gioiosamente Giorgio Bocca, siamo entrati nell'era postindustriale e saranno il computer e l'informatica a darci la libertà e la felicità oltre a restituirci quella creatività che abbiamo perduto per strada. «L' intelligenza artificiale» scrive Genius «permette di liberare la creatività dell'uomo, produce cioè una nuova intelligenza in una reazione a catena che può migliorare la vita di tutti, può segnare un secondo Rinascimento». Può darsi. Ma sarà perché io uso quel poco di intelligenza umana che ho, ci credo poco. A dirla per intero, mi sembra che del computer e dell'informatica (almeno a livello dI home computer e di personal) non ci sia alcun bisogno tranne quello che hanno le multinazjonali del settore di farne smercio. Comunque non c'è dubbio che riusciranno ad imporci anche «l'intelligenza artificiale» così come ci impongono la centesima versione accessoriata di asciugacapelli. Questa società è maestra nel creare bisogni inesistenti. Ha bisogno del bisogno per poter restare in piedi. E chi non ci sta, come avverte minacciosamente, sempre dalle colonne di Genius, Renzo Arbore, noto pensatore contemporaneo, è un «mediocre», è un dropout, è uno che si è messo fuori della Storia. E così con l'ottimismo di Candide marciamo giocondi verso il nostro definitivo karakiri. Amen.

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La protesta delle prostitute contro il ministero della Pubblica istruzione per non essere state ammesse a tenere una «lezione alternativa» in una scuola di Castel Maggiore e l'adesione ufficiale, con lettera al sindaco, dei detenuti di Firenze alla candidatura ai Nobel del presidente Pertini, sono due notizie che dan da meditare. Pare proprio che in Italia più nessuno sappia e voglia stare ai proprio posto, è un'abitudine che parte dalle più alte cariche dello Stato e discende giù per li rami aumentando la confusione di questo allegro Paese. Pia Covre, una delle fondatrici del Comitato per i diritti civili delle prostitute, ha precisato che le prostitute non sarebbero andate alla scuola di Castel Maggiore a dare lezioni di sesso, ma a parlare, sul «tema del confronto uomo-donna». Ma, alla stessa stregua, si potrebbe chiamare a scuola un ladro perchè relazionasse sul diritto di proprietà o un bancarottiere Ma, si dirà, le prostitute, facendo ciò che fanno, non commettono alcun reato. Verissimo e giustissimo, ma non per questo la loro attività deve costituire un titolo preferenziale per insegnare a scuola. Non mi pare che sulle cattedre siano mai state chiamate casalinghe, madri di famiglia, vergini, zitelle, che pur sono anch'esse degnissime persone e che avrebbero anche loro qualcosa da dire sul «confronto uomo-donna». Far la prostituta non sia un titolo di demerito, ma, vivaddio, non deve nemmeno diventare un titolo di merito. Ognuno ha il diritto di fare col proprio corpo e la propria dignità ciò che vuole, anche venderli per denaro. Sono fatti suoi. Ma restano, appunto, tali, non si capisce perché debbano diventare materia di insegnamento. Nè mi pare che sia meritevole di particolare attenzione la condizione di emarginazione delle prostitute, come sostiene il Comitato per i diritti civili. Fare la prostituta non è un obbligo, ma una scelta. Chi la fa deve anche accettare lo scarso apprezzamento sociale che ne consegue. Non si può avere tutto dalla vita. Non si può fare la rivoluzione con la mutua, non si può vendere la propria dignità e pretendere di conservarla. Là dove invece l'esser prostituta non è una scelta ma una condizione obbligata dalla violenza altrui o , da una particolare situazione di disgregazione sociale, allora entra in gioco la tutela cui ha diritto qualsiasi persona. Non mi pare  insomma che possano esistere «diritti civili delle prostitute» in quanto tali. La prostituzione, dal punto di vista giuridico, non dev' essere emarginazione, ma neanche privilegio. E dal punto di vista morale ognuno avrà bene il diritto di giudicarla come gli pare. Le stesse considerazioni mi pare che valgano per i detenuti che appoggiano la candidatura di Pertini al Nobel per la Pace. Non mi sembra che chi sta in carcere abbia particolari titoli in materia. lo sapevo che i Nobel per la Pace erano, almeno fino a ieri, patrocinati da prestigiose Accademie, da Istituti internazionali, da altri Nobel, non dai collettivi delle carceri. Ma, evidentemente, in un Paese dove le prostitute pretendono di salire in cattedra, i terroristi «pentiti» che gli sia trovato un lavoro, è cosa normale che anche i detenuti propongano i loro Nobel. In Italia c'è solo un soggetto cui non sono riconosciuti nè titoli di merito nè voce in capitolo: il cittadino comune. Guai alle maggioranze.

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L' intervista che il cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede (l'ex Sant'Uffizio), ha dato a Vittorio Messori (lo stimolante autore di Scommessa sulla morte) e di cui alcuni stralci sono apparsi su Jesus, ha fatto arrabbiare don Baget Rozzo che, su la Repubblica, ha scritto un articolo di fuoco. Eppure c'è, nelle affermazioni di Ratzinger, proprio in quelle che più hanno inquietato lo svolazzante prete di Scalfari, qualcosa che a me, che non sono cattolico né tantomeno prete, sembra di un certo interesse. Cosa ha detto Ratzinger? Ha detto che la crisi della fede si spiega anche con «l'affermazione in Occidente del ceto medio-superiore, della “nuova borghesia del terziario” con la sua ideologia liberal-radicale di stampo individualistico, razionalistico, edonistico È  infernale una cultura che persuade la gente che il solo scopo della vita sono il piacere e l'interesse privato». A questa affermazione, Ratzinger ne ha fatto seguire un'altra, più sorprendente: che nei paesi dell'Est la fede conosce un momento migliore sia perché la repressione, come sempre succede, la rafforza, sia perché il marxismo è sì totalmente antitetico al cattolicesimo (e come tale resta, secondo Ratzinger, il pericolo numero uno) ma si basa pur sempre su una «elaborazione filosofica» e su «intenzioni morali» che comunque pescano un po' più nel profondo dell'animo umano di quanto non faccia l'edonismo occidentale. Insomma, ci sarebbero, nel marxismo, dei valori in senso lato «religiosi» e quindi, anche se antagonisti, più vicini al cattolicesimo di quanto non sia il puro «consumismo». Ora, a me, del discorso della fede, in quanto tale, importa poco né certo posso seguire Ratzinger nelle visioni di inferni, di demoni e di satanassi di cui è piena la sua intervista. Nondimeno mi pare che il cardinale centri uno dei più gravi limiti della cultura occidentale oggi dominante: la totale assenza, in essa, più che in ogni altra, d'ogni valore spirituale. Tutto ciò che non è mercato, produzione, tecnologia, pubblicità, televisione, denaro, ricchezza, successo, bellezza (intesa anch'essa nel suo senso più esteriore, superficiale, povero, mercantile) non esiste nella attuale cultura occidentale. È il momento del trionfo massimo e senza più remore dell'oggetto e dell'uomo inteso come oggetto. Non è un buon segno, diciamo la verità, che Svetlana, la figlia di Stalin, fuggita diciassette anni fa dal suo paese, sia rientrata in Unione Sovietica. È  qualcosa che dovrebbe farci meditare e che non possiamo liquidare con frettolosi e imbarazzati articoli. Svetlana, una donna inquieta e sensibile, ha dichiarato più volte in interviste rilasciate prima di rientrare in Urss: «Nel vostro mondo non sento parlare altro che di soldi, di soldi e ancora di soldi». Ora, non voglio dire con questo, dio ne guardi, che l'Unione Sovietica sia meglio e che l'uomo non sia anche là ridotto ad oggetto. Lo è, secondo me, doppiamente: è oggetto perché il trend tecnologico in Urss è identico a quello occidentale ed è oggetto, pur senza mercato, anche dal punto di vista politico perché manca di ogni libertà. Però, forse, dico forse, balugina ancora in quel paese, se non altro come lontano ricordo, qualche valore non meramente mercantile dovuto al fatto che all'origine della sua edificazione c'è pur sempre un'ideologia come quella marxista che, come riconosceva Ratzinger, è basata su «intenzioni morali». Marx non gode oggi di buona stampa, e con ottime ragioni, visti i risultati del cosiddetto «socialismo reale», ma non si può dimenticare che fu uno dei primi ad individuare i pericoli di mercificazione e di annullamento dell'uomo insiti nel capitalismo tecnologico. Questa parte critica del marxismo mi pare valida ancora oggi o, forse, soprattutto oggi (mentre mi pare invece finita completamente fuori della storia la parte «costruttiva» del marxismo, la concezione della storia come lotta di classe). Non si vive insomma di solo pane, come sembra invece credere quell'ultima traduzione del laicismo che è l'edonismo straccione contemporaneo. Oggi c'è la pericolosa e idiota tendenza a identificare il laicismo con l'edonismo. Ma il laicismo non è mai stato solo questo: Non lo è stato nel pensiero illuminista, che lo fondò, non lo è stato nel pensiero di Marx, non lo è stato in quello di Heidegger, non lo è stato nell'esistenzialismo. Del resto, un giovane filosofo, illuminista, razionalista, e quindi insospettabile di pruriti mistico-religiosi, come Salvatore Veca, ha detto recentemente: «Una visione compiutamente laica della vita è più in rapporto con le fedi ultime di quanto non si pensi. Essere laici non significa ritenere che non vi siano nuclei ultimi, tragici per ognuno di noi». E a me sembra che molte delle spaventose crisi che hanno attraversato il mondo giovanile in questi ultimi anni, dalla droga al terrorismo, debbano essere proprio messe in conto alla totale assenza di valori spirituali, alla mancanza di «senso del tragico» per dirla con Veca e con i pensatori greci, che caratterizza .la cultura occidentale contemporanea. Non si può vivere solamente di frigo, tivù e un loculo assicurato al cimitero. Bisogna credere in qualcosa, anche se non necessariamente nel dio di Ratzinger e nei suoi inferni e diavoli e marie immacolate. Anche senza Dio si può credere nell'uomo piuttosto che negli oggetti. * * * Il delitto perfetto? Almeno in 5È in arrivo un progetto di legge che prevede sostanziose diminuzioni di pena per i mafiosi «pentiti». Sarà seguito prossimamente da una legge a favore dei camorristi «pentiti» (e la 'ndrangheta, non vorremo mica lasciarla fuori?). Dal che si ricava che d'ora in poi sarà bene commettere un reato in almeno cinque persone: solo avendo dei complici infatti si può denunciarli e quindi «pentirsi». L' associazione a delinquere non è più un'aggravante  come era scioccamente considerata dal vecchio codice penale, ma la via più breve per uscir di galera. Guai invece a chi delinque da solo, per conto proprio e per fini squisitamente individuali. La Corte di assise di Bari ha condannato Marco Lorusso a 22 anni per aver ucciso, folle di gelosia, la moglie che si prostituiva. Il Lorusso ha confessato subito il delitto e s'è pentito per ciò che ha fatto, ma non ha commosso il tribunale che, nel sancire la pena, gli ha affibbiato anche l'aggravante dei «motivi abbietti». * * *      Che cos'è il vero antifascismoGrande trambusto al comune di Lissone. L'amministrazione di quel paese stava per combinarne una di quelle davvero grosse: trasferire i resti di Marco Otelli in un ossario dove dovrebbero riposare i caduti dell'ultima guerra. Chi è Marco Otelli? E un repubblichino ucciso a Besana quarant'anni fa, il 19 gennaio 1945, mentre era di pattuglia con altri due camerati, da una sventagliata di mitra partita da un camion di partigiani. All'epoca, Otelli aveva diciotto anni. Ma anche se è passato quasi mezzo secolo quelli non sono i resti di un povero ragazzo morto probabilmente senza neanche sapere perché ma l'emblema del fascismo repubblichino e quindi i familiari degli altri caduti hanno rifiutato di dargli onorata sepoltura. Quando si capirà, anche in Italia, che l'antifascismo non è un fascismo di segno contrario ma è il contrario del fascismo?