L’emigrazione del dopoguerra dai piccoli borghi, di cui è disseminata la nostra penisola, verso il ‘triangolo economico’ (Milano-Torino-Genova) avvenne per motivi economici. Si trattava in prevalenza di gente dal Sud o dal Veneto che andava nel ‘triangolo economico’ per cercare lavoro, anche se per la verità il Sud, grazie agli accordi con la mafia, aveva subito molte meno perdite umane ad opera dei bombardieri americani. C’era quindi una forza lavoro disponibile, ma mancava il lavoro. Per ragioni opposte, ma conseguenti, al Nord c’era il lavoro, ma mancavano i lavoratori, chi era morto, chi era fuggito, chi si era arruolato nell’una o nell’altra parte, come militare o come partigiano, nella sanguinosa guerra civile, con la creazione, voluta da Hitler più che da Mussolini che se la fece imporre, della Repubblica di Salò.
Insomma, è una situazione molto simile a quella che abbiamo oggi con gli immigrati centrafricani o nordafricani che, ridotti alla fame nei loro Paesi, vengono a cercare una vita migliore in Europa per fare mestieri sottopagati, sfruttanti, al limite ed oltre il caporalato, che gli europei non vogliono più fare. La situazione di Ceuta e Melilla, per fare un plastico esempio molto attuale. Persino il governo spagnolo del socialista Pedro Sanchez ha chiuso le frontiere ai migranti marocchini e parlo di un socialista, non di Matteo Salvini.
L’accoglienza di questi immigrati interni fu diversa a seconda delle città in cui venivano a cercare lavoro. A Milano, che era ancora, almeno in parte, quella del “coer en man”, l’accoglienza fu migliore, anche se certamente non era piacevole fare le mondine nelle risaie della pianura padana. Chi non ricorda il film Riso amaro del 1949, diretto da Giuseppe De Santis, con Silvana Mangano nella parte della mondina? Inoltre, buona parte di questi immigrati interni, soprattutto quelli che arrivavano dal Veneto, non solo aveva bisogno di lavorare, ma anche voglia. E si sa che i milanesi, i lombardi in genere, hanno sempre avuto il mito del lavoro, del ‘ruscare’, non solo perché porta i danè, ma per una struttura psicologica, antropologica, di cui sarebbe troppo lungo e faticoso rintracciare qui le origini.
A Torino fu invece peggiore, conformemente al carattere chiuso e freddo di quelle genti. Nacque il fenomeno dei “letti caldi”, cioè il lavoratore che non aveva un letto in cui riposare dormiva nelle 8 ore in cui il compagno di stanza lavorava in fabbrica. A Genova fu, forse, anche peggio, perché i liguri bisogna torturarli prima che ‘scuciono le palanche’, la tirchieria dei liguri non è una leggenda (“Sciur padrun da li braghi bianchi, fora li palanchi, fora li palanchi, ch’anduma a cà.”).
Recentemente, però, si assiste ad un fenomeno contrario: le persone lasciano le grandi città del turismo, Milano, Venezia e Firenze in particolare, per tornare nei paeselli d’origine. D’altronde non è piacevole sentirsi uno straniero nei luoghi in cui sei nato, basta parlare con un veneziano per capirlo. E’ una risposta al fenomeno dell’overtourism che sta letteralmente distruggendo Venezia e Firenze, Roma no, perché la “caput mundi” è talmente grande, ha un tal numero di parchi immensi (che non hanno niente a che vedere con i risicati ‘giardini Montanelli’) che è sempre possibile trovare un luogo fuori dalle rotte consuete che ha conservato alcune delle antiche abitudini (Trastevere, per fare un esempio classico).
Questa ritirata verso i borghi è un fenomeno positivo perché ricrea il senso della comunità. A Milano non conosci, non dico il tuo condomino, ma nemmeno il vicino di pianerottolo. Del resto la ricchezza più autentica e profonda dell’Italia non sta nelle grandi città d’arte, ma appunto nei piccoli borghi, ognuno coi propri costumi, le proprie abitudini e le proprie tradizioni secolari. Faccio un esempio che mi riguarda. Ho ricevuto il Premio Montanelli alla scrittura. La cerimonia di premiazione si tenne a Fucecchio, cittadina di poco più di ventimila abitanti, perché era il luogo natale di Indro. Solo che Montanelli era nato a Fucecchio in giù, così vennero tutti gli abitanti di Fucecchio in giù, ma nessuno di quelli di Fucecchio in su si fece vedere. E’ il campanilismo, aiutato dall’orografia della penisola, la nostra salvezza, proprio per quel senso di comunità ed appartenenza di cui parlavo dianzi. E’ ovvio che chi vive sul delta del Po non può avere la stessa mentalità di chi abita sulle Prealpi o nelle pianure del Salento, avendo davanti, per soprammercato, il mare. Già, il mare, l’Italia ha più di ottomila chilometri di coste. Che poi gli italiani se le siano rovinate con una cementificazione selvaggia quanto balorda è un altro discorso. Insomma, la peculiarità e la grandezza dell’Italia non stanno nella Biennale di Venezia, ma nel Palio di Siena.
Il Fatto Quotidiano, 14.08.2026