Il prossimo Presidente della Repubblica italiana sarà Pier Ferdinando Casini, l’eterno Pierferdi. Accetto scommesse. In termini ippici lo do 3 a 1, che è la quotazione che si dà a cavalli che non sono favoriti ma potrebbero anche farcela, oppure quando il gruppetto dei favoriti è troppo folto. Se fosse stato un cavallo Pierferdi sarebbe stato sicuramente un galoppatore e non un trottatore. Perché a volte il trottatore perde il passo e la misura, “rompe” come si dice in gergo, il galoppatore no. Il galoppatore ha difficoltà solo nelle corse ad ostacoli, ma Casini, oltre a non perdere mai la misura è abilissimo nell’evitarli, o se si preferisce, nel saltarli.
E’ stato Presidente della Camera ed ha accumulato molte altre presidenze nella politica europea, ma non è mai stato ministro. E’ un uomo di rappresentanza. Nell’approccio, non solo politico, ma umano è aiutato dalla sua nascita bolognese, ma oserei dire che è più emiliano che romagnolo, perché la volgarità che c’è a volte nei romagnoli è stemperata, in lui, da venature emiliane.
Pierferdi è il classico politico, ma anche uomo, di “centro”, non a caso è stato doroteo, cioè la corrente centrista della Dc che riusciva a tenere insieme le tante anime di quel partito. Mi piace anche, e proprio perché è un democristiano puro sangue e perché la Dc è il partito che ha governato meglio il nostro Paese finché è esistita.
Visto che parliamo di cavalli mi piace ricordare Jamin, un trottatore francese figlio di un galoppatore che in un famoso Grand Prix d’Amerique rese 50 metri a Tornese (il Varenne dei suoi tempi) a sua volta figlio di un galoppatore, Tabac Blonde. Alla faccia di Vittorio Feltri che è contrario a tutte le immigrazioni e alle mescolanze di sangue gli incroci sono importanti, non solo nell’ippica ovviamente, ma nella vita e nell’incontro delle diverse culture.
Ma forse il più grande avrebbe potuto essere il trottatore francese Hadol Du Vivier che Luigi Gianoli. Nel suo libro “Il Trottatore” (1978, Editore Longanesi) così descrive: “Dal trotto d’una facilità e d’una semplicità estrema, rotondo, né troppo radente né troppo rilevato, rotolante come uno che dipani con sicurezza ma senza fretta un gomitolo di lana. E tutto questo senza una goccia di sudore, rientrando in scuderia col respiro già normale”. Hadol era un prototipo, un fuoriclasse da Formula 1, se possiamo agganciarci all’automobilismo sportivo. Aveva il petto ampio del normanno e i garretti da levriere dei migliori trottatori americani. Poiché il paradosso insegue tutte le cose ippiche oltre che umane, Hadol, per una sciagurata decisione del suo driver, Jean-René Gougeon, che con la febbre lo presentò ugualmente al Grand Prix D’Amerique, si ammalò di un’ostruzione alla trachea. Ora l’Amerique, la più importante corsa di trotto del mondo, si corre a Parigi d’Inverno. E Parigi, d’inverno, è il polo del freddo. Quando Hadol veniva superato da cavalli che aveva sempre battuto si leggeva nei suoi occhi e nel suo comportamento imperiale lo stupore. Non sopportando questa situazione si suiciderà, perché i cavalli non sono animali particolarmente intelligenti, ma molto sensibili.
Ma torniamo a Pierferdi, inteso non come cavallo, ma come uomo. La sua fedina penale è pulitissima. Mai un processo. Nessuna contiguità, a differenza di Berlusconi o di Mattarella, con ambienti non dico mafiosi, ma semplicemente malavitosi.
Pierferdi è un cattolico, ma un cattolico open mind, un regista e non potrebbe essere diversamente visto che è stato allievo di Forlani che nella Vis Pesaro ricopriva, da professionista, il ruolo appunto di regista. E per la verità, così come Andreotti, non ci ha mai rotto i coglioni con i suoi figli, ne ha quattro.
Infine un aneddoto personale: ero imputato a Palermo per diffamazione. Mi serviva la testimonianza di Casini che non ho mai conosciuto personalmente e a tutt’oggi non conosco. Gli telefonai e Casini venne fino a Palermo a rendere questa testimonianza che in realtà era contro i suoi stessi interessi. Mentre Silvio Berlusconi si è fatto venire di tutto, dall’” uveite” al mal di denti, per non comparire davanti ai magistrati. Un’onestà intellettuale, quella di Pierferdi, rara in questo Paese.
Casini, che oggi ha 70 anni, è un bel ragazzo, né troppo giovane, ma soprattutto non troppo vecchio, liberandoci così da una serqua di Presidenti della Repubblica geronti ottuagenari, da Pertini a Ciampi a Napolitano all’attuale Mattarella.
Pierferdi è un uomo di qualità, senza averne alcuna. Un perfetto Presidente per la Repubblica italiana.
Il Fatto Quotidiano, 18.05,2026
L’ironia, l’autoironia, il sarcasmo sono un segno d’intelligenza. Fra ironia e sarcasmo c’è però una bella differenza, l’ironia è dolce ed esprime un certo affetto verso la persona cui è indirizzata, il sarcasmo è violento, tende a ridicolizzare la persona cui è diretto, non a caso in una coppia sadomaso il sadico privilegia il sarcasmo, perché il ridicolo uccide più del fumo.
Alle volte l’autoironia raggiunge vertici tali da confinare con la superbia, cioè il tipo è così sicuro di sé che non gli importa niente di autoflagellarsi, è il caso di Carmelo Bene (“Sono apparso alla Madonna”, “Ma come, mio figlio sono io!” quando nacque suo figlio) ma Carmelo era un genio e i geni esulano da questa ricerca. Mi piace però ricordare un episodio: La giovanissima Elisabetta Pozzi stava lavorando con Carmelo Bene nell’Adelchi, alla fine, come si sa, in teatro il protagonista si presenta al pubblico per ricevere gli applausi. Carmelo disse alla Pozzi: “Vai tu”. Elisabetta si schermì, allora Bene mandò fuori un cane che aveva tutti gli atteggiamenti del protagonista dell’opera. E anche un altro: Una sera, in un salotto romano, ubriaco io, ubriaco lui, tenni testa a Carmelo Bene da mezzanotte alla mattina. Tutto intorno, spettatori, tutti gli invitati stavano ad assistere al match, per me un accredito che valeva quanto la prefazione che Montanelli ha fatto al mio libro Il Conformista. Ebbi l’improntitudine di vantarmi con la mia fidanzata di allora che immediatamente mi lasciò accusandomi di narcisismo e di superbia. Sulla superbia non sono d’accordo, sul narcisismo sì. Da quando ho raggiunto L’Età della Ragione, vedi Sartre, non faccio che parlare di me stesso e questo vale per tutti i miei libri, da Una vita al Dizionario Erotico e, se ci penso, anche quella fu una lezione di vita che riguarda i miei testi, anche quelli più “filosofici”. D’altronde, scrive Nietzsche: “Ogni filosofia è un’autobiografia”.
I filosofi non sono ironici, troppo impegnati a rispondere alle domande di Catalano: chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo? Ad accezione, anche qui, di Nietzsche (“Sono nato postumo”) preso però nella sua forma aforistica, giornalistica.
Negli uomini intelligenti e anche intelligentissimi la mancanza di ironia, sarcasmo, autoironia è legata strettamente alla noia, prendo per esempio Kant e le sue abitudini e la sua vita di una regolarità estrema, oserei dire kantiana. Gli abitanti di Königsberg, quando usciva di casa regolavano gli orologi perché usciva immancabilmente alla stessa ora. Del resto, se se ne ha lo stomaco, si legga “Prolegomeni ad ogni metafisica futura che vorrà presentarsi come scienza”
Nemmeno i grandi scrittori, in linea di massima, sono ironici, non lo è Dostoevskij, concentrato sul dolore del vivere, tanto meno lo è Tolstoj, troppo preso dalla sua religiosità (Resurrezione) e chi è religioso non può essere ironico.
Ironia, autoironia e sarcasmo appartengono alla sfera intellettuale, ma non sono per questo estranei ai ceti popolari. I fiorentini, nel loro parlato abituale, sono ironici e non c’è bisogno di citare Il Vernacoliere.
L’autoironia, a parte il caso Bene, è un segno di modestia, bisogna diffidare delle persone che non posseggono autoironia, in genere la loro superbia sottolinea una mancanza di una sicurezza in se stessi. Tutti i grandi personaggi che ho conosciuto, da Montanelli in su e in giù, non ostentavano la propria modestia. L’autorevolezza ce l’avevano incorporata, allo stesso modo, diciamo così, per cui Gianni Agnelli non aveva bisogno di ostentare la propria ricchezza, ce l’aveva, appunto, incorporata.
Comunque l’indifferenza è peggiore di qualsiasi insulto o sarcasmo, perché nell’insulto e nel sarcasmo c’è comunque un’attenzione. Quest’attenzione ce l’aveva Berlusconi nella sua smania, narcisistica, di piacere a tutti. Cito, anche qui, vedi caso, un episodio che mi riguarda (La Fallaci mi fa una sega). Alle elezioni del 1994 c’era lo scontro fra Berlusconi e Achille Occhetto con la sua “gioiosa macchina da guerra”. Il settimanale Annabella voleva organizzare due interviste affidate a giornalisti antagonisti o di Berlusconi o di Occhetto. Per intervistare Occhetto fu scelto un simpatizzante della destra, mi pare Giordano Bruno Guerri, per Berlusconi la scelta cadde su di me. Dissi alla direttrice, Brunella Gasperini: “Guarda che a me l’intervista a Berlusconi non la darà”. “Ma figurati -- disse Gasperini-- Anna è un giornale femminile e quindi a Berlusconi interessa molto anche il voto e l’interesse delle donne”. Fu concordato che avrei trasmesso le mie domande all’ufficio stampa di Milano e in seguito mi sarei visto con Berlusconi ad Arcore, per tre quarti d’ora circa. Sulle mie domande l’ufficio stampa di Milano non fece obiezioni, le ebbe quello di Roma, soprattutto per questa domanda che ricordo a memoria: “Lei, Presidente, tiene in gran conto l’amicizia, ma che cosa distingue l’amicizia da un rapporto mafioso?”. Naturalmente l’ufficio stampa di Roma tenuto da Paolo Bonaiuti (e anche questo era per me una sorpresa perché quando lavoravamo insieme al Giorno Bonaiuti era più a sinistra di satanasso e mi considerava un fascista) non voleva saperne di quella domanda. “Che importa? -- dissi io—lui, Berlusconi intendo, o chi per lui, ha tutto il tempo per rispondere”. Il Berlusca fu gentilissimo, rispose direttamente al telefono e mi mandò una macchina che mi portasse ad Arcore. In quel breve viaggio, per sondare un po’ il terreno, chiesi all’autista per quale squadra tifasse. Rispose: “Io tifo Inter, ma faccio finta di tenere al Milan. Tutta la servitù si comporta così”. Fu allora che respinsi la proposta di Vittorio Feltri che mi voleva portare al Giornale. Che libertà poteva avere un collaboratore se non poteva nemmeno tifare la propria squadra del cuore? L’intervista uscì e Berlusconi si inalberò per un’annotazione che avevo fatto sul modo di vestire delle sue giovani figlie, una mi pare di ricordare, era Barbara, che era quello che i parvenu credono che vestano i figli dei ricchi. “Sono stato ingenuo, come al solito” disse Berlusconi e mi inviò una furiosa lettera in cui mi dava, come al solito, del “comunista”. Nel pomeriggio mi suonarono alla porta. Era un enorme valet gallonatissimo, in cui come dicevo, Berlusconi mi accusava di tutto. Ma anche questo è un segno di attenzione. Cosa potevo io, peso mosca, di fronte al Presidente di Mediaset? Ma, riprendendo Nietzsche, “il silenzio è peggiore di qualsiasi insulto”. Inutile quasi dire, che poi, quell’intervista non fu mai pubblicata.
Una questione a parte, nel gorgo dei sentimenti che muovono l’animo umano, è quella della permalosità e che riguarda (potevano mancare?) le donne. Ho conosciuto donne ironiche e, anche se meno di frequente, autoironiche, ma nessuna che non fosse permalosa. Se osi dirle che non ha un bel culo sei spacciato, per sempre.
Il Fatto Quotidiano, 14.05.2026
Anche quest’anno non ho celebrato il 25 aprile, giorno che segna simbolicamente la liberazione dall’occupante nazista. Per la verità, anche se sembra un dettaglio ma non lo è, in termini giuridici, gli occupanti non erano i tedeschi con cui avevamo stipulato un’alleanza (che poi quell’alleanza non si dovesse fare e fu uno dei più tragici errori di Mussolini è un altro discorso) bensì proprio gli Alleati. Il mito della Resistenza ha innescato un equivoco non innocente e cioè che fossimo stati noi italiani a riscattarci in libertà. A liberarci sono stati gli Alleati, gli americani, gli inglesi, ma anche i razzisti sudafricani e i neozelandesi perché avevano la sfortuna di far parte del Commonwealth. Se si va al Cemetery War, vicino a San Siro, fra le tante tombe bianche, tutte uguali com’è nello stile degli anglosassoni, se ne trovano 417 appunto di ragazzi di poco più di vent’anni appartenenti al Commonwealth, venuti a morire inutilmente per la libertà d’Europa. Che cosa poteva importare a un ragazzo sudafricano di quello che accadeva a diecimila chilometri di distanza dal suo Paese?
Ho il massimo rispetto dei partigiani, quelli veri. Lo fu, in un modo un po’ singolare, anche mio padre, Benso Fini, membro del Cln del Corriere della Sera che teneva i contatti coi partigiani di montagna col pretesto che lì era sfollata sua moglie, Zenaide Tobiasz, ebrea. Certo non ebbe mai scontri diretti, fisici, il suo ruolo era diverso. Emilio Radius racconta in un suo libro come quest’uomo, dall’aria di impiegatuccio, con spesse lenti, riuscisse a uccellare i fascisti della zona. Indubbiamente, come ho già detto, non ebbe mai scontri fisici, non voglio gabellare mio padre come un eroe della Resistenza, ce ne sono già troppi, ma certamente con una moglie ebrea e i nazisti in casa la sua situazione non era proprio delle più tranquille. Mi piacerebbe restituire questo racconto con le parole dello stesso Radius, ma non riesco più a trovare il libro. Ho una biblioteca di circa 12.000 libri, ma quando debbo consultarne uno per un qualche riscontro non lo trovo mai. Il fatto è che ho troppo libri, mannaggia la miseria.
Il mito della Resistenza ha ingenerato un equivoco, non innocuo, come tutti gli equivoci e cioè che si sia stati noi italiani a riscattarci in libertà, mentre furono gli americani, gli inglesi e gli sfortunati ragazzi che appartenevano al Commonwealth (cosa che ricorda un po’la storia dei nordcoreani chiamati in soccorso da Putin e che, del tutto sprovveduti su un territorio che non conoscevano affatto, sono stati tutti sterminati).
Il 25 aprile assistemmo a una scena molto nota a noi italiani, specialisti, come scrisse Ennio Flaiano, nel “correre in soccorso dei vincitori”. Gli italiani da tutti i fascisti che erano stati, o quasi (solo 13 docenti universitari si rifiutarono di giurare fedeltà al fascismo e persero la cattedra) erano diventati tutti anti fascisti. Mi raccontò Arturo Tofanelli, il giornalista che ha inventato il primo magazine a colori, per lo meno in Italia, che quel fatidico giorno stava viaggiando da Torino a Milano: “Vedevo, ai lati dei binari, il luccicare di quelle che sembravano medaglie, erano i distintivi del Partito fascista di cui si stavano rapidamente liberando”.
La mia infanzia, nel dopoguerra, è stata segnata da ragazzi poco più grandi me che sostenevano di aver partecipato alla Resistenza e mi rimproveravano perché io non l’avevo fatta. Come minimo erano stati tutti “staffette partigiane” (Fallaci compresa, poteva mancare?). E io, nella mia ingenuità, mi dicevo: “Ma quanti messaggi si scambiano questi partigiani?”.
Ma torniamo alla Resistenza, quella vera e quella montata ad arte. A catturare Mussoli, che dopo tanta retorica sulla “bella morte” per la quale molti ragazzi italiani andarono a morire per Salò (anche questo è un segno della nostra classe dirigente che al momento del dunque trova sempre una qualche ragione per svignarsela, vedi il Re e Badoglio che fuggono da Roma lasciandola in balìa dei tedeschi, vedi anche le atroci lettere di Aldo Moro inviate dalla prigione brigatista) fu il partigiano Pedro, alias il conte Pier Luigi Bellini delle Stelle con un’azione audacissima: erano solo sette i partigiani sotto il suo comando, fermò la colonna di trecento tedeschi, che erano sì in fuga, ma armati di tutto punto al comando del colonnello Fallmerayer. Da Milano, per ordine del Cln lombardo, arrivarono a Salò numerosi ‘partigiani’ con divise nuove di zecca, nessuno li aveva mai visti, tanto che Pedro e i suoi sul momento pensarono che fossero fascisti travestiti. Al comando di questo manipolo c’era il ‘colonnello Valerio’, al secolo il ragionier Walter Audisio, che aveva l’ordine di fucilare Mussolini e tutti gli altri gerarchi fascisti che seguivano il Duce in fuga. Valerio si fece consegnare la lista dei gerarchi fascisti, quelli responsabili e quelli meno responsabili e a fianco di ogni nome metteva una croce che significava la condanna a morte per i catturati. Quando arrivò al nome della Petacci mise pure una “X”: “Ma come -- disse Pedro-- vuoi fucilare anche la donna?”. “Sì”. “Allora --rispose Pedro--io ritiro i miei uomini dalla piazza”. In un successivo articolo pubblicato sull’Unità, Valerio si sofferma a lungo su particolari scabrosi, come le mutandine della Petacci. Era talmente volgare quel pezzo che il giorno dopo l’Unità fu costretta a rettificare il tiro. La Petacci, com’è noto, fu fra le persone appese a testa in giù a Piazzale Loreto, ma con la gonna legata perché non le si vedessero le pudenda. C’è qui tutto il cattolicesimo italiano, per cui fucilare la donna era lecito, ma esporre appunto le sue pudenda al pubblico era tabù. Del resto a queste scabrosità i partigiani, o alcuni di essi, non erano alieni. Proprio il giorno della Liberazione fecero sfilare, nude e rasate a zero, le ragazze che erano state coi fascisti, o presunti tali o con i nazisti. E’ proprio questo particolare della rasatura che più fa rabbrividire. Si sa quanta importanza hanno per le donne i capelli e il modo in cui li portano. Non a caso nell’Islam, seguendo la sharia, le donne devono portare il velo e anche da noi, se entrano in chiesa, devono coprire il capo. Così è ancora usanza nel nostro Sud. Non voglio con questo giustificare i massacri che si fanno in Iran contro le donne che non si vestono “adeguatamente”. E’ solo un dato di fatto. Davanti allo scempio di Piazzale Loreto con i corpi impiccati a testa in giù Sandro Pertini, non ancora indementito, esclamò: “L’Insurrezione è disonorata!”. Gli stessi americani, evidentemente molto diversi da quelli di oggi, da quelli di Trump, ne furono scandalizzati e chiesero che i corpi fossero immediatamente portati alla morgue, cioè all’obitorio.
Bellini delle Stelle, ingegnere, fece una normale carriera all’Eni e non lo sentì mai citare l’episodio di cui era stato protagonista, Walter Audisio, per un’azione che somigliava più a quella del boia, divenne parlamentare del Partito Comunista.
Ho raccontato l’apologo del partigiano Pedro a mio figlio e alla fine gli ho chiesto: “Allora, preferiresti essere Pedro o Valerio?”. Hai risposto: “Pedro” e mi ha fatto piacere. Gli ho detto: “Ma tu non puoi sapere, Matteo, che Pedro per comportarsi come si comportò nella vita civile dovette avere molto più coraggio di quando rischiò la pelle combattendo. Perché il vero eroismo non è quello di un giorno, ma quello, quotidiano, difficilissimo, della rinuncia alle lusinghe e alle facili scorciatoie. E’ quello di combattere ad armi impari con chi usa tutti i mezzi per arrivare. E’ quello di accettare, pur di non vendersi, un posto nella vita sociale più modesto di quello che pensiamo ci spetterebbe. Ci vuole una grande forza interiore per essere Pedro. E a maggior ragione ce ne vuole oggi quando chi si comporta con onestà e dignità non ha nemmeno, a differenza d’un tempo, il rispetto del contesto sociale, ma gli tocca anzi subire la commiserazione, se non l’aperto disprezzo dei bari della vita”. Ci vuole una grande forza interiore per essere e restare Pedro.
Il Fatto Quotidiano, 09.05.2026