Ha scritto Alessandro Orsini sul Fatto di qualche giorno fa: “Dopo la caduta di Gheddafi, i Paesi della Nato si sono disinteressati dei diritti umani in Libia e hanno stretto accordi con i torturatori, gli stupratori e gli assassini locali per impedire ai neri africani di arrivare in Europa”. In realtà i Paesi della Nato avrebbero fatto meglio a disinteressarsi della Libia invece di organizzare, francesi in testa con italiani berlusconiani al seguito, quel colpo di Stato che portò alla caduta del Colonnello e alla sua uccisione nel modo barbaro, osceno, che tutti forse ricordano. “Sic transit gloria mundi” dichiarò cinicamente Berlusconi, che pur si era sempre detto amicissimo del Colonnello. Quando morì Berlusconi io, sul Fatto, lo ripagai della stessa moneta.
In realtà noi della Libia non abbiamo mai saputo veramente nulla prima che l’uccisione del Colonnello la portasse all’onor del mondo. Certo, notizie della Libia ne abbiamo avute da storici dell’arte o critici d’arte perché la Libia, come per altro la Tunisia, ha reperti dell’antica Roma di grande interesse. Ma della socialità della Libia, della sua organizzazione istituzionale quando governava Gheddafi, abbiamo saputo solo per sentito dire, cioè dai racconti di quegli storici dell’arte che vi erano andati solo per un interesse artistico.
Quando, alla fine degli anni Settanta, andai in Libia, non come turista, ma per ragioni professionali, potei rendermi direttamente conto della situazione. Cosa faceva Gheddafi? Proteggeva quelli della sua tribù, i “Warfalla”, come del resto fa qualsiasi capo di Stato in un Paese democratico. Nelle prigioni della Libia di Gheddafi non c'erano avversari politici, ma solo delinquenti di diritto comune.
Ora, naturalmente, come sottolinea Orsini, la situazione è totalmente cambiata. Il Paese vive nel totale disordine, con un governo fantoccio a Tripoli appoggiato dall’Onu, che controlla a malapena il territorio della capitale e, dall’altra parte, il potere del generale Khalifa Haftar strettamente legato ai russi. Nel disordine generale sono attive in Libia milizie di ogni tipo, totalmente fuori controllo. Basti pensare che per lasciare le coste libiche le imbarcazioni dei cosiddetti “mercanti di morte” devono pagare una taglia all’Isis, molto attivo nella regione.
Gheddafi segnerà la sua fine quando, in un discorso all’Assemblea dell’Onu, affermerà che non è vero che tutti i paesi sono uguali perché ce ne sono alcuni, quelli del Consiglio di Sicurezza (Stati Uniti, Russia, Cina e, chissà perché, anche la Francia che non ebbe nessun ruolo attivo nella Seconda guerra mondiale), più uguali degli altri. Inoltre osò mettere in dubbio la legittimità dell’aggressione all’Afghanistan talebano. Era nel giusto perché l’Afghanistan talebano, totalmente isolato, non costituiva un pericolo per nessun altro paese del mondo. Fu quella una guerra essenzialmente ideologica, non ci piacevano i costumi degli afgani, talebani o no, e per questo abbiamo invaso e occupato un Paese per vent’anni, uscendone con la più umiliante delle sconfitte. Dovettero essere proprio i talebani a organizzare il servizio d’ordine, perché gli invasori potessero lasciare l’Afghanistan. Il primo a svignarsela fu il nostro Ambasciatore a Kabul e con lui il generale Vannacci che oggi gonfia il petto come difensore del nazionalismo nostrano e si appoggia, o per lo meno gode il favore, di tutte le destre dei paesi dell’Unione Europea.
Qualcuno pagherà il contro per l’assassinio di Gheddafi? Non sia mai. Mi ricordo che nel suo programma “Passato e Presente”, Paolo Mieli, dandosela da storico, intervistò i più importanti personaggi del momento, da Bush a Khomeini in giù e lo stesso Gheddafi. Khomeini fece un discorso a cavallo fra religione e politica, Gheddafi, invece, si disinteressò dell’aspetto religioso e parlò in termini razionali, si potrebbe dire prettamente occidentali. Ma, chissà perché, questo discorso non fu ripreso nel programma di Mieli che, aiutato da tutti gli storici che aveva a disposizione, avrebbe avuto tutti gli strumenti per approfondirlo. Seguivo il suo talk soprattutto sulla tv e mi dicevo: arriverà il momento in cui parlerà, o almeno accennerà, a Gheddafi. In quanto all’ambiguo sceicco saudita, Osama bin Laden, che era allora leader dello Stato islamico, pur esso rocambolescamente intervistato, verrà utilizzato solo per affermare che al momento del dunque, quando fu catturato in Pakistan, si era protetto dietro una delle sue numerose mogli. Perché agli americani non è sufficiente vincere l’avversario. Bisogna umiliarlo. Ne sono testimonianza i processi di Norimberga e di Tokyo dove i capi nazisti dovettero presentarsi in aula con dei calzoni senza cintura che li costringevano a tirarsi su, ad ogni momento, le braghe.
Il Fatto Quotidiano, 15.09.2026
Tenere un archivio cartaceo oggi, in epoca digitale, sembra una follia. Però ci sono anche dei vantaggi. Scartabellando fra le mie carte mi sono imbattuto in vecchio libro “La scoperta della lentezza” di Sten Nadolny. Racconta la storia di un ragazzo che, rispetto ai suoi coetanei, è lento di riflessi, quasi torpido, sempre ultimo nei giochi. Si chiama John Franklin. Diventerà un grande esploratore polare e lo scopritore del leggendario passaggio a nord-ovest nell’Artico. Cos’era successo? Mentre i suoi compagni si sfrenavano nei giochi lui rimuginava, osservava, incamerava, assimilava, ascoltava (sull’importanza della capacità d’ascolto ci siamo già espressi in un precedente articolo pubblicato sul Fatto pochi giorni fa e non è il caso di tornarci sopra.). Non so se abbia letto “La scoperta della lentezza”, ma il giornalista Gerardo Villanacci del Corriere della Sera, in un suo recente articolo, ne riprende il succo. Così scrive, nella sostanza: E’ diventato urgente superare l’assuefazione alla notizia immediata e riscoprire l’elogio della lentezza, della riflessione e del silenzio meditativo. Per riappropriarsi del proprio tempo e della propria mente, è necessario svincolarsi dalla narrazione imposta tornando ad osservare i fatti con lucidità, imparando come pensare e non cosa pensare.
E’ una bella lezione per il giornalismo di oggi che, nel momento stesso in cui ci rimpinza di informazioni, ci allontana dal loro contenuto Che cosa sappiamo realmente della guerra russo-ucraina che pur è in atto dal 2014, fra notizie vere, fake e controfake? E’ la storia di ogni eccesso che, in quanto tale, finisce per divorare il proprio contenuto. E’ la storia, se vogliamo, per cui illudendoci di essere in contatto con il mondo intero ci impediamo di concentrarci su noi stessi e sui nostri reali bisogni. Io posso ben collegarmi a grande velocità con una persona che sta a Tokyo, ma che cosa ne sa effettivamente questa persona di me e io di lei? La Velocità, insieme alla Tecnologia, cui si collega, e all’Economia, è il demone della società attuale. Questo spiega anche perché i messaggi siano sempre più contratti in poche righe. Per guadagnare tempo su ogni eventuale concorrenza. Il giornalista non va più sul posto perché sarebbe tempo sprecato in viaggi più o meno lunghi e faticosi. Ma preferisce alimentarsi dai database, dai social e da ogni altra scorciatoia offerta dal digitale. Insomma il ‘reporter’ non fa più il reporter, sta seduto su una sedia, in agguato per bruciare i concorrenti più diligenti che le informazioni le raccolgono sul campo. Perché il vero giornalismo, come ho scritto altre volte, è quello che si fa sul campo venendo a contatto, fisico e intellettuale, con i soggetti che facciamo oggetto del nostro racconto.
Per tornare all’argomento che ha dato spunto a questo articolo, una cosa è sapere che esiste un libro intitolato “La scoperta della lentezza”, altro è perdere tempo, non sia mai, a leggerlo sul serio. Questa smania di trasmettere il più velocemente possibile i contenuti di qualsiasi fenomeno, ci allontana ipso facto da questi stessi contenuti. Ciò spiega anche, almeno in parte, la scomparsa di fatto dei grandi maître à penser, da Bertrand Russell a Jean-Paul Sarte ad Albert Camus e, facendo qualche passo indietro, a Martin Heidegger. Chi me lo fa fare di leggere “La questione della tecnica”, quando posso trovarla riassunta su Wikipedia? La nostra è una società di ‘bigini’.
Il Fatto Quotidiano, 12.09.2026
“Il contrario di ignoranza non è cultura, è curiosità” scrive Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera del 1.09.2026. I genitori di Shakespeare firmavano con la X, ciò non ha impedito loro di formare forse il più grande poeta della storia, non solo anglosassone. Evidentemente avevano inoculato nel loro pargolo qualcosa che è molto più importante della cultura: la curiosità, come scrive Cazzullo, che è fondamentale nella vita dell’uomo al pari della sensibilità, ma mentre la sensibilità implica sofferenza la curiosità è uno slancio vitale. Un uomo che perde la curiosità ha un tasso di vitalità pari allo zero. E’ già morto. L’uomo curioso è il vero rivoluzionario perché, attraverso la sua curiosità mette in dubbio il già dato. La curiosità si lega strettamente alla capacità di ascolto. Scendiamo un po’ di livello: curiosità e capacità di ascolto dovrebbero essere le doti, non solo dell’’uomo comune’, espressione già di per sé razzista, ma dell’intellettuale e in particolare del giornalista. Noi uomini moderni, creduli che l’intelligenza artificiale ci dà e ci darà ancor più nel prossimo futuro tutte le risposte di cui abbiamo bisogno, abbiamo perso non solo la curiosità, ma anche la capacità di ascoltare e capire il diverso. Se dopo l’ultimo conflitto mondiale gli americani, allora ancora sufficientemente ignoranti per avere curiosità, sufficientemente bambini per rimanere affascinati dal grande gioco del mondo tenendosi stretti nel loro, di mondo, fatto di bisonti, di cowboy di Winchester, hanno perso tutte le guerre, è proprio per una mancanza di curiosità, di volontà di ascoltare e capire il diverso. Hanno attaccato il Vietnam senza conoscere la cultura e i costumi dei vietnamiti. Dirà il lettore: ma il Vietnam aveva alle spalle la Russia, altra cultura altra sensibilità di cui pure non abbiamo mai capito nulla, nonostante la lettura dei grandi scrittori russi, da Dostoevskij a Gogol a Tolstoj, ce ne desse la possibilità. Vero. Ma hanno anche attaccato, insieme ad un’imponente congrega di loro accoliti, fra cui non potevano mancare gli italiani, specialisti, come scrive Flaiano, nel salire sul carro dei vincitori di quelli che credono siano i possibili vincitori. Il fascismo era un fenomeno originariamente nostro, anche se a qualcuno spiacerà ammetterlo, ma si appecoronò davanti alla corrente nazional socialista della Germania di Hitler, con i risultati che conosciamo. Ma la sconfitta più bruciante è avvenuta quando abbiamo affrontato l’universo afgano-talebano senza conoscere nulla di quel mondo. Eppure a supporto degli afgano talebani non c’era nessuno, anzi si può dire che gli afgano-talebani avessero contro, per motivi ideologici e geopolitici, il mondo intero. E dopo vent’anni di invasione ed occupazione abbiamo rimediato la più bruciante delle sconfitte. Nel 1999, prima dell’attacco alle Torri Gemelle e al Pentagono, che per altro gli americani, come hanno rivelato il Wall Street Journal ed il Times (tutto sommato bisogna ammettere che, in generale, la stampa americana è più libera della nostra, ci vuol poco), si sono auto fatti per avere un buon pretesto per attaccare successivamente non solo l’Afghanistan ma anche l’Iraq (è un po’ la storia dell’attacco kamikaze giapponese Pearl Harbor che fu il pretesto che consentì agli americani di intervenire nella Seconda guerra mondiale contro i paesi dell’Asse, Germania, Italia, Giappone). Abbiamo attaccato la Serbia socialista di Slobodan Milosevic, che pur era stato uno dei firmatari della pace di Dayton, senza tenere in minimo conto che la Serbia è profondamente legata, per motivi culturali e anche linguistici, al mondo russo, oltre al cirillico, che per altro adesso nessuno usa più in Russia e pochissimo in Serbia (a parte la corrente ipernazionalista che fa idealmente riferimento a Novak Djokovic), moltissimi sono i vocaboli della lingua serba che sono identici a quelli russi, o viceversa.
Recentemente abbiamo attaccato l’Iran senza tenere minimamente conto, anche qui, che l’Iran è l’antica Persia. Cioè abbiamo preteso di eliminare di colpo con un paio di bombe una società bimillenaria. Donald Trump proclama un giorno sì e uno no, in contraddizione con se stesso come sua abitudine, di avere sconfitto e distrutto l’Iran. Ma l’Iran è sempre lì. E da potenza regionale si è trasformata in una potenza che, grazie ai legami con Russia e Cina, determina i ritmi della politica mondiale.
Intanto, a causa di questa guerra, in Europa i prezzi di tutti i generi essenziali, alimentari ma non solo, sono saliti alle stelle (petrolio, pasta, riso ecc.). Chi salda il conto di questi sperperi inauditi di risorse? Il cittadino comune in Europa, ma anche negli Stati Uniti. “E sempre sia lodato quel fesso che ha pagato”.
Il Fatto Quotidiano, 06.09.2026