La sconfitta della Nazionale contro la Bosnia non è addebitabile a Gattuso e alla squadra che ha messo in campo. Se per la terza volta non andiamo ai Mondiali evidentemente c’è un problema più ampio, strutturale. Innanzitutto i vivai, non produciamo più giovani. Il Barcellona, attualmente la più forte squadra europea insieme al Liverpool, manda in campo due 17enni, Lamine Yamal e, il meno noto centrale di difesa, Pau Cubarsì. Gavi ha poco più di vent’anni, certo c’è poi Robert Lewandowski, ma bisogna anche saper acquistare senza andare a prendere improbabili giocatori da Paesi che calcisticamente non hanno mai prodotto nulla, pagandoli profumatamente, non per interessi della squadra ma per quelli economici della società zeppa di dirigenti e con allenatori che, Gattuso a parte, sembrano dei manager di un’industria farmaceutica (ah, la nostalgia di Trapattoni che era di Cusano Milanino che fischiava, proprio alla milanese, con due dita). Anche le squadre di Serie B hanno almeno quattro o cinque giocatori stranieri per cui per i giovani italiani è difficile inserirsi. Anche i proprietari delle squadre principali sono stranieri. l’Inter è di proprietà del fondo statunitense Oaktree Capital Management, il Milan del fondo americano RedBird Capital Partners -- nostalgia addirittura di Berlusconi, che era un delinquente ma per lo meno italiano- E’ naturale quindi che anche i giocatori perdano il senso di un’identità. Inoltre c’è un altro fatto, a mio avviso, determinante: noi ragazzi giocavamo a calcio ovunque, anche sulla strada, perché in una Milano – parlo di Milano ma è solo un esempio- non ancora congestionata dal traffico automobilistico questo era possibile.
Detto ciò è comunque inammissibile che un Paese come l’Italia di 50 milioni di abitanti si sia fatto battere dalla Bosnia, che di abitanti ne ha poco più di 3 milioni. E’ come se l’Ucraina, in una guerra vera, di cui il calcio è solo una metafora, battesse la Russia o, per meglio dire, la vecchia, cara e sempre rimpianta Unione Sovietica.
La Bosnia in campo internazionale non ha mai espresso nulla, non ci sono squadre bosniache competitive in qualcuna delle tante competizioni europee e i suoi campi, come abbiamo visto l’altro giorno allo stadio Bilino Polje di Zenica, sono a livello non dico di una società di A o di B italiane, ma, al massimo, di un campionato di Eccellenza. Le Isole Fær Øer, che pur appartenendo alla Danimarca hanno una loro nazionale, e una popolazione di 56 mila abitanti, sono andate a un pelo dal qualificarsi. E tutti i suoi giocatori sono dei dilettanti, ci sono operai, dirigenti, commercianti che, quando possono, vanno ad allenarsi. Ed è proprio questa dimensione che noi italiani dovremmo recuperare, non solo nel calcio ma chissà, forse, anche in politica (Max Weber, Il lavoro intellettuale come professione).
Il Fatto Quotidiano, 08.04.2026
La prima volta che sono andato in Israele è stato nel 1972, mi ci aveva convinto Nino Seniga che pur non essendo ebreo presedeva l’associazione “amici di Israele”. Che non fosse ebreo lo si vedeva anche dalla grande generosità che non è propria di quella razza (si può dire ancora ‘razza’?).
Atterrai la sera a Tel Aviv e, poiché come tutti i ragazzi avevo una gran fame – in fondo ero un ragazzo anch’io, avevo poco più di vent’anni- mi precipitai a far cena su un bel ristorantino sul lungomare di Tel Aviv, quando alzai la testa e mi guardai attorno vidi una bellissima gioventù perché i ragazzi, grazie al clima, vivono prevalentemente all’aperto e tutti, comprese le ragazze, fanno il servizio militare e poi i soldati. Nessun stereotipo quindi dell’ebreo col naso adunco. Mi colpirono però i loro discorsi, dei giovani e degli adulti. Non dicevano, né i ragazzi né gli adulti, “guarda come siamo stati bravi a costruire uno stato moderno, praticamente dal deserto” ma piuttosto che la Palestina era loro e solo loro. Del resto, per gli ebrei, tutti coloro che non lo sono vengono chiamati “goyim”, cioè in pratica “spazzatura”. Un po’ come per Trump lo sono i somali, mentre i messicani sono necessariamente “stupratori”. Insomma, quanto a razzismo il “popolo Eletto” non scherza, direi anzi che lo fonda anche se in seguito, con l’avvento di Hitler, ne diverrà drammaticamente vittima.
Ogni discorso sugli ebrei è scivoloso perché basta un niente per essere accusati di antisemitismo. Infatti di recente, il 4 marzo, il Senato ha approvato un disegno di legge, particolarmente stringente, contro l’antisemitismo. C’è anche da dire che sull’Olocausto gli ebrei ci hanno marciato e ci marciano tuttora, facendone un’industria, come ha scritto con grande coraggio un ebreo americano, Norman Finkelstein (“L’industria dell’Olocausto”). Hanno il monopolio del dolore, l’unico genocidio che riconoscono è il proprio, tanto che vietano di parlare di genocidio, quando è a danno di altri popoli, come oggi, e da decenni, a danno dei palestinesi.
All’epoca in cui andai in Israele e nelle successive cinque volte che ci sono stato ero convinto della narrazione dominante che vedeva in Israele un avamposto della democrazia in Medio Oriente. Ho cambiato idea, non da oggi, vedendo il genocidio, perché così va chiamato, dei gazawi, ho cambiato idea rivedendo un po’ tutta la storia dell’ebraismo.
I Romani conquistavano territori, province, pretendevano il pagamento delle tasse, cioè in pratica frumento e poi ciascun popolo facesse quel che voleva secondo la propria storia e tradizione. Un atteggiamento, oserei dire, liberale. Gli unici problemi li ebbero, guada caso, in Giudea. Istruttiva in proposito è la storia di San Paolo. Sulla via di Damasco fu fulminato dalla Fede. Arrivato a Gerusalemme volle a tutti i costi andare al Tempio nonostante i cristiani del luogo gli dicessero che non era cosa, ma Paolo non volle sentir ragioni, era o non era un futuro Santo? E così andò al Tempio. Fu subito circondato dagli ebrei che stavano per linciarlo. Intervenne il comandante della piazza che salvò Paolo dagli energumeni. Lo trattenne in regime di “custodia militaris”, una sorta dei moderni “arresti domiciliari”, solo perché se fosse stato libero di uscire quelli lo avrebbero ammazzato. Poi Paolo fu portato dal governatore della Giudea, Antonio Felice, e furono convocati anche i maggiorenti degli ebrei, qui cominciò un interminabile litigio fra Paolo e costoro che Felice ascoltò con santa pazienza, è il caso di dirlo, e che io avrei troncato dopo cinque minuti. Disse Felice agli ebrei: “Se voi accusaste quest’uomo di fatti concreti, oggettivi, io vi darei ascolto, come di ragione, oh ebrei, ma qui si tratta di nomi, di interpretazioni, io non mi sento di condannare un uomo su queste basi”. Paolo era un cittadino romano e come tale aveva il diritto di appellarsi all’Imperatore che in quel momento era Nerone. Paolo era un uomo colto, con vasta esperienza internazionale e quindi non poteva non conoscere le nefandezze di cui era accusato Nerone. I Romani armarono una nave e affidarono Paolo alla custodia di un vecchio soldato che fu ammaliato dall’affascinante prigioniero che, arrivato nella capitale, fu giudicato dal tribunale di Roma, presieduto questa volta non da Nerone, che invece era solito affaticarsi sui processi giudiziari, ma dal prefetto del pretorio Afranio Burro e assolto, libero di predicare la sua fede, col solo limite di restare all’interno delle mura capitoline. Questa era la civiltà latina, romana, pagana, altro che le tre insopportabili religioni monoteiste che colgono ogni pretesto per fare e farsi la guerra.
Recentemente gli israeliani, cioè gli ebrei, hanno impedito al cardinale PierBattista Pizzaballa e al sottosegretario di Stato della Santa Sede, Pietro Parolin, di celebrare la Messa della domenica delle Palme alla Basilica del Santo Sepolcro di Gerusalemme. Un fatto inaudito del quale si sono scandalizzati persino gli americani, non per motivi religiosi ma perché temono che l’odiosità che si sta attirando Israele si trasmetta anche a loro che ne sono i principali protettori.
In teoria tutte e tre le grandi religioni monoteiste hanno il diritto di officiare i loro riti, ma è una ‘ fictio iuris’. Ho visto i cristiani di Gerusalemme tentare di fare la ‘via Crucis’ per le vie di Gerusalemme, la fecero di corsa temendo di poter essere aggrediti in ogni momento. Insomma, anche lasciando perdere quello tentato e attuato nei confronti del Cristo, che fu messo in croce non da Ponzio Pilato, allora governatore della Giudea, che tentò in tutti i modi di salvare, mi si perdoni il gioco di parole, il “Salvatore”, il ‘vizietto’ del linciaggio e della vendetta gli ebrei ce l’hanno da sempre.
Il Fatto Quotidiano, 04.04.2026
Si dice, si crede e si scrive che la scoppola presa al referendum abbia indebolito il governo. E’ vero il contrario. Meloni ha potuto liberarsi, senza creare troppo scompiglio nelle sue fila, di soggetti diventati impresentabili, da Santanchè a Delmastro a Bartolozzi e dell’infido Gasparri, un soggetto sulla cui lealtà non si può mai contare. Era il principale ‘ colonnello’ di Gianfranco Fini, il solo leader di destra che abbia veramente chiuso col fascismo mentre adesso dobbiamo beccarci La Russa, presidente del Senato, che in casa tiene molti cimeli mussoliniani. Quando Fini fece l’errore di far entrare il suo gruppo in Forza Italia, errore clamoroso perché in un gruppo dove c’era Berlusconi poteva comandare solo Berlusconi (qualcuno ricorderà la scena in cui Fini, puntando il dito contro il nano di Arcore, gli disse: “Mi stai cacciando?” e infatti lo cacciò) Gasparri fu il primo a mollarlo. Oggi al suo posto Meloni ha messo Stefania Craxi che è oggettivamente un po’ meglio. Il governo Meloni potrebbe cadere solo se si sganciasse Matteo Salvini. Salvini è quello che è, ma non è un cretino, è attaccato alla poltrona come pochi e quindi appartiene all’iperboreo che faccia una mossa autolesionista del genere. Nemmeno l’esodo di Antonio Tajani, ministro degli Esteri, avrebbe un contraccolpo, perché la politica estera la fa Meloni e la fa appoggiandosi a Donald Trump, alleanza che ha dei prezzi pesanti come l’aver vergognosamente dichiarato che l’aggressione al Venezuela era “… del tutto legittima”. Ma intanto Meloni resta dove sta e ha acquisito, anche per il suo sbattersi da un capo all’altro del mondo, un prestigio europeo superiore a quello della Germania, dell’indeciso e incomprensibile Merz e anche del più combattivo Macron che però ha dei problemi interni che Meloni non ha.
Molto incerto è invece che Meloni vinca le prossime elezioni politiche, ma fare ipotesi sul futuro è molto arduo perché il futuro è, come ho scritto in Il denaro, “Sterco del demonio”, un “tempo inesistente”. C’è il passato, c’è il presente, ma il futuro è indecifrabile perché troppe sono le varianti in circolazione, sia a livello internazionale, soprattutto con uno psicolabile come Trump, sia nella vita privata. Così come ognuno di noi può morire da un momento all’altro, così possono morire gli attuali reggitori del mondo, oltretutto molto anziani (Trump ha 79 anni, Xi 72, Putin 73 anche se sembra il più in forma, fisicamente e mentalmente, di tutti) e addirittura gli Imperi. L’Atene antica aveva appena finito di conquistare l’intera Grecia che collassò. Così come fu, seppur in modo meno evidente, per l’Impero romano. E’ l’hybris, cioè il delirio di onnipotenza che ha sempre sconfitto, o per essere più precisi auto sconfitto, gli uomini e gli Imperi.
Comunque, volendo fare delle previsioni in un terreno così scivoloso, ci si può aspettare che l’attuale governo di destra venga sconfitto alle prossime elezioni politiche. Non per la forza della sinistra che non esiste più da tempo, da quando è scomparso il Partito comunista, ma perché alle prossime elezioni politiche del 2027 andranno a votare giovani che finora, per motivo di età, non hanno votato. I ‘maranza’ insomma, per usare un termine molto sbrigativo ma comprensibile, i ProPal, molti dei quali si erano rifugiati nell’astensione e, i ‘maranza’, i ProPal, non voteranno certo per gli esponenti di questo governo, come confermato dalla valanga di No che sono arrivati un po’ da tutte le generazioni, ma soprattutto dai ragazzi.
Il Fatto Quotidiano, 01.04.2026