Donald Trump ha dichiarato che ogni attacco al Qatar, il ricchissimo Paese arabo che sta cercando di mediare nella tragica vicenda israelo-palestinese, sarà considerato come un attacco agli Stati Uniti, guarentigia che gli USA non hanno mai concesso a nessuno nemmeno a Israele. A inquietare Trump sono state le folle scese in piazza per la questione della Global Sumud Flottilla, che in realtà è solo un frammento dell’intera vicenda israelo-palestinese che non è una questione semplicemente umanitaria, anche se c’è pure quella, ma politica. Con questa decisione Trump ha dovuto forzare se stesso (nel 2019, come segno di particolare amicizia nei confronti dello Stato sionista, aveva spostato l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme) perché si è messo contro la fortissima comunità ebraica americana e l’ancora più forte comunità ebraica internazionale che comprende quella finanza, non solo ebraica, che oggi ci strangola tutti e che è più forte di Stati Uniti, Russia ed Europa messi insieme. The Donald si è convinto che l’odiosità generalizzata nei confronti di Israele potrebbe estendersi, e di fatto già si estende, agli USA e al popolo americano.
E’ quindi completamente falsa la narrazione della destra italiana e dei suoi giornali, secondo cui la missione della Global Sumud Flottilla non solo era pericolosa, ma non sarebbe servita a niente. In tutte le città, almeno in Europa, i cortei hanno raccolto l’adesione spontanea non solo degli attivisti ma anche di gente che passava per la strada e si accodava. I cortei infatti si sono creati in modo tanto spontaneo quanto rapido.
Il movimento ebraico ha creato problemi sin da quando si è presentato alla ribalta della Storia, dichiarandosi “il popolo eletto da Dio” (non conoscendo la statura di Dio non so come costui considererebbe questa ‘elezione’ molto poco democratica che caccia gli altri popoli in serie B). Certamente questi ultimi non l’hanno presa bene ed è forse da qui che nasce l’antisemitismo. In realtà con la favola del “popolo eletto da Dio” gli ebrei hanno fondato quel razzismo di cui poi saranno tragicamente vittime. Un vittimismo sfruttato fino all’osso, se non da tutti gli ebrei da Israele, tanto che è stato proprio un ebreo, Norman Finkelstein, a scrivere, con molto coraggio, il libro L’industria dell’Olocausto.
E il trattamento disumano riservato agli attivisti della Global Sumud Flotilla, fra cui c’erano molti diplomatici di tutto il mondo, anche cileni e australiani geograficamente lontanissimi dal luogo delle operazioni, dal “lavoro” come lo definisce cinicamente Netanyahu, non ha contribuito ad aumentare le simpatie verso il “popolo eletto”. Tanto che lo stesso Trump ha dovuto intimare a Netanyahu di fermarsi (“Sei andato troppo oltre”) e le sevizie riservate ai prigionieri non hanno riguardato ovviamente solo la privazione della libertà ma si sono estese all’umiliazione e alla ridicolizzazione del ‘nemico’: Greta Thunberg costretta a baciare la bandiera israeliana, altri che han dovuto bere dall’acqua del water. Il nostro Alessandro Mantovani, che era su una delle navi della missione, ha documentato tutto questo e il suo racconto è stato confermato dagli altri attivisti arrestati. Insomma le prigioni israeliane riescono a essere peggio, ed è tutto dire, di quelle turche (Fuga di Mezzanotte, il bellissimo ed atroce film di Alan Parker).
A quanto pare l’Ambasciata italiana non si è dimostrata per nulla solerte e del resto Giorgia Meloni, ridicolizzandosi, lei sì, aveva parlato di un “weekend lungo”. Più attiva l’Ambasciata del Governo spagnolo guidato dal socialista Pedro Sanchez (gli attivisti spagnoli impegnati in questa missione erano 65, rispetto ai 40 italiani).
L’ebreo, in linea generale, è una persona ironica e autoironica. Se volete ascoltare feroci barzellette antisemite rivolgetevi a un ebreo. Ma ciò vale solo fra di loro ebrei. Qualsiasi critica a un’azione israeliana o che abbia alle spalle Israele viene bollata come “antisemitismo” e quindi vi capita di finire, come è successo a me, in una lista nera del Comitato ebraico Internazionale in cui ci sono simpatici individui come Hitler, Himmler, Goebbels.
Un’altra favola è che gli ebrei furono perseguitati perché usurai. Tutti nella Roma pingue erano usurai e i pio Seneca, richiedendo di colpo l’incredibile cifra di dieci milioni di sesterzi ai Britanni, causò una delle due guerre che dovette fronteggiare Nerone (l’altra fu quella, risolta con grande abilità diplomatica, contro i Parti, la grande Potenza concorrente). Si sa che Roma, il grande Impero dell’epoca, conquistava province ma si accontentava di esigere le tasse, frumento in sostanza, e poi gli autoctoni continuassero a vivere come avevano sempre vissuto, secondo la loro storia e le loro tradizioni. L’unica provincia dove ebbero problemi, sarà un caso, fu proprio la Giudea, dove, tra l’altro, gli estremisti ebrei pretesero da Ponzio Pilato, il governatore romano, la crocifissione di Gesù Cristo. Se avete visto Jesus Christ Superstar, l’immortale opera di Norman Jewison, ricorderete come Pilato tenta fino all’ultimo di salvare Cristo dagli energumeni. Pilato dice a Cristo: “Tu rinuncia a questa storia del figlio di Dio, di cui non capisco nulla, così mi libero di questi stronzi che fan solo casino”, ma Cristo non può rinunciare a se stesso, anche se sulla croce, in uno dei più commoventi passi del Vangelo, umanamente dubita:” Padre, padre, perché mi hai abbandonato?”. E un altro governatore romano in Giudea, Annio Rufo, poiché in Gerusalemme si erano creati casini per l’arrivo di Paolo, appena convertito al cristianesimo sulla via di Damasco, convocò i maggiorenti degli ebrei e lo stesso Paolo e fra costoro iniziò una discussione interminabile che io avrei troncato dopo dieci minuti, che il governatore ascoltò invece con santa pazienza. Poi disse: “Se voi accusaste quest’uomo per fatti concreti io vi darei ascolto, come di ragione, oh ebrei, ma qui si tratta di nomi, di interpretazioni, io non me la sento di condannare un uomo per queste cose”. Paolo fu poi tenuto in custodia militaris, una specie della nostra custodia cautelare, nell’accampamento romano, proprio per tenerlo al riparo dagli energumeni, se fosse uscito l’avrebbero ammazzato. Paolo era un cittadino romano e chiese, com’era suo diritto, di essere giudicato a Roma dove imperava Nerone. A Roma Paolo poté predicare tutto ciò che voleva, il solo limite era che stesse all’interno delle mura. Poi fu giudicato non da Nerone, che in genere si occupava ossessivamente di questioni giudiziarie, mentre avrebbe potuto spazzare via i nemici con un solo cenno della mano, ma dal Prefetto del pretorio, Afranio Burro. E quindi assolto. Paolo, tra l’altro, era accusato di essere uno dei promotori dell’incendio di Roma, che in realtà fu casuale, ma né lui né gli altri cristiani nella capitale, per non dire nelle province, furono perseguitati per un crimine rispetto al quale l’11 settembre è uno zuccherino. E’ quindi un’altra favola, di cui darò conto prossimamente nella trasmissione di Aldo Cazzullo, Una giornata particolare, su La7, che Nerone abbia perseguitato i cristiani in quanto tali. Persecuzioni generalizzate arriveranno solo con Decio e Domiziano molti anni dopo.
E’ abbastanza incredibile come uomini moderni abbiano assunto, tranne rare eccezioni, Moni Ovadia per esempio, un atteggiamento cannibalico, ancestrale, oltre che criminale, nei confronti dei palestinesi. Per altro la vendetta sta nel loro dna, come si evince dalla Bibbia (si veda il Salmo dedicato a Gerico: “Tu ucciderai tutti gli uomini, tutte le donne, tutti i bambini, tutte le bestie”) di cui stanno dando, di questo spirito di vendetta intendo, ampia dimostrazione nel genocidio in corso. Il teologo Sergio Quinzio definiva la Bibbia “il libro più noir di tutti i tempi”.
Il Fatto Quotidiano, 8.10.2025
“La povertà è di chi è più ricco” (Friedrich Nietzsche)
Elon Musk guadagna circa 555 milioni di dollari l’anno, Donald Trump, che è il più ricco Presidente USA, 400.000 dollari. Sono ricchezze totalmente prive di senso. Musk dovrebbe vivere cento vite per esaurirle. “Per quanto comprino dipinti, statue, vasellame cesellato, per quanto abbattano edifici appena costruiti per ricostruirne altri, insomma per quanto dilapidino e maltrattino il denaro pubblico in tutti i modi pure non riescono a esaurire la loro ricchezza con i loro infiniti capricci. Per noi la miseria in casa, i debiti fuori, triste l’oggi, spaventoso il domani. Che abbiamo, insomma, se non l’infelicità del vivere?” discorso di Lucio Sergio Catilina ai congiurati.
Ma le macroscopiche ricchezze di Musk e Trump non sono che il segno di una sperequazione più generale che esiste oggi negli Stati Uniti. Se voi andate in California trovate, ai confini di quello Stato, migliaia di homeless che innalzano un ironico cartello: “Benvenuti nello stato più ricco del mondo”. Negli Usa, facendo una scala del reddito, il primo decile si accaparra il 48,5 percento mentre l’ultimo quinto ha solo il 3,2 percento. E se si sale ancora verso il vertice della piramide si vede che l’un percento delle famiglie ha il 6,8 percento del reddito nazionale, cioè più del doppio di quello che hanno tutte insieme il 20 percento delle famiglie americane più povere. Il rapporto è di 40 a uno. Eppure gli Stati Uniti non sono solo lo stato più ricco del mondo, ma godono delle rendite di posizione dovute alla vittoria nella Seconda Guerra Mondiale.
Una cosa è vivere in un luogo dove tutti (o quantomeno la maggioranza) sono poveri, altra dove brilla una ricchezza insolente. Questo genera l’invidia che oltre a non essere un sentimento particolarmente nobile (Dante sotterra gli invidiosi nell’ottava bolgia dell’Inferno) è motivo di sofferenza. Per altro l’invidia è la molla dell’attuale modello di sviluppo. Anche Ludwig von Mises, uno dei più radicali ma anche dei più coerenti sostenitori di questo modello, scrive pressappoco: “L’operaio invidia il capofabbrica, il capofabbrica il dirigente, il dirigente il presidente della società, costui l’imprenditore che guadagna un milione di dollari” e così via.
Parlando in termini generali l’invidia era pressoché inesistente nei “secoli bui del Medioevo”. Come si sa quella era una società divisa in caste: i nobili, il clero, il Terzo stato (in realtà anche il clero era composto di nobili, i cadetti delle grandi famiglie, scordiamoci la favola del buon fraticello). Non è colpa mia se non sono nato re, non è colpa mia se non sono nato nobile.
Ma nemmeno i contadini se la cavavano così male, a parte la fatica del loro lavoro (“la terra è bassa” dicono). Anche Adam Smith si meraviglia dei bassi canoni che il contadino doveva pagare al feudatario: un pollo, una gallina, una quaglia una volta l’anno. Certo c’erano le corvée personali che han tanto indignato gli illuministi ma si trattava di ben poco, di servire il feudatario quando dava delle feste (lo “ius primae noctis”, a quanto pare, non fu mai esercitato). Inoltre il feudatario, che viveva fianco a fianco con la massa dei suoi contadini, non poteva fare troppo lo stronzo perché avrebbe rischiato una rivolta. Tutte le rivolte vandeane sono in buona sostanza rivolte di contadini e nobili decaduti contro la borghesia.
Uno dei segni della povertà di un popolo è l’autosufficienza alimentare (qui a Milano si fanno code infinite alla Caritas che distribuisce cibo) ora l’Africa Nera è stata autosufficiente alimentarmente fino a pochi decenni fa e lo era ancora, sostanzialmente, nel 1961, ma l’autosufficienza è scesa all’89 percento nel 1971 e al 78 percento nel 1978. Oggi è alla fame, la brutale fame. E non basteranno i cannoni di Salvini per fermare questa gente.
Il colonialismo classico è pur sempre meglio di quello economico. I colonialisti si accontentavano, diciamo così, di rapinare a queste popolazioni materie prime di loro interesse di cui per altro gli indigeni non sapevano che farsi. Cercavano soprattutto l’oro, che era la moneta internazionale dell’epoca, ma gli indigeni si mettevano a ridere perché, quando non si affidavano al baratto, scambiavano in conchiglie cauri. La progressiva eliminazione del baratto ebbe però le sue conseguenze. Canta un poeta africano ai primi dell’Ottocento: “Com’era bello il tempo in cui se tu avevi il sale e io pepe, tu mi davi un pizzico di sale ed io un pizzico di pepe”.
Non venivano alterate la socialità, le tradizioni, i costumi di quei popoli che, a parte avere sulla testa quegli stronzi, continuavano a vivere, e a volte prosperare, come avevano sempre vissuto, di baratto sostanzialmente. Per la verità un primo vulnus a questo sistema si deve proprio ai colonialisti classici che imposero una tassa su ogni capanna, costringendo così gli autoctoni a entrare nel sistema del denaro (si è detto di passata: oggi si cerca di bloccare in ogni modo le immigrazioni, cioè gli uomini non avrebbero diritto di spostarsi, il capitale sì trasferendosi nei luoghi dove è meglio remunerato).
La Rivoluzione francese segnò l’ingresso trionfale dello spirito del capitalismo nell’età medievale europea. Come dicevo, tutte le rivolte vandeane sono rivolte di contadini e di nobili decaduti contro la borghesia, perché il borghese introduce nel sistema il profitto, la proiezione nel futuro (i nobili spendevano e scialacquavano tutto ciò che entrava nelle loro casse, non pretendevano di più, un onesto pareggio insomma). I borghesi invece vogliono il profitto. Lo spiega bene una lettera che un proprietario indirizza al suo fittavolo: “Ti ho affittato i miei beni nel gennaio del 1789, quando su di essi gravavano diversi diritti signorili. Se non ti avessi obbligato ad osservarli il mio affitto sarebbe stato maggiore. Quello che deve approfittare dell’abolizione dei diritti feudali sono io, il proprietario, non tu, l’affittuario”.
Quella che si sconta oggi è una progressiva erosione del ceto medio, lo si vede bene anche qui a Milano dove, per la gravosità degli affitti e del costo delle case, il ceto medio è stato sbattuto in ‘non luoghi’ dell’hinterland, paesi che del paese hanno solo il nome, spesso non hanno una piazza e nemmeno, in un paese cattolico come il nostro, una chiesa.
Marx sosteneva che col tempo i ricchi sarebbero diventati sempre più ricchi, ma sempre meno numerosi, per cui per cacciarli non ci sarebbe stata bisogno di alcuna rivoluzione, sarebbe bastata una pedata nel culo. Così non è stato. E’ vero che i ricchi sono diventati sempre più ricchi e anche un po’ più numerosi, ma è altrettanto vero che i poveri sono diventati sempre più poveri e molto più numerosi, com’è esperienza nell’Italia di oggi.
Quello che viene eroso progressivamente è il ceto medio che faceva da collant fra i ceti ricchi e quelli più poveri e questo, prima o poi, porterà a un pericoloso scontro frontale.
Il Fatto Quotidiano, 5.10.2025
Nel suo discorso all’Onu Trump ha preso di mira l’Iran per l’esistenza sul suo territorio di siti nucleari. Ora, l’Iran ha firmato il Trattato di non proliferazione nucleare, accettato le ispezioni dell’AIA che hanno sempre accertato che l’arricchimento di uranio in questi siti non va oltre il 6 percento, per arrivare alla Bomba ci vuole un arricchimento al 90. Israele non ha firmato il Trattato, ha l’Atomica, ma nessuno si è mai sognato di sanzionarlo.
Gli occidentali non hanno mai capito niente del mondo iraniano, questa specie di masso erratico del Medio Oriente, circondato da paesi arabi che gli sono lontanissimi culturalmente e anche linguisticamente. Non ci hanno capito niente perché, come al solito, lo hanno interpretato con i propri canoni. Esempio tragicomico è la vicenda Bakhtiar–Khomeini-Kerenskij-Lenin. Bakthiar era stato l’ultimo primo ministro sotto lo Scia, ma già fortemente critico nei confronti del regime perché si sentiva nell’aria la Rivoluzione khomeinista. L’Unità scrisse: Bakthiar = Kerenskij, Khomeini = Lenin. La sinistra europea credeva infatti che Bakhtiar fosse una preforma di Kerenskij e Khomeini di Lenin, che interpretasse insomma, in salsa islamica, un movimento antioccidentale e soprattutto antiamericano (nel linguaggio di Khomeini gli stati Uniti erano “Il grande Satana”). Khomeini chiarì subito che di “Grande Satana” ce ne erano due: quello americano e quello sovietico. Ci sono due lettere molto interessanti che Khomeini inviò in quel periodo a Gorbaciov e a Papa Wojtyla e pubblicate in Italia dalle Edizioni del Veltro in forma semi clandestina tanto erano scottanti. A Gorbaciov Khomeini parla solo in termini spirituali, gli dice sostanzialmente: “Se vuole capire veramente qualcosa della religiosità venga qui da noi, all’Università di Qom, ci passi dieci anni e poi, forse, potremo trattare l’argomento in modo serio”. A Wojtyla, invece, parla solo di cose materiali e degli interessi politici ed economici della Chiesa (lo scandalo IOR era di là da venire).
Non si dovrebbe mai dimenticare che l’Iran è in realtà l’antica Persia sulla quale, dopo l’avvento della predicazione di Maometto, si è sovrapposto l’Islam in forma sciita. A quell’epoca Radio Teheran mi intervistava spesso e i giornali iraniani riprendevano testualmente i miei scritti (ma quando citavo Khomeini aggiungevano di forza “che Allah l’abbia sempre in gloria”). Chiesi alla gentile intervistatrice come mai il regime di Khomeini fosse violentemente antitalebano e antiafgano. In fondo, dissi, i vostri due popoli sono nella stessa situazione sotto la pressione violenta degli americani. L’intervistatrice mi fece notare che Afghanistan e Iran, pur essendo confinanti, sono due mondi opposti: i Talebani sono nella maggioranza sunniti, gli iraniani sciiti.
E’ questa origine dalla Persia che dà agli iraniani una fortissima identità nazionale. Anche i pasdaran, che pur lo avevano abbattuto, avevano rispetto per lo Scia: perché era persiano.
Nel periodo in cui ero a Teheran per intervistare la figlia di Khomeini, Zakra Mustafavì (l’intervista fu poi ripresa da Mino Damato nella sua trasmissione “Alla ricerca dell’Arca”, in prima mondiale con grandi strombazzamenti, ma Damato riuscì a non nominarmi mai) accadde una cosa curiosa. A una trasmissione radiofonica telefonavano ascoltatori e ascoltatrici, era consueto che l’intervistatore chiedesse all’ascoltatrice chi fosse la figura femminile preferita e obbligatorio rispondere Fatimah, la figlia di Maometto. Ma una di queste donne disse: “Fatimah è una figura molto lontana nel tempo, preferisco riconoscermi in Ushin”. Ushin era la protagonista di un serial giapponese che passava in quelle settimane sulle televisioni iraniane. Apriti cielo. Khomeini non aveva né apparecchi tv né radio, solo un letto e un tappeto per pregare e quindi quella trasmissione non l’aveva vista, ma siccome gli zeloti esistono sempre qualcuno andò a riferirgli del fattaccio: condanna a morte della donna, espulsione da ogni media del conduttore e via dicendo. La donna non fu rintracciata, il conduttore si scusò dicendo che aveva capito male e tutto finì lì. Perché la Sharia ha un suo pragmatismo, applicarla alla lettera è impossibile. Esempio: per una coppia adultera, presa sul fatto, è prevista la condanna a morte di lei e cento fustate per lui il che equivale alla morte. Ma ci devono essere dei testimoni oculari. Quello che vuole evitare il Corano non è il fatto in sé, ma lo scandalo che ne deriva. Così, sempre nel periodo in cui ero a Teheran, l’uso di stupefacenti era vietatissimo. Ma nella cucina di ogni casa si fumava a più non posso, marijuana e oppio soprattutto, bastava che non lo si venisse a sapere.
Il coraggio delle donne. Ho avuto modo di apprezzarlo più volte. A Teheran si pubblicava un settimanale, Donna di Giorno, le cui giornaliste erano tutte donne. Si occupava di moda, di abiti, gioielli, ma anche del sociale. Quando entrai in redazione mi fece un po’ strano vedere tutte queste donne con regolare chador. Feci qualche domanda alla direttrice, la deliziosa Talebeh, cui sotto il velo spuntava un ricciolo biondo. “Vedi, -mi disse- noi non ce l’abbiamo con Khomeini ma col fatto che, i mariti, i fratelli e insomma tutti i membri maschi della famiglia si comportano, soprattutto nelle campagne, da padri padroni. E questo non ci sta bene”.
Nel decennale della Rivoluzione si fece una festa sul lungo viale che attraversa tutta Teheran, da est a ovest, e che si chiama, paradossalmente, “Viale della Libertà”. In questa occasione è usanza che le ragazze offrano prodotti locali, soprattutto pistacchi che hanno grande importanza nell’economia iraniana. Davanti a me c’erano tre splendide ragazze. Attaccai discorso con una, sono il classico maschio latino e in certe occasioni sono disposto anche ad affrontare la fucilazione. Il mio insider, Hussein, figlio del proprietario del Bazar mi disse: “Cosa fai, sei pazzo? Non vedi che c’è il pasdara che ti sta guardando da dieci minuti?”. Chiesi alla ragazza se la cosa fosse pericolosa per lei e per me. Rispose: “Non è usuale, ma non ti preoccupare”.
Ero in una farmacia di Teheran, tenuta da un ebreo, che era disposto a rinnegare anche se stesso pur di salvare la pelle. Con noi c’era anche il capo del Bazar. Gli scaffali erano semi vuoti, sia l’ebreo che il capo del Bazar dicevano le meglio cose di Khomeini. “Ma non vedi -gli dissi- che fuori le strade sono piene di poster dove c’è scritto ‘morte all’ebreo! ’?”. Ad un certo punto sento alle mie spalle una voce femminile che dice: “Chi è Khomeini?” ( in farsi chi è si dice come da noi). L’ebreo era finito sotto i banchi e il capo del Bazar, Hussein, pure. Chiesi a Hussein: “Ma è vero quello che dice la vecchia?”. “Tutto vero, rispose, ma io non posso espormi”.
A Khomeini succedette Rafsanjani che ha creato la Rafsanjani Pistachio Company. Era cominciata l’era capitalista anche in Iran. Come ci riferisce la nostra Elena Basile, citando l’intervista all’antropologo Emmanuel Todd (IlFatto,24.09) oggi le università iraniane sono affollate, si è creata una classe media fatta di ingegneri, di tecnici, di medici. Alla lunga, seppur attraverso vari passaggi, la Rivoluzione khomeinista ha lavorato bene. All’epoca dello Scia c’era una sottilissima striscia di borghesia colta che potevi trovare a Parigi, a Londra, soprattutto ragazze, bellissime. Conosceva, questa borghesia, non solo i nostri maggiori, Dante, Petrarca, Boccaccio, ma anche gli scrittori italiani che andavano allora per la maggiore, come Moravia e Calvino. Noi della cultura iraniana conosciamo pochissimo, a parte, forse, Omar Kayama e Avicenna, non Farabi, Sohravardi e molti altri. Ma è altrettanto chiaro che questa classe media colta, diventata di massa, non può più accettare leggi tipo Sharia. Da qui la violenza e repressione del regime contro le donne. Che è il vero problema dell’Iran oggi. Non le sue centrali atomiche.
il Fatto Quotidiano, 1.10.2025