Si è da poco conclusa la Champions League. L’11 giugno cominceranno i Mondiali da cui l’Italia è stata esclusa per la terza volta. E’ epoca di calcio. A me piace quindi ricordare la “Grande Olanda” di Neskeens e Cruijff di cui ho fatto già un accenno nell’articolo dedicato a Puskàs. L’Olanda ha partecipato a tre finali dei Mondiali e le ha perse tutte e tre. Ma non è questo che conta, la Grande Olanda ha inventato il ‘calcio totale’ che non ha nulla a che vedere con quello di oggi dove i giocatori si muovono sì per tutto il campo ma in ruoli prefissati (l’andar su e giù di quelli che oggi vengono chiamati gli ‘esterni’, le vecchie ‘ali’, insomma). I giocatori della Grande Olanda si muovevano dove li portava l’istinto. Il portiere, Jan Jongbloed, un pazzo, stava quasi stabilmente sul cerchio del centrocampo. C’era poi il centrale, Rijsbergen, che sembrava un guerriero medievale armato di tutto punto, come lo toccavi ti facevi male. I terzini erano Krol e Suurbier. Krol ha giocato anche in Italia, nel Napoli, mi pare come capitano.
Erano gli anni Settanta, gli anni hippie dell’Europa, i calciatori olandesi andavano in ritiro portandosi dietro le fidanzate o le mogli, cosa proibitissima allora e, in parte, ancora oggi.
Si respirava il clima esistenzialista dei Sartre, dei Camus, dei Merleau-Ponty, delle caves di Saint-Germain-Des-Prés, di Juliette Gréco e di Montparnasse. I dettami dell’esistenzialismo/hippie erano sostanzialmente due: ognuno è libero di fare ciò che gli pare nella misura in cui non nuoce agli altri e ognuno è responsabile delle proprie azioni. Io lavoravo in Pirelli allora, il clima era talmente pregno di esistenzialismo e di ‘hippismo’ che, prima di uscire dall’azienda, gli impiegati e le impiegate si cambiavano e ne uscivano vestiti a fiori e con i capelli lunghi (era anche l’epoca dei ‘capelloni’). Io non mi sono mai vestito a fiori, ma mi sono sempre sentito profondamente hippie. E comunità hippie le puoi trovare ancora oggi a Londra, ad Amsterdam e nella Piazza Jemaa el Fna di Marrakech. Allora noi ragazzi, almeno in Europa, viaggiavamo in autostop, ma avevamo anche molta curiosità per l’Africa Nera che nonostante tutto il colonialismo predatori europeo, ci era quasi sconosciuta. Come ci era pressoché sconosciuto il Libano, una specie di ponte fra l’Europa e il Medio Oriente. A Beirut c’era un Casinò sorvegliato da due leoni senza guinzaglio. Il Libano era considerato “la Svizzera del Medio Oriente”. Oggi gli israeliani nella guerra che hanno impegnato contro tutto il Medio Oriente (Iran docet) vogliono ridurlo a una loro colonia.
L’Olanda non fu fortunata. Nei Campionati del Mondo del 1974 perse la finale contro la Germania Ovest (2-1) che ne aveva l’organizzazione, la Germania di Breitner e di Franz Beckenbauer, che ci troveremo poi di fronte, Breitner dico, nei Mondiali vinti dall’Italia nel 1982 (chi non ricorda Marco Tardelli che, dopo aver segnato il gol decisivo, corre verso il centrocampo urlando “Goool”?). La sconfitta in Germania dell’Olanda quindi ci stava. Lo scandalo ci fu invece nei Mondiali disputati in Argentina nel 1978, c’erano già le premesse della guerra delle Falkland (“Las Malvinas son argentinas”) e, benché la guerra fosse stata innescata dagli inglesi, gli europei non godevano di buona stampa in Sudamerica. Neskeens, che era il giocatore fondamentale di quell’Olanda, più di Cruijff, fu picchiato dal primo minuto di gioco da un terzino argentino, Tarantini, al confronto del quale il nostro Gentile pareva un gentiluomo e dovette giocare tutta la partita con un braccio al collo. Quando si era ancora sull' 1 a 1, al 90°, Rensenbrink colpì il palo che impedì all'Olanda di coronarsi campione (nei tempi supplementari, poi, l'Argentina segnò due gol). A dimostrazione che ha ragione Baudelaire: “L’unica scusante di Dio è di non esistere”.
Il Fatto Quotidiano, 06.06.2026
Ho assistito l’altra sera con mio figlio alla Finale della Champions League fra Paris Saint Germain ed Arsenal. La Champions è una versione riveduta e corretta della vecchia, cara e mai troppo rimpianta Coppa dei Campioni, per avere più match, più circolazione di denaro che vuol dire però anche più affaticamento degli atleti e un’ulteriore nausea nei confronti del calcio, divenuto un fatto troppo economico. Ci sono in Europa squadre che possono permettersi undici riserve pari ai titolari. Forse l’ultima finale equilibrata fu quella del 1991 al San Nicola di Bari fra Olimpyque Marsiglia e Stella Rossa di Belgrado. E infatti fu l’ultima volta che una squadra non titolatissima, come la Stella Rossa, trionfò, ed oltretutto aveva sul gobbo, almeno psicologicamente, l’imminente attacco della Nato alla Serbia. E’ ciò che ha reso Djokovic quel formidabile tennista che è stato.
La Finale si è conclusa ai rigori. Una soluzione, quella dei rigori, tanto affascinante quanto crudele per i calciatori oltre che per il pubblico. Pensate a un calciatore che ha giocato benissimo per tutta la partita e poi sbaglia il rigore decisivo. Tutti i compagni gli corrono attorno per confortarlo, ma questo conforto lo fa sentire ancora più colpevole.
Io ero neutrale, oltretutto non avevo nemmeno scommesso, come mia abitudine da sempre, non solo per le Finali. Non conosco i giocatori dell’Arsenal e detesto il Paris Saint Germain dove però ci sono due giocatori che ammiro molto: il centrale Marquinhos che anche l’altra sera ha salvato un paio di situazioni dal gol sicuro e oltretutto sa aprire il gioco e Vitinha, centrocampista, che ha tutto del campione, senso del gioco, senso tattico, tiro. Non capisco proprio perché Luis Enrique, il migliore allenatore del momento, che ha fatto del Paris una vera squadra, li abbia sostituiti, non ricordo se nel primo o nel secondo tempo supplementare. Certo loro i rigori non li avrebbero sbagliati, ma poi gli è andata bene lo stesso perché ci ha pensato l’Arsenal a fallirli. Del resto è noto che sono proprio i giocatori più importanti a sbagliare i rigori perché sentono su di sé, più degli altri, la responsabilità. Sbagliò un rigore Van Basten nella finale contro la Danimarca agli Europei del 1992, mentre segnò il carneade Christensen. Sbagliò il rigore Baresi nella Finale contro il Brasile del 1994 a Pasadena. Anche Platini, a mia memoria, ha sbagliato qualche rigore. Il solo a non aver mai sbagliato un rigore è Ruud van Nistelrooy, ma qui entriamo in un’altra storia che ci porterebbe troppo lontano e non possiamo rievocare qui.
In quest’aura di sentimenti altalenanti mi sono quindi sentito i commenti del dopo partita: c’era Capello, il mister di tutti i mister (lo chiamano “mister” anche allenatori che hanno quasi la sua età) il simpatico, intelligente ed onesto “Billy” Costacurta, stopper per anni del Milan, che una volta ammise di aver perso di vista il suo centravanti perché non era concentrato. Ora in qualsiasi scuola calcio insegnano che tu, campione o schiappa che sia, devi essere concentrato per tutta la partita. C’era anche l’insopportabile Paolo Condò.
Non c’era e non c’è mai stato Giovanni Trapattoni, il “mitico Trap”, che ha rinunciato ad avviare una carriera da commentatore. Il Trap mi è particolarmente caro perché, a differenza dei coach di oggi, non somigliava a un manager. Fischiava con due dita e, poiché era di Cusano Milanino, si rivolgeva ai giocatori in milanese poiché il suo inglese era molto dubbio (“Don't say cat, if the cat not is in the sac").
Il Trap lo puoi ritrovare oggi a Talamone dove ha acquistato una casa che però non sta in riva al mare, ma aldilà dell’Aurelia, insomma non una casa da ricchi. Com’è naturale viene spesso avvicinato dai villeggianti, soprattutto sul pratone delle colazioni dell’hotel Capo D’uomo dove va ogni tanto a farsi un drink. E’ disponibilissimo, ma soprattutto ha una qualità che ammiro in ogni personaggio importante in qualsiasi settore: non se la dà, come non se la dava, per fare qualche esempio, Indro Montanelli o, per restare al presente, Adriano Panatta che ho ascoltato lo scorso anno alla festa del Fatto Quotidiano. Si parlava di tennis naturalmente, ma lui non se la dava da fenomeno (sulla delicatezza di Panatta ci sarebbe da aprire un altro capitolo che mi riguarda personalmente, ma che per motivi di spazio e di pazienza, dei lettori e di Marco Travaglio, rinuncio a sviluppare qui).
Mi sarebbe piaciuto però che qualcuno dei commentatori avesse ricordato il nome dello Stadio in cui si è giocata questa finale: Puskas Arena. Puskas ha questo palmares: ha segnato 520 gol in 500 partite. Praticamente tu entravi in campo e avevi già un gol all’attivo. Poi, naturalmente, non era proprio così perché magari ne faceva cinque in una partita e in quella successiva nessuno.
Puskas faceva parte della grande Honvéd, una di quelle squadre che, come la ‘Grande Olanda’ di Neeskens e Cruijff, ha segnato la storia del calcio.
Venne la ‘Rivoluzione ungherese’ schiacciata, con la brutalità di sempre, dall’Unione Sovietica (l’Ungheria, per sua sfortuna, faceva parte del Comecon, l’organizzazione economica e commerciale sovietica per rapinare ai Paesi, che con la forza erano stati costretti ad aderirvi, le loro risorse).
Tutti i giocatori della Honvéd fuggirono all’estero e ovviamente, nonostante fossero degli assi, faticarono a trovare un ingaggio. Si salvò Kopa, francese d’origine. Particolare difficoltà incontrò Puskas che aveva una struttura fisica imponente e che, per la mancanza di allenamento, era ingrassato notevolmente. Trovò rifugio nella Fiorentina dove però venne utilizzato raramente, proprio per quel problema. Si traferì allora in Spagna, nel Real Madrid. Durante la finale di Champions del 1962 tra Benfica e Real Madrid segnò i primi due gol. Poi i portoghesi pareggiarono. Successivamente Puskas era in centrocampo, marcato dal fortissimo centrale del Benfica, Coluna, lo dribblò facilmente, ma di lì alla porta c’erano più di quaranta metri da percorrere. Li fece e, rimasto solo davanti al portiere, segnò con irrisoria facilità, ma poi si accasciò dietro la porta e per il resto della patita fu inesistente, tanto che poi il Benfica vince 5 a 3.
Recentemente alcuni dei migliori giocatori del mondo avevano organizzato un’esibizione in Argentina. La sfida era concepita così: i giocatori tiravano dal dischetto del rigore, quindi da fermi, tot punti a chi segnava, tot punti, meno, a chi colpiva la traversa o il palo, nessun punto a chi sbagliava. C’erano naturalmente moltissimi spettatori, non solo giocatori, ma anche tifosi, i quali vedendo Puskas grasso come un porco non gli davano alcuna chance. Puskas si mise con le spalle alla porta e, palleggiando, colpì in rovesciata e segnò. E’ un episodio che ha raccontato Best (morirà poi di cirrosi epatica) che era presente.
Queste cose avrebbe dovuto ricordarle almeno Paolo Condò che ha una lunga e dignitosa carriera giornalistica, tra l'altro anche come redattore della Gazzetta Dello Sport, se abbia mai giocato a calcio non so.
Il Fatto Quotidiano, 03.06.2026
Non so e non posso sapere se lo scandalo che ha investito l’ex premier spagnolo, il socialista Zapatero e, a raggiera, lo stesso governo di Pedro Sanchez, abbiano fondamenti di verità. Deciderà la Magistratura.
Permettete però anche a me di fare, per una volta, il ‘complottista’. Questo attacco improvviso al socialismo iberico puzza di bruciato, perché la Spagna è, per così dire, un ‘alieno’ nel concerto dei Paesi europei.
Cominciamo da lontano. Fu Zapatero, quando era presidente del Consiglio iberico, a rifiutare l’invio di soldati spagnoli a sostegno della ‘coalizione dei volenterosi’ che gli Stati Uniti avevano raccolto per attaccare l’Iraq, all’opposto del suo predecessore, il cattolicismo Aznar, che quei soldati voleva invece inviarli, nonostante lo stesso Papa Wojtyla avesse tuonato contro quella guerra. Una conseguenza della “Dottrina Bush” (Bush padre, si intende) a favore della guerra preventiva che ha trascinato gli americani e i loro alleati in guerre inutili e quasi sempre perdenti, dall’invasione e occupazione dell’Afghanistan talebano ad, appunto, alla guerra in Iraq, per finire con quella, attualissima, all’Iran.
Restando alla politica estera spagnola, evidentemente molto ostile agli Stati Uniti, la Spagna ha vietato agli americani non solo l’uso delle basi yankee che hanno in terra iberica (ne hanno dappertutto) ma anche il solo sorvolo aereo di quelle di basi. Inoltre ha sostenuto, come non poteva, il Venezuela durante l’aggressione degli Stati Uniti al Paese Sudamericano (mentre Meloni l’aveva giudicata “legittima”) che ha come obiettivo finale l’eliminazione, una volta per tutte, della Cuba che fu di Fidel Castro e di Che Guevara. Recentemente il fratello di Fidel Castro, Raul, che ha 94 anni è stato accusato di omicidio per l’abbattimento di due aerei nel 1996. Qualcuno dovrebbe ricordarsi, forse, che cosa era Cuba prima della vittoria della Revolución: una sorta di resort, nello stile di quello immaginato da israeliani e americani per Gaza, ad uso dei ricchi americani che vi venivano a giocare d’azzardo, gioco proibito ufficialmente negli Usa. Come ufficialmente è proibita la tortura che esercitano, invece, paradosso dei paradossi, a Guantánamo in territorio cubano. Qualcuno dovrebbe ricordare inoltre la generosità cubana, furono una cinquantina i medici cubani che vennero a darci una mano nel periodo del Covid, spie del comunismo naturalmente, come i medici russi che ci inviò l’Unione Sovietica. Qualcuno dovrebbe ricordare anche che a Cuba la sanità e l’istruzione sono gratuite.
Sul piano interno la Spagna sta conoscendo un notevole sviluppo. Supera addirittura la Germania: ha un Pil del 2,7%, mentre la Germania tra lo 0,13-1%, per non parlare dell’Italia dove il Pil è intorno allo 0,7%.
Però quella della Spagna non è una produttività alla cazzo, ma rivolta a fini sociali ed economici, ecologici e anche identitari. Il “Commissario per il turismo sostenibile”, Jaume Collboni, afferma: “Non vogliamo un turista in più, dobbiamo gestire quelli che abbiamo”. Barcellona nel 2024 ha accolto 26 milioni di persone, il 2,4% in più rispetto all’anno precedente. Uno degli obiettivi di Jaume Collboni è ridurre il numero dei moli per le grandi navi e limitare anche l’afflusso di chi arriva per una gita di un solo giorno spostando in periferia i parcheggi dei pullman. Entro il 2028 verranno revocate le licenze di 10.000 appartamenti nel tentativo di ricollocarli sul mercato e destinarli ai residenti (memento per Venezia).
Sono stato più volte a Barcellona prima che la Spagna conoscesse questo sviluppo. Diciamo che, più o meno, la situazione economica era molto simile a quella italiana. Ma la affrontavano non con la tristizia nostrana, ma con un ‘olè’ molto carioca di tipo brasiliano. Il Brasile di Lula, è bene ricordare anche questo, è una delle punte del cosiddetto ‘socialismo bolivariano’ che è molto ben espresso dal brano musicale “El Gato Montés” che introduce il toro nell’arena.
Insomma la Spagna è molto più vitale, oggi come ieri, della smorta Italia.
Per concludere: Hasta la victoria, hasta siempre, compagno Che Guevara, hasta la victoria compagna Castro, hasta la victoria compagno Zapatero, hasta la victoria compagno Pedro Sanchez. Hasta la victoria siempre a tutti, tranne che ai gloriosi United States of America che non per nulla in Sudamerica hanno come proprio punto di riferimento il presidente dell’Argentina, Javier Milei, molto omaggiato da Giorgia Meloni quando si è trovata da quelle parti, che ha definito il socialismo “la peste dell’umanità”.
Il Fatto Quotidiano, 01.06.2026