Gli scontri di Torino fra la polizia e i pro Askatasuna stanno incoraggiando il governo Meloni a inasprire ancora di più il Decreto Sicurezza che verrà discusso nei prossimi giorni in Parlamento. Lasciamo pur perdere, perché sono ancora ipotesi non verificate, che i poliziotti abbiano usato trucchi da magliari travestendosi da Black bloc, cosa che umilia le stesse forze di polizia.
A parer mio è un errore chiudere i centri sociali perché sono spazi di libertà sostanzialmente innocui dove i ragazzi possono sfogare la propria esuberanza, preferibilmente facendo musica, creando così luoghi di aggregazione. Sono stato spesso al Leoncavallo, anch’esso sgomberato, che era vicino a casa mia, dove ho ascoltato molti bei concerti. E’ chiaro che se chiudi questi centri di aggregazione i ragazzi si riversano per le strade e cambia tutta la prospettiva. Il fatto che occupino abusivamente locali che appartengono ai legittimi proprietari potrebbe essere risolto risarcendo i proprietari con denaro dello Stato e di tutti noi, però nel “rito ambrosiano”, come lo chiama Gianni Barbacetto, dell’edilizia, questo era già stato fatto e quindi nulla vieta che lo si rifaccia.
Fra le misure punitive escogitate dal governo di Giorgia Meloni c’è di far pagare una cauzione agli organizzatori di qualsiasi manifestazione, non solo quelle dei centri sociali. Un provvedimento di questo genere sarebbe totalmente illegittimo, e infatti è contestato da quello che resta del centro sinistra, Pd, M5s, Avs, perché lede non solo la libertà di espressione ma anche quella di muoversi liberamente sul territorio nazionale. Tranne che per i soggetti che siano stati già colpiti, in modo motivato, dai limiti alla loro circolazione, per esempio gli stalker. E penalizza soprattutto i ragazzi dei centri sociali che certamente non hanno l’oro che gli esce dalla bocca.
Sui media si sono fatti molti riferimenti al Sessantotto e dintorni, dalle Brigate rosse al più innocuo Movimento studentesco a Potere operaio detto famigliarmente “potop”, ma anche “molotov e champagne” perché, soprattutto a Roma, vi militavano i figli dell’aristocrazia e dell’alta borghesia romana, fra cui Paolo Mieli. Ma c’è una differenza sostanziale: quei gruppi avevano un’ideologia, per quanto confusa, e alla fine inconcludente perché cavalcavano il “marxismo-leninismo” che sarebbe morto di lì a pochi anni col collasso dell’Unione sovietica. Questi giovani non sembrano avere un’ideologia, il loro è un disagio esistenziale, che non è solo dei giovani, ma particolarmente dei giovani, di vivere in una società che non li rispecchia in alcun modo. Certo, ci sono disagi economici, per esempio l’enorme difficoltà a trovare lavoro, ma non sono i più impellenti. Riassumo il concetto con le parole di una mia giovane amica, 26 anni, che si rifiuta di far figli perché “non voglio immetterli in questo mondo di merda”.
Saremmo quindi noi adulti responsabili? Neanche questo. E’ che tutti noi siamo stati travolti dal capitalismo, Don Chisciotte fa dire al suo scudiero, più realistico, Sancho Panza: “In un mondo dove il male è di casa e ha vinto sempre - dove regna il capitale, oggi più spietatamente - riuscirà con questo brocco e questo inutile scudiero - al potere dare scacco e salvare il mondo intero?” (Don Chisciotte, Francesco Guccini, 2000). Ma il problema non è solo il capitalismo che ormai ha conquistato il mondo intero, perché esiste ovunque, anche nei Paesi che si definiscono comunisti, perché è capitalismo di Stato, ma pur sempre capitalismo. Il problema autentico è la tecnologia che si è rivelata incontrollabile. Un premio Nobel per la fisica e per la matematica può anche fare un’invenzione spettacolare ma non è in grado di controllare le varianti che mette in circolo. Come scrive lo storico Carlo Cipolla se la tecnologia risolve un problema ne pone subito una miriade di altri. E’ quindi una corsa all’infinito. L’inventore del cellulare, Martin Cooper, non poteva immaginare che il cellulare invece di avvicinare le persone le avrebbe distanziate. Noi oggi possiamo comunicare con persone che stanno all’altro capo del mondo, ma non conosciamo il nostro vicino di casa, tanto che a Torino c’erano francesi, austriaci e questa volta Vittori Feltri non potrà incolpare gli extracomunitari, perché non erano presenti se non in “modica quantità”.
La tecnologia è sempre esistita. Esemplare è il racconto di Umberto Eco, intitolato “La cosa” (1961): un grande Generale chiede ad un suo Professore di fornirgli un’arma micidiale. Dopo sei mesi di studi il Professore gli presenta un sasso appuntito. Il Generale, deluso, dice: “ma è solo un sasso”. Il Professore gli mostra che “solo” con quel sasso a punta può però frantumare la roccia. Il problema non è la tecnologia in sé, ma come la si usa. E’ anche il tema del film Cast Away, interpretato da un formidabile Tom Hanks, forse uno dei più grandi attori viventi, perché sa interpretare ruoli diversissimi, da quello di un occidentale che si è sperduto in un’isola deserta a quello di un malato di aids (Philadelphia, 1993).
La questione drammatica che si pone oggi non solo ai giovani è la perdita delle ideologie e, insieme ad esse, il senso del sacro. Quando Nietzsche, alla fine dell’Ottocento, proclama la “morte di Dio”, non la intende nel senso che Dio è stato ucciso, ma che il senso del sacro è scomparso dal mondo occidentale.
A che cosa possono aggrapparsi, quindi, oggi i giovani, e tra questi ci metto anche i poliziotti, uomini come tutti gli altri, con i problemi di tutti gli altri, che in più fanno un lavoro pericoloso e sottopagato?
Dicevo prima che i giovani riluttano a far figli perché non vogliono inserirli in “un mondo di merda”. Ma c’è chi adotta una soluzione più radicale, gli hikikomori, che si chiudono in casa e non vogliono avere contatti reali con nessuno. Ma questa è una soluzione da asceti, da giapponesi appunto, dubito molto che valga per un ragazzo italiano, anche se alcuni hikikomori ci sono pure qui da noi. Giù il cappello.
Il Fatto Quotidiano, 6.2.2026
Il ciclone Harry, non riusciamo più nemmeno a dare un nome italiano alle bufere che ci riguardano devono essere anglosassoni, trumpiani, ha devastato le coste messinesi e calabresi e il fenomeno è stato accompagnato da scosse di terremoto che confermano che quel territorio è tuttora sismico. Del resto, senza andare tanto lontano, il terremoto del 1908 causò 80.000 morti fra gli abitanti di Messina e quelli della costa calabrese.
Le opposizioni parlamentari, Pd, 5s, Avs, hanno chiesto di dirottare i fondi per un’opera inutile che probabilmente non si farà mai, alle popolazioni della zona colpita dal ciclone Harry. Il Ministro dei trasporti, l’ineffabile Matteo Salvini, ha negato questa possibilità sostenendo che se ci fosse stato il Ponte i soccorsi sarebbero stati più facili. Cioè, in soldoni, prima crei le premesse di un disastro e poi ti vanti che saresti stato in grado di evitarlo.
La Corte dei Conti ha sottolineato che allo stato attuale il progetto del Ponte sullo Stretto è contrario alla normativa europea. Ma nemmeno questo è bastato all’ineffabile ministro dei Trasporti per fare un passo indietro. A descrivere al meglio la situazione è una mail che mi è stata inviata in data 26 gennaio dal lettore Angelo Paoli. Dice così: “Signor Salvini, lei è un imbecille o una persona in malafede, o tutti e due i casi: per favore la faccia finita con questa pantomima del Ponte che è irrealizzabile e la smetta, una volta per tutte, di spendere soldi pubblici in questa impresa scriteriata”.
In realtà il Ponte non lo vuole nessuno, tantomeno i siciliani ed i calabresi, che per salire all’altezza del Ponte ci metterebbero più tempo che se usassero il tradizionale traghetto. Non lo vogliono anche per ragioni psicologiche che non vanno sottovalutate: i calabresi dicono “noi siamo abituati da millenni ad avere di fronte un’isola”, i siciliani, in contrapposto, dicono “noi siamo abituati da millenni ad avere di fronte un continente”. Inoltre, come hanno sottolineato gli ambientalisti, il Ponte disturberebbe i tragitti migratori dei volatili, sia dei grandi volatili che dei piccoli.
In realtà c’è una forza che ha interesse al progetto del Ponte anche se sa che non si realizzerà mai, ed è la mafia siciliana e calabrese che già si sta arricchendo con gli appalti e i subappalti.
L’ineffabile ministro Salvini, prima di vaneggiare sul Ponte, dovrebbe occuparsi di mettere a posto il sistema dei trasporti in Sicilia. Ma non solo in Sicilia. Anche la viabilità lombarda è ampiamente compromessa. Per la tratta, in treno, Milano-Genova ci si mettono tre ore e passa, quando in macchina basta un’ora e mezza.
Ad aggiungere casino in Lombardia ci sono le Olimpiadi della neve, Milano Cortina, che iniziano nei prossimi giorni, il 6 febbraio per l’esattezza. Che si pensi ancora di poter organizzare in Italia un’olimpiade, della neve o no, è una follia. Quando si progettò un’Olimpiade a Roma, prevista per il 2020, il presidente del Consiglio Monti si oppose, sostenendo che “il governo non si sente responsabile di assumere un impegno finanziario che potrebbe mettere a rischio i denari dei contribuenti”. In più, anche se questo Monti non lo disse, a Roma c’è un traffico ingovernabile e non è il caso di appesantirlo col casino di un’Olimpiade. Una decisione responsabile. L’errore di Monti, a mio avviso, è stato quello di voler entrare direttamente in politica e di non accontentarsi di essere stato nominato senatore a vita da quell’altro bel soggetto di Giorgio Napolitano. Del resto, di recente, Sergio Mattarella ha nominato senatrice a vita Liliana Segre che nella sua esistenza non ha fatto altro che recitare la parte della vittima dell’Olocausto. Quando si ripropose il progetto delle Olimpiadi a Roma Virginia raggi si oppose, più o meno per gli stessi motivi per cui si era opposto Monti. Immediatamente il Corriere della Sera aprì una rubrica su due pagine col titolo: “Caos a Roma”. Alla Raggi si addebitavano la sconnessione delle strade di Roma, i topi di Roma, i cinghiali di Roma, gli ippogrifi di Roma. Per evitare soliti imbrogli e le solite truffe del cosiddetto “mondo di mezzo” Raggi fu costretta a rivolgersi a un amministratore friulano. Non mi pare che, con l’attuale sindaco, Roberto Gualtieri del Pd le cose siano migliorate di un pollice. Le cose vanno sempre così in Italia, i politici incapaci e trafficoni vanno al Governo o ai governi regionali, a noi non resta che l’astensione.
Il Fatto Quotidiano, 4.2.2026
I media internazionali sono tutti concentrati su due guerre, quella fra Russia e Ucraina e quella fra Israele e i palestinesi. Inutile, anche se prezioso dal punto di vista dell’immagine è l’appoggio ai palestinesi, almeno fino a quando gli Stati Uniti continueranno a sostenerli, con le armi ed economicamente però un cenno, più che un cenno di stanchezza si coglie non nei politici israeliani guidati da un “criminale di guerra”, Netanyahu, ma nei soldati: secondo il ministero della Difesa israeliano, dall’inizio del conflitto oltre 12.300 soldati sono stati inseriti nel programma di riabilitazione psicologica come post traumatic stress disorder (PTSD). Rappresenta quasi il 40% di tutti i militari mai trattati per traumi da guerra negli 80 anni di storia dell’IDF. Secondo un’indagine interna citata dai media, solo dall’inizio del 2025 sono stati registrati 21 suicidi tra i soldati --«circa 54» suicidi dall’ottobre 2023.
Negli ultimi anni, in contrasto anche con l’Onu, gli Stati Uniti hanno cercato in varie occasioni di attuare un regime change, ma gli è sempre andata male. Certo hanno catturato e imprigionato il “dittatore Maduro” che dittatore non era affatto, ma chi l’ha sostituito, la Vicepresidente Delcy Rodiguez, continua a fare la politica di Maduro. Perché Maduro aveva l’appoggio non solo dei militari ma anche della maggior parte della popolazione venezuelana.
Proprio perché gli occhi della comunità internazionale sono tutti concentrati sulle guerre russo-ucraina e israelo-palestinese, poca rilevanza e poca importanza viene data alla sanguinaria guerra civile fra Sud e Nord Sudan. Eppure da quella guerra potremmo trarre un utile insegnamento.
Già dai primi anni Quaranta gli inglesi avevano messo allo studio un grande progetto pilota (Azande scheme) che riguardava gli Azande, un consistente gruppo etnico che occupava un vasto territorio oggi diviso fra gli stati del Sudan, dello Zaire e della Repubblica Centrafricana, ma che allora era totalmente tribale. Nel 1946, finita la guerra, gli inglesi poterono dare finalmente inizio alla realizzazione del progetto. Si trattava, essenzialmente, di attivare in grande stile la coltivazione del cotone, di portarla a livelli di esportazione e di inserire quindi l’economia azande nel mercato mondiale. L’Azande scheme non era un progetto di rapina, era il tentativo sinceramente filantropico di portare, sulla traccia del pensiero illuminista, la comunità degli Azande, e in seguito, eventualmente, anche altre popolazioni africane sotto il controllo britannico, al livello economico e sociale degli europei. Gli inglesi crearono un fondo speciale, l’Equatorial Project Board, vi investirono un sacco di quattrini e vi misero a capo un funzionario onestissimo e animato dalle migliori intenzioni. Sessantamila casali furono abbattuti e ricostruiti in modo più razionale sul territorio, maggiormente distanziati gli uni dagli altri per rendere economicamente più produttiva la coltivazione del cotone. A parte che gli azande non avevano mai coltivato il cotone, non sapevano nemmeno cosa fosse, l’errore principale degli inglesi fu di aver dimenticato un elemento fondamentale nella cultura azande: la credenza nella stregoneria. Questa veniva intralciata dalla nuova sistemazione dei casali, troppo isolati gli uni dagli altri. Per un azande qualsiasi cosa negativa che esca dalla normalità della vita quotidiana è opera di uno stregone. Se un uomo si ammala è perché è stato stregato da qualcuno. Ma anche se a un bravo vasaio si rompe il suo manufatto, nonostante egli abbia eseguito, come sempre, il suo lavoro a regola d’arte, c’è di mezzo la stregoneria. E ogni morte è un assassinio, perché non si dà che uno possa morire di morte naturale, senza essere stato prima stregato. Quando accade qualcuno di questi eventi malefici ci si mette perciò subito alla ricerca di colui che li ha provocati. Non esistono infatti stregoni, per così dire, di professione, ma si sa che ci sono uomini che, grazie a una particolare sostanza concentrata nel fegato, sono in grado di danneggiare gli altri, anche a distanza, con l’emanazione dei loro influssi negativi, sia volutamente che inconsciamente. La ricerca dello stregone avviene attraverso gli oracoli che sono di tre tipi in ordine crescente di importanza: l’oracolo delle tavolette di legno, l’oracolo delle termiti, l’oracolo del veleno. Si possono consultare via via tutti e tre ma l’estremo grado di giudizio è l’oracolo del veleno. Colui che si ritiene stregato va dall’oracolo del veleno con un certo numero di polli. Comincia a fare un primo nome del possibile stregone. E lo sceglie fra i suoi vicini. Per due motivi: perché il potere della stregoneria ha un raggio di azione limitato e perché a volerti male non può essere che qualcuno con cui hai avuto a che fare, un litigio, rapporti di inimicizia, invidie. Fatto il nome si dà il veleno al pollo, se questo rimane stecchito il reprobo è stato individuato. Se il pollo si salva, si passa ad altri nomi finché la morte dell’animale darà il responso decisivo, al quale gli Azande credono anche contro ogni evidenza.
La stregoneria presso gli Azande, come per altri popoli che vi credono, ha tre funzioni: psicologica, sociale, politica. 1) Funzione psicologica. Quando a un azande capita una disgrazia può sempre attribuirla a qualcuno e scaricare la rabbia su di lui, il che gli dà un certo sollievo. 2) Funzione sociale. Ad essere accusati di stregoneria, sono i vicini, quelli con cui c’è stata qualche ruggine. E poiché a nessuno piace farsi la fama di stregone ciò fa sì che tutti, in linea di massima, cerchino di comportarsi con i propri vicini nel modo più cortese, affabile e amichevole possibile. La stregoneria è uno strumento per garantire una certa pace sociale. 3) Funzione politica. Fra gli Azande, come presso ogni comunità umana, si possono creare tensioni, rivalità politiche fra gruppi, lotte sotterranee per il potere. Ciò accade ciclicamente, in particolare quando, a causa dell’aumento della popolazione, un villaggio comincia a perdere la propria autosufficienza alimentare e chi ha l’autorità non riesce più a gestire il conflitto politicamente. I due gruppi in lotta cominceranno a scambiarsi reciproche accuse di stregoneria finché, al culmine della tensione, una parte del villaggio se ne stacca e va a vivere altrove, ripristinando l’equilibrio demografico e alimentare, senza scontri cruenti e senza spargimenti di sangue. La diversa sistemazione dei casali data dagli inglesi impediva alla stregoneria di svolgere le sue tradizionali funzioni. Ciò creò nella popolazione un fortissimo malcontento che si indirizzò verso gli Avongara, l’aristocrazia di quella tribù che fino ad allora non aveva mai avuto difficoltà a governare gli Azande, ritenuti comunemente docili, adattabili e soprattutto obbedienti ai loro sovrani nativi, oltre che ospitali, di buon carattere, quasi sempre allegri e socievoli. Gli Avongara erano considerati responsabili di aver aderito al progetto inglese. Ci fu quindi la prima rivolta degli Azande contro i loro capi tradizionali che identificati, agli occhi dei loro sudditi, con una politica sempre più impopolare persero rapidamente ogni autorità. Per cercare di rimediare a una situazione divenuta ingestibile, gli inglesi sostituirono i propri funzionari con amministratori locali, scegliendoli però fra la gente del nord del Sudan che aveva una mentalità diversa dagli Azande perché veniva da regioni relativamente più industrializzate, ma soprattutto perché era di religione musulmana. Ciò provocò la prima guerra fra Sudan del Nord, islamico, e quello del Sud, animista. E di passaggio in passaggio si è arrivati alla drammatica situazione degli ultimi anni.
Ma tutto ebbe inizio da un filantropico, umanitario e illuministico progetto occidentale che voleva solo fare del bene al popolo Azande. Ma si era dimenticato della stregoneria. Le vie dell’Inferno sono lastricate di buone intenzioni.
Il Fatto Quotidiano, 1.2.2026