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L’ironia, l’autoironia, il sarcasmo sono un segno d’intelligenza. Fra ironia e sarcasmo c’è però una bella differenza, l’ironia è dolce ed esprime un certo affetto verso la persona cui è indirizzata, il sarcasmo è violento, tende a ridicolizzare la persona cui è diretto, non a caso in una coppia sadomaso il sadico privilegia il sarcasmo, perché il ridicolo uccide più del fumo.

Alle volte l’autoironia raggiunge vertici tali da confinare con la superbia, cioè il tipo è così sicuro di sé che non gli importa niente di autoflagellarsi, è il caso di Carmelo Bene (“Sono apparso alla Madonna”, “Ma come, mio figlio sono io!” quando nacque suo figlio) ma Carmelo era un genio e i geni esulano da questa ricerca. Mi piace però ricordare un episodio: La giovanissima Elisabetta Pozzi stava lavorando con Carmelo Bene nell’Adelchi, alla fine, come si sa, in teatro il protagonista si presenta al pubblico per ricevere gli applausi. Carmelo disse alla Pozzi: “Vai tu”. Elisabetta si schermì, allora Bene mandò fuori un cane che aveva tutti gli atteggiamenti del protagonista dell’opera. E anche un altro: Una sera, in un salotto romano, ubriaco io, ubriaco lui, tenni testa a Carmelo Bene da mezzanotte alla mattina. Tutto intorno, spettatori, tutti gli invitati stavano ad assistere al match, per me un accredito che valeva quanto la prefazione che Montanelli ha fatto al mio libro Il Conformista. Ebbi l’improntitudine di vantarmi con la mia fidanzata di allora che immediatamente mi lasciò accusandomi di narcisismo e di superbia. Sulla superbia non sono d’accordo, sul narcisismo sì. Da quando ho raggiunto L’Età della Ragione, vedi Sartre, non faccio che parlare di me stesso e questo vale per tutti i miei libri, da Una vita al Dizionario Erotico e, se ci penso, anche quella fu una lezione di vita che riguarda i miei testi, anche quelli più “filosofici”. D’altronde, scrive Nietzsche: “Ogni filosofia è un’autobiografia”.

I filosofi non sono ironici, troppo impegnati a rispondere alle domande di Catalano: chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo? Ad accezione, anche qui, di Nietzsche (“Sono nato postumo”) preso però nella sua forma aforistica, giornalistica.

Negli uomini intelligenti e anche intelligentissimi la mancanza di ironia, sarcasmo, autoironia è legata strettamente alla noia, prendo per esempio Kant e le sue abitudini e la sua vita di una regolarità estrema, oserei dire kantiana. Gli abitanti di Königsberg, quando usciva di casa regolavano gli orologi perché usciva immancabilmente alla stessa ora. Del resto, se se ne ha lo stomaco, si legga “Prolegomeni ad ogni metafisica futura che vorrà presentarsi come scienza”

Nemmeno i grandi scrittori, in linea di massima, sono ironici, non lo è Dostoevskij, concentrato sul dolore del vivere, tanto meno lo è Tolstoj, troppo preso dalla sua religiosità (Resurrezione) e chi è religioso non può essere ironico.

Ironia, autoironia e sarcasmo appartengono alla sfera intellettuale, ma non sono per questo estranei ai ceti popolari. I fiorentini, nel loro parlato abituale, sono ironici e non c’è bisogno di citare Il Vernacoliere.

L’autoironia, a parte il caso Bene, è un segno di modestia, bisogna diffidare delle persone che non posseggono autoironia, in genere la loro superbia sottolinea una mancanza di una sicurezza in se stessi. Tutti i grandi personaggi che ho conosciuto, da Montanelli in su e in giù, non ostentavano la propria modestia. L’autorevolezza ce l’avevano incorporata, allo stesso modo, diciamo così, per cui Gianni Agnelli non aveva bisogno di ostentare la propria ricchezza, ce l’aveva, appunto, incorporata.

Comunque l’indifferenza è peggiore di qualsiasi insulto o sarcasmo, perché nell’insulto e nel sarcasmo c’è comunque un’attenzione. Quest’attenzione ce l’aveva Berlusconi nella sua smania, narcisistica, di piacere a tutti. Cito, anche qui, vedi caso, un episodio che mi riguarda (La Fallaci mi fa una sega). Alle elezioni del 1994 c’era lo scontro fra Berlusconi e Achille Occhetto con la sua “gioiosa macchina da guerra”. Il settimanale Annabella voleva organizzare due interviste affidate a giornalisti antagonisti o di Berlusconi o di Occhetto. Per intervistare Occhetto fu scelto un simpatizzante della destra, mi pare Giordano Bruno Guerri, per Berlusconi la scelta cadde su di me. Dissi alla direttrice, Brunella Gasperini: “Guarda che a me l’intervista a Berlusconi non la darà”. “Ma figurati -- disse Gasperini-- Anna è un giornale femminile e quindi a Berlusconi interessa molto anche il voto e l’interesse delle donne”. Fu concordato che avrei trasmesso le mie domande all’ufficio stampa di Milano e in seguito mi sarei visto con Berlusconi ad Arcore, per tre quarti d’ora circa. Sulle mie domande l’ufficio stampa di Milano non fece obiezioni, le ebbe quello di Roma, soprattutto per questa domanda che ricordo a memoria: “Lei, Presidente, tiene in gran conto l’amicizia, ma che cosa distingue l’amicizia da un rapporto mafioso?”. Naturalmente l’ufficio stampa di Roma tenuto da Paolo Bonaiuti (e anche questo era per me una sorpresa perché quando lavoravamo insieme al Giorno Bonaiuti era più a sinistra di satanasso e mi considerava un fascista) non voleva saperne di quella domanda. “Che importa? -- dissi io—lui, Berlusconi intendo, o chi per lui, ha tutto il tempo per rispondere”. Il Berlusca fu gentilissimo, rispose direttamente al telefono e mi mandò una macchina che mi portasse ad Arcore. In quel breve viaggio, per sondare un po’ il terreno, chiesi all’autista per quale squadra tifasse. Rispose: “Io tifo Inter, ma faccio finta di tenere al Milan. Tutta la servitù si comporta così”. Fu allora che respinsi la proposta di Vittorio Feltri che mi voleva portare al Giornale. Che libertà poteva avere un collaboratore se non poteva nemmeno tifare la propria squadra del cuore? L’intervista uscì e Berlusconi si inalberò per un’annotazione che avevo fatto sul modo di vestire delle sue giovani figlie, una mi pare di ricordare, era Barbara, che era quello che i parvenu credono che vestano i figli dei ricchi. “Sono stato ingenuo, come al solito” disse Berlusconi e mi inviò una furiosa lettera in cui mi dava, come al solito, del “comunista”. Nel pomeriggio mi suonarono alla porta. Era un enorme valet gallonatissimo, in cui come dicevo, Berlusconi mi accusava di tutto. Ma anche questo è un segno di attenzione. Cosa potevo io, peso mosca, di fronte al Presidente di Mediaset? Ma, riprendendo Nietzsche, “il silenzio è peggiore di qualsiasi insulto”. Inutile quasi dire, che poi, quell’intervista non fu mai pubblicata.

Una questione a parte, nel gorgo dei sentimenti che muovono l’animo umano, è quella della permalosità e che riguarda (potevano mancare?) le donne. Ho conosciuto donne ironiche e, anche se meno di frequente, autoironiche, ma nessuna che non fosse permalosa. Se osi dirle che non ha un bel culo sei spacciato, per sempre.

 

Il Fatto Quotidiano, 14.05.2026

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Anche quest’anno non ho celebrato il 25 aprile, giorno che segna simbolicamente la liberazione dall’occupante nazista. Per la verità, anche se sembra un dettaglio ma non lo è, in termini giuridici, gli occupanti non erano i tedeschi con cui avevamo stipulato un’alleanza (che poi quell’alleanza non si dovesse fare e fu uno dei più tragici errori di Mussolini è un altro discorso) bensì proprio gli Alleati. Il mito della Resistenza ha innescato un equivoco non innocente e cioè che fossimo stati noi italiani a riscattarci in libertà. A liberarci sono stati gli Alleati, gli americani, gli inglesi, ma anche i razzisti sudafricani e i neozelandesi perché avevano la sfortuna di far parte del Commonwealth. Se si va al Cemetery War, vicino a San Siro, fra le tante tombe bianche, tutte uguali com’è nello stile degli anglosassoni, se ne trovano 417 appunto di ragazzi di poco più di vent’anni appartenenti al Commonwealth, venuti a morire inutilmente per la libertà d’Europa. Che cosa poteva importare a un ragazzo sudafricano di quello che accadeva a diecimila chilometri di distanza dal suo Paese?

Ho il massimo rispetto dei partigiani, quelli veri. Lo fu, in un modo un po’ singolare, anche mio padre, Benso Fini, membro del Cln del Corriere della Sera che teneva i contatti coi partigiani di montagna col pretesto che lì era sfollata sua moglie, Zenaide Tobiasz, ebrea. Certo non ebbe mai scontri diretti, fisici, il suo ruolo era diverso. Emilio Radius racconta in un suo libro come quest’uomo, dall’aria di impiegatuccio, con spesse lenti, riuscisse a uccellare i fascisti della zona. Indubbiamente, come ho già detto, non ebbe mai scontri fisici, non voglio gabellare mio padre come un eroe della Resistenza, ce ne sono già troppi, ma certamente con una moglie ebrea e i nazisti in casa la sua situazione non era proprio delle più tranquille. Mi piacerebbe restituire questo racconto con le parole dello stesso Radius, ma non riesco più a trovare il libro. Ho una biblioteca di circa 12.000 libri, ma quando debbo consultarne uno per un qualche riscontro non lo trovo mai. Il fatto è che ho troppo libri, mannaggia la miseria.

Il mito della Resistenza ha ingenerato un equivoco, non innocuo, come tutti gli equivoci e cioè che si sia stati noi italiani a riscattarci in libertà, mentre furono gli americani, gli inglesi e gli sfortunati ragazzi che appartenevano al Commonwealth (cosa che ricorda un po’la storia dei nordcoreani chiamati in soccorso da Putin e che, del tutto sprovveduti su un territorio che non conoscevano affatto, sono stati tutti sterminati).

Il 25 aprile assistemmo a una scena molto nota a noi italiani, specialisti, come scrisse Ennio Flaiano, nel “correre in soccorso dei vincitori”. Gli italiani da tutti i fascisti che erano stati, o quasi (solo 13 docenti universitari si rifiutarono di giurare fedeltà al fascismo e persero la cattedra) erano diventati tutti anti fascisti. Mi raccontò Arturo Tofanelli, il giornalista che ha inventato il primo magazine a colori, per lo meno in Italia, che quel fatidico giorno stava viaggiando da Torino a Milano: “Vedevo, ai lati dei binari, il luccicare di quelle che sembravano medaglie, erano i distintivi del Partito fascista di cui si stavano rapidamente liberando”.

La mia infanzia, nel dopoguerra, è stata segnata da ragazzi poco più grandi me che sostenevano di aver partecipato alla Resistenza e mi rimproveravano perché io non l’avevo fatta. Come minimo erano stati tutti “staffette partigiane” (Fallaci compresa, poteva mancare?). E io, nella mia ingenuità, mi dicevo: “Ma quanti messaggi si scambiano questi partigiani?”.

Ma torniamo alla Resistenza, quella vera e quella montata ad arte. A catturare Mussoli, che dopo tanta retorica sulla “bella morte” per la quale molti ragazzi italiani andarono a morire per Salò (anche questo è un segno della nostra classe dirigente che al momento del dunque trova sempre una qualche ragione per svignarsela, vedi il Re e Badoglio che fuggono da Roma lasciandola in balìa dei tedeschi, vedi anche le atroci lettere di Aldo Moro inviate dalla prigione brigatista) fu il partigiano Pedro, alias il conte Pier Luigi Bellini delle Stelle con un’azione audacissima: erano solo sette i partigiani sotto il suo comando, fermò la colonna di trecento tedeschi, che erano sì in fuga, ma armati di tutto punto al comando del colonnello Fallmerayer. Da Milano, per ordine del Cln lombardo, arrivarono a Salò numerosi ‘partigiani’ con divise nuove di zecca, nessuno li aveva mai visti, tanto che Pedro e i suoi sul momento pensarono che fossero fascisti travestiti. Al comando di questo manipolo c’era il ‘colonnello Valerio’, al secolo il ragionier Walter Audisio, che aveva l’ordine di fucilare Mussolini e tutti gli altri gerarchi fascisti che seguivano il Duce in fuga. Valerio si fece consegnare la lista dei gerarchi fascisti, quelli responsabili e quelli meno responsabili e a fianco di ogni nome metteva una croce che significava la condanna a morte per i catturati. Quando arrivò al nome della Petacci mise pure una “X”: “Ma come -- disse Pedro-- vuoi fucilare anche la donna?”. “Sì”. “Allora --rispose Pedro--io ritiro i miei uomini dalla piazza”. In un successivo articolo pubblicato sull’Unità, Valerio si sofferma a lungo su particolari scabrosi, come le mutandine della Petacci. Era talmente volgare quel pezzo che il giorno dopo l’Unità fu costretta a rettificare il tiro. La Petacci, com’è noto, fu fra le persone appese a testa in giù a Piazzale Loreto, ma con la gonna legata perché non le si vedessero le pudenda. C’è qui tutto il cattolicesimo italiano, per cui fucilare la donna era lecito, ma esporre appunto le sue pudenda al pubblico era tabù. Del resto a queste scabrosità i partigiani, o alcuni di essi, non erano alieni. Proprio il giorno della Liberazione fecero sfilare, nude e rasate a zero, le ragazze che erano state coi fascisti, o presunti tali o con i nazisti. E’ proprio questo particolare della rasatura che più fa rabbrividire. Si sa quanta importanza hanno per le donne i capelli e il modo in cui li portano. Non a caso nell’Islam, seguendo la sharia, le donne devono portare il velo e anche da noi, se entrano in chiesa, devono coprire il capo. Così è ancora usanza nel nostro Sud. Non voglio con questo giustificare i massacri che si fanno in Iran contro le donne che non si vestono “adeguatamente”. E’ solo un dato di fatto. Davanti allo scempio di Piazzale Loreto con i corpi impiccati a testa in giù Sandro Pertini, non ancora indementito, esclamò: “L’Insurrezione è disonorata!”. Gli stessi americani, evidentemente molto diversi da quelli di oggi, da quelli di Trump, ne furono scandalizzati e chiesero che i corpi fossero immediatamente portati alla morgue, cioè all’obitorio.

Bellini delle Stelle, ingegnere, fece una normale carriera all’Eni e non lo sentì mai citare l’episodio di cui era stato protagonista, Walter Audisio, per un’azione che somigliava più a quella del boia, divenne parlamentare del Partito Comunista.

Ho raccontato l’apologo del partigiano Pedro a mio figlio e alla fine gli ho chiesto: “Allora, preferiresti essere Pedro o Valerio?”. Hai risposto: “Pedro” e mi ha fatto piacere. Gli ho detto: “Ma tu non puoi sapere, Matteo, che Pedro per comportarsi come si comportò nella vita civile dovette avere molto più coraggio di quando rischiò la pelle combattendo. Perché il vero eroismo non è quello di un giorno, ma quello, quotidiano, difficilissimo, della rinuncia alle lusinghe e alle facili scorciatoie. E’ quello di combattere ad armi impari con chi usa tutti i mezzi per arrivare. E’ quello di accettare, pur di non vendersi, un posto nella vita sociale più modesto di quello che pensiamo ci spetterebbe. Ci vuole una grande forza interiore per essere Pedro. E a maggior ragione ce ne vuole oggi quando chi si comporta con onestà e dignità non ha nemmeno, a differenza d’un tempo, il rispetto del contesto sociale, ma gli tocca anzi subire la commiserazione, se non l’aperto disprezzo dei bari della vita”. Ci vuole una grande forza interiore per essere e restare Pedro.

 

Il Fatto Quotidiano, 09.05.2026

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Sta per essere messo in circolazione un film- documentario sulla vita di Rudy Nureyev, forse il più grande ballerino di tutti i tempi, insieme a Nijinsky (“Poi guardavamo con le facce assenti la grazia innaturale di Nijinsky” Battiato, Prospettiva Nevski). Di Nijinsky, omosessuale come Nureyev, abbiamo però poche immagini perché gli toccò ballare durante il regime sovietico, nonostante a Parigi furoreggiassero i Balletts russes creati da Djagilev nel 1909 e che furono una fucina di ballerini e di sceneggiatori.

La sorte di Nureyev è stata diversa. Già astro nascente del Bolshoi si trovava a Parigi nel 1961 quando Rudy, già famoso per i suoi salti leggendari che lo libravano in aria per quelli che agli spettatori sembravano minuti, come se non avesse peso, fece i tre salti più importanti della sua vita, quando si gettò fra le braccia di un poliziotto francese.

Credo di essere rimasto uno dei pochi in vita ad aver conosciuto Nureyev che, malato di Aids, morì relativamente giovane. Voglio quindi ripercorrere qui questa mia esperienza.

La prima volta che lo vidi danzare fu nel settembre del ’73 alla Scala, in Giselle, con Carla Fracci. Allora Nureyev aveva 35 anni ed era all’apice atletico, un punto delicato e pericoloso perché da quella vetta poteva solo discendere. E infatti quando lo rividi all’inizio dell’estate dell’anno successivo, al Castello Sforzesco, si era già un poco appesantito, i suoi famosi “voli” non erano più così alti, così naturali, così leggeri, così liberi, anche se la sua presenza sulla scena rimaneva quella, magica, di sempre. Era una questione di quel fattore misterioso che si chiama carisma che alcuni uomini hanno e altri no.

Ma torniamo alla sera del 1973, alla Scala, quando Nureyev era al massimo. Per la verità lo spettacolo, per tutto il primo atto e una buona porzione del secondo, era scivolato via senza grosse emozioni. C’erano stati sì i virtuosismi, solo impercettibilmente leziosi, di Carla Fracci e le prodezze atletiche di due giovani ballerini, ma parte del pubblico, quella che non conosce ogni risvolto del balletto, era rimasta delusa. Il grosso pubblico era venuto infatti per Nureyev e lui fino a metà del secondo atto aveva fatto poco, qualche passettino senza impegno, due o tre dei suoi famosi voli e niente più. “Tutto qui?” avevo pensato e questo pensiero, certo, era venuto anche ad altri. Ma verso la metà del secondo tempo dell’opera di Adam, Carla Fracci, il secondo ballerino e il bravissimo corpo di ballo erano spariti dietro le quinte e avevano lasciato Nureyev solo sulla scena. E Nureyev, per quattro-cinque minuti non di più, aveva ballato, solo, la tunica bianca sullo sfondo nero del bosco cupo delle Willi. Alla fine di quella danza, breve e forsennata, Nureyev si era immobilizzato sulle punte al centro della scena. Ci fu un attimo di silenzio. Poi dal loggione una voce gridò: “Dio!”. E venne giù la Scala.

Questo Dio della danza me lo trovai davanti due mesi dopo, una mattina di novembre, mentre una pioggia fitta e leggera assassinava Londra, seduto di fronte a me. Io ero molto teso. Nureyev era impegnato nelle prove del Meriggio di un fauno, nel pomeriggio aveva un altro spettacolo, l’appuntamento era stato fissato a metà, in modo confuso e temevo la fama di scontrosità e sgarberia che Nureyev si portava dietro, la sua pubblicizzata arroganza. E invece fu non direi gentile, che non sarebbe la parola esatta, ma affettuoso e addirittura indifeso. Forse aveva funzionato l’ingenuo trucco di portare con me, con la scusa di farle fare da interprete, mia madre, che è russa. Nureyev si era intenerito e i due avevano cominciato a parlare fitto della Grande Madre Russia, degli infiniti spazi, della neve, della tundra, insomma delle cose che entrambi si erano lasciati alle spalle da moltissimi anni. Ma la mossa di portar mia madre si era rivelata anche un’arma a doppio taglio. Purtroppo io conosco male il russo ma quel tanto che basta per capire che mia madre delle risposte di Nureyev riferiva solo ciò che le garbava e in modo del tutto arbitrario, il che è tipicamente russo e che modificava anche il tono delle domande che io volevo un po’ aggressive e che lei invece addolciva. Quando poi chiesi a Nureyev dei suoi rapporti con le donne mia madre si rifiutò di porre la domanda, le pareva sconveniente chiedere certe cose al “caro Rudy”. Lo conosceva da meno di mezz’ora ed era già diventato il “caro Rudy”. Fui costretto a bypassarla, a uscire dal gioco e a rivolgermi a Nureyev in inglese. Del resto lui sapeva tutte le lingue e comprendeva anche un poco di italiano che spiccicava male ma capiva benissimo. Sulle donne Nureyev, che fin lì aveva parlato in gran libertà della sua infanzia, del suo carattere, della vodka, del bere, del suo primo maestro, Alessandro Puškin, di Fokine e Balanchine, di Roland Petit e di Petipa, di Ashton e di Jerome Robbins, fu evasivo o, se si vuole, anche troppo esplicito. Disse: “Le donne sono esseri inquietanti, forti come dei marinai. Vogliono distruggere e fiaccare l’uomo. Ma non sono cose di cui ho voglia di discutere in questo momento. Parliamo, se vuole, delle donne che conosco meglio, delle ballerine. Ho una grande ammirazione per Margot Fontaine”. Naturalmente io sapevo benissimo dell’omosessualità di Nureyev. Perché era un fatto notorio e perché ne avevo avuto, per così dire, una conoscenza diretta. Nel luglio del ’67 mi trovavo in una villa di Montecarlo a una festa di “ragazzi così”, come si chiamavano allora, fra di loro, in codice, gli omosessuali del jet set. A quell’epoca avevo poco più di vent’anni ed ero preda di una sorta di demonismo, mi piaceva frequentare gli ambienti “proibiti”: omosessuali, drogati, alcolizzati e, all’occorrenza, anche un po’ di mala. Recitavo la parte dell’angelo che scherza col fuoco senza bruciarsi le ali. A ogni buon conto in quella villa di Montecarlo c’era, quella notte, tutta l’internazionale degli invertiti. E a un certo punto era arrivato anche Nureyev, molto su di giri. Era in una di quelle notti in cui, come mi avrebbe detto anni dopo, gli piaceva “stare insieme alla gente, parlare, ridere, cantare e scherzare”. Ce ne erano invece altre in cui andava a rincantucciarsi, solo, da qualche parte o a disperdersi e dissiparsi chissà dove. In suo onore la vodka correva e molti bicchieri, dopo essere stati tracannati, furono, all’uso russo, buttati alle spalle, possibilmente contro gli specchi della lussuosa villa. A un certo punto Nureyev afferrò un bellissimo ragazzo, un biondino, un italiano e lo trascinò in una danza vorticosa. Subito dopo i due scomparvero nelle stanze superiori della villa.

Il Nureyev che sorseggiava caffellatte, ne bevve cinque o sei tazze, nel ridotto bar del Covent Garden era molto meno inquietante. Ma pure a riposo, infagottato in quel goffo pigiamone che si era messo, si avvertiva in lui una sorta di magnetismo animale, una presenza fortissima. Era come una tigre cucciolona ma pronta a raccogliersi, in qualsiasi momento, per spiccare il balzo. Sugli occhi, di un colore indefinibile, galleggiavano mille piccole fiammelle dorate, ma sul fondo si avvertiva qualcosa di duro, di maniacale. Nella nostra conversazione il demone che dormiva in lui venne fuori, per un attimo, solo verso la fine quando gli chiesi che cosa voleva dire per lui, nato povero, essere diventato un uomo ricchissimo. Rudy fece una specie di balzo, il suo largo busto si erse sopra di me, dagli occhi, che erano diventati due strette fessure, mi mandò un lungo sguardo obliquo e disse, con quella sua strana voce cantante e badando bene a scandire le parole: “I am rich of talent”. Ma si ricompose subito, lo sguardo si velò di ironia: “Sì, io sono stato un ragazzo povero e so cosa vuol dire vivere con duecento grammi di pane al giorno. E mi fa piacere, ora, avere del denaro. Soprattutto perché senza denaro ci si può trovare, a volte, in situazioni abiette, terribilmente volgari. E io odio tutto questo. Ma non sono i soldi che contano. I soldi passano e restiamo noi, con quello che ci portiamo dentro. La nostra povertà e la nostra ricchezza sta tutta in noi”. E aggiunse, senza che io lo avessi ulteriormente stuzzicato: “Anche il successo passa. Quando avrò finito, quando non potrò più danzare, quando le gambe si saranno fatte legnose, quando il pubblico non mi amerà più, è solo su di me, su ciò che ho dentro, che potrò contare”.

Nureyev è stato molto amato, dalle donne, ma, oserei dire, soprattutto dagli uomini. Perché, ammettiamolo, Nureyev consentiva a quel poco o a quel tanto di omosessualità che c’è in ciascuno di noi di manifestarsi senza compromettersi troppo. Era così bello, così affascinante, così singolare, così campione che ammirarlo, amarlo, adorarlo era lecito anche a un uomo. Nureyev non è stato solo il Dio della danza. E’ stato il Dio della bellezza. E’ stato il Dio della giovinezza. Per questo ci ha fatto male al cuore vederlo ripreso, in una delle sue ultime apparizioni pubbliche, accasciato sulla sedia, inerte. Non c’era più nulla, nemmeno nello sguardo, dell’affascinante, orgoglioso, prepotente ragazzo che era stato. E io preferisco ricordarlo in quella sera di fine estate di tanti anni fa alla Scala, quando ballò solo, sprezzante verso il mondo intero, a cominciare dal pubblico adorante, compreso solo della propria arte, e un tale, interpretando ciò che in quel momento tutti sentivamo, gridò: “Dio!”.

 

 

Il Fatto Quotidiano, 05.05.2026