E’ di qualche giorno fa l’assassinio a sangue freddo, a Minneapolis, da parte di un agente dell’ICE, Immigration and Customs Enforcement, di una cittadina americana, Renee Nicole Good. Trump si è affrettato ad affermare che si è trattato di “legittima difesa”. Questa versione non ha convinto nemmeno il sindaco di Minneapolis, Jacob Frey, che ha sostanzialmente affermato che l’Ice deve andarsene fuori dai coglioni. Quali le colpe della Good? Cercare di aiutare la comunità somala, circa ottantamila persone, una delle comunità più estese non solo negli Stati Uniti ma in tutto il mondo, già definita da Trump “spazzatura”. E queste aggressioni fisiche e verbali avranno presto conseguenze perché in Somalia, alle spalle di una posticcia presidenza sponsorizzata dall’Etiopia, governano di fatto gli Al-Shabaab che hanno giurato fedeltà all’Isis.
Gli omicidi in America sono 4.9 ogni 100.000 abitanti, In Italia 0.7 ogni 100.000 abitanti. Negli Usa più della metà della popolazione fa uso abituale di psicofarmaci, cioè un americano su due non sta bene nella propria pelle. Negli Stati Uniti non esiste una sanità pubblica, in compenso gli Usa hanno un debito complessivo di 38 trilioni di dollari solo sugli interessi dei debiti pregressi, non pagati e che non pagheranno mai. Perché “alla lunga i debiti non vengono pagati” come scrive Vittorio Mathieu in Filosofia del denaro del 1985. Infatti i ricchi, che sanno maneggiare il denaro, hanno più debiti che crediti. Chi paga questi debiti? Il risparmiatore che è il fesso istituzionale del sistema del denaro, Il denaro <<Sterco del demonio>>, 2003. Di qui le spaventose sperequazioni sociali. Oggi i Dik Dik non canterebbero “ti sogno California e un giorno io verrò” (Sognando la California, 1966). Se ci andassero troverebbero ai confini di quel governatorato decine di migliaia di homeless che inalberano un cartello: “Siete arrivati nello Stato più ricco del mondo”.
Intanto Trump continua nella sua politica di aggressione, dopo il Venezuela c’è nel mirino la Colombia e ora anche il Messico. Poi c’è l’Iran, perennemente sotto attacco, dove si vorrebbe che tornassero gli eredi dello Scià. Dimenticando che quella dello Scià era una dittatura feroce a favore dei ricchi e dei ricchissimi e a danno dei poveri, che operava attraverso la Savak, la polizia segreta più feroce del Medio Oriente, il che è tutto dire.
La Rivoluzione Khomeinista, oltre che religiosa, fu una “guerra di popolo”, secondo la definizione di von Clausewitz, che fu possibile grazie al potente senso identitario che gli iraniani hanno, per cui se gli Stati Uniti dovessero attaccare direttamente l’Iran (per ora lo hanno fatto attraverso i loro servi del Golfo, Iraq e Israele) gli iraniani si ricompatterebbero superando le proprie divisioni interne, dovute più che alla questione del chador, che pur esiste, alla drammatica situazione economica del Paese, sotto embargo degli americani e dei Paesi al loro servizio da decenni. Quando presidente dell’Eni era Enrico Mattei l’Eni aveva ottimi rapporti con le aziende iraniane, tutto quest’ottimo lavoro del grande Enrico è stato furtato da Giorgia Meloni che si è permessa di chiamare “Piani Mattei” i suoi propositi di rapina, in questo caso soprattutto ai Paesi africani. Ad un certo punto gli americani pretesero che l’Italia rompesse i suoi rapporti economici e non solo economici con Teheran. Oggi la presenza dell’Eni in Iran è del tutto insignificante.
A parte il fatto che l’Iran non ha mai attaccato nessuno, è semmai stato attaccato, non si capisce l’Iran se non si considera che è l’Antica Persia. E’ proprio questo legame atavico che rende compatto questo grande Paese di cento milioni di abitanti. Persino i pasdaran, che l’avevano combattuto fino a rovesciarlo, avevano rispetto per lo Scià. Perché era persiano.
Non si comprende se sia la violenza interna degli Stati Uniti a favorire quella esterna o viceversa. Adesso Trump vuole impadronirsi, con le buone o con le cattive, della Groenlandia, terre di ghiacciai del tutto inospitale, come ha sostenuto Feltri; peccato che in Groenlandia vivano da sempre gli Inuit, un’antichissima etnia che partecipava al Kula, cioè ‘il ciclo del dono’ secondo Marcell Mauss (Saggio sul dono, 1923). Un ingresso americano in Groenlandia, in qualsiasi forma, distruggerebbe gli Inuit, le loro tradizioni, i loro costumi. Con tanti saluti alla biodiversità.
Ma la questione principale non è neppur questa, per quanto importante. Un attacco alla Groenlandia sarebbe un attacco all’Europa perché fa parte del regno di Danimarca, cioè dell’UE (“C’è del marcio nel regno di Danimarca” fa dire Shakespeare ad Amleto, solo che oggi il ‘marcio’ è in un altro regno, del tutto diverso, quello dei gloriosi United States of America).
E quindi l’Europa, che finora ha balbettato su tutto, sull’aggressione al Venezuela, sulla minaccia di far fare alla Colombia la fine del Venezuela e ora sul Messico, in questo caso non può più restare indifferente.
Si è svegliato Emmanuel Macron che riprendendo un concetto espresso anni fa da Angela Merkel (“gli americani non sono più i nostri amici di un tempo, dobbiamo imparare a difenderci da soli”) ha affermato: “Gli Usa si stanno allontanando dai loro alleati tradizionali; si stanno svincolando dalle regole internazionali che prima promuovevano; c’è una sorta di aggressività neocoloniale nella loro condotta globale”. Se si va a ben vedere, Merkel a parte, sono gli stessi concetti espressi da Maduro. Insomma, gli Stati Uniti non sono più i nostri alleati, sono i nostri veri nemici.
In questo mondo globalizzato, dove domina il diritto della forza e le organizzazioni internazionali, Onu in testa, non contano più nulla (Israele ha vietato l’ingresso a 37 organizzazioni che trasportano aiuti umanitari, tra cui Medici Senza Frontiere, noto covo di terroristi) è necessario che l’Europa si riarmi. Con che soldi? Quelli che sono stati spesi (200 miliardi) per aiutare l’Ucraina in una guerra alla Russia già abbondantemente persa, un concetto espresso anche nel periodo della guerra ai Talebani dal generale McCrhrystal che giudicava assurdo aver speso 10 mila miliardi di dollari per una guerra che continuava a consumare risorse e vite senza risolvere la situazione. In linea di massima i militari sono più prudenti dei politici perché tocca poi a loro sbrigliare la matassa. Prudente fu anche il primo Donald Trump che ordinò il ritiro dall’Afghanistan dei soldati americani e di tutti quei Paesi, Italia compresa, che avevano partecipato alla missione Resolute Support Mission. Il ritiro fu poi organizzato da Biden nel più disastroso dei modi (l’ambasciatore italiano in Afghanistan fu il primo squagliarsela).
Il riarmo europeo passa innanzitutto per il riarmo della Germania. E’ inconcepibile che alla Germania, il Paese più importante d’Europa, sia fatto divieto di avere l’Atomica in base a un trattato del 1990. Ma i trattati sono validi rebus sic stantibus, cioè finché le cose stanno così e dal 1990 molta acqua è passata sotto i ponti. A parte le grandi potenze, Stati Uniti, Russia, Cina, l’Atomica ce l’hanno Israele, il Pakistan, la Corea del Nord. E’ ovvio che la Bomba serve solo come deterrente e molto efficace visto che Israele, Pakistan e nemmeno l’odiatissima Corea del Nord di quel gonfio di Kim Jong-un sono stati mai attaccati.
Per fermare l’aggressività degli yankee, dei gringos, ci sarebbe però un sistema molto più dissuasivo, creare una Nato con gli stessi diritti e obblighi che la Nato pone all’Articolo 5 nel caso che uno dei Paesi aderenti sia attaccato, ma con protagonisti del tutto diversi: Unione Europea, Serbia, Brasile, Colombia, Cuba e tutti gli altri Stati sudamericani o centroamericani che volessero aderirvi, India, Giappone, Sudafrica, Iran, cioè oltre la metà della popolazione mondiale. E’ un progetto troppo futuribile? Può darsi.
Per ora ci accontentiamo della voglia di riscatto dei somali, cioè ci affidiamo ancora, e sempre, all’Isis.
Il Fatto Quotidiano, 16.01.2026
Avevo scritto, qualche giorno fa, che la decisione del governo danese, che sarà presto imitata da altri Stati, di non spedire più lettere scritte, avrebbe aumentato e più incarognito la pletora degli haters, professionisti o dilettanti. Detto fatto. Su Facebook e su X, dove scrive il collaboratore del Foglio, Luciano Capone, è comparsa questa prosa: “Mai abbassare la guardia sulle derive della sinistra, ma mai sottovalutare i deliri dei nazisti, quelli veri, come Massimo Fini. Ovviamente, a dargli spazio la fogna diretta dal Travaglio delle puttanate.”. Darmi contemporaneamente dell’estremista di sinistra e del nazista non mi pare proprio il massimo della coerenza. La mia giovane segretaria mi ha detto: “Perché non quereli, che fai un mucchio di soldi?”. Ho risposto: “A parte un caso, non voluto da me, nella mia vita non ho mai querelato nessuno, perdo troppo tempo a lavorare per avere anche quello di difendere la mia persona e il mio lavoro”. Non ho querelato nemmeno il Congresso Internazionale Ebraico che mi ha inserito in una simpatica lista con Hitler, Himmler, Goebbels. Penso però che questi compilatori di liste di proscrizione sillane dovrebbero essere un po’ più attenti quando scelgono i loro bersagli. Mia madre, Zenaide Tobiastz, ebrea russa, durante la Seconda guerra mondiale ha perso tutti i parenti della linea femminile, padre, madre, la sorella Anja, zii, cugini, nipoti, perché i kulaki e i contadini russi difesero con le unghie e con i denti la loro terra, a maggior gloria di Stalin che li aveva sterminati a milioni.
Nella mia vita di ‘irregolare’ sono stato osteggiato in vari modi, diretti, per esempio quando la mia trasmissione Cyrano fu annullata all’ultimo momento, senza che i dirigenti Rai l’avessero vista (che poi la pièce l’abbia portata a teatro e mi sia divertito moltissimo è un altro discorso) ma più spesso indiretti. Come? Nella maniera segnalata da Indro Montanelli nella prefazione al mio libro Il Conformista, di cui riproduco qui il finale: “Non sta al gioco. Perfino nella scelta del titolo di questo libro non ha voluto adeguarsi al conformismo dell’anticonformismo, e ha preferito chiamarlo e chiamarsi Il Conformista. Gliela faranno pagare calando su di lui una coltre di silenzio: da quando i roghi non usano più, è la sorte che attende i conformisti che non si conformano”.
A proposito della “coltre di silenzio”, di cui parla Indro, cito qui qualche esempio, fra i tantissimi che potrei utilizzare e di cui una sintesi molto parziale è raccolta nell’articolo “Papà, non esisti”, pubblicato anch’esso sul Conformista.
Quando moriva un grande personaggio dello spettacolo Tomaso Giglio, il direttore dell’Europeo, mi dava il compito di ricostruirne la figura attraverso le persone che lo avevano conosciuto. Non era una cosa semplice. Perché in tre, quattro giorni, dovevo avvicinare personaggi famosi non usi a darsi o ripescare amici d’infanzia la cui memoria si era persa nel tempo. Per Anna Magnani sentii Vittorio De Sica, Sergio Amidei, Colette Rosselli, Raffaele Jacchia, Franco Monicelli, Franco Zeffirelli, Checco Rissone, Mario Mattioli, Ercole Graziadei, Luigi Comencini, Alessandro Blasetti, Alberto Sordi, Carlo Ponti, Ermanno Olmi, Suso Cecchi D’Amico. Per me era particolarmente importante sentire Suso, perché aveva assistito Anna negli ultimi giorni della sua atroce agonia. Telefonai a Suso ma, sia pur garbatamente, si rifiutò di parlarmi, la avvicinai al funerale, ma ricevetti un altro rifiuto, era troppo sconvolta per la morte dell’amica. Sapevo che la D’Amico, dopo il funerale, si era rifugiata nella sua casa a Castiglioncello, sulla costa toscana. E proprio mentre, dopo aver completato le altre interviste, facevo in macchina la lunga strada che da Roma conduce a Castiglioncello, rimuginavo, fra me e me, come rendere efficacemente il bellissimo flash che De Sica mi aveva fornito del suo primo incontro con la Magnani, un incontro che non era stato con lei, fisicamente, ma con la sua straordinaria risata, sentita al di là di una parete. Quando arrivai davanti al cancello della villa della D’Amico, dopo sei ore di macchina, nella mia mente avevo ricostruito così quell’episodio raccontatomi da De Sica:” Ero steso sul letto a crepare di freddo e di fame, quando sentii venir dalla cucina, attraverso i muri, una risata. Era una risata forte, prepotente e dolorosa, una risata quasi feroce che mi ferì i timpani e il cuore”. Poi suonai alla villa dei D’Amico e Suso, colpita forse dalla mia ostinazione, questa volta non si negò, fu gentilissima, mi ospitò a cena e mi raccontò tutto quello che mi interessava sapere.
Ora sfoglio la biografia di Anna Magnani che Patrizia Carrano ha scritto per l’editore Rizzoli e trovo che ha utilizzato per intero, distribuendole in varie parti del libro, le interviste che, per l’Europeo feci a vari amici di Anna Magnani. Guardo nella lunga lista di ringraziamenti che la Carrano prefà al libro: non ci sono. Guardo nello sterminato “indice dei nomi”: il mio non c’è. Ora quelle parole, che De Sica non pronunciò mai, le trovo nel libro di Patrizia Carrano, come se insieme a quelle di Suso e di tutti gli altri, fossero state dette a lei e da lei elaborate. Del mio lavoro non c’è traccia. Quelle parole che Vittorio De Sica, Sergio Amidei, Colette Rosselli, Raffaele Jacchia, Franco Monicelli, Franco Zeffirelli, Suso Cecchi D’Amico dissero a me risultano dette a nessuno o a Patrizia Carrano.
Mi andò meglio con Luchino Visconti, di cui Giglio mi aveva chiesto pure un ritratto. Un pomeriggio tardo mi telefona Violante Visconti e mi dice: “Ma come, non querela Gaia Servadio?”. “Perché mai?” chiesi. “Perché la Servadio in un suo libro dedicato a Luchino copia integralmente le sue interviste e, là dove non copia, è una serqua di pettegolezzi vergognosi pescati chissà dove”. “Non ho tempo di seguire i cialtroni”. Lei disse: “Lo faccia per me”. Violante aveva una bella voce affannata, un nome inconsueto, un cognome importante, la immaginai stupenda e le promisi che avrei mandato avanti la cosa. Il libro della Servadio fu sequestrato per plagio e la casa editrice, Mondadori, dovette sborsare un bel po’ di quattrini, 30 milioni di lire se non ricordo male.
Bisogna anche dire che questi personaggi che sfruttano ed usurpano il lavoro altrui, anche per farsi pubblicità, non fanno mai una bella fine. Chi si ricorda più di Gaia Servadio? Chi si ricorda più di Patrizia Carrano? Ho un’immagine di lei, a cavalcioni in modo provocante su un banco di scuola, che se la dà da leader femminista. Ma la ricordo solo io, perché ebbi sfortunatamente a che fare con quell’usurpatrice.
Il Fatto Quotidiano, 13.01.206
Da mesi avvertivo, nel totale disinteresse, che la situazione venezuelana sarebbe precipitata col coinvolgimento di altri Stati e di altre forze non direttamente collegate con Caracas.
Ma perché nessuno mi ascolta mai? Eppure nel mio lavoro di modesto Nostradamus ho sempre visto giusto. Per anni, in una serie infinita di articoli, avevo previsto che i talebani avrebbero ripreso Kabul e i talebani, sia pur mettendoci vent’anni, hanno ripreso Kabul. Nei primi anni Ottanta, in una lettera aperta a Claudio Martelli, allora vicesegretario del Psi, avevo previsto che quel partito sarebbe stato spazzato via, non tanto per la linea politica, ma per la inesausta attività di corruzione dei suoi principali protagonisti, Martelli compreso, che uscii dai guai per la mazzetta del Conto Protezione restituendo circa 800 milioni di lire, una cifra che io non ho guadagnato nella mia intera vita di lavoro. Poi arrivò Mani Pulite e il Psi fu spazzato via dalla faccia della terra. Non è colpa dei magistrati di Mani Pulite se le loro indagini si concentrarono soprattutto su Milano e dintorni, il fatto è che altre Procure furono neghittose o non altrettanto solerti. Prendiamo Venezia. Il Pm era Carlo Nordio, l’attuale cosiddetto Ministro della Giustizia. Nel periodo del suo mandato furono registrati pochissimi casi di corruzione o di concussione. Possibile che a Venezia fossero tutti onesti? E questo è uno dei motivi, di pura invidia, per cui Nordio ce l’ha a morte coi magistrati, inviando ispezioni per ogni dove, perché lui il Pm non lo seppe o non lo volle fare.
Ma ripartiamo dal Venezuela. La donna che ha sostituito Maduro, l’avvocato Delcy Rodríguez, non piace agli americani, che stando alle minacce di Trump, le vorrebbero far fare la fine di Maduro e anche peggio. Trump, bontà sua, ma nemmeno questo è certo, ha escluso che il nuovo presidente del Venezuela sia un americano. Ha anche affermato che il petrolio venezuelano gli serve per la ricostruzione dello stesso Venezuela. Cioè, prima si distrugge un Paese, poi ci si appropria dei vantaggi della ricostruzione con i soldi di quel Paese.
Intanto Trump procede imperterrito, minaccia di far fare alla Colombia la stessa fine del Venezuela, questo dopo aver già attaccato, con un pretesto risibile, la Nigeria. Poi c’è l’Iran e c’è, naturalmente, Cuba che non può essere attaccata direttamente, ma che Trump pensa di poter strangolare perché non le arriverà più il petrolio venezuelano.
I Paesi latino-americani, a cominciare dal Brasile di Lula, sono in allarme perché il progetto di Trump è molto più ampio ed è di estirpare il cosiddetto “socialismo bolivariano”. Infine c’è la Groenlandia, di cui Trump vuole impossessarsi o su cui vuole comunque mettere il cappello per motivi “di sicurezza nazionale”, la sua e degli Stati Uniti, naturalmente.
Trump sembra essere preso da quello che, in termini medici, si chiama “marasma senile” o “delirio psicomotorio”. Ricorda l’Hitler del film di Chaplin che gioca a palla con un mappamondo. Solo che il mappamondo di Hitler era limitato ai Paesi di cultura tedesca europei (Austria, Sudeti, Cechia) mentre il mappamondo di Trump contiene il mondo intero.
Mentre Russia, Cina, Spagna hanno condannato senza mezzi termini le operazioni americane in Venezuela e dintorni, Giorgia Meloni ha affermato che l’aggressione americana è “legittima”. Riusciamo sempre a essere, fra i servi, i più servi.
Non escluderei nemmeno che, in questo grande gioco di scacchi, rientri anche il linciaggio mediatico cui sono sottoposto io in questi giorni. L’accusa è che sarei un “nazista”. A parer mio i nazisti, oggi, sono altri. Particolarmente preoccupante è che a queste palabras, che coinvolgono anche Travaglio, dia spazio e voce un giornale come Open, fondato e diretto da un giornalista prestigioso come Enrico Mentana, convertito alla religione cattolica ma di cultura ebraica. Ma su questo argomento tornerò nei prossimi giorni, se mi sarà dato.
Contro questa strapotenza yankee alcune cose si possono fare. Le indico non in ordine di importanza. 1) Il Comitato Internazionale Olimpico (Cio) dovrebbe interdire i giochi olimpici agli Stati Uniti, come è stato fatto per la Russia di Putin. 2) La Corte Penale Internazionale per “crimini di guerra” (Cpi) dovrebbe mettere sotto accusa Trump, come già stato fatto con Putin e Netanyahu. E’ vero che la Russia, l’Ucraina, lo stesso Israele non riconoscono questo Tribunale, per non dire degli americani (loro, si sa, crimini non ne commettono mai). Però un’incriminazione della Cpi impedirebbe a Trump di svolazzare impunemente tra Mar-a-Lago e l’Europa, come già è per Putin e Netanyahu. Questo almeno in teoria perché, per quanto riguarda l’Italia, Matteo Salvini ha dichiarato che accoglierebbe Netanyahu a braccia aperte. 3) Via le basi americane, alcune nucleari, sparse un po’ per tutta l’Europa, in particolare in Germania ma anche in Italia. Si potrebbe fare? Secondo me sì, con un’azione di forza, togliendo l’impunità di fatto di cui godono i militari americani che vivono in un regime di extraterritorialità. Sarebbe uno scontro di terra e quindi gli americani non potrebbero far uso della Bomba perché se la getterebbero sui piedi. Qualcuno ricorderà, forse, il pilota rambo yankee che, volendo fare il fenomeno, tagliò le funi della funivia del Cermis (20 morti). E’ ritornato in America e non risulta che sia stato condannato. Idem per le ragazze napoletane stuprate da militari americani di base nel capoluogo campano. 4) Fogli di via per le aziende americane basate in Italia con conseguente ritiro delle aziende italiane che operano negli Stati Uniti (Cottarelli ci dirà se è per l’Italia un’operazione in pura perdita ma anche no). 5) Espulsione immediata di tutti i cittadini americani che si trovano attualmente in Italia, sia che ne abbiano la residenza sia che siano qui per turismo. Gli americani sono più pericolosi dei libici o dei marocchini o dei tunisini che intendono entrare clandestinamente in Italia e la cui strada viene regolarmente sbarrata dai niet di Salvini e di tutti gli antropologicamente razzisti nostrani, Feltri docet.
In Italia, ad onta di Giorgia Meloni, sono nate organizzazioni e comitati “pro Maduro”. Manifestazioni organizzate, in genere, dai disprezzatissimi “maranza” e “pro Pal”.
Ma non saremo certamente noi europei, divisi su tutto tranne che sul tappo alle bottigliette d’acqua, a bloccare l’egemonia americana nel mondo. Sarà la Cina. O, forse, anche l’Isis (e sono proprio queste mie dichiarazioni pro Isis quelle che più hanno scandalizzato le “anime belle”). Se Isis comincia a colpire a New York i locali del divertimento, come fece in Europa nel 2015, forse il cittadino medio americano, che di quei posti è il frequentatore, comincerà a pensare che la politica di Trump non è proprio l’ideale.
L’Isis è una sorta di contro specchio dell’Occidente, come l’Occidente vuole imporre a tutto il mondo i propri valori, l’Isis vuole imporre i suoi. Ma, dirà il lettore, l’Isis è un’organizzazione terroristica e agli occhi dell’Occidente rappresenta il Male di tutti i mali. Ma io preferirò sempre un Male che si presenta come tale ad un Bene Assoluto che fa le stesse cose del Male, mascherandosi però dietro le sacre parole di libertà, democrazia, dignità. Gli Isis mettono in gioco il loro corpo e la loro vita, non droni, non strangolamenti economici, non sotterfugi di ogni genere per nascondere, direbbe Nietzsche, la propria “volontà di potenza”.
Come vorrei che la mia rabbia e il mio disgusto fossero anche di tutte le brave e oneste persone che lavorano sodo in un sistema che le stritola. Forse la loro rivolta basterebbe per rovesciare il tavolo. Senza bisogno dell’Isis.
Il Fatto Quotidiano, 7.1.2026