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Negli anni Settanta erano di moda le “piste nere”. All’indomani della strage di Piazza Fontana il Sid, e con esso il giornalismo e la Magistratura (Mani Pulite era di là da venire), aveva puntato il dito contro gli anarchici. Valpreda, è bene ricordarlo agli pseudo garantisti di oggi, fece quattro anni di galera senza processo e nessuna voce si levò contro questa indecenza, anzi sul Corriere d’Informazione Vittorio Notarnicola scrisse che il morbo di Buerger di cui Valpreda, ex ballerino, era affetto, era un sicuro segno della sua colpevolezza. Valpreda, quando finalmente si fece il processo, risultò del tutto estraneo alla strage di Piazza Fontana. Questo era il clima. Ma, messa alle spalle Piazza Fontana, il Sistema aveva cambiato obiettivo: i colpevoli dovevano essere cercati necessariamente a destra, da qui il nome “piste nere”. Vi racconto, per farvi sorridere invece che piangere, come lavoravano gli uomini del Sid. C’era la famosa spia Guido Giannettini. Come lavorava Giannettini? Forniva un dettaglio, raccattato chissà dove, di un’inchiesta. I miei colleghi dell’Europeo, Corrado Incerti e Sandro Tolenghi, che seguivano le “piste nere”, vi ricamavano sopra. Essendo uscita la notizia sui giornali Giannettini vi ricamava sopra ulteriormente. Insomma, la famosa spia Giannettini non faceva un beato cazzo. Il capitano, La Bruna, che ebbi modo di conoscere, non era di un livello diverso. Anche io fui vittima di questa inadeguatezza dei nostri Servizi segreti. Un giorno mi telefona l’ispettore Cascioppo per dirmi che voleva incontrarmi. “Bene – dissi io- venga a trovarmi a casa”. “Eh no, siamo la Digos, è lei che deve venire in questura”. Andai quindi al quarto piano di Via Fatebenefratelli. Ci andai con una certa tremarella perché quando si entra in un certo circuito si sa dove si comincia, ma non dove si va a finire. Ma l’involontario e inquietante sopralluogo non si rivelò inutile: potei affacciarmi alla finestra da cui l’anarchico Pino Pinelli, che era un anarchico mite, del tutto teorico, come sono spesso gli anarchici (“Una storia quasi soltanto mia”, Licia Pinelli e Piero Scaramucci) si sarebbe buttato giù urlando “E’ la fine dell’anarchia!”. Ebbene il davanzale della finestra era così alto che nemmeno con un balzo Pinelli, che aveva allora 69 anni, avrebbe potuto scavalcarlo. Era stato buttato giù. Luigi Calabresi, accusato per anni, fu invece scagionato perché in quel momento non era presente nella stanza.

Ma torniamo a Cascioppo. Mi fece vedere una serie di documenti anonimi da cui risultava che io e altri due colleghi dell’Avanti!, Marco Sassano e, mi pare, Roberto Pesenti, avevamo avuto contatti con elementi sovversivi dell’estrema destra. Peccato che allora io non lavorassi più da anni per l’Avanti!, ero all’Europeo.

Cascioppo, prima di arrivare al dunque, a ciò che effettivamente gli interessava, cioè i miei contatti con questo gruppuscolo eversivo di estrema destra, fece vari giri. Io aspettavo con la tremarella di sapere, con precisione, di che cosa mai fossi accusato. Gli investigatori fanno sempre così: c’è il ‘poliziotto buono’ che ti tratta con cortesia e quello ‘cattivo’, che appena può ti mette le mani addosso, come accadde al povero Pino Pinelli.

Cambiando per un attimo direzione, era lo stesso rapporto che c’era fra Berlusconi e Confalonieri. Confalonieri faceva la parte del ‘poliziotto buono’, Berlusconi, appena ne aveva il destro, ti querelava. Peccato che i suoi eredi, da Marina a Paolo in giù, mi abbiano intentato una causa da cui sono usciti sconfitti. Per cui secondo la sentenza della corte d’appello civile di Roma del 15 agosto è oggi possibile e legittimo definire Berlusconi “delinquente”, “terrorista”, “malavitoso”, “pregiudicato”, “mafioso”.

Non so se oggi il Sid, pur avendo cambiato nome, usi informatori del genere di Giannettini e La Bruna, questo non lo so e non lo posso sapere. Ma viene da dire “meno male che c’è il Mossad”.

 

Il Fatto Quotidiano, 19.09.2026

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Ha scritto Alessandro Orsini sul Fatto di qualche giorno fa: “Dopo la caduta di Gheddafi, i Paesi della Nato si sono disinteressati dei diritti umani in Libia e hanno stretto accordi con i torturatori, gli stupratori e gli assassini locali per impedire ai neri africani di arrivare in Europa”. In realtà i Paesi della Nato avrebbero fatto meglio a disinteressarsi della Libia invece di organizzare, francesi in testa con italiani berlusconiani al seguito, quel colpo di Stato che portò alla caduta del Colonnello e alla sua uccisione nel modo barbaro, osceno, che tutti forse ricordano. “Sic transit gloria mundi” dichiarò cinicamente Berlusconi, che pur si era sempre detto amicissimo del Colonnello. Quando morì Berlusconi io, sul Fatto, lo ripagai della stessa moneta.

In realtà noi della Libia non abbiamo mai saputo veramente nulla prima che l’uccisione del Colonnello la portasse all’onor del mondo. Certo, notizie della Libia ne abbiamo avute da storici dell’arte o critici d’arte perché la Libia, come per altro la Tunisia, ha reperti dell’antica Roma di grande interesse. Ma della socialità della Libia, della sua organizzazione istituzionale quando governava Gheddafi, abbiamo saputo solo per sentito dire, cioè dai racconti di quegli storici dell’arte che vi erano andati solo per un interesse artistico.

Quando, alla fine degli anni Settanta, andai in Libia, non come turista, ma per ragioni professionali, potei rendermi direttamente conto della situazione. Cosa faceva Gheddafi? Proteggeva quelli della sua tribù, i “Warfalla”, come del resto fa qualsiasi capo di Stato in un Paese democratico. Nelle prigioni della Libia di Gheddafi non c'erano avversari politici, ma solo delinquenti di diritto comune.

Ora, naturalmente, come sottolinea Orsini, la situazione è totalmente cambiata. Il Paese vive nel totale disordine, con un governo fantoccio a Tripoli appoggiato dall’Onu, che controlla a malapena il territorio della capitale e, dall’altra parte, il potere del generale Khalifa Haftar strettamente legato ai russi. Nel disordine generale sono attive in Libia milizie di ogni tipo, totalmente fuori controllo. Basti pensare che per lasciare le coste libiche le imbarcazioni dei cosiddetti “mercanti di morte” devono pagare una taglia all’Isis, molto attivo nella regione.

Gheddafi segnerà la sua fine quando, in un discorso all’Assemblea dell’Onu, affermerà che non è vero che tutti i paesi sono uguali perché ce ne sono alcuni, quelli del Consiglio di Sicurezza (Stati Uniti, Russia, Cina e, chissà perché, anche la Francia che non ebbe nessun ruolo attivo nella Seconda guerra mondiale), più uguali degli altri. Inoltre osò mettere in dubbio la legittimità dell’aggressione all’Afghanistan talebano. Era nel giusto perché l’Afghanistan talebano, totalmente isolato, non costituiva un pericolo per nessun altro paese del mondo. Fu quella una guerra essenzialmente ideologica, non ci piacevano i costumi degli afgani, talebani o no, e per questo abbiamo invaso e occupato un Paese per vent’anni, uscendone con la più umiliante delle sconfitte. Dovettero essere proprio i talebani a organizzare il servizio d’ordine, perché gli invasori potessero lasciare l’Afghanistan. Il primo a svignarsela fu il nostro Ambasciatore a Kabul e con lui il generale Vannacci che oggi gonfia il petto come difensore del nazionalismo nostrano e si appoggia, o per lo meno gode il favore, di tutte le destre dei paesi dell’Unione Europea.

Qualcuno pagherà il contro per l’assassinio di Gheddafi? Non sia mai. Mi ricordo che nel suo programma “Passato e Presente”, Paolo Mieli, dandosela da storico, intervistò i più importanti personaggi del momento, da Bush a Khomeini in giù e lo stesso Gheddafi. Khomeini fece un discorso a cavallo fra religione e politica, Gheddafi, invece, si disinteressò dell’aspetto religioso e parlò in termini razionali, si potrebbe dire prettamente occidentali. Ma, chissà perché, questo discorso non fu ripreso nel programma di Mieli che, aiutato da tutti gli storici che aveva a disposizione, avrebbe avuto tutti gli strumenti per approfondirlo. Seguivo il suo talk soprattutto sulla tv e mi dicevo: arriverà il momento in cui parlerà, o almeno accennerà, a Gheddafi. In quanto all’ambiguo sceicco saudita, Osama bin Laden, che era allora leader dello Stato islamico, pur esso rocambolescamente intervistato, verrà utilizzato solo per affermare che al momento del dunque, quando fu catturato in Pakistan, si era protetto dietro una delle sue numerose mogli. Perché agli americani non è sufficiente vincere l’avversario. Bisogna umiliarlo. Ne sono testimonianza i processi di Norimberga e di Tokyo dove i capi nazisti dovettero presentarsi in aula con dei calzoni senza cintura che li costringevano a tirarsi su, ad ogni momento, le braghe.

 

Il Fatto Quotidiano, 15.09.2026

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Tenere un archivio cartaceo oggi, in epoca digitale, sembra una follia. Però ci sono anche dei vantaggi. Scartabellando fra le mie carte mi sono imbattuto in vecchio libro “La scoperta della lentezza” di Sten Nadolny. Racconta la storia di un ragazzo che, rispetto ai suoi coetanei, è lento di riflessi, quasi torpido, sempre ultimo nei giochi. Si chiama John Franklin. Diventerà un grande esploratore polare e lo scopritore del leggendario passaggio a nord-ovest nell’Artico. Cos’era successo? Mentre i suoi compagni si sfrenavano nei giochi lui rimuginava, osservava, incamerava, assimilava, ascoltava (sull’importanza della capacità d’ascolto ci siamo già espressi in un precedente articolo pubblicato sul Fatto pochi giorni fa e non è il caso di tornarci sopra.). Non so se abbia letto “La scoperta della lentezza”, ma il giornalista Gerardo Villanacci del Corriere della Sera, in un suo recente articolo, ne riprende il succo. Così scrive, nella sostanza: E’ diventato urgente superare l’assuefazione alla notizia immediata e riscoprire l’elogio della lentezza, della riflessione e del silenzio meditativo. Per riappropriarsi del proprio tempo e della propria mente, è necessario svincolarsi dalla narrazione imposta tornando ad osservare i fatti con lucidità, imparando come pensare e non cosa pensare.

E’ una bella lezione per il giornalismo di oggi che, nel momento stesso in cui ci rimpinza di informazioni, ci allontana dal loro contenuto Che cosa sappiamo realmente della guerra russo-ucraina che pur è in atto dal 2014, fra notizie vere, fake e controfake? E’ la storia di ogni eccesso che, in quanto tale, finisce per divorare il proprio contenuto. E’ la storia, se vogliamo, per cui illudendoci di essere in contatto con il mondo intero ci impediamo di concentrarci su noi stessi e sui nostri reali bisogni. Io posso ben collegarmi a grande velocità con una persona che sta a Tokyo, ma che cosa ne sa effettivamente questa persona di me e io di lei? La Velocità, insieme alla Tecnologia, cui si collega, e all’Economia, è il demone della società attuale. Questo spiega anche perché i messaggi siano sempre più contratti in poche righe. Per guadagnare tempo su ogni eventuale concorrenza. Il giornalista non va più sul posto perché sarebbe tempo sprecato in viaggi più o meno lunghi e faticosi. Ma preferisce alimentarsi dai database, dai social e da ogni altra scorciatoia offerta dal digitale. Insomma il ‘reporter’ non fa più il reporter, sta seduto su una sedia, in agguato per bruciare i concorrenti più diligenti che le informazioni le raccolgono sul campo. Perché il vero giornalismo, come ho scritto altre volte, è quello che si fa sul campo venendo a contatto, fisico e intellettuale, con i soggetti che facciamo oggetto del nostro racconto.

Per tornare all’argomento che ha dato spunto a questo articolo, una cosa è sapere che esiste un libro intitolato “La scoperta della lentezza”, altro è perdere tempo, non sia mai, a leggerlo sul serio. Questa smania di trasmettere il più velocemente possibile i contenuti di qualsiasi fenomeno, ci allontana ipso facto da questi stessi contenuti. Ciò spiega anche, almeno in parte, la scomparsa di fatto dei grandi maître à penser, da Bertrand Russell a Jean-Paul Sarte ad Albert Camus e, facendo qualche passo indietro, a Martin Heidegger. Chi me lo fa fare di leggere “La questione della tecnica”, quando posso trovarla riassunta su Wikipedia? La nostra è una società di ‘bigini’.

 

Il Fatto Quotidiano, 12.09.2026