Tenere un archivio cartaceo oggi, in epoca digitale, sembra una follia. Però ci sono anche dei vantaggi. Scartabellando fra le mie carte mi sono imbattuto in vecchio libro “La scoperta della lentezza” di Sten Nadolny. Racconta la storia di un ragazzo che, rispetto ai suoi coetanei, è lento di riflessi, quasi torpido, sempre ultimo nei giochi. Si chiama John Franklin. Diventerà un grande esploratore polare e lo scopritore del leggendario passaggio a nord-ovest nell’Artico. Cos’era successo? Mentre i suoi compagni si sfrenavano nei giochi lui rimuginava, osservava, incamerava, assimilava, ascoltava (sull’importanza della capacità d’ascolto ci siamo già espressi in un precedente articolo pubblicato sul Fatto pochi giorni fa e non è il caso di tornarci sopra.). Non so se abbia letto “La scoperta della lentezza”, ma il giornalista Gerardo Villanacci del Corriere della Sera, in un suo recente articolo, ne riprende il succo. Così scrive, nella sostanza: E’ diventato urgente superare l’assuefazione alla notizia immediata e riscoprire l’elogio della lentezza, della riflessione e del silenzio meditativo. Per riappropriarsi del proprio tempo e della propria mente, è necessario svincolarsi dalla narrazione imposta tornando ad osservare i fatti con lucidità, imparando come pensare e non cosa pensare.
E’ una bella lezione per il giornalismo di oggi che, nel momento stesso in cui ci rimpinza di informazioni, ci allontana dal loro contenuto Che cosa sappiamo realmente della guerra russo-ucraina che pur è in atto dal 2014, fra notizie vere, fake e controfake? E’ la storia di ogni eccesso che, in quanto tale, finisce per divorare il proprio contenuto. E’ la storia, se vogliamo, per cui illudendoci di essere in contatto con il mondo intero ci impediamo di concentrarci su noi stessi e sui nostri reali bisogni. Io posso ben collegarmi a grande velocità con una persona che sta a Tokyo, ma che cosa ne sa effettivamente questa persona di me e io di lei? La Velocità, insieme alla Tecnologia, cui si collega, e all’Economia, è il demone della società attuale. Questo spiega anche perché i messaggi siano sempre più contratti in poche righe. Per guadagnare tempo su ogni eventuale concorrenza. Il giornalista non va più sul posto perché sarebbe tempo sprecato in viaggi più o meno lunghi e faticosi. Ma preferisce alimentarsi dai database, dai social e da ogni altra scorciatoia offerta dal digitale. Insomma il ‘reporter’ non fa più il reporter, sta seduto su una sedia, in agguato per bruciare i concorrenti più diligenti che le informazioni le raccolgono sul campo. Perché il vero giornalismo, come ho scritto altre volte, è quello che si fa sul campo venendo a contatto, fisico e intellettuale, con i soggetti che facciamo oggetto del nostro racconto.
Per tornare all’argomento che ha dato spunto a questo articolo, una cosa è sapere che esiste un libro intitolato “La scoperta della lentezza”, altro è perdere tempo, non sia mai, a leggerlo sul serio. Questa smania di trasmettere il più velocemente possibile i contenuti di qualsiasi fenomeno, ci allontana ipso facto da questi stessi contenuti. Ciò spiega anche, almeno in parte, la scomparsa di fatto dei grandi maître à penser, da Bertrand Russell a Jean-Paul Sarte ad Albert Camus e, facendo qualche passo indietro, a Martin Heidegger. Chi me lo fa fare di leggere “La questione della tecnica”, quando posso trovarla riassunta su Wikipedia? La nostra è una società di ‘bigini’.
Il Fatto Quotidiano, 12.09.2026
“Il contrario di ignoranza non è cultura, è curiosità” scrive Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera del 1.09.2026. I genitori di Shakespeare firmavano con la X, ciò non ha impedito loro di formare forse il più grande poeta della storia, non solo anglosassone. Evidentemente avevano inoculato nel loro pargolo qualcosa che è molto più importante della cultura: la curiosità, come scrive Cazzullo, che è fondamentale nella vita dell’uomo al pari della sensibilità, ma mentre la sensibilità implica sofferenza la curiosità è uno slancio vitale. Un uomo che perde la curiosità ha un tasso di vitalità pari allo zero. E’ già morto. L’uomo curioso è il vero rivoluzionario perché, attraverso la sua curiosità mette in dubbio il già dato. La curiosità si lega strettamente alla capacità di ascolto. Scendiamo un po’ di livello: curiosità e capacità di ascolto dovrebbero essere le doti, non solo dell’’uomo comune’, espressione già di per sé razzista, ma dell’intellettuale e in particolare del giornalista. Noi uomini moderni, creduli che l’intelligenza artificiale ci dà e ci darà ancor più nel prossimo futuro tutte le risposte di cui abbiamo bisogno, abbiamo perso non solo la curiosità, ma anche la capacità di ascoltare e capire il diverso. Se dopo l’ultimo conflitto mondiale gli americani, allora ancora sufficientemente ignoranti per avere curiosità, sufficientemente bambini per rimanere affascinati dal grande gioco del mondo tenendosi stretti nel loro, di mondo, fatto di bisonti, di cowboy di Winchester, hanno perso tutte le guerre, è proprio per una mancanza di curiosità, di volontà di ascoltare e capire il diverso. Hanno attaccato il Vietnam senza conoscere la cultura e i costumi dei vietnamiti. Dirà il lettore: ma il Vietnam aveva alle spalle la Russia, altra cultura altra sensibilità di cui pure non abbiamo mai capito nulla, nonostante la lettura dei grandi scrittori russi, da Dostoevskij a Gogol a Tolstoj, ce ne desse la possibilità. Vero. Ma hanno anche attaccato, insieme ad un’imponente congrega di loro accoliti, fra cui non potevano mancare gli italiani, specialisti, come scrive Flaiano, nel salire sul carro dei vincitori di quelli che credono siano i possibili vincitori. Il fascismo era un fenomeno originariamente nostro, anche se a qualcuno spiacerà ammetterlo, ma si appecoronò davanti alla corrente nazional socialista della Germania di Hitler, con i risultati che conosciamo. Ma la sconfitta più bruciante è avvenuta quando abbiamo affrontato l’universo afgano-talebano senza conoscere nulla di quel mondo. Eppure a supporto degli afgano talebani non c’era nessuno, anzi si può dire che gli afgano-talebani avessero contro, per motivi ideologici e geopolitici, il mondo intero. E dopo vent’anni di invasione ed occupazione abbiamo rimediato la più bruciante delle sconfitte. Nel 1999, prima dell’attacco alle Torri Gemelle e al Pentagono, che per altro gli americani, come hanno rivelato il Wall Street Journal ed il Times (tutto sommato bisogna ammettere che, in generale, la stampa americana è più libera della nostra, ci vuol poco), si sono auto fatti per avere un buon pretesto per attaccare successivamente non solo l’Afghanistan ma anche l’Iraq (è un po’ la storia dell’attacco kamikaze giapponese Pearl Harbor che fu il pretesto che consentì agli americani di intervenire nella Seconda guerra mondiale contro i paesi dell’Asse, Germania, Italia, Giappone). Abbiamo attaccato la Serbia socialista di Slobodan Milosevic, che pur era stato uno dei firmatari della pace di Dayton, senza tenere in minimo conto che la Serbia è profondamente legata, per motivi culturali e anche linguistici, al mondo russo, oltre al cirillico, che per altro adesso nessuno usa più in Russia e pochissimo in Serbia (a parte la corrente ipernazionalista che fa idealmente riferimento a Novak Djokovic), moltissimi sono i vocaboli della lingua serba che sono identici a quelli russi, o viceversa.
Recentemente abbiamo attaccato l’Iran senza tenere minimamente conto, anche qui, che l’Iran è l’antica Persia. Cioè abbiamo preteso di eliminare di colpo con un paio di bombe una società bimillenaria. Donald Trump proclama un giorno sì e uno no, in contraddizione con se stesso come sua abitudine, di avere sconfitto e distrutto l’Iran. Ma l’Iran è sempre lì. E da potenza regionale si è trasformata in una potenza che, grazie ai legami con Russia e Cina, determina i ritmi della politica mondiale.
Intanto, a causa di questa guerra, in Europa i prezzi di tutti i generi essenziali, alimentari ma non solo, sono saliti alle stelle (petrolio, pasta, riso ecc.). Chi salda il conto di questi sperperi inauditi di risorse? Il cittadino comune in Europa, ma anche negli Stati Uniti. “E sempre sia lodato quel fesso che ha pagato”.
Il Fatto Quotidiano, 06.09.2026
Sull’ Himalaya il distacco di un enorme ghiacciaio ha provocato un’alluvione gigantesca, risultato, provvisorio, più di 900 morti e 4000 dispersi. Agli inizi di agosto un terremoto nella lontana Colombia (lontana rispetto all’Himalaya) ha causato 224 morti. In Algeria numerosi incendi hanno provocato una nube di polvere che, sommata a quella sahariana, ha avvolto l’intero Paese magrebino. A Bergamo, Brescia, Piacenza, Parma, Cremona ci sono state grandinate mai registrate, in egual misura, in quell’area. In contemporanea, in apparente contrasto, alla foce del Po le acque sono scese di parecchi centimetri, provocando gravi danni all’agricoltura. Dirà il lettore: disastri e tragedie del genere ci sono sempre stati nella storia dell’uomo. Vero, ma non in tempi così ravvicinati e a partire dalle localizzazioni più diverse. C’è quindi qualcosa che unisce questi fenomeni estremi. Si chiama Co2, cioè anidride carbonica, che, a causa della progressiva industrializzazione del pianeta, immettiamo nell’atmosfera in quantità sempre maggiori. La mia impressione è che la Terra stia cercando di liberarsi di quell’inquietante inquilino che è l’uomo. Siamo diventati troppo ingombranti Ogni uomo, preso singolarmente, non occupa solo lo spazio su cui si trova, ma a causa della Tecnologia è come un enorme ragno che al centro della sua tela lavora incessantemente per allargarla. Insomma è troppo grosso e pesante perché la Terra possa reggerlo. Farà la fine dei dinosauri che non stati spazzati via dalle glaciazioni, come usualmente si dice, ma, presi in gruppo, costituivano un peso che la terra non poteva sostenere.
Mi trovavo, qualche decina di anni fa, in Guinea-Bissau al seguito di un missionario, padre Fumagalli, un bravo saveriano animato dalle migliori intenzioni. Padre Fumagalli si occupava della tribù della zona, i Felupe e si disperava perché i Felupe non volevano adottare la sua falciatrice meccanica che avrebbe fatto in poche ore ciò che una famiglia Felupe fa in una settimana. Ci sono ragioni profonde nel motivo di questo rifiuto. Sono le stesse per cui nel Medioevo i contadini si opposero a lungo alla falce in favore del meno efficiente falcetto. La falce taglia raso terra, il falcetto un po’ più in alto per cui rimangono le stoppie, cioè ‘il cibo dei poveri’, essenziale nei delicati equilibri non solo dell’agricoltura medievale, ma di tutto il mondo medievale. Ma non è di questo che intendiamo occuparci specificamente qui, per un discorso più generale rimando al mio libro “La ragione aveva torto?”, del 1985.
Ritorniamo ai Felupe e a Padre Fumagalli. Poiché Fumagalli continuava a insistere, il capo tribù dei Felupe gli chiarì le ragioni del loro rifiuto. Spiegò: “Per noi la vita procede bene quando le forze della natura rimangono in equilibrio. La tua macchina rompe questo equilibrio”. Noi moderni, dalla Rivoluzione industriale in poi, dall’Illuminismo, abbiamo fatto di tutto per rompere questo equilibrio. In uno dei suoi racconti Dino Buzzati immagina che sia abolita la poesia. Siamo alla metà degli anni Cinquanta, così si esprime Guzzati: “Produrre, costruire, spingere sempre più in su le curve dei diagrammi, potenziare industrie, commerci, sviluppare le indagini scientifiche rivolte all’incremento dell'efficienza nazionale, convogliare sempre maggiori energie nella progressiva espansione dei traffici. Tecnica, calcolo, concretezza merceologica, tonnellate, metri, mercuriali, valori del mercato. La produttività, ecco la sola cosa che veramente conti e davvero non si riesce a concepire come per millenni l’umanità abbia ignorato questa verità fondamentale”.
La Produttività, insieme alla Tecnologia e all’Economia, è uno dei miti fondanti, delle basi direi, del mondo attuale. Siamo arrivati al paradosso: non produciamo più per consumare, ma consumiamo per poter produrre. Un paradosso di cui si era reso conto persino Adam Smith (La ricchezza delle nazioni, 1776) che pur è uno degli anticipatori e dei fautori, concettualmente, del sistema in cui oggi viviamo. Ma poiché tutte le cose, anche ammesso abbiano un fine, hanno necessariamente una fine, questo sistema collasserà su se stesso il giorno in cui non potremo più produrre, nemmeno rapinando all’Africa nera le poche risorse che, dopo decenni di colonizzazioni, le sono rimaste. E non saranno i vari “piani Mattei”, di meloniana memoria, adottati anche da molti stati europei, a ridargliele. Non solo perché sono ulteriori piani di rapina, mascherati come al solito da ipocrite buone intenzioni, ma perché anche ammesso che un’attività del genere abbia un fine, ogni fenomeno, a partire dalla vita concreta dell’uomo, ha una fine, che nel suo caso è la morte. Certamente c’è chi crede esista una “vita oltre la vita”, si tratta di un atto di fede di cui non è il caso ci si occupi qui. Auguri.
Verrà il giorno in cui il sistema collasserà su se stesso perché le crescite esponenziali sui cui si basa esistono in matematica (a un numero puoi sempre aggiungerne un altro), ma non in natura. Insomma, per dirla in soldoni, stiamo tagliando il ramo dell’albero su cui siamo seduti. Potrei ridere a crepapelle se su quel ramo non fossi seduto anch’io.
Il Fatto Quotidiano, 03.09.2026