Secondo l’Oms, al 2021, più di un miliardo di persone conviveva con un disagio mentale. L’Oms non specifica quali aree del mondo siano le più colpite, afferma però che nei paesi occidentali si spende di più per le cure. Cosa che ha un significato bifido, perché vuol dire anche che ci sono più soggetti affetti da disagio mentale. E qui, all’interno di questo disagio, bisogna fare una distinzione fra chi è affetto da depressione, ansia e altri disturbi del sistema nervoso ed il malato psichiatrico propriamente detto. Che ansia, depressione, nevrosi siano in straordinario aumento nel mondo che chiamiamo occidentale non c’è bisogno dell’Oms per chiarirlo. Noi viviamo in un “modello paranoico” dove non si può mai avere un momento di equilibrio e di serenità, perché raggiunto un obiettivo bisogna immediatamente inseguirne un altro.
In Italia una persona su otto soffre di disturbi mentali. Dove sono finite allora le speranze suscitate dalla “Legge 180”, dall’anno in cui fu promulgata, il 1980 appunto, detta anche “Legge Basaglia” dal nome del suo ideatore e promulgatore? Basaglia sosteneva che quella mentale è una patologia come un’altra e che andava curata non in un universo concentrazionario, come il manicomio, cioè in sostanza abolito il manicomio si sarebbe abolita anche la malattia mentale. Ci si dovette però accorgere assi presto che il malato mentale, ricoverato in un ospedale generale, non era proprio un malato come un altro: quando era in ‘acuzie’, cioè in uno stato di particolare eccitabilità, strappava il catetere o la flebo agli altri malati. Basaglia si illuse che poteva essere sedato con gli psicofarmaci. Ma a parte che gli psicofarmaci non sono mai innocenti, in questo modo non si risolveva la questione. Furono quindi create, all’interno degli Ospedali generali, delle sezioni particolari, i famigerati “repartini”, dove non c’era nulla, nemmeno un calcio balilla perché il malato e la malattia non dovevano “essere istituzionalizzati”.
E’ ovvio che una legge, qualsiasi legge, non solo la 180 è valida erga omnes. Però prima di smantellare tutto si sarebbe dovuto tener conto della diversità dei manicomi. Una cosa era essere ricoverato nell’ospedale psichiatrico di Barcellona Pozzo di Gotto, altra a Mombello, in Lombardia, il più grande manicomio d’Italia diretto da un mio caro amico, il professor Madeddu, sardo d’origine, un socialista, una specie di santo laico. A Mombello c’erano i campi di calcio, si faceva ergoterapia, musicoterapia, c’era una bottega artigiana dove i malati imparavano un mestiere che avrebbero potuto utilizzare una volta usciti di lì e anche mentre erano ancora in manicomio perché quelli più affidabili potevano uscire fino a sera, salvo rientrare a fine giornata. Non era un “capolarato” mascherato e sottopagato, perché Madeddu li affidava a dei suoi amici, piccoli e medi imprenditori, anch’essi, in genere, socialisti e comunque umanisti (diciamo degli Adriano Olivetti in miniatura). Era comunque un universo concentrazionario perché, come ovvio, è più facile controllare mille persone concentrate in un solo luogo che sparse per il territorio. Mi ricordo che incontrando Madeddu, molti anni dopo, mi disse, immalinconito: “Ci hanno portato via tutto, è rimasto solo il cimitero”. Perché, questo lo aggiungo io, almeno i morti sono tutti uguali.
Che fine facevano i malati lasciati a se stessi? Molti rientravano in famiglia e questa era la soluzione peggiore, perché la famiglia è iatrogena, cioè è proprio in famiglia che si sono ammalti. Altri finivano sotto un tram. Altri ancora, avendola combinata grossa, cioè ucciso una persona, spesso un membro della loro famiglia, di quella famiglia che li aveva allontanati non perché malati, ma perché con la loro eccentricità suscitavano scandalo, finivano al manicomio criminale di Castiglione delle Stiviere, che è qualcosa di peggio del manicomio ‘normale’, chiamiamolo così. Quando feci un’inchiesta per Il Giorno ad un anno dalla promulgazione della legge Basaglia risultò un aumento, mi pare del 75 percento, di ricoveri a Castiglione delle Stiviere.
Per molto tempo la malattia mentale è stata considerata una macchia, un disonore, una ‘lettera scarlatta’ e le famiglie più rispettabili, chiamiamole così, borghesi, preferivano nasconderla. Così è stato per Giorgio Agnelli.
Probabilmente la proposta di Basaglia sarebbe stata realizzabile in piccole comunità, dove tutti si conoscono e il malato non resta mai solo, non nelle grandi città che sono luoghi di solitudine anche per chi è sano di mente.
Oggi, finita l’orgia ideologica di Basaglia che, come tutte le ideologie, non tiene conto della realtà sono state create delle strutture intermedie: ambulatori locali, Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura (SPDC) in ospedali, Rsa, case di cura residenziali riabilitative soprattutto per anziani. Restano comunque i cps, centri psichiatrici sociali, che sono stati fondamentali nella difficile fase di transizione dalla chiusura dei manicomi ad oggi. Nei cps si curano soprattutto depressione, ansia, nevrosi, le “malattie della modernità” (prima della Rivoluzione industriale non esistevano, esisteva il malato psichiatrico, ovviamente, ma non questo tipo di malattie).
Il malato propriamente psichiatrico, in genere, non si rivolge al cps perché pensa che i malati di mente siano gli altri e lui il solo ad essere normale. E, forse, c’è del vero: in epoca medievale si riteneva che il matto e anche il mendico avessero dei rapporti privilegiati con Dio.
Quando facevo quel reportage per Il Giorno, di cui ho parlato, intervistai al Gaetano Pini due giovani psichiatri basagliani che, come tutti gli allievi, erano ancora più radicali del loro maestro. Assisteva un infermiere che disse: “Io non discuto le vostri teorie, ma penso che questo tipo di malati abbia bisogno soprattutto di un po’ di umanità”. Come al solito si possono costruire le più fantastiche cosmogonie, ma poi tutto dipende dalla persona.
Gli infermieri, e devo dire anche le brave suorine che operano negli ospedali, sono delle figure determinanti. In Italia c’è stato un calo di richieste per la posizione di infermiere eppure è un mestiere molto stimolante dato che, a differenza di una cassiera che lavora in un grande supermarket, ti mette a contatto con le persone e, come si ricava dall’episodio che ho citato prima, vuole umanità e interesse per agli altri. Perché questo calo? Elementare Watson: in Italia gli infermieri sono sottopagati, anche rispetto a Stati a noi abbastanza vicini, come l’Albania. E quindi questo personale specializzato, del resto come in tanti altri settori, preferisce andare all’estero.
L’Italia ha sperperato 4,3 miliardi di euro per sostenere l’Ucraina in una guerra che “non si poteva vincere”, come ha sostenuto un alto esponente del Pentagono, oggi in pensione. Del resto non si può pensare che un Paese di 37,5 milioni di abitanti possa sconfiggerne uno di 143,5 milioni, con un territorio immenso e riserve di energie altrettanto immense.
Il Fatto Quotidiano, 26.09.2025
Sogno di una giornata di inizio settembre. La mia fidanzata, fiorentina, era stata ricoverata per un lieve intervento. Andavo quindi a trovarla la mattina. Mi rimaneva tutto il giorno libero e non sapevo che fare. Per stare sul sicuro, così almeno credevo, andai da Paszkowski e le Giubbe Rosse, i mitici locali dove un tempo si recavano gli artisti e gli americani colti che quando lo sono, colti intendo, lo sono per davvero (come se la cavino oggi con la volgarità di Trump mi piacerebbe sapere).
Se c’è una città che è stata distrutta dal turismo cheap, di massa, oltre a Venezia, questa è Firenze. Roma no, Roma riesce sempre a inglobare tutto, a cominciare dagli stili architettonici e urbanistici, da quello della Roma antica all’umbertino, gli manca solo il periodo medievale perché fu rasa al suolo e semi distrutta dai Lanzichenecchi che la ridussero a 13mila abitanti e forse sarebbe stato meglio che fosse rimasta tale perché oggi Roma è come una cozza che assorbe il peggio del Sud e il peggio del Nord. Se voi andate oggi ad Atene vedete che l’Acropoli ed il Partenone non c’entrano nulla con la città e della Grecia antica non ha conservato nulla, semmai la Grecia antica la si trova nella “Magna Grecia” cioè al sud e soprattutto sulle coste della Sicilia. Gianni Agnelli per sbeffeggiare Ciriaco De Mita, di Nusco, lo definiva un “intellettuale della Magna Grecia” senza rendersi conto di fargli un complimento.
Durante la giornata non sapevo dunque che fare, anche perché Firenze è diventata una città quasi inabitabile per i fiorentini, è una città per turisti. Sparite le librerie, La Condotta, la Libreria del Porcellino, il Drago, Mucho Mojo, Le Monnier. E pensare che Firenze è stata la Capitale italiana della cultura, La Voce di Prezzolini, Lacerba di Papini eppoi Ardengo Soffici, nato a Rignano sull’Arno, come Matteo Renzi, che pure è un buon uomo di cultura (ne ascoltai una conferenza quando era sindaco di Firenze, buon conoscitore, per dirla con Buzzati delle “arti belle”, cioè visive e ottimo dicitore in linguaggio fiorentino anche se non fine come quello pisano del mi babbo. Renzi ha difficoltà a parlare in inglese perché, in questo caso, gli è difficile fare battute).
Ero quindi spaesato, finché non mi imbattei in Fabio Canessa, docente di italiano e latino al Liceo. Canessa è uno degli uomini più colti che io conosca, fa parte di quella colonna vertebrale di docenti, purtroppo sempre più rari, che cercano di tenere l’insegnamento scolastico a un livello di decenza. Ma non è questa la sua caratteristica principale. Canessa è ubiquo. In qualsiasi città d’Italia tu vada trovi Canessa. Fabio, conoscendo i miei gusti, mi portò in un locale abbastanza equivoco nei pressi dell’Arco di San Piero dove si radunano gli omosessuali, gli irregolari di ogni tipo, gli inquieti della notte (a Milano c’è un locale di questo tipo, le Capannelle, che però ha in più la particolarità che tiene aperto, contro ogni diktat del Comune fino alle sette del mattino, non a caso sta nei pressi di San Vittore).
In quel locale incontrammo Aldo Busi, che nel suo narcisismo patologico, si ritiene il più grande scrittore italiano del Novecento. Non è così, naturalmente. Ma non si può negare che Busi sia un vero scrittore, uno dei migliori del dopo guerra (Vita standard di un provvisorio venditore di collant, 1984 e Seminario sulla gioventù, 1985 che mi è stato, tra l’altro, molto utile per il mio Ragazzo. Storia di una vecchiaia). Busi fece un culo così a Canessa perché in una recensione aveva osato formulare qualche critica e Fabio stava ad ascoltarlo sull’attenti come uno scolaretto.
In quel periodo quando andavo a Roma, ero ospite di Pamela Villoresi, l’attrice. In cambio Pamela quando veniva a recitare a Milano era ospite mia (questi scambi oggi sono abituali fra i giovani, allora non era così) finito teatro Pamela veniva a casa mia e, dopo tutta quella fatica, mi faceva la cena. Ha una grandissima energia, tipo Travaglio. Quando eravamo insieme a Talamone voleva costringermi a nuotare fino al Giglio, ora io nuoto abbastanza bene ma non fino a quel punto e anche Pamela una volta, ostinandosi a nuotare contro corrente, per un pelo non ci lascia la pelle. Pamela Villoresi è di origine tedesca e per questo e anche per sua indole naturale è ordinatissima. Bene. Una volta, mentre era da me, entro nella sua stanza e trovo un casino inenarrabile. Ora per stupire me per un casino o per un disordine ci vuole parecchio, ma il fatto era che da me si sentiva come liberata da quella costrizione.
Firenze non è più quella di una volta, non è più quella di “amici miei”, come notava sul Corriere Iacopo Gori (11/9) ma nemmeno i fiorentini sono più quelli di una volta. Dove sono finite quelle spettacolari e creative bestemmie in vernacolo? Se uno ha mai visto un fiorentino che si pesta un dito con un martello sa quel che mi dico, dopo un perfetto toscano, “mi sente il dito”, giù bestemmie.
Aldo Busi l’ho incontrato nuovamente di recente a Roma. Di recente? vai a capirlo, invecchiando i tempi si schiacciano e fatti remotissimi paiono essere avvenuti ieri. Alloggiavamo nello stesso, modesto, albergo a Porta Pia che ha sotto un baretto altrettanto modesto. Ho visto nei suoi occhi la disperazione. Per due motivi. Il primo è che si rendeva perfettamente conto che non aveva più nulla da dire e da scrivere, e infatti, lui noto presenzialista, è sparito da anni dalle scene. L’altra è che l’omosessualità è esteticamente bella quando sei dalla parte della preda, cioè sei giovane, il passaggio alla parte del predatore significa una sola cosa: sei irrimediabilmente invecchiato.
Il fatto Quotidiano, 23.09.2025
Ho assistito l’altro pomeriggio al dibattito sulla “separazione delle carriere” fra Piercamillo Davigo e il sottosegretario alla giustizia Francesco Paolo Sisto. Io mi sono laureato in Giurisprudenza con Gian Domenico Pisapia, l’autore del nuovo Codice di procedura penale del 1988 con una tesi su “Libertà di stampa e segreto istruttorio”, che mi valse il 110 e lode e che mi pare ancora molto attuale. Bene. Non c’ho capito un cazzo. I due, soprattutto Davigo, parlavano uno strettissimo ‘giuridicese’, quasi più incomprensibile del ‘marxese’ usato oggi dall’ultimo giornale veramente di sinistra, Il Manifesto. Quando ero giovane cronista all’Avanti! facevo la giudiziaria e inoltre avendo avuto ventitré processi, tutti vinti, ho qualche esperienza fatta sulla mia propria pelle. Quindi dello ‘iure’ dovrei saperne qualcosa.
Per prima cosa non credo che la “separazione delle carriere” sia un vero problema o se lo fosse è del tutto marginale. Davigo, come del resto tutta la sinistra sostiene che “potrebbe” diventarlo perché sottoporrebbe il Pm all’esecutivo. Sisto, che certamente non è un soggetto raccomandabile perché è stato l’avvocato di Berlusconi e ne prosegue la linea, si è però giustamente inalberato di fronte a quel “potrebbe” perché è un cattolico processo alle intenzioni. In diritto, in politica e in generale nella vita si giudicano i fatti non le intenzioni. Putin voleva annettersi tutta l’Ucraina? non l’ha fatto e a questo dato bisogna stare.
I veri problemi della nostra Giustizia sono altri. Due in particolare, in ordine di gravità: l’esasperante lunghezza del processo e delle procedure e le correnti in cui si dividono i magistrati.
Gli anglosassoni hanno preso dal diritto romano, un diritto pragmatico, contadino oserei dire, che privilegia la velocità delle procedure sulla certezza del giudizio scontando quindi anche qualche errore (a Ceylon il diritto latino è pari pari quello dei Romani come nel Duecento a.C.) noi abbiamo preso invece dal diritto di Gaio e Giustiniano (le Pandette del 530 circa d.C.). Questo diritto intende arrivare alla certezza assoluta con una serie di corsi e controricorsi, controlli contro controlli, esami controesami. Ma nella realtà pratica non è nemmeno così, perché nel frattempo i testimoni sono morti, le carte sono ingiallite, ecc. Recentemente, da quando Silvio Berlusconi divenne per la prima volta capo del Governo le cose sono ulteriormente peggiorate perché Berlusconi ha disseminato il Codice di Procedura Penale di una tal serie di norme fintamente garantiste in modo da arrivare a un “ fine processo mai” (si è detto di passata: termini come “garantista” e “giustizialista”, che occupano, almeno dall’epoca di mani pulite l’intero dibattito pubblico, non esistono in nessun altro paese al mondo: non c’è un’ applicazione fra singole garantista della legge e un’altra giustizialista, c’è puramente semplicemente l’applicazione della legge a cui il magistrato si deve attenere).
L’altro problema cui accennavo è quello dell’esistenza delle ‘correnti’ nella Magistratura. Perché le ‘correnti’ si richiamano a questa o quella ideologia, di sinistra, di destra, di centro, non importa. Ora il magistrato come la moglie di Cesare “non solo deve essere onesto ma deve anche apparire onesto”. Ora che tranquillità posso avere io cittadino se so che il magistrato nei suoi atti è indirizzato a una ideologia?
C’è stata un’involuzione anche nei magistrati. Un tempo il magistrato parlava solo “per atti e documenti”, cioè non rilasciava interviste, non faceva conferenze e via di seguito. La cosa ha resistito in parte anche durante il primo periodo di mani pulite. Se voi andate a ripercorrere quel periodo né Di Pietro, né Francesco Saverio Borrelli, pur sollecitati da ogni parte non rilasciavano interviste. E io che scrivevo allora per l’Indipendente mi riferivo sempre e solo alla Procura della repubblica di Milano. E ciò si intreccia con un’altra questione, Il codice di Alfredo Rocco, che sarà stato anche fascista, ma era un grande giurista, non prevedeva avanzamenti di carriera fra i magistrati se non per età. E questo proprio per evitare il personalismo dei magistrati, perché la funzione in quanto tale è inattaccabile, il magistrato no, perché se anche lui personalmente è integerrimo avrà comunque una moglie, una fidanzata, dei figli. In questi anni ho visto comportarsi in questo modo asettico solo il Pm John Henry Woodcock, non a caso di origini inglese, che quando lasciava l’abitazione nella quale viveva con la fidanzata non le faceva nemmeno sapere dove andava. Per questo è stato sempre odiatissimo. Dalla destra, ma non solo, che per far vedere che non aveva la testa a posto lo fotografò su una motocicletta. Peggio capitò al giudice Mesiano colpevole di aver concluso a favore della cir di De Benedetti contro la Finenvest la vertenza per la proprietà della Mondadori. Mesiano fotografato da Mediaset mentre, alla fine di un’udienza, fumava una sigaretta in un giardinetto pubblico indossava, sotto il risvolto dei pantaloni, dei calzini azzurri. E questo fu ritenuto un segno della sua bizzarria e della non idoneità a fare il magistrato. I responsabili del programma furono poi condannati in nome del rispetto della privacy, ma intanto il danno d’immagine era stato fatto.
Ho detto prima che i magistrati non dovrebbero rilasciare interviste e fare conferenze. Ma, si obietta: il diritto di parola è garantito dalla Costituzione all’Articolo 21. Ci sono professioni che stanno nell’ambito istituzionale e che limitano questo diritto. Il Presidente della Repubblica, per esempio, non può dimostrare in alcun modo la sua simpatia per questo o quel partito. Lo faceva Francesco Cossiga, chiamato la “lepre marzolina” dagli inglesi, violando non solo il galateo istituzionale ma la legge in quanto tale (Gladio). Il magistrato dovrebbe poi stare molto attento nelle sue frequentazioni. Insomma la sua è, o dovrebbe essere, una vita d’asceta, dovrebbe corrispondere a una vocazione come quella dei sacerdoti.
Il Fatto Quotidiano, 19/09/2025