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I veri terroristi non sono gli Isis, i guerriglieri di Hamas, i pasdaran, e tantomeno i proPal, come qualcuno si è permesso di chiamarli, almeno in Italia che, col governo Meloni, sta diventando il Paese europeo più succube agli yankee, giovani che protestano contro il genocidio che si sta perpetrando a Gaza da parte degli israeliani, col supporto dei loro protettori americani. I veri terroristi sono proprio questi ultimi, gli americani intendo. Non passa quasi giorno che costoro non aggrediscano questo o quel paese, Venezuela for example, in attesa di farla finita una volta per tutte con Cuba e il ‘socialismo bolivariano’. Non è una questione che riguarda solo lo psicolabile Trump, ma che attraversa tutta la politica americana dell’ultimo quarto di secolo: aggressione alla Serbia del 1999, quando l’11 settembre, come pretesto era di là da venire; aggressione all’Afghanistan del 2001, con l’impiego di tutti gli alleati, Italia compresa e anche non alleati, tipo Albania; aggressione all’Iraq del 2003 con l’accusa, rivelatasi poi del tutto infondata, anzi un vero e proprio falso, a Saddam Hussein di possedere armi chimiche; aggressione nel 2007 alla Somalia, via Etiopia (per Trump i somali, almeno quelli che vivono in America, sono solo “spazzatura”); aggressione del 2011 alla Libia del colonnello Mohammad Gheddafi i cui risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Tutte violenze avvenute contro la volontà dell’Onu che non per nulla adesso gli americani vorrebbero sostituire col Board of Peace, apparentemente riservato alla ricostruzione di Gaza, ma che in realtà è una sorta di ‘circolo privato’ di Nazioni sotto la guida americana. Del resto Washington ha già provveduto a svuotare l’Onu dei pochi poteri che le erano rimasti, impedendo alle varie agenzie di quella che un tempo era chiamata la ‘Società delle Nazioni’ di operare. Vedi, fra le altre, la situazione di Gaza dove alle Ong, fra cui Medici senza frontiere, che certo non può essere accusata di terrorismo, viene impedito l’accesso e quindi di portare aiuti umanitari, fra cui i primari, che sono quelli sanitari, da parte degli israeliani, ma sempre con la copertura degli americani e, in generale, della comunità ebraica internazionale per cui non si capisce nemmeno più se è Trump che governa negli Stati Uniti o non piuttosto Benjamin Netanyahu (apro una parentesi: evviva, evviva, evviva a Carola Rackete).

Adesso, sotto gli occhi minacciosi di Donald Trump (o di Netanyahu?) è tornato l’Iran. Massicce forze militari americane, di cielo, di terra, di mare, fra cui la USS Gerald R. Ford, considerata dagli analisti “la nave militare più avanzata del mondo”, già utilizzata in Venezuela, si stanno spostando verso le acque iraniane, fra cui la USS Abraham Lincoln, dislocata in Asia.

Trump non ha affermato, per ora, che intende aggredire direttamente l’Iran sul suo territorio, ma più ambiguamente, che “tutte le opzioni sono sul tavolo”. Vuole invece un regime change a Teheran, con l’accusa o il pretesto della deplorevole situazione delle donne iraniane, senza rendersi conto, o comprendendo benissimo, che con questo non aiuta le donne di Teheran (che se vorranno liberarsi lo faranno da sole) perché sposta il focus della questione da quella principale che è il nucleare iraniano. Una questione incomprensibile. L’Iran ha sottoscritto il trattato di “non proliferazione nucleare” rafforzato nel 2015 con un accordo con Obama, allora presidente Usa: ha sempre accettato le ispezioni dell’Aia che hanno accertato che l’arricchimento dell’uranio in Iran non è mai andato oltre il 6 percento, che serve per usi civili e medici (per fare la Bomba l’arricchimento deve arrivare al 96 percento). Quasi inutile dire che Israele non ha mai firmato simili accordi, ufficialmente non ha la Bomba, ma tutti sanno che ce l’ha, basta fare un giretto nel deserto del Negev per vedere gli impianti nucleari israeliani.

Recentemente la questione si è concentrata sui missili iraniani che potrebbero essere rivolti contro Israele. Altro pretesto perché i missili iraniani non sono assolutamente in grado di sfondare L’Iron Dome. Quando ci hanno provato sono riusciti solo a sgretolare un muro.

Se gli americani dovessero effettivamente attaccare l’Iran, e non solo minacciarlo, saremmo alle soglie della terza guerra mondiale. A parte che l’Iran ha una popolazione di cento milioni di persone, non 32 come il Venezuela, può contare su amici potenti. La Cina innanzitutto, cui fornisce 1,7 barili di petrolio al giorno e la Russia che lo tutela in funzione anti americana.

Durante i processi di Norimberga e Tokyo il quotidiano inglese The Guardian scriveva che quei processi si sarebbero giustificati a seconda del comportamento che avrebbero avuto i vincitori in futuro. “Bene. Non si era ancora spenta l’eco di quei processi, che secondo le intenzioni avrebbero dovuto ‘escludere la guerra dalla vita della società’ internazionale, che già le truppe francesi soffocavano con l’atroce brutalità di sempre un disperato tentativo del Madagascar di liberarsi dalle manette coloniali. Ciò, naturalmente, è nulla rispetto a quello che hanno fatto poi Usa e Urss, le due vere e sole potenze uscite vincitrici dalla Seconda guerra mondiale. In più di mezzo secolo Usa e Urss hanno messo a ferro e fuoco Il Sud-Est asiatico, usato il napalm e armi chimiche in Vietnam, combattuto guerre in Medio Oriente per interposta persona e sulla pelle altrui, ‘suicidato’ Masaryk e Allende, schiacciato nel sangue la rivolta ungherese, invaso la Cecoslovacchia e l’Afghanistan, umiliato la libertà della Polonia, insidiato con le armi e i servizi segreti la sovranità del Nicaragua e del Salvador, difeso e sostenuto i più feroci, sanguinari e criminali dittatori, per esempio Saddam Hussein, salvo poi dismetterli quando non più presentabili, a suon di golpe, organizzato decine di colpi di Stato, fomentato e guidato, attraverso il Kgb e la Cia, una buona fetta di terrorismo internazionale e, infine, messo il loro tallone e accampato le loro pretese egemoniche su ogni angolo, anche il più recondito del mondo”. Così scrivevo sull’Europeo il 6 settembre 1986. Oggi potremmo aggiungere le pretese americane sulla Groenlandia.

Alle volte mi chiedo se sia stato davvero un bene che gli Alleati abbiano vinto la Seconda guerra mondiale.

"Caro Max, tutto ok, ma ora non esageriamo!" M. Travaglio

Il Fatto Quotidiano, 25.02.2026

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Il governo di Londra ha deciso di utilizzare l’Intelligenza Artificiale per individuare, fin dai primi giorni di vita, i soggetti che potrebbero avere tendenze criminali. Lombroso, a questo punto, diventa un dilettante perché individua le tendenze criminali su individui già adulti. E’ chiaro che un progetto del genere si presta a ogni sorta di discriminazione: sociale, raziale, ambientale, familiare. Ed è particolarmente inquietante che questo progetto venga proprio da Londra che è la città più multietnica del mondo perché, a ragione del secolare dominio coloniale dei britannici, vi si mescolano tutte le possibili etnie, indiane, africane, sudafricane.

Il re d’Inghilterra, al momento lo sfortunato Carlo III, che ha dovuto aspettare decenni prima di salire al trono a causa della longevità della regina Elisabetta, per beccarsi subito un tumore, è il capo del Commonwealth delle nazioni, 56, che sono tuttora soggette, almeno formalmente, all’Impero britannico. E’ per questo motivo che, durante la Seconda guerra mondiale, i ragazzi sudafricani vennero a combattere per la libertà di un’Europa di cui non gli poteva importar di meno. Perché noi siamo stati ‘liberati’ anche dai razzisti sudafricani, è bene ricordarlo. Si vada a vedere il commovente cimitero del Commonwealth vicino a San Siro. Fra le tante tombe bianche, tutte uguali, ne troverete moltissime di ragazzi sudafricani, tutti poco più che ventenni, venuti a combattere inutilmente per la libertà d’Europa. Al Cemetery war io vado, a volte, a raccogliermi.

Londra, come dicevo, è una città multietnica dove le etnie si mischiano e non va confusa, poniamo, con New York che è una città di ghetti dove gli yankee stanno nel centro, i chicanos nel Bronx, i neri ad Harlem, gli italiani a ‘Little Italy’.

Gli inglesi hanno preso una “cattiva strada”, De André, perché da paese in cui le libertà democratiche sono state sempre rispettate si stanno trasformando in un paese liberticida. E’ recente il provvedimento del governo inglese di vietare il fumo ai nati dopo il 2009. Un provvedimento del genere è stato preso anche da noi, dal sindaco Sala, ma per fortuna noi siamo italiani e di questi divieti, di fatto, ce ne fottiamo.

Insomma è il mondo “orwelliano” che si invera, come ha notato sul Corriere della Sera il corrispondente da Londra Luigi Ippolito. Perché il problema autentico è che si affida all’Ai la selezione delle classi dirigenti, la discriminazione sociale e in sostanza la scomparsa del ceto medio che, in qualsiasi società, ha la funzione fondamentale di tenere in qualche modo legate le classi abbienti con quelle meno abbienti o per nulla abbienti. Questo sistema di indagine preventiva abbatte la presunzione di innocenza che è uno dei cardini di ogni sistema democratico (che poi in Italia la presunzione di innocenza, cioè il ‘garantismo’, sia usata per mettere al sicuro ‘lossignori’, a causa della lunghezza del nostro processo, da ogni conseguenza dei loro reati, Berlusconi docet, è un altro discorso). Ed il vero problema della Giustizia italiana non è la separazione delle carriere, su cui si stanno accapigliando i fautori del Sì e del No, ma proprio la lunghezza dei nostri processi.

Il diritto anglosassone ha preso dal diritto romano, che è un diritto contadino, pragmatico che privilegia la celerità dei processi a scapito della matematica certezza delle decisioni. Noi invece abbiamo introiettato il diritto bizantino, di Gaio e Giustiniano, che attraverso una serie infinita di controlli, sub controlli, ricorsi, controricorsi pretende di arrivare a una certezza assoluta. Il che poi, di fatto, non avviene, perché dopo vent’anni alcuni testimoni sono morti, le carte sono ingiallite e illeggibili e così via. Questa pesantezza è stata poi aggravata dal “diritto berlusconiano” che ha infilato nel nostro Codice tutta una serie di leggi, finto garantiste, che hanno la sola funzione di salvare ‘lor signori’, politici ed imprenditori, dalla galera. Fu questo l’inestimabile apporto di Mani Pulite che riportò la classe politica e imprenditoriale al rispetto di quella legge che noi tutti, cittadini comuni, siamo chiamati a osservare. E’ da allora che è cominciata una guerra senza quartiere, da parte della classe dirigente di destra ma anche di sinistra, contro la Magistratura. Non a caso oggi il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, che non è responsabile di bere oltre misura (“Nordio mezzolitro” lo chiama il bacchettone Travaglio, che è astemio) ma del fatto che quando era Pm a Venezia e i magistrati di Mani Pulite mandavo in galera corrotti, corruttori, concussori, non fu capace o non volle intercettare altrettali trasgressioni di “lor signori” a Venezia, dove pur, come ovvio, esistevano corruttori, concussori. A mio avviso è una specie di inferiority complex che lo muove mentre cerca di intimidire i giudici con esami psicoattitudinali ai magistrati, non solo all’inizio della loro carriera, ma anche alla fine (in verità, a questi esami, se non avessero un senso solo intimidatorio, dovrebbe essere sottoposto lo stesso Nordio).

Ed è particolarmente inquietante che la Giustizia britannica, in genere, per la sua storia, pragmatica, abbia dimenticato la presunzione di innocenza per condannare a priori i bambini appena nati. Ancora un passo e arriveremo al feto.

 

Il Fatto Quotidiano, 20.02.2026

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Il governo Trump ha imposto dazi pesantissimi a tutti i Paesi che intendano importare petrolio a Cuba. Si capisce meglio ora l’aggressione americana al Venezuela che era il principale esportare di petrolio verso Cuba, tra i 20mila e i 70 mila barili di greggio al giorno, parte dei quali veniva rivenduta all’estero dal governo cubano, per fare cassa. Il fabbisogno totale cubano è di circa 100mila barili al giorno.

L’aggressione al Venezuela aveva tre obiettivi: due diretti e immediatamente comprensibili, impadronirsi del petrolio venezuelano, tagliare le unghie al ‘socialismo bolivariano’ e sullo sfondo, quello indiretto, preparare l’aggressione al nemico di sempre in quella zona, in quell’area centro-sudamericana, cioè Cuba.

Attualmente Cuba si trova in una posizione debolissima. E’ un paese comunista e, in quanto tale, ha perso i suoi tradizionali alleati, la Russia e la Cina, che sono diventate dittature capitaliste. Inoltre Putin, oltre a essere impegnato nella guerra all’Ucraina, sembra amoreggiare volentieri con Donald Trump. In quanto a Xi Jinping, Cuba è geograficamente molto lontana e distante dagli interessi cinesi, anche perché Cuba non ha materie prime da offrire in cambio.

Inoltre la leadership cubana è debole, Miguel Díaz-Canel, non ha certo il fascino magnetico di Fidel Castro che mi fu confermato anche da Susanna Agnelli, quando era sottosegretario agli Esteri e che non può certamente essere sospettata di simpatie comuniste. In quanto al Che è andato a morire in Bolivia per una causa non sua, come ha sempre fatto nella sua vita generosa.

In realtà Cuba qualcosa da esportare ce l’ha: non si tratta di materie prime, ma del suo eccezionale personale medico. Attualmente in Guatemala lavorano 333 medici e 79 operatori sanitari cubani. Il Guatemala ha però affermato che nel 2026 smetterà di impiegare centinaia di medici cubani che da anni lavorano nel paese attraverso un accordo che Cuba ha stretto anche con altri paesi, tra cui l’Italia. Qualcuno ricorderà, forse, che durante la crisi del Covid, Cuba mandò generosamente 50 dei suoi medici in Italia. E’ la generosità che fa parte del Dna dei popoli sudamericani, così lontana dalla grettezza degli americani. Ma anche i russi, il cui popolo è generoso anche se in modo diverso, mandarono 50 medici, naturalmente accusati di essere delle spie.

C’è poi una fratellanza più generica e più debole con altri Paesi sudamericani come il Messico, anch’esso costretto dai dazi di Trump a smettere di rifornire di petrolio Cuba. Ma la presidente messicana Claudia Sheinbaum ha fatto sapere che il suo governo sta cercando misure alternative per aiutare Cuba, come inviare due navi militari sull’isola con oltre 800 tonnellate di ‘aiuti umanitari’. Inoltre sta cercando di trattare con gli Stati Uniti per poter inviare almeno una certa quantità di petrolio presentandolo come un ‘aiuto umanitario’ alla popolazione. C’è poi, per Cuba, il problema del tutto conseguente delle ambulanze che sono immobilizzate dalla mancanza di carburante e che non possono rifornire gli ospedali.

In quanto al Brasile, tradizionalmente inserito nel mondo del ‘socialismo bolivariano’, non ha preso le distanze da Cuba, però Lula si è fatto molto più prudente, come si evince dall’articolo che ha scritto per il Corriere della Sera il 16 gennaio: teme di fare la fine di Maduro.

In quanto all’Italia di Giorgia Meloni, come ha ricambiato quell’antico gesto di generosità dei cubani? Ignorando non solo Cuba, ma anche Lula e preferendo stringere rapporti economici e di amicizia col presidente argentino Javier Milei che ha definito il socialismo “il cancro del mondo”. Del resto nel programma e nell’attività della premier italiana non è rimasto nulla della destra sociale cui si rifaceva Pino Rauti. Il buon Gianni Alemanno, che da sindaco di Roma aveva cercato di recuperare qualcosa di quella destra sociale e che è stato sposato per un quarto di secolo con la figlia di Rauti, Isabella, è finito a sostenere Fratelli d’Italia, senza peraltro avere alcun ruolo in quel partito e poi ha fondato un suo movimento in polemica col melonismo.

Meloni è tutta impegnata nei cosiddetti “piani Mattei”, usurpando il nome del grande Enrico Mattei, che sono piani di rapina. Lei stessa si è affrettata a dire che non si tratta di piani “predatori”, excusatio non petita, accusatio manifesta. Cioè, dopo aver ridotto l’Africa, come han fatto i Paesi colonialisti, Germania nazista esclusa, nelle condizioni in cui è ora, si vuol suggerne anche quelle poche risorse che le sono rimaste (per chi voglia saperne di più legga il mio “Il vizio oscuro dell’Occidente”, Marsilio 2002).

Infine voglio ricordare, a chi se ne sia dimenticato, che a Cuba la sanità e l’istruzione sono gratuite. Negli Stati Uniti non esiste una sanità pubblica, in Italia è stata sostituita, di fatto, da quella privata con i risultati che conosciamo (altro che “piani Mattei”).

Cuba que linda es Cuba. Hasta la vista, hasta siempre, comandante Che Guevara.

 

Il Fatto Quotidiano, 18.02.2026