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Si dice, si crede e si scrive che la scoppola presa al referendum abbia indebolito il governo. E’ vero il contrario. Meloni ha potuto liberarsi, senza creare troppo scompiglio nelle sue fila, di soggetti diventati impresentabili, da Santanchè a Delmastro a Bartolozzi e dell’infido Gasparri, un soggetto sulla cui lealtà non si può mai contare. Era il principale ‘ colonnello’ di Gianfranco Fini, il solo leader di destra che abbia veramente chiuso col fascismo mentre adesso dobbiamo beccarci La Russa, presidente del Senato, che in casa tiene molti cimeli mussoliniani. Quando Fini fece l’errore di far entrare il suo gruppo in Forza Italia, errore clamoroso perché in un gruppo dove c’era Berlusconi poteva comandare solo Berlusconi (qualcuno ricorderà la scena in cui Fini, puntando il dito contro il nano di Arcore, gli disse: “Mi stai cacciando?” e infatti lo cacciò) Gasparri fu il primo a mollarlo. Oggi al suo posto Meloni ha messo Stefania Craxi che è oggettivamente un po’ meglio. Il governo Meloni potrebbe cadere solo se si sganciasse Matteo Salvini. Salvini è quello che è, ma non è un cretino, è attaccato alla poltrona come pochi e quindi appartiene all’iperboreo che faccia una mossa autolesionista del genere. Nemmeno l’esodo di Antonio Tajani, ministro degli Esteri, avrebbe un contraccolpo, perché la politica estera la fa Meloni e la fa appoggiandosi a Donald Trump, alleanza che ha dei prezzi pesanti come l’aver vergognosamente dichiarato che l’aggressione al Venezuela era “… del tutto legittima”. Ma intanto Meloni resta dove sta e ha acquisito, anche per il suo sbattersi da un capo all’altro del mondo, un prestigio europeo superiore a quello della Germania, dell’indeciso e incomprensibile Merz e anche del più combattivo Macron che però ha dei problemi interni che Meloni non ha.

Molto incerto è invece che Meloni vinca le prossime elezioni politiche, ma fare ipotesi sul futuro è molto arduo perché il futuro è, come ho scritto in Il denaro, “Sterco del demonio”, un “tempo inesistente”. C’è il passato, c’è il presente, ma il futuro è indecifrabile perché troppe sono le varianti in circolazione, sia a livello internazionale, soprattutto con uno psicolabile come Trump, sia nella vita privata. Così come ognuno di noi può morire da un momento all’altro, così possono morire gli attuali reggitori del mondo, oltretutto molto anziani (Trump ha 79 anni, Xi 72, Putin 73 anche se sembra il più in forma, fisicamente e mentalmente, di tutti) e addirittura gli Imperi. L’Atene antica aveva appena finito di conquistare l’intera Grecia che collassò. Così come fu, seppur in modo meno evidente, per l’Impero romano. E’ l’hybris, cioè il delirio di onnipotenza che ha sempre sconfitto, o per essere più precisi auto sconfitto, gli uomini e gli Imperi.

Comunque, volendo fare delle previsioni in un terreno così scivoloso, ci si può aspettare che l’attuale governo di destra venga sconfitto alle prossime elezioni politiche. Non per la forza della sinistra che non esiste più da tempo, da quando è scomparso il Partito comunista, ma perché alle prossime elezioni politiche del 2027 andranno a votare giovani che finora, per motivo di età, non hanno votato. I ‘maranza’ insomma, per usare un termine molto sbrigativo ma comprensibile, i ProPal, molti dei quali si erano rifugiati nell’astensione e, i ‘maranza’, i ProPal, non voteranno certo per gli esponenti di questo governo, come confermato dalla valanga di No che sono arrivati un po’ da tutte le generazioni, ma soprattutto dai ragazzi.

 

Il Fatto Quotidiano, 01.04.2026

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Uno slogan del Sessantotto recitava: “Pagherete caro, pagherete tutto”. Io l’ho trasformato in: “Rimpiangerete caro, rimpiangerete tutto”. Anche la vecchia cara e troppo dimenticata ‘balena bianca’ come la chiamava Gianpaolo Pansa. Eh sì, la Dc, La Democrazia cristiana, intendo quella che va da De Gasperi alla generazione dei Fanfani e dei Forlani e che trova oggi un prolungamento in Pier Ferdinando Casini, l’eterno Pier Ferdi, che a mio avviso sarà il prossimo Presidente della Repubblica, ne ha l’età, 70 anni, il bell’aspetto e non è mai stato implicato in affari loschi. L’unico neo in quella vecchia Dc è rappresentato da Giovanni Gronchi (lo scandalo dei “Gronchi rosa”).

La Democrazia cristiana seppe tenere in piedi col consenso (tutti, o quasi, votavano Dc ma non lo dicevano perché se ne vergognavano, un po’ come accadrà dopo con Berlusconi, per lo meno il primo Berlusconi) l’intero Paese.

Nel periodo post bellico la Dc, partito egemone, fu certamente aiutata dal Piano Marshall ma gli americani non sarebbero stati altrettanto generosi se, in periodo di guerra fredda, al potere in Italia ci fossero stati i comunisti, quelli veri, molto ben organizzati che tallonavano a breve distanza la ‘balena bianca’. E’ vero che il Piano Marshall c’è costato la sudditanza agli americani, ma allora era inevitabile, necessaria a differenza di oggi, vero Ms. Giorgia?

La Dc nei suoi anni migliori, quelli di Ettore Bernabei, fu importante, anche se oggi sembra incredibile dirlo, sul piano culturale. Era una tv ‘dirigista’ quella, monopolista perché aveva il controllo dell’unica rete allora esistente, Rai 1. Però era un dirigismo intelligente e colto. Bernabei cercò innanzitutto di unificare l’Italia dei dialetti a un buon italiano, c’erano addirittura venature ‘puriste’ in quella televisione, niente a che vedere con la sguaiataggine dei talk di oggi. Bernabei portò in prima serata lo “sceneggiato all’italiana”, che non era solo Il mulino del Po di Bacchelli, ma erano anche, e forse soprattutto, i grandi russi, a cominciare da Dostoevskij. Vidi allora una straordinaria interpretazione di Luigi Vannucchi nella parte del principe Stavrogin ne I Demoni di Dostoevskij (sia detto di passata: Stavrogin interpreta al meglio l’animo russo). Bernabei si permise di dare alle otto di sera Il settimo sigillo di Bergman. La mia segretaria, lavoravo allora alla Pirelli, lo prese per un noir. Ma ci stava anche quello insieme alla profonda introspezione psicologica abituale dei film di Bergman. Insomma era un po’ basica l’interpretazione della mia segretaria, ma intanto si era cuccata Bergman, uno dei massimi registi, insieme a Kurosawa, di tutti i tempi come riconobbe Woody Allen che non era proprio l’ultimo arrivato (“Tutte le volte che ho cercato di mettermi all’altezza di Bergman o di Kurosawa ho fallito”, intervista a La Repubblica in morte appunto di Bergman). Dal 1968 al 1974 furono dati, spesso in prima serata, seicento concerti di musica classica o sinfonica.

La Dc naturalmente, essendo il partito al potere, in modo quasi egemone, a parte le frattaglie del partito repubblicano di Ugo La Malfa e di quello liberale di Giovanni Malagodi, era attaccata da tutte le parti. Ma si rivelò una formidabile incassatrice: non rispondeva ai colpi. Cosa che faceva impazzire Montanelli perché ogni stoccata risultava inutile. Una volta che ero da lui al Giornale ad un certo punto prese dalla scrivania un’immaginetta con una cornice d’argento di quelle che di solito si tengono in omaggio alla moglie, alla Madonna o a qualche santo e me la fece vedere. “Con questo ci sarebbe stato gusto”, mi disse con la voce cavernosa che gli era venuta da vecchio. La orientò meglio e io vidi emergere l’inconfondibile figura di Iosif Vissarionovič Džugašvili, cioè Giuseppe Stalin. “Con questo ci sarebbe stato gusto”, ripeté Indro, “sì”, risposi, ma la tua ribellione sarebbe durata poco perché ti avrebbe fatto immediatamente fucilare. La Dc ovviamente non fucilava nessuno, incassava, nella peggiore delle ipotesi dribblava. Nel dopoguerra molti grandi registi, da Visconti a Rosi, erano comunisti e quindi indigesti alla Democrazia cristiana. Allora interveniva Andreotti, il divo Giulio, un vero illusionista alla Iniesta che faceva sparire il problema e i film passavano.

Ma forse il più importante merito della Dc è stato il suo rapporto con la Giustizia. Lasciamo pur perdere, perché è un dettaglio, che non ho mai avuto querele dai democristiani, ne ho avute un’infinità dai socialisti, dai comunisti, ma non dai democristiani. Come dicevo incassavano senza rispondere.

Però il fatto più importante è un altro. Andreotti e in misura minore Forlani, “il coniglio mannaro”, hanno avuto un’infinità di procedimenti penali ma si sono sempre difesi all’interno del processo e non dicendosi vittime di chissà quali complotti politici, perché una classe dirigente consapevole d’esser tale non delegittima le Istituzioni, perché sono le sue Istituzioni, e dall’anarchia, anche giuridica, ha solo da perdere. Dopo è venuto il “diritto berlusconiano” per cui qualsiasi politico, o imprenditore, si ritiene vittima di un qualche complotto, in genere della Magistratura “politicizzata”.

Insomma la Democrazia cristiana, la ‘balena bianca’, è stata la sola classe dirigente, pur coi suoi tanti difetti, degna di essere e di definirsi tale, fra i difetti c’è da mettere un certo bacchettonismo. La parola “uccello” non si poteva dire in tv (e quando l’ingenuo Mike Bongiorno disse “Signora Longari, lei mi è caduta sull’uccello” è successo un mezzo scandalo). Ma la volta in cui la Democrazia cristiana perse la sua abituale tolleranza fu con Mistero buffo di Dario Fo e Franca rame, per cui i due artisti subirono un lungo embargo.

Poi sono venuti dei quaquaraquà di destra soprattutto, ma anche di sinistra, per cui oggi siamo obbligati a sentire come una grande vittoria quella del No al recente referendum.

Un’ultima annotazione. Andreotti, quando era ministro degli Esteri, fece una politica di appeasement con i Paesi mediorientali di cui beneficiamo ancora oggi, una politica allora difficile perché eravamo pur sempre sotto il controllo degli americani.

 

 

Il Fatto Quotidiano, 27.03.2026

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Il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani ricordando Bossi, ‘l’Umberto’ come tutti lo chiamavano, o il ‘senatur’ perché era entrato in Senato unico rappresentate di un partito misterioso, la Lega Autonomista Lombarda, ha affermato: “Con tutta Forza Italia piango la scomparsa di Umberto Bossi, leader storico e fondatore della Lega. Grande amico di Silvio Berlusconi”. Insomma Tajani ha voluto, sia pur in modo postumo, arruolare Bossi fra i ‘forzisti’, forse l’onorevole Tajani si è dimenticato che fu proprio Bossi a far cadere il primo governo Berlusconi. In un famoso discorso in Parlamento, pronunciato in un perfetto italiano, mentre i vari monsignori e monsignorini a cominciare dal Monsignore ufficiale, don Ernesto Galli della Loggia, lo accusavano di essere ignorante, Bossi lo concludeva così:” Oggi muore la prima Repubblica”. Si illudeva il buon Umberto. Perché la prima Repubblica, sia pur attraverso vari cambiamenti, sarebbe sopravvissuta sub specie Berlusconi e berluscones di vario genere. Se c’erano due persone agli antipodi erano Silvio e Umberto, come ricorda una famosa immagine in cui i due sono immortalati in Sardegna, l’uno in canotta l’altro vestito in modo inappuntabile quanto volgarissimo. Fin dal suo primo apparire, nell’84, la Lega di Bossi, come ogni altro movimento partitocratico, tipo 5Stelle, fu preso di mira, ma con ferocia ancor maggiore dall’establishment. Si ricorderà l’invasione della sede del partito che era allora come oggi in via Bellerio, anche se oggi occupata dagli uomini della Lega di Matteo Salvini che con quella di Bossi non c’entra assolutamente nulla, da parte della Digos, fatto unico nella storia dell’Italia repubblicana. Ma il punto più alto, o più basso di questa aggressione lo si raggiunse con una minacciosa telefonata di Francesco Cossiga, la ‘lepre marzolina’ come lo avevano soprannominato gli inglesi, uno degli uomini più loschi dell’intera storia della Repubblica (Gladio docet) a Gianfranco Miglio che era un grande costituzionalista, primo teorico della Lega, un po’ come più avanti Gian Roberto Casaleggio lo sarebbe stato del Movimento di Beppe Grillo. Questo il testo della telefonata: “Rovinerò Bossi facendogli trovare la sua automobile imbottita di droga; lo incastrerò. E quanto ai cittadini che votano per la Lega li farò pentire: nelle località che più simpatizzano per il vostro movimento aumenteremo gli agenti della Guardia di Finanza e della Polizia, anzi li aumenteremo in proporzione al voto registrato. I negozianti e i piccoli e grossi imprenditori che vi aiutano verranno passati al setaccio: manderemo a controllare i loro registri fiscali e le loro partite Iva; non li lasceremo in pace un momento. Tutta questa pagliacciata della Lega deve finire.” (Io, Bossi e la Lega, Mondadori, 1994, p. 28). E Miglio così proseguiva: “Confesso che la sorpresa provocatami in questa sfuriata mi lasciò senza parola. Cossiga era per me un amico ma era anche il Presidente della Repubblica! Mi avevano detto che piccoli operatori economici in odore di leghismo avevano ricevuto insistenti ispezioni della Finanza; ma se addirittura il custode della Costituzione era pronto ad avallare atti illeciti a danno di cittadini colpevoli soltanto di avere un’opinione politica diversa da quella dominante, dove andavano a finire le garanzie dello Stato di diritto?”. Questo testo lo si ritrova paro paro in un libro pubblicato da Mondadori. Carta scritta, carta canta. Ma Cossiga si guardò bene dallo smentire.

La Lega di Bossi nasce, come si è detto, nel 1984 prima dell’avvento di Mani Pulite, ma esprime lo stesso disgusto per la partitocrazia. Questo era il clima di quell’ indimenticabile stagione. Ma da allora molta acqua è passata sotto i ponti. Vittorio Feltri che all’iniziò parteggiò per la Lega, prima sull’Europeo, poi sull’Indipendente e che deve, almeno in parte, il successo di quei due giornali che diresse, ha voltato, com’è suo costume, gabbana. Gianfranco Funari che con la sua trasmissione televisiva, Aboccaperta su Rai 2, seguitissima, metteva il “potere in mutande”, fu esiliato a Odeon (e qui apro una parentesi. Intervistato in strada da Roberto Poletti gli disse: “Io mi sento un uomo solo e se penso ad un altro uomo solo penso a Massimo Fini”. Non c’eravamo mai conosciuti di persona). Di Salvadori, che fu il primo ispiratore di Bossi, si è persa ogni traccia. Di Pietro, dopo una breve esperienza politica, breve perché Berlusconi gli comprava, com’è documentato, i senatori, si è ritirato nel suo paese natio, Montenegro di Bisaccia. Mario Capanna che fu il ‘leader maximo’ del Movimento studentesco adesso fa il contadino. Daniele Vimercati è morto. Insomma ho l’impressione, abbastanza angosciosa, di essere rimasto il solo testimone attivo in circolazione grazie al fatto che Marco Travaglio mi ha aperto le pagine del suo giornale. E’ un po’ poco, lo ammetto, ma comunque sufficiente per ricacciare in bocca al ministro Tajani le sue stronzate.

P.s. Bossi disprezzava a tal punto Berlusconi che, da un certo momento in poi, prese a chiamarlo “Berluscaso”, “Berluschi”, “Berluscosa” e "Berluscàz". 

 

Il Fatto Quotidiano, 22.03.2026