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Ha suscitato scandalo in Europa che una delegazione afgano-talebana sia stata ricevuta a Bruxelles. Gli americani questa volta sono stati più prudenti vista la batosta che hanno preso dopo vent’anni di invasione ed occupazione dell’Afghanistan, finita nel più inglorioso dei modi, per la quale avevano raccolto quasi tutti gli Stati del mondo, Italia compresa-- vero professor Vannacci? -- . Il vero scandalo è che l’Afghanistan non sia riconosciuto come Stato dall’Onu. Eppure l’Afghanistan, di oggi e di ieri, ha tutti i requisiti per essere riconosciuto come Stato, uno Stato esiste quando ha un governo, una popolazione, un territorio. E l’Afghanistan ha tutti questi requisiti. Ma questo non riconoscimento dell’Afghanistan come Stato non è innocente. Permette a tutte le anime belle, compresi Amnesty International e Human Rights Watch di trattare gli afghani non come popolo, ma più o meno come un gruppo di terroristi a cui non viene riconosciuto diritto alcuno. A Guantanámo, territorio paradossalmente cubano, agli afgani fatti prigionieri durante l’invasione occidentale, diventati nel frattempo die vecchi, non è riconosciuto lo status di soldati, per cui vengono trattati nel peggior dei modi, con umiliazioni e brutalità sconosciute nella Storia recente. Bisogna risalire al genocidio nazista nei confronti degli ebrei, e anche qui ci sarebbe da discutere, e dei giapponesi all’epoca del Mikado.

Di che cosa si è discusso a Bruxelles? Del trattamento riservato agli afghani quando rientrano in patria. Si tratta di afgani che appoggiarono i governi Quisling di Karzai e di Ashraf Ghani, poi fuggito con l’oro depredato alla popolazione afghana. Si tratta di collaborazionisti che hanno la coscienza sporca. Ma il governo dei “new talebans” li ha garantiti con una amnistia generalizzata come aveva già fatto il Mullah Omar nel 1996 dopo aver sconfitto i ‘signori della guerra’. Amnistia che non riguardava solo i pashtun, tribù a cui il Mullah apparteneva, ma anche i suoi tradizionali avversari, i tagiki di Massoud e gli uzbeki di Dostum. I tagiki erano stati essenziali per l’invasione americana perché avevano prestato i loro uomini per questa invasione, senza il loro aiuto gli americani non avrebbero potuto prevalere, dato che senza uomini sul terreno, col solo apporto dei B52, non ce l’avrebbero fatta. Questa sarà la causa dell’assassinio dello stesso Massoud. Perché Massoud era un afghano integrale. E, dopo aver ringraziato gli americani per aver tolto di mezzo i Talebani, avrebbe detto agli yankee: “Tornatevene a casa”. Ma questo agli americani non andava bene per cui Massoud fu ucciso in un agguato compiuto da due arabi che si erano finti operatori televisivi durante un’intervista. Assassinio che non fu mai attribuito ai talebani, nonostante la cattivissima fama di cui godevano. Insomma Massoud fu vittima di se stesso e delle sue ambizioni e dei legami che aveva intrattenuto con l’ambiguissimo sceicco saudita Bin Laden che, in effetti, con le sue enormi ricchezze, aveva aiutato i combattenti afghani durante l’occupazione sovietica. Di Bin Laden il Mullah Omar non aveva nessuna considerazione, lo definiva “un piccolo uomo”.

Vogliamo ricordare alcuni meriti del Mullah Omar? Stroncò il traffico della droga impedendo agli agricoltori afghani di coltivare il papavero da cui si ricava l’oppio. Con questa decisione andava contro la sua stessa base elettorale, chiamiamola così, che era formata appunto da agricoltori ed autotrasportatori. Il Mullah andava per le spicce e faceva bruciare i campi degli agricoltori che non ci stavano ai quali, peraltro, andava non più dell'1% del guadagno. Ma aveva l’autorità, l’autorevolezza, il prestigio per farlo. Ma soprattutto si metteva contro le potenti organizzazioni internazionali che trafficavano con la droga legate a loro volta ad insospettabili Paesi occidentali. E questa è la vera ragione, se vogliamo trovarne una, dell’invasione e dell’occupazione dell’Afghanistan.

Il Mullah prese anche altre importanti decisioni: proibì il combattimento fra animali, perché la sharia lo condanna e vietò la caccia. Tema molto attuale in Europa e in Italia, visto che sta per essere varata la legge chiamata “sparatutto”.

E adesso cosa vogliamo fare, visto che continuano a non piacerci i costumi afghano-talebani? Occupare ed invadere per l’ennesima volta l’Afghanistan? Forse bisognerebbe ricordarsi che l’Afghanistan, talebano e non, è chiamato “la tomba degli Imperi”. Nell’Ottocento l’Afghanistan era sotto il controllo degli inglesi, nelle nefandezze gli inglesi non sono mai secondi a nessuno, anche se l’altro giorno nei Campionati hanno fatto una misera figura contro il Ghana, dove i ragazzi ghanesi hanno annullato i troppo strombazzati Bellingham e Henry Kane. Nel 1979 sono stati invasi dai sovietici, ci hanno messo dieci anni e li hanno cacciati. Nel 2001 sono stati invasi ed occupati dagli occidentali, ci hanno messo venti anni e li hanno cacciati. 

Nel frattempo anche l’Afghanistan, inter fecondandosi con la cultura occidentale, è cambiato. Esistono, come ho già ricordato, ristoranti gestiti da sole donne, ristoranti dico e non dancing pub, questo sarebbe veramente troppo, e altri ristoranti francesi ed extraeuropei, americani no, di quelli ne hanno già avuto abbastanza.

Il Mullah era contrario a ogni forma di familismo, ha avuto tre mogli e cinque figli, ma nessuno di costoro fa parte dell’attuale vertice politico dei “new talebans”. Il leader è il misterioso Akhundzada che raccoglie in sé il potere politico e quello religioso come era stato ai tempi di Omar.

Non so cosa può pensare oggi il Mullah che guarda il suo Afghanistan dal paradiso delle Urì. Comunque sia, che Allah ti abbia sempre in gloria, Omar.

 

Il Fatto Quotidiano, 28.06.2026

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Ho visto l’altra sera Svizzera - Bosnia finita 4 a uno per gli elvetici. Avevo puntato la Svizzera che era data ad una quota incredibilmente appetitosa, 1:45, cioè se vinci ti danno, oltre alla tua puntata, 45 euro, un furto come si dice in gergo ippico, quando un cavallo, dato appunto ad una quota appetitosa, vince a redini basse. “Furto! Furto!” Si sente gridare dalle tribune quando il cavallo in questione taglia vincente il traguardo. Vuol dire che i bookmaker che non sono infallibili, sono giocatori anche loro, hanno sbagliato la quota.

Un furto perché la Svizzera ha una squadra molto forte, anche se con dei limiti in attacco di cui parleremo più avanti. Il portiere, Kobel, è uno che permette all’allenatore, Yakin, su cui pure ho dei dubbi ma anche di questo parleremo poi, di lasciare in panchina Sommer, il bravissimo portierino dell’Inter. Il terzino destro, Widmer, non è granché, fa onestamente il suo, anche perché di terzini destri non ce ne sono molti in Europa, il Barcellona ci ha messo una vita per sostituire Sergi Roberto che peraltro segnò il gol decisivo nella famosa “Remuntada” contro il Paris Saint-Germain. Il centrale è Akanji, stopper del Manchester City, quando il City dominava in Europa, l’altro centrale è Nico Elvedi che è quasi alla sua altezza, ma la vera forza della Svizzera sta in mezzo, con Xhaka che è uno dei migliori centrocampisti del mondo, capace di fare dei passaggi dritto per dritto alla De Bruyne, Freuler che è quasi alla sua altezza (Akanji gioca oggi nell’Inter, Freuler nel Bologna). I problemi vengono all’attacco con Embolo, un nero camerunense che è tecnicamente e tatticamente sprovveduto e non è in grado di capire le giocate di Xhaka e degli altri centrocampisti. E’ forte fisicamente, ma quando riceve un passaggio la palla gli rimbalza addosso come se fosse un muro e si fa trovare spesso in fuorigioco. E’ dai tempi di Chapuisat, cioè una ventina d’anni fa, che la Svizzera non ha un centroavanti, per questo fa un gran bel gioco ma fatica a segnare. Ne aveva trovato uno bravo tecnicamente, ma che non c’entrava mai la porta, cosa grave per tutti in particolare per un centrattacco. In quanto alla Bosnia punta tutto su Dzeko, che ha ormai 40 anni, e l’altra sera è stato nullo.

Particolarmente irritanti erano i commentatori, sia quelli sul campo sia quelli in studio, ad esclusione di Marco Tardelli che da grande centrocampista qual è stato può capire Xhaka e gli altri. I commentatori facevano un tifo spudorato per la Bosnia, perché se la Bosnia avesse battuto la Svizzera voleva dire che non eravamo stati battuti da una squadra scarsa. L’altra debolezza della Svizzera è l’allenatore, Yakin. Ieri, è vero, ha azzeccato tutti i cambi, ma in una partita dei precedenti Mondiali, dove la Svizzera con la coppia di centrali Akanji-Elvedi si era portata bene, volendo un centrale più propositivo sostituì Elvedi, lasciando solo Akanji a difendere (contro la Bosnia Nico Elvedi c’era e si è vista la differenza)e fu 6 a 1 per la gioia di Cristiano Ronaldo che era il Ronaldo vero, non quello privo di energie di adesso, che insiste nel “doppio passo” alla Di Stefano e nel dribbling che non è più in grado di fare. Non c’è solo il problema che Ronaldo ha 41 anni, come Modric, ex grande pallone d’oro, schierato dalla Croazia nella partita contro l’Inghilterra e a sua volta nullo, anzi deleterio, ma conta il fatto che Ronaldo gioca in una squadra saudita, cioè fuori dai Campionati europei o sudamericani dove il gioco, se parliamo di squadre, non di singoli, è molto più lento.

Facendosi uccellare dalla vittoria dell’Inghilterra contro l’inesistente Croazia, i bookmaker danno i leoni inglesi come terzi favoriti per il titolo. E’ vero che l’Inghilterra ha inventato il calcio moderno, ma è anche vero che non vince un Campionato del Mondo dal 1966, quando lo ospitava e furtò un gol perché l’arbitro sovietico giudicò che il pallone aveva superato la linea di porta mentre così non era stato (“Il gol fantasma di Wembley”). La prima favorita è la Spagna e questo mi sta bene perché la Spagna, e soprattutto il Barcellona, dove giocano alcuni giovanissimi geni come Yamal, diciotto anni, e Cubarsì, lo stopper, che ne ha diciannove mi è particolarmente simpatica, non solo nel calcio ma per il temperamento del popolo spagnolo e per la politica del governo socialista di Pedro Sanchez e prima di Zapatero, finiti naturalmente sotto accusa (‘la manina’ Usa di cui abbiamo già parlato). L’Inghilterra è la terza favorita anche perché il centravanti è Harry Kane. Ma Kane è fortissimo quando gioca nel Bayern Monaco. A fare un gol da centrattacco nel Bayern sono capace anche io e infatti l’altra sera contro la Croazia è riuscito quasi a fallire un rigore, è stato salvato dall’arbitro che ha sostenuto che il portiere della Croazia non aveva tenuto correttamente i piedi sulla linea di porta. Il Bayern è oggi forse la squadra più forte del mondo, insieme al Barcellona e al Paris Saint-Germain allenato da quel genio di Luis Enrique che ha rinunciato alle ‘figurine’, tipo Mbappè e Neymar, per dare un vero gioco alla squadra e un ruolo decisivo al ‘dribblomane’ Dembelè e poi, come ho già scritto, vi giocano Marquinhos, centrale di difesa capace però anche di aprire il gioco e Vitinha che è completo in tutto, ha tecnica, senso tattico e, cosa che non guasta mai, un gran tiro. Ma la Francia, data come seconda favorita, la detesto per quel suo senso di grandeur che trasmette anche ai suoi giocatori (“Il calcio è lo specchio della società civile”, Storia reazionaria del calcio, insieme a Giancarlo Padovan, 2019).

Come Campione del mondo io tifo per la Germania, che è data come settima favorita, ed è già troppo visto la deludente partita contro la Costa d’Avorio. E’ andata subito sotto e ha fatto fatica a rimontare, finché Nagelsmann, l’allenatore, il più giovane in questi Campionati, non ha inserito come centravanti Undav che è uno di quegli strani giocatori che se lo schieri dall’inizio non combinano un cazzo, ma da ‘subentrati’ diventano decisivi. In passato era possibile puntare le prime quattro semifinaliste e la Germania non mi ha mai deluso. Ma adesso, mi ha informato mio figlio, questo tipo di giocata non è più permessa.

Ma, come scommettitore, non vado preso sul serio, perché gioco per sentimento. Per questo mio figlio vince sempre: punta il contrario di quello che ho puntato io. Ma chissenefrega, Deutschland über alles. Non solo nel calcio.

 

Il Fatto Quotidiano, 24.06.2026

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Abbiamo parlato dei medici. Occupiamoci adesso degli artigiani. Lavorano quasi tutti in nero e se tu ci stai ti rendi complice ai danni del cittadino onesto, una rarità invisibile del nostro mondo (“E sempre sia lodato quel fesso che ha pagato”). Non rispettano gli appuntamenti, ma anche questa è una moda che non riguarda certo solo gli artigiani. Il lettore ricorderà forse la fatica che ho fatto per trovare un segretario o una segretaria. Incontravo i candidati per farmi un’idea, fissavamo il primo giorno di lavoro e costoro non si presentavano, quando andava bene mandavano una mail di scuse. Io credo che la prima, vera e forse unica riforma da fare in Italia sia quella della buona educazione.

Ma questi sono dettagli. Il problema vero è che questi cosiddetti artigiani non hanno nessuna affezione per il loro mestiere. Anche quando, dopo mesi di attesa, ti presentano finalmente la loro opera c’è sempre qualcosa che non funziona o da rifare, non so se lo fanno per calcolo o, come credo più verosimile, per incapacità. Un tempo, non poi così lontano, l’artigiano era orgoglioso del proprio mestiere e presentava al maestro il ‘capolavoro’ che attestava la validità dei lunghi anni di apprendistato. Insomma l’artigiano veniva da una conoscenza solida del proprio mestiere. Era un do ut des, il maestro gli dava le proprie conoscenze, gli forniva gli strumenti essenziali del vivere, il restare in bottega anzitutto (eh già, la ‘bottega’, termine scomparso dal nostro vocabolario) e poi i vestiti, un paio di scarpe per i giorni infrasettimanali, un altro paio, più elegante, diciamo così, per la domenica e le feste comandate. L’apprendista artigiano si sarebbe sentito orribilmente umiliato se il maestro non avesse approvato il suo ‘capolavoro’. Questo concetto è esistito, fino a poco tempo fa, anche nel giornalismo. Faccio un esempio che riguarda la mia esperienza. Un pomeriggio mi chiama il direttore dell’Europeo, il mitico Tomaso Giglio, un ciociaro dall’aspetto assai poco rassicurante, diciamo quello di un Totò triste. Insomma mi chiama Giglio e dice:” Adesso prendiamo una smentita ad ogni pezzo?”. Una smentita, non una querela. Lavoravo da sei anni all’Europeo e quella era la prima smentita che ricevevo. Peraltro allora il nostro lavoro era molto diverso, noi non ci alimentavamo di social, di database, ma del lavoro fatto sul campo. MI fa sorridere, amaro, vedere che certe corrispondenze che riguardano, poniamo, Il Medio Oriente, vengano datate da Istanbul o da altre città a migliaia di distanza dal luogo dove si svolgono i fatti. Certo anche l’inviato sul campo poteva sbagliare. Sbagliava una volta, sbagliava due volte, ma alla terza finiva fuori dal mestiere. Se si fosse seguita questa linea certi giornalisti, poniamo Cerno, non esisterebbero.

Ma torniamo agli artigiani. Se voi osservate con attenzione certi tombini a Milano vedete che sono accompagnati da una sigla di due lettere che vi appare incomprensibile. Sono le iniziali dell’artigiano che ci tiene a far sapere che quel tombino, un miserabile tombino, porta la sua firma.

Insomma quello che è venuto a mancare nella nostra società è il rigore. Cioè il rispetto della legalità, o per meglio dire, dell’onestà che è qualcosa dipiù profondo. Nell’Ancien Regime, e non sto parlando del Medioevo ma del dopoguerra italiano, il rispetto della parola data era un valore per tutti, per gli imprenditori perché dava credito, per il mondo contadino dove una stretta di mano era sufficiente per suggellare un contratto, senza il bisogno di infinite e faticosissime trattative attraverso le mail, e per il mondo proletario che aveva le sue regole: la fidanzata doveva essere una ‘compagna’, il vino un Calcarone o un Barbera, vini poveri dunque e così via. Si chiamavano allora ‘figicciotti’, Federazione Giovanile Italiana Comunista. Non potevano sapere che cos’era davvero il “socialismo reale” che vigeva in Unione Sovietica, perché Togliatti, il migliore che pur in Unione Sovietica c’era stato, glielo aveva occultato. Del resto a Dostoevskij, che era un panrusso, San Pietroburgo non piaceva per niente, troppo moderna ai suoi occhi. Per costruire San Pietroburgo lo Zar e Pietro il Grande chiamò architetti da tutta Europa, anche italiani. Ed è molto probabile che io discenda da lì. Dalla componente russa e da quella ebraica che quando ci sono quattrini di mezzo non manca mai. Posso quindi dire, con ragioni migliori di Bernard-Henri Lévy, capostipite della “nuova filosofia”, di essere il figlio di due Rivoluzioni, quella sovietica perché i miei avi proprietari terrieri dovettero fuggire dalla Russia, quella italiana perché mio padre, Benso Fini, non volendo aderire al fascismo si rifugiò a Parigi. Era quella la meravigliosa Parigi degli anni Trenta dove anche due intellettuali strapenati come erano mia madre e mio padre, potevano frequentare i maggiori artisti ed intellettuali, da Picasso a Picabia. Mia madre, Zenaide Tobiasz, cui nome ebreo non può sfuggire a nessuno, ricorda mio padre che fruga in un cesto di rifiuti per prendere qualche arancia marcia. Del resto il Boulevard des Italiens era frequentato da tutti. Fu quello il periodo migliore della loro esistenza. Paradossi della Storia, paradossi della vita.

 

Il Fatto Quotidiano, 21.06.2026