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Sta per essere messo in circolazione un film- documentario sulla vita di Rudy Nureyev, forse il più grande ballerino di tutti i tempi, insieme a Nijinsky (“Poi guardavamo con le facce assenti la grazia innaturale di Nijinsky” Battiato, Prospettiva Nevski). Di Nijinsky, omosessuale come Nureyev, abbiamo però poche immagini perché gli toccò ballare durante il regime sovietico, nonostante a Parigi furoreggiassero i Balletts russes creati da Djagilev nel 1909 e che furono una fucina di ballerini e di sceneggiatori.

La sorte di Nureyev è stata diversa. Già astro nascente del Bolshoi si trovava a Parigi nel 1961 quando Rudy, già famoso per i suoi salti leggendari che lo libravano in aria per quelli che agli spettatori sembravano minuti, come se non avesse peso, fece i tre salti più importanti della sua vita, quando si gettò fra le braccia di un poliziotto francese.

Credo di essere rimasto uno dei pochi in vita ad aver conosciuto Nureyev che, malato di Aids, morì relativamente giovane. Voglio quindi ripercorrere qui questa mia esperienza.

La prima volta che lo vidi danzare fu nel settembre del ’73 alla Scala, in Giselle, con Carla Fracci. Allora Nureyev aveva 35 anni ed era all’apice atletico, un punto delicato e pericoloso perché da quella vetta poteva solo discendere. E infatti quando lo rividi all’inizio dell’estate dell’anno successivo, al Castello Sforzesco, si era già un poco appesantito, i suoi famosi “voli” non erano più così alti, così naturali, così leggeri, così liberi, anche se la sua presenza sulla scena rimaneva quella, magica, di sempre. Era una questione di quel fattore misterioso che si chiama carisma che alcuni uomini hanno e altri no.

Ma torniamo alla sera del 1973, alla Scala, quando Nureyev era al massimo. Per la verità lo spettacolo, per tutto il primo atto e una buona porzione del secondo, era scivolato via senza grosse emozioni. C’erano stati sì i virtuosismi, solo impercettibilmente leziosi, di Carla Fracci e le prodezze atletiche di due giovani ballerini, ma parte del pubblico, quella che non conosce ogni risvolto del balletto, era rimasta delusa. Il grosso pubblico era venuto infatti per Nureyev e lui fino a metà del secondo atto aveva fatto poco, qualche passettino senza impegno, due o tre dei suoi famosi voli e niente più. “Tutto qui?” avevo pensato e questo pensiero, certo, era venuto anche ad altri. Ma verso la metà del secondo tempo dell’opera di Adam, Carla Fracci, il secondo ballerino e il bravissimo corpo di ballo erano spariti dietro le quinte e avevano lasciato Nureyev solo sulla scena. E Nureyev, per quattro-cinque minuti non di più, aveva ballato, solo, la tunica bianca sullo sfondo nero del bosco cupo delle Willi. Alla fine di quella danza, breve e forsennata, Nureyev si era immobilizzato sulle punte al centro della scena. Ci fu un attimo di silenzio. Poi dal loggione una voce gridò: “Dio!”. E venne giù la Scala.

Questo Dio della danza me lo trovai davanti due mesi dopo, una mattina di novembre, mentre una pioggia fitta e leggera assassinava Londra, seduto di fronte a me. Io ero molto teso. Nureyev era impegnato nelle prove del Meriggio di un fauno, nel pomeriggio aveva un altro spettacolo, l’appuntamento era stato fissato a metà, in modo confuso e temevo la fama di scontrosità e sgarberia che Nureyev si portava dietro, la sua pubblicizzata arroganza. E invece fu non direi gentile, che non sarebbe la parola esatta, ma affettuoso e addirittura indifeso. Forse aveva funzionato l’ingenuo trucco di portare con me, con la scusa di farle fare da interprete, mia madre, che è russa. Nureyev si era intenerito e i due avevano cominciato a parlare fitto della Grande Madre Russia, degli infiniti spazi, della neve, della tundra, insomma delle cose che entrambi si erano lasciati alle spalle da moltissimi anni. Ma la mossa di portar mia madre si era rivelata anche un’arma a doppio taglio. Purtroppo io conosco male il russo ma quel tanto che basta per capire che mia madre delle risposte di Nureyev riferiva solo ciò che le garbava e in modo del tutto arbitrario, il che è tipicamente russo e che modificava anche il tono delle domande che io volevo un po’ aggressive e che lei invece addolciva. Quando poi chiesi a Nureyev dei suoi rapporti con le donne mia madre si rifiutò di porre la domanda, le pareva sconveniente chiedere certe cose al “caro Rudy”. Lo conosceva da meno di mezz’ora ed era già diventato il “caro Rudy”. Fui costretto a bypassarla, a uscire dal gioco e a rivolgermi a Nureyev in inglese. Del resto lui sapeva tutte le lingue e comprendeva anche un poco di italiano che spiccicava male ma capiva benissimo. Sulle donne Nureyev, che fin lì aveva parlato in gran libertà della sua infanzia, del suo carattere, della vodka, del bere, del suo primo maestro, Alessandro Puškin, di Fokine e Balanchine, di Roland Petit e di Petipa, di Ashton e di Jerome Robbins, fu evasivo o, se si vuole, anche troppo esplicito. Disse: “Le donne sono esseri inquietanti, forti come dei marinai. Vogliono distruggere e fiaccare l’uomo. Ma non sono cose di cui ho voglia di discutere in questo momento. Parliamo, se vuole, delle donne che conosco meglio, delle ballerine. Ho una grande ammirazione per Margot Fontaine”. Naturalmente io sapevo benissimo dell’omosessualità di Nureyev. Perché era un fatto notorio e perché ne avevo avuto, per così dire, una conoscenza diretta. Nel luglio del ’67 mi trovavo in una villa di Montecarlo a una festa di “ragazzi così”, come si chiamavano allora, fra di loro, in codice, gli omosessuali del jet set. A quell’epoca avevo poco più di vent’anni ed ero preda di una sorta di demonismo, mi piaceva frequentare gli ambienti “proibiti”: omosessuali, drogati, alcolizzati e, all’occorrenza, anche un po’ di mala. Recitavo la parte dell’angelo che scherza col fuoco senza bruciarsi le ali. A ogni buon conto in quella villa di Montecarlo c’era, quella notte, tutta l’internazionale degli invertiti. E a un certo punto era arrivato anche Nureyev, molto su di giri. Era in una di quelle notti in cui, come mi avrebbe detto anni dopo, gli piaceva “stare insieme alla gente, parlare, ridere, cantare e scherzare”. Ce ne erano invece altre in cui andava a rincantucciarsi, solo, da qualche parte o a disperdersi e dissiparsi chissà dove. In suo onore la vodka correva e molti bicchieri, dopo essere stati tracannati, furono, all’uso russo, buttati alle spalle, possibilmente contro gli specchi della lussuosa villa. A un certo punto Nureyev afferrò un bellissimo ragazzo, un biondino, un italiano e lo trascinò in una danza vorticosa. Subito dopo i due scomparvero nelle stanze superiori della villa.

Il Nureyev che sorseggiava caffellatte, ne bevve cinque o sei tazze, nel ridotto bar del Covent Garden era molto meno inquietante. Ma pure a riposo, infagottato in quel goffo pigiamone che si era messo, si avvertiva in lui una sorta di magnetismo animale, una presenza fortissima. Era come una tigre cucciolona ma pronta a raccogliersi, in qualsiasi momento, per spiccare il balzo. Sugli occhi, di un colore indefinibile, galleggiavano mille piccole fiammelle dorate, ma sul fondo si avvertiva qualcosa di duro, di maniacale. Nella nostra conversazione il demone che dormiva in lui venne fuori, per un attimo, solo verso la fine quando gli chiesi che cosa voleva dire per lui, nato povero, essere diventato un uomo ricchissimo. Rudy fece una specie di balzo, il suo largo busto si erse sopra di me, dagli occhi, che erano diventati due strette fessure, mi mandò un lungo sguardo obliquo e disse, con quella sua strana voce cantante e badando bene a scandire le parole: “I am rich of talent”. Ma si ricompose subito, lo sguardo si velò di ironia: “Sì, io sono stato un ragazzo povero e so cosa vuol dire vivere con duecento grammi di pane al giorno. E mi fa piacere, ora, avere del denaro. Soprattutto perché senza denaro ci si può trovare, a volte, in situazioni abiette, terribilmente volgari. E io odio tutto questo. Ma non sono i soldi che contano. I soldi passano e restiamo noi, con quello che ci portiamo dentro. La nostra povertà e la nostra ricchezza sta tutta in noi”. E aggiunse, senza che io lo avessi ulteriormente stuzzicato: “Anche il successo passa. Quando avrò finito, quando non potrò più danzare, quando le gambe si saranno fatte legnose, quando il pubblico non mi amerà più, è solo su di me, su ciò che ho dentro, che potrò contare”.

Nureyev è stato molto amato, dalle donne, ma, oserei dire, soprattutto dagli uomini. Perché, ammettiamolo, Nureyev consentiva a quel poco o a quel tanto di omosessualità che c’è in ciascuno di noi di manifestarsi senza compromettersi troppo. Era così bello, così affascinante, così singolare, così campione che ammirarlo, amarlo, adorarlo era lecito anche a un uomo. Nureyev non è stato solo il Dio della danza. E’ stato il Dio della bellezza. E’ stato il Dio della giovinezza. Per questo ci ha fatto male al cuore vederlo ripreso, in una delle sue ultime apparizioni pubbliche, accasciato sulla sedia, inerte. Non c’era più nulla, nemmeno nello sguardo, dell’affascinante, orgoglioso, prepotente ragazzo che era stato. E io preferisco ricordarlo in quella sera di fine estate di tanti anni fa alla Scala, quando ballò solo, sprezzante verso il mondo intero, a cominciare dal pubblico adorante, compreso solo della propria arte, e un tale, interpretando ciò che in quel momento tutti sentivamo, gridò: “Dio!”.

 

 

Il Fatto Quotidiano, 05.05.2026

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La Spagna del socialista Pedro Sanchez è il solo paese europeo a tenere la schiena dritta in questi tempi febbrili e confusi in cui gli Stati Uniti di Trump impazzano per tutto il globo dall’Antartide al Sudamerica al Medio Oriente dove, insieme agli ebrei di Netanyahu, fanno il lavoro più sporco. C’è un precedente quando il presidente spagnolo, il socialista Zapatero, nel 2003 si rifiutò di inviare i soldati spagnoli in Iraq a far parte della colazione dei “volenterosi” raccolta dagli Stati Uniti mentre il cattolicissimo Aznar, che l’aveva preceduto, vi aveva aderito nonostante Papa Woytila avesse tuonato contro quella guerra.

Attualmente la Spagna ha rifiutato le proprie basi agli aerei yankee e ne ha proibito anche il sorvolo sul suo territorio, che gli americani volevano utilizzare per la loro guerra disastrosa all’Iran. Alla ‘damnatio’ di Trump si è unito, poteva essere diversamente? Netanyahu che ha affermato che la Spagna “ha diffamato i nostri soldati dell’Idf, i più morali del mondo e ne pagherà il prezzo”. In realtà la Spagna questo prezzo lo sta già pagando perché Trump ha ripetutamente minacciato super dazi contro il Paese iberico.

Si sta ripetutamente parlando, in questi tempi, ma in realtà già da decenni, della superiorità delle democrazie rispetto alle dittature o alle autocrazie. Ebbene, a parte l’aggressione della Russia di Putin all’Ucraina, che qualche ragione per lo meno ce l’aveva perché non piace a nessuno essere circondato da Paesi Nato potenzialmente atomici, è perlomeno dal 2001 che gli americani e i loro reggicoda, politici e mediatici (Giorgia Meloni definì “legittimo” l’attacco al Venezuela e la cattura con carcerazione del suo legittimo presidente, il socialista Nicolas Maduro) non fanno che attaccare Paesi dittatoriali, autoritari e qualche volta nemmeno tali, ma comunque invisi ai padroni del vapore, mentre non è vero il contrario. Quale paese ha attaccato il dittatore coreano Kim Jong-un? Quale paese aveva attaccato l’Iran, messo a ferro e fuoco con l’accusa, particolarmente pretestuosa oltre che ridicola, di volersi fare la Bomba, quando le ispezioni dell’Aiea, Agenzia internazionale per l'energia atomica, hanno sempre accertato che l’arricchimento dell’uranio di Teheran non ha mai superato il 60%, quindi fosse ad usi civili e medici, quando per dotarsi dell’Atomica l’arricchimento deve arrivare al 90%? Facciamo un elenco di queste aggressioni molto democratiche: aggressione e occupazione nel 2001 dell’Afghanistan talebano che non costituiva pericolo alcuno per il cosiddetto occidente (aggressione ed occupazione che finirà nel più inglorioso de modi perché nell’agosto del 2021 i Talebani sono tornati al potere a Kabul); aggressione nel 1999 della Serbia di Slobodan Milosevic colpevole di essere l’unico paese socialista rimasto in Europa; aggressione nel 2003 all’Iraq di Saddam Hussein col pretesto che possedeva armi chimiche che invece non aveva; aggressione nel 2007/2008, per interposta Etiopia, della Somalia (qualcuno ricorderà, forse, che Trump ha definito i somali “spazzatura”); nel 2011 alla Libia del colonnello Moammar Gheddafi. Gheddafi si giocò il potere col coraggioso discorso del 2008 all’Assemblea delle Nazioni Unite, affermando che non era vero che tutti gli Stati fossero uguali, ma ce n’erano alcuni più uguali degli altri, quelli che siedono nel Consiglio di Sicurezza con diritto di veto (Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Russia, Cina, cioè i vincitori dell’ultima guerra mondiale) e mettendo anche dei dubbi sull’aggressione e l’occupazione dell’Afghanistan.

Gli americani hanno minacciato di sbattere fuori la Spagna dalla Nato. Troppa grazia Sant’Antonio. La Nato è un organismo sostanzialmente in mano agli Stati Uniti, i suoi segretari sono dei fantocci marginali di Paesi marginali, come attualmente l’olandese Mark Rutte o in precedenza il norvegese Jens Stoltenberg. Io mi auguro che il socialista Pedro Sanchez non solo accetti l’esclusione dalla Nato, ma la incoraggi. Hasta la vista, hasta siempre, compagno Pedro.

 

Il Fatto Quotidiano, 30.04.2026

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La rivista 7, tornata in ottimo stato di forma, pubblica un interessante reportage da Seoul, firmato da Daniela Monti. Ci informa dello straordinario aumento degli ingressi in Corea del Sud non per ragioni turistiche (in questo caso sarebbe più interessante la Corea del Nord, se ci si potesse entrare) ma per motivi legati all’estetica, ma soprattutto all’ “invecchiamento lento”. Questo andazzo ha origini non troppo lontane, nasce con la Modernità, intesa come l’avvento del pensiero illuminista, e ha una data precisa: la Dichiarazione d’Indipendenza americana del 4 luglio 1776. In realtà questa Dichiarazione postula un ragionevole diritto alla “ricerca” della felicità, ma l’edonismo straccione contemporaneo lo ha trasformato in un vero e proprio “diritto” alla felicità. Sono nati quindi diritti impossibili, oltre a quello alla felicità, quello alla salute e altri consimili. Non esiste un diritto alla felicità, esiste nella vita di un uomo, un rapido lampo, sempre rimpianto, che chiamiamo felicità, non un suo diritto. Non esiste un diritto alla salute che nemmeno Domineddio può garantire, esiste semmai un diritto alla sanità, cioè alle cure mediche (anche se i nostri governi, nelle loro disposizioni, lo chiamano storditamente “diritto alla salute”). In realtà tutti questi diritti o piuttosto pseudo diritti, affondando in una radice più profonda: la paura della morte, anzi il rifiuto della morte che nessuna civiltà occidentale aveva conosciuto in tale misura e, per la verità, nemmeno orientale, perché il buddhismo prevede la reincarnazione.

Su questa traccia ci si era già incamminati alcuni decenni fa, in particolare negli Stati Uniti, portatori di ogni nefandezza. Ha scritto Philippe Ariès, autore di Storia della morte in Occidente: “Le nuove usanze esigono che si muoia nell’ignoranza della morte. Ed è la prima volta che una società onora in modo generale i suoi morti rifiutando loro lo stato di morti”. Fino al costume americano dei “funeral homes” dove, imbalsamato, il viso ritoccato da un sapiente maquillage, le mani perfettamente curate, i capelli vaporosi, infiocchettato, il morto quasi-vivo riceve a suon di musica ballabile i parenti e gli amici. L’uomo preindustriale accettava invece la morte come un fatto naturale ed inevitabile. Il morente si sarebbe sentito orribilmente defraudato (defraudato della propria morte) se si fosse tentato di nascondergli il suo stato, e quando la fine stava per arrivare vi si predisponeva secondo un antico rituale in cui predominava la rassegnazione. In quanto ai cimiteri, soprattutto nel Medioevo, erano luoghi pubblici, d’incontro, di riunione, di giuochi, di danze, di fiere e di commerci. Oggi, a parte qualche eccezione (il Monumentale a Milano, Staglieno a Genova) vengono situati in luoghi il più possibile lontani dalla vista. Insomma la morte è stata scomunicata, interdetta, proibita. E’ il “vizio che non osa dire il suo nome”, altro che la pederastia di vittoriana memoria.

Detto che tutti i diritti che abbiamo citato sono impossibili, esisterà per lo meno se non un diritto, una possibilità, di raggiungere la bellezza? Direi di sì, soprattutto oggi, grazie ai marchingegni escogitati dalle beauty farm coreane. La bellezza, non la grazia. Chi questa grazia non ce l’ha non se la può dare e nemmeno comprare: non si trova nei supermarket dei beauty coreani. E’ un che di impalpabile, di ineffabile, di difficilmente definibile. La sola cosa certa è che sta all’opposto della volgarità. E’ un’armonia fra interno ed esterno, fra essere e avere, fra come siamo e come ci presentiamo, laddove la volgarità è, a tutti i livelli, un uscire dai propri panni. Per questo un primitivo può essere rozzo ma mai volgare. La volgarità è data da un contrasto, da qualcosa che stride. L’uomo moderno è quasi sempre volgare perché vuol essere diverso da quello che è e, cercando in tutti i modi di far dimenticare la propria animalità, finisce col sottolinearla. Lo si vede bene osservando una persona in strada che parla al telefonino: sembra una scimmia vestita ed ammaestrata. Il gap fra l’altissimo contenuto tecnologico dell’oggetto, che può essere considerato un elemento dell’abbigliamento, e la cultura e l’antropologia di chi lo sta usando ne evidenzia il carattere animalesco. Nella grazia c’è qualcosa di primigenio, di infantile, di candido, di casto, di spontaneo, di non lezioso, di non manierato, di non artefatto e, insieme, di malizioso. La grazia, a differenza della bellezza, non è un fatto statico, ma dinamico, si esprime in uno sguardo, in un sorriso, in un gesto, in un movimento e talora anche in un’imperfezione birichina. Non per nulla Venere è strabica.

 

Il Fatto Quotidiano, 26.04.2026