La rivista 7, tornata in ottimo stato di forma, pubblica un interessante reportage da Seoul, firmato da Daniela Monti. Ci informa dello straordinario aumento degli ingressi in Corea del Sud non per ragioni turistiche (in questo caso sarebbe più interessante la Corea del Nord, se ci si potesse entrare) ma per motivi legati all’estetica, ma soprattutto all’ “invecchiamento lento”. Questo andazzo ha origini non troppo lontane, nasce con la Modernità, intesa come l’avvento del pensiero illuminista, e ha una data precisa: la Dichiarazione d’Indipendenza americana del 4 luglio 1776. In realtà questa Dichiarazione postula un ragionevole diritto alla “ricerca” della felicità, ma l’edonismo straccione contemporaneo lo ha trasformato in un vero e proprio “diritto” alla felicità. Sono nati quindi diritti impossibili, oltre a quello alla felicità, quello alla salute e altri consimili. Non esiste un diritto alla felicità, esiste nella vita di un uomo, un rapido lampo, sempre rimpianto, che chiamiamo felicità, non un suo diritto. Non esiste un diritto alla salute che nemmeno Domineddio può garantire, esiste semmai un diritto alla sanità, cioè alle cure mediche (anche se i nostri governi, nelle loro disposizioni, lo chiamano storditamente “diritto alla salute”). In realtà tutti questi diritti o piuttosto pseudo diritti, affondando in una radice più profonda: la paura della morte, anzi il rifiuto della morte che nessuna civiltà occidentale aveva conosciuto in tale misura e, per la verità, nemmeno orientale, perché il buddhismo prevede la reincarnazione.
Su questa traccia ci si era già incamminati alcuni decenni fa, in particolare negli Stati Uniti, portatori di ogni nefandezza. Ha scritto Philippe Ariès, autore di Storia della morte in Occidente: “Le nuove usanze esigono che si muoia nell’ignoranza della morte. Ed è la prima volta che una società onora in modo generale i suoi morti rifiutando loro lo stato di morti”. Fino al costume americano dei “funeral homes” dove, imbalsamato, il viso ritoccato da un sapiente maquillage, le mani perfettamente curate, i capelli vaporosi, infiocchettato, il morto quasi-vivo riceve a suon di musica ballabile i parenti e gli amici. L’uomo preindustriale accettava invece la morte come un fatto naturale ed inevitabile. Il morente si sarebbe sentito orribilmente defraudato (defraudato della propria morte) se si fosse tentato di nascondergli il suo stato, e quando la fine stava per arrivare vi si predisponeva secondo un antico rituale in cui predominava la rassegnazione. In quanto ai cimiteri, soprattutto nel Medioevo, erano luoghi pubblici, d’incontro, di riunione, di giuochi, di danze, di fiere e di commerci. Oggi, a parte qualche eccezione (il Monumentale a Milano, Staglieno a Genova) vengono situati in luoghi il più possibile lontani dalla vista. Insomma la morte è stata scomunicata, interdetta, proibita. E’ il “vizio che non osa dire il suo nome”, altro che la pederastia di vittoriana memoria.
Detto che tutti i diritti che abbiamo citato sono impossibili, esisterà per lo meno se non un diritto, una possibilità, di raggiungere la bellezza? Direi di sì, soprattutto oggi, grazie ai marchingegni escogitati dalle beauty farm coreane. La bellezza, non la grazia. Chi questa grazia non ce l’ha non se la può dare e nemmeno comprare: non si trova nei supermarket dei beauty coreani. E’ un che di impalpabile, di ineffabile, di difficilmente definibile. La sola cosa certa è che sta all’opposto della volgarità. E’ un’armonia fra interno ed esterno, fra essere e avere, fra come siamo e come ci presentiamo, laddove la volgarità è, a tutti i livelli, un uscire dai propri panni. Per questo un primitivo può essere rozzo ma mai volgare. La volgarità è data da un contrasto, da qualcosa che stride. L’uomo moderno è quasi sempre volgare perché vuol essere diverso da quello che è e, cercando in tutti i modi di far dimenticare la propria animalità, finisce col sottolinearla. Lo si vede bene osservando una persona in strada che parla al telefonino: sembra una scimmia vestita ed ammaestrata. Il gap fra l’altissimo contenuto tecnologico dell’oggetto, che può essere considerato un elemento dell’abbigliamento, e la cultura e l’antropologia di chi lo sta usando ne evidenzia il carattere animalesco. Nella grazia c’è qualcosa di primigenio, di infantile, di candido, di casto, di spontaneo, di non lezioso, di non manierato, di non artefatto e, insieme, di malizioso. La grazia, a differenza della bellezza, non è un fatto statico, ma dinamico, si esprime in uno sguardo, in un sorriso, in un gesto, in un movimento e talora anche in un’imperfezione birichina. Non per nulla Venere è strabica.
Il Fatto Quotidiano, 26.04.2026
L’influenza del berlusconismo e della famiglia Berlusconi, con le sue aziende, si fa sentire tuttora, nonostante il capostipite sia morto da quasi tre anni, come ricordavamo anche nel nostro articolo precedente a proposito di lady Minetti, graziata a capocchia dal Presidente Mattarella. Questa influenza, in politica interna ma anche in politica estera, si fa sentire soprattutto attraverso la persona di Antonio Tajani, vicepresidente del Consiglio, ministro degli Esteri ma, soprattutto, segretario di Forza Italia, il partito creato dal Cavaliere, cioè, di fatto Tajani è un dipendente di Marina e Pier Silvio Berlusconi che, come notava Travaglio, non sono mai stati eletti da nessuno.
Naturalmente anche altre grandi famiglie italiane, come gli Agnelli, avevano i loro rappresentanti in Parlamento, ma non nel Governo e quindi con funzioni e possibilità di intervento ben inferiori. Mi ricordo in particolare del liberale Catella, rappresentante di un partito, quello liberale, che non contava niente e non ha mai contato niente nella Storia d’Italia, soprattutto dopo la morte di Giovanni Malagodi che un po’ di tempra a questo partito esangue l’aveva portata. In ogni caso tutto avveniva alla luce del sole perché gli Agnelli, scelto il loro uomo, dovevano pur farlo eleggere. Adesso invece Marina Berlusconi, Pier Silvio Berlusconi, Mediaset, si trovano col piatto già pronto, il loro uomo ce l’hanno già, Tajani appunto, senza dover affrontare faticose e comunque insidiose campagne elettorali. Certamente Tajani, che in questo momento si trova in Cina, opera per gli interessi dell’Italia, ma quasi altrettanto certamente per gli interessi di Mediaset, soprattutto dopo che gli americani hanno troncato “la Via della Seta” proposta con molto anticipo dall’allora ministro degli Esteri Luigi di Maio. Così oggi noi italiani dobbiamo subire interamente gli interessi cinesi invece di essere in grado, almeno, di condizionarli.
Precisato questo penso che Tajani sia un buon ministro degli Esteri, anche perché, meno esposto, subisce meno, a differenza di Giorgia Meloni, l’influenza yankee.
In politica estera Tajani segue la traccia di Berlusconi, il tono pacato per mascherare il proprio istrionismo, una politica di appeasement, molto concreta, coi governanti degli altri Paesi, priva però degli infantilismi di Berlusconi che era amico di Putin perché ci giocava a calcio balilla, amico di Gorbaciov perché, benda da corsaro in testa, lo invitava nelle sue case in Sardegna, amico di Gheddafi cui permise di accamparsi a Roma, con tende da Tuareg, e di soggiornare nella caserma Salvo D’Acquisto, un vero eroe italiano e questa, almeno moralmente, è la cosa più spregevole perché D’Acquisto, per salvare dei patrioti presi in ostaggio dai nazisti che li ritenevano responsabili di un attentato a cui non avevano partecipato, si consegnò ai tedeschi e venne fucilato. Aveva 22 anni.
Ma torniamo a Berlusconi. Un uomo molto pragmatico (“Io mi faccio concavo o convesso a seconda della persona che ho davanti”) questo bisogna concederglielo. Quando era in corso da qualche mese la guerra russo-ucraina mandò una lettera aperta a Biden, affermando in sostanza: “Tu dì a Zelensky di trattare immediatamente con Putin, altrimenti gli togliamo gli appoggi militari ed economici”. Ma Rimbambiden, come lo chiama Travaglio, non ci sentì da quell’orecchio e adesso Putin ha sostanzialmente vinto la guerra senza che gli appoggi europei siano serviti a nulla. Berlusconi quindi è un “putiniano ante litteram”? Può darsi, anche se non possiamo sapere quali fossero i motivi che lo muovevano.
Ma naturalmente in tutte le vicende che riguardano Berlusconi non può mancare il suo ributtante cinismo. E non parlo qui della truffa, in combutta con Previti, ai danni della marchesina minorenne Anna Maria Casati Stampa, orfana di entrambi i genitori morti in circostanze drammatiche, perché ne ho scritto tante altre volte e inoltre quella truffa, con buona pace di Marina Berlusconi e di Pier Silvio Berlusconi, è stata accertata da una sentenza della Corte d’Appello di Roma. Ciò non ha impedito a Marina Berlusconi di querelarmi, insieme ad altri colleghi del Fatto, chiedendomi, bontà sua, dieci milioni.
Parlo invece dei rapporti che Berlusconi ebbe col colonnello Gheddafi, rapporti “più che fraterni”, come li definì un mediatore tunisino che li conosceva bene entrambi. Questo non impedì a Berlusconi di approvare l’aggressione alla Libia del Colonnello, del tutto controproducente per l’Italia, ma che interessava soprattutto ai francesi per troncare, a loro favore, i nostri rapporti con Tripoli. Qualcuno sostiene che Berlusconi non fosse d’accordo, ma era o non era lui il presidente del Consiglio, cui spettava l’ultima parola? O prefigurava già Giorgia Meloni che, dopo aver steso il tappeto agli americani è stata mazzolata da Trump, facendo la giusta fine che spetta ai servi?
Gheddafi fu assassinato, brutalizzato, sodomizzato, alla presenza delle truppe francesi che non mossero un dito. E cosa disse il “fraterno amico” Berlusconi? “Sic transit gloria mundi”.
Quando morì Berlusconi, nel 2023, alla fine di un articolo lo ripagammo della stessa moneta, scrivendo: “Sic transit gloria mundi”. Ma, mentre Gheddafi è sparito dalla scena lasciando la Libia nelle condizioni disastrose che conosciamo (i ‘mercanti di morte’ devono pagare una taglia all’Isis per poter lasciare le coste libiche) in Italia, come abbiamo cercato di documentare, il berlusconismo domina ancora la scena.
Il Fatto Quotidiano, 22.04.2026
Nicole Minetti, “igienista dentale” di Berlusconi, in realtà una fra le tante che procurava le donne al Cavaliere, condannata a 2 anni e 10 mesi per favoreggiamento della prostituzione per il caso Ruby-bis e 1 anno e 1 mese per peculato sui rimborsi regionali (Berlusconi, il magnaccia, ‘rouquettè’ in dialetto milanese – T’ho compraa i calzett de seda, Jannacci- non è stato sfiorato da questa sentenza, lui, si sa, era solo “l’utilizzatore finale”, vedi Daddario) è stata graziata dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Ora, la grazia, provvedimento esclusivo di competenza del Presidente, si concede in genere per condanne molto gravi che corrispondono a reati altrettanto gravi quando per qualche ragione si ritiene ci sia una sproporzione tra condanna e reato con gravi conseguenze per il condannato. Minetti ha addotto non specificate “esigenze familiari”. Insomma la grazia si dà per reati gravi, per condanne gravi, per conseguenze gravi. A me par ovvio che in questo caso ci sia una sproporzione, il Presidente della Repubblica non dovrebbe occuparsi di questi “minima moralia”. E’ come se avesse graziato un tale condannato per infrazione del Codice stradale.
Nella storia del nostro Paese non è certo la prima volta che si concede una grazia, ma per casi più seri, anche se sempre, guarda caso, a favore dei ‘soliti noti’, cioè di soggetti in qualche modo protetti (Minetti aveva la protezione di Berlusconi e oggi che il Cavaliere è andato nel mondo dei più ha quella dei berluscones, non a caso il ministro della Giustizia che ha dato parere favorevole alla grazia è Carlo Nordio, un berlusconiano di stretta osservanza. Insomma Berlusconi è morto ma il berlusconismo continua a imperare).
In passato la grazia fu concessa a Fiora Pirri Ardizzone dei principi di Pandolfina. Il nome dice già tutto. L’accusa non era di quelle lievi, era per terrorismo poiché l’Ardizzone era legata al terrorista Franco Piperno. Ma quella che soprattutto contò era la posizione sociale dell’Ardizzone, sposata con Emanuele Macaluso, direttore de l’Unità (“Un salotto sinistro”, Il Conformista, pag.23).
Insomma ‘lorsignori’ non vanno mai veramente in galera. Alla peggio gli toccano gli “arresti domiciliari” ma pure questi scontati in modo grottesco come fu per Berlusconi, condannato all’inizio a 4 anni, poi ridotti a 1 anno che scontò andando a trovare una volta alla settimana dei vecchietti reclusi, questi sì, in una casa di riposo e che dovevano sorbirsi, quasi come aggravante, le barzellette del Cavaliere.
Perché ‘lorsignori’ non vanno dritto di filato in galera come i poveracci? Perché si ritiene che abituati ai confort delle loro case la punizione sarebbe troppo severa. I poveracci sono invece abituati perché escono ed entrano di continuo dalla prigione con l’accusa per soprammercato di “reato continuato”. Ma non possono fare diversamente, una volta usciti dalla prigione sono costretti a tornare a delinquere perché nessuno gli dà un lavoro. Sergio Cusani, di cui sto attualmente leggendo il bel libro “Il colpevole”, la galera l’ha fatta sul serio ed è uscito cambiato. Ma Cusani, brasseur d’affaires di Raul Gardini, un lavoro serio l’aveva fatto e una volta uscito di prigione poté contare su antiche amicizie anche se su altrettante inimicizie.
Le prigioni italiane scoppiano. Nella stessa situazione, più o meno, è la Francia. Nei paesi veramente civili come quelli nordici, la Svezia o la Norvegia, ci sono, proporzionalmente, altrettanti detenuti, ma in condizioni da hotel di lusso. Per carità, anche in Italia ci sono delle differenze, San Vittore è la Cayenne, Bollate, dove sta attualmente il mio amico Vallanzasca, colpito dall’Alzheimer e totalmente inoffensivo (per cui chiesi due volte la grazia ma Renato non era nato in qualche grande tenuta in Sicilia come gli Ardizzone, ma nel popolare quartiere della Comasina a Milano e la mia richiesta di grazia fu rifiutata da due Presidenti della Repubblica, uno dei quali era Pertini, “il presidente più amato dagli italiani”, come la Panda, in realtà un narcisista impenitente, come ho scritto più volte) molto meglio. C’è un ristorante tenuto direttamente dai detenuti che nei periodi di libertà possono uscire per cercare di trovarsi un futuro lavoro, ma questo avviene non per disposizioni di legge, ma per iniziativa di una delle prime direttrici di Bollate, Cosima Buccoliero, che non a caso ha ricevuto l’Ambrogino d’Oro, che va a persone che hanno benmeritato per la città di Milano (l’ho ricevuto anch’io l’Ambrogino, ma mi vergogno anche solo ad accennare a un simile apparentamento).
Dicevo dei tanti sconti che hanno ricevuto ‘lorsignori’, perché questo è un Paese cattolico in cui domina il concetto del “perdono” (per i soliti noti, ovviamente) io, che non sono cattolico, questi, parlo naturalmente non dei poveracci, li impiccherei al più alto pennone.
Dicevo della drammatica situazione delle carceri italiane, fatte le debite eccezioni di cui ho parlato. Quello che veramente non si capisce è perché non vengano costruite nuove strutture penitenziarie. L’edilizia, come si dice sempre, non è forse il principale volano dell’economia? Il fatto è che l’Italia è il Paese di Pulcinella, della commedia dell’arte, come si evince da quel “Salotto sinistro” che ho più sopra evocato.
Il Fatto Quotidiano, 18.04.2026