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Sul Corriere (“Le nostre gare ciclistiche con i tappi di bottiglia”, 2/9/2025) Giancarlo Mariani riporta all’onor del mondo un oggetto, uno strumento, che oserei dire mistico di cui oggi s’è perso quasi il ricordo: il tollino. Che cos’è, o piuttosto cos’era, il tollino? Il tappo di bottiglia che chiudeva le bottigliette e le bibite non alcoliche, l’aranciata, la gazosa, la cedrata, il crodino. Ma per noi, ragazzini del dopoguerra il tollino, una volta staccato dalla bottiglietta, aveva ben altre funzioni. Ci serviva per simulare soprattutto il ciclismo e il calcio, i grandi sport ‘nazionalpopolari’. Naturalmente si giocava sui marciapiedi segnando col gesso i percorsi. Per segnalare una pianura si facevano due linee parallele, dritte, la montagna era invece segnalata con molte curve. Erano dei segni grafici ovviamente. Più realistico era il gioco che si faceva con le biglie di vetro, dai colori meravigliosi, marini (quando divennero di plastica non ci interessarono più) sulla sabbia perché bagnandola e impastandola si ottenevano dei castelli come quelli che fanno, o facevano, i bambini. Ai bagni Umberto di Savona, i fratelli Badino organizzavano dei Tour in piena regola: l’iscrizione costava 5 lire, c’erano i premi per i GPM: 30 lire alla prima biglia, 15 alla seconda, 5 alla terza. Giocavano tutti tranne i bambini molto piccoli perché opponendo il pollice all’indice non avevano la forza di far rotolare la biglia. Ma questo era un gioco che si poteva solo fare al mare, d’estate. Ogni biglia, cioè ogni ciclista, aveva un nome: chi prendeva Coppi, chi Bartali, chi Magni. Io avevo invece scelto un oscurissimo ciclista sudafricano, Zaaf, chissà perché. Nel Sudafrica dell’apartheid non c’era né tempo né voglia di simulare alcunché. La realtà era già dura per sé stessa.

Estate e mare hanno sempre significato per me il più proibito dei nomi, che non si dovrebbe nemmeno avere l’improntitudine di pronunciare: felicità.

Purtroppo io abitavo a Milano. I nostri giochi erano tutti all’aperto e dovevamo inventarceli a parte quelli antichissimi come la lippa che risale al Quattrocento AC. La cosa preferita era giocare alla guerra da cui eravamo appena usciti. Si giocava con le cerbottane, ritenute un po’ vili perché colpivano da lontano, un po’ come quando fu inventato il fucile e i cavalieri si rifiutarono di adottarlo per lo stesso motivo (Il mestiere delle armi, Olmi, 2001). Noi quindi facevamo semplicemente a botte, senza le pietre perché troppo pericolose e tantomeno arance dato che, in anni di magra, non era il caso di sprecare il cibo. C’erano però delle regole precise: se il ‘nemico’ cadeva a terra non lo si poteva più toccare. Anche qui c’erano delle distinzioni tra ceti popolari e ceti abbienti. Finché ho abitato in via Washington, quartiere allora alla periferia di Milano, non ho mai assistito ad episodi di bullismo, al contrario era un dovere proteggere il più debole. Quando venni ad abitare in centro la situazione si era capovolta.

La nostra ‘educazione sentimentale’ è avvenuta quindi sulla strada. In via Washington, strada molto larga, noi giocavamo a calcio con palloni veri, quelli che avevano una cucitura in mezzo e se li prendevi di testa facevano un male cane. Il problema era sempre lo stesso: il tiro era stato troppo alto o era il portiere ad essere troppo piccolo? C’era poi un gergo a noi misterioso: “hai fatto ens”. Solo molto più tardi scoprimmo che voleva dire mano, cioè hands, perché il calcio professionista era partito dalla Gran Bretagna. C’era poi “sei un venezia” cioè uno che voleva fare tutto da sé e non passava mai la palla. Un Berlusconi insomma.

Io e il mio amico Andrea Gargiulo ci eravamo inventati un gioco che precede il Subbuteo e le odierne Playtation. Ma c’è una sostanziale differenza: con la Playstation tu puoi dare al giocatore, poniamo Messi, le caratteristiche che ha nella realtà, noi invece le caratteristiche dovevamo crearcele da soli a colpi di martello sul tollino. Gli attaccanti dovevano essere il più possibile bassi e aderenti al tavolo perché così la palla, cioè il bottone, superava la barriera in genere formata da cinque tollini. I difensori erano rafforzati da un doppio sughero per renderli più alti. Però una volta stanco di questo schema monotono inventai una tattica che sarebbe piaciuta ad un allenatore moderno. Spargevo i tollini su tutto il campo un po’ come i giocatori della doppia grande olanda di Neeskens e Cruijff, dove il portiere, Jongbloed, un pazzo, stava perennemente nel cerchio del centrocampo. Così sguarnivo la difesa ed era più facile per l’avversario tirare quasi a porta vuota, però era più difficile arrivare a tirare con tutti quei tollini in mezzo. È un po’ la tattica del Barcellona di oggi, fondata sul fuorigioco. Ma allora, nel calcio vero, il fuorigioco non c’era. C’era il ‘libero’, ruolo che ho ricoperto per vari anni in squadre minori. Una vera pacchia. Le ali, allora esistevano, erano dei dribblomani e ti davano quattro o cinque tempi d’intervento. Quanto al centravanti avevo uno stopper robusto che lo faceva arrivare sempre in affanno e bastava spostargli il pallone di un niente perché perdesse la concentrazione.

A metà degli anni 50 arrivò da noi un gioco interessantissimo: il calciobalilla. Io, con l’ometto di centro, avevo un gancio velocissimo e imparabile (“Ho un sinistro da un quintale ed il destro, vi dirò solo un altro ce l'ha eguale ma l'ho messo a KO”, Fred Buscaglione, Che notte, 1959). A conferma che non racconto balle ho un testimone, il professor Assereto, in arte Giagi. Insieme, lui giocava in difesa, abbiamo vinto un campionato di calciobalilla nella Riviera di Ponente. Oggi il calciobalilla esiste ancora, ma come elemento decorativo da mettere fuori dai bar, un prodotto vintage.

Intanto erano scomparsi i tollini, quelli veri intendo. La latta era stata alleggerita e non c’era più il sughero. Così il tollino colpendo il bottone rimbalzava indietro. Quando con mio figlio Matteo tentammo di fare nuove squadre rispetto a quelle di Andrea e mie, per esempio la Viscontini, in cui lui giocava, fu un disastro. Ciò naturalmente in nome dell’economia. Oggi vige la legge dell’“obsolescenza programmata del prodotto”. Cioè, se un prodotto funziona troppo bene bisogna toglierlo di mezzo e sostituirlo con un altro. È la storia della Cinquecento, macchina resistente e divertente, la ‘doppietta’.

Quando venni ad abitare in centro andavo a giocare dai salesiani di via Copernico. Naturalmente non c’erano le bandierine dei calci d’angolo, non c’erano i segnalinee, l’arbitro era vestito alla bell’e meglio, il campo era in terra battuta. Ma a me sembrava di essere un giocatore vero, in un campo vero. Non molti anni dopo mio figlio giocava non solo su un campo vero, ma c’era l’allenatore, il preparatore atletico, il medico. Come oggi.

La borghesia mandava i propri rampolli alle private sperando così che incontrassero i figli dei ricconi o di qualche personaggio importante (è la storia di Berlusconi e Confalonieri). La borghesia colta invece, i Rizzoli, i Mondadori, i Pesenti, li mandavano alle pubbliche, dove non si facevano sconti di favore.

È ai salesiani che ho visto giocare per la prima volta Berlusconi: era alto come un soldo di cacio e non passava mai la palla, un “venezia”. Mi ha raccontato Pier Quinto Cariaggi che “leccava il culo al prete e non passava i compiti”. C’era già tutto Berlusconi. Ma qui siamo già in un’altra era geologica, dove regole, diritti, principi, persino la decenza, non hanno più diritto di cittadinanza. L’Italia di oggi.

4 settembre 2025, Il Fatto Quotidiano

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Quando nel 1968 Giuseppe Prezzolini, ottantaseienne, si trasferì da Vietri sul Mare a Lugano ci si chiese la ragione di questo singolare trasferimento, singolare perché Vietri ha il mare, che Prezzolini amava molto, Lugano solo un lago. Prezzolini rispose: “Dovete capire che per un uomo della mia età i devono essere sì e i no no. Non si può vivere in un perenne nì”.

Prezzolini era stato anche scottato dal fatto che avrebbe donato volentieri la sua biblioteca e il suo immenso archivio (in tanti anni di vita aveva conosciuto tutti, a cominciare da Mussolini) alla biblioteca nazionale di Firenze cosa a cui avrebbe tenuto molto perché, sebbene nato a Perugia, Firenze era una delle sue città di adozione, la più amata. Ma la biblioteca gliela rifiutò, così l’archivio Prezzolini è finito a Lugano perché gli svizzeri sono un po’ meno sciatti degli italiani (Maurizio Costanzo, che ha rappresentato benissimo l’italiano medio, di cui faceva parte e il cui orizzonte non andava al di là della Garbatella cadeva in deliquio se appena sentiva nominare la Svizzera).

C’è nella storia della biblioteca una sciatteria tipica dell’Italia di oggi che ho cercato di documentare anche con la mia melodrammatica storia della ricerca di un segretario (sei appuntamenti, concordati, fissati, destinati in cui l’aspirante segretario non si è presentato, un’agonia) una specie di reportage non voluto fatto sulla mia pelle.

Quella di oggi è un’Italia sconciata nel suo paesaggio, naturale e urbano, cosa che ha una certa influenza non solo sul gusto ma anche sul carattere e l’umore dei suoi abitanti, devastata dalle televisioni e dai social che sembrano aver concentrato in sé l’intera vita nazionale dettando, insieme alla sua gemella Pubblicità che è il motore di tutto il sistema, i consumi, i costumi, la way of life, le categorie, i protagonisti e che hanno finito per distruggere ogni cultura che non si presenti nella forma della sua subcultura.

è un’Italia che ha perso ogni freschezza, la sua antica grazia, senza sorriso, cupa, volgare, ossessionata dal denaro, dal benessere, dal corpo, dagli status symbol, dagli oggetti. Un’Italia ipocrita, pronta a commuoversi su tutto, solo per potersi compiacere della propria commozione, ma sostanzialmente indifferente all’altro, al vicino, al prossimo (“il bel Paese sorridente dove si specula allegramente sulle disgrazie della gente”, La strana famiglia, Giorgio Gaber, 1984).

Un’Italia senza misericordia. Un’Italia ormai inguaribilmente corrotta, nelle classi dirigenti come nel comune cittadino, intimamente, profondamente mafiosa, come sempre anarchica ma senza essere più divertente, priva di regole condivise, di principi, di valori, di interiorità, di dignità, di identità. Un’Italia senz’anima.

4 settembre 2025, Il Fatto Quotidiano

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Adolf Hitler è sempre stato bollato come il “male assoluto” e quindi utilizzato nel senso che tutto ciò che sarebbe avvenuto dopo non poteva essere peggio. Questo è discutibile. Le ambizioni di Hitler si limitarono, non senza qualche ragione, a mettere le mani sull’Europa di lingua e di cultura tedesca. Il nazismo, a differenza della Gran Bretagna, della Francia, del Belgio e persino dell’Italia fascista, non ha mai avuto mire colonialiste. Ha messo solo le mani sulla Namibia, estremo sud dell’Africa, che non a caso è uno dei Paesi meglio organizzati e più pacifici del continente nero.

Si dirà che le modalità delle sue conquiste sono peculiari: razzismo e xenofobia. Ma che sta facendo oggi il “democratico” Netanyahu? Non è xenofoba la sua guerra ai palestinesi che vuole cacciar via dalla faccia della Terra? Con l’aggravante che il nazismo, anche in piena Seconda guerra mondiale, rispettò sempre le grandi Organizzazioni internazionali, a cominciare dalla Croce Rossa. In Palestina assistiamo invece, da parte delle Idf, al disconoscimento di fatto di queste organizzazioni, si chiamino Croce Rossa o Mezzaluna Rossa o della neutralità dei giornalisti. C’è sempre una buona scusa per attaccare gli ospedali, trentasei allo stato attuale e le organizzazioni pacifiste che cercano di portare cibo ai palestinesi. Per cui la mattanza non sta tanto nei 55 mila civili palestinesi uccisi (dato sicuramente in difetto) ma dal fatto che costoro sono ridotti alla fame e hanno una estrema difficoltà, per dire impossibilità, a curarsi.

Israele si dice, è un Paese democratico, ma ammesso che ciò sia vero, non gli dà il diritto di attaccare i Paesi che democratici non sono o non sono considerati. Un esempio molto attuale è quello dell’Iran. L’Iran ha mai attaccato nessuno? E’ una potenza atomica? No perché aderendo al Trattato di non proliferazione nucleare (Tnp) ha sempre accettato le ispezioni dell’Aiea cioè l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, che nelle sue ispezioni a sentire il suo direttore, l’argentino Rafael Grossi, ha sempre accertato che in Iran l’arricchimento dell’uranio non è mai andato oltre il 60 per cento, cioè per usi civili e medici. Per fare la Bomba l’arricchimento deve arrivare al 90 per cento.

Ma qui il discorso si fa più ampio e risale ai Processi di Norimberga e di Tokyo dove i vincitori, per la prima volta nella storia, non pretesero solo l’essere più forti dei vinti ma anche di esserne moralmente superiori. Dubbi su questi processi furono espressi, all’epoca, proprio da intellettuali liberali. Scrisse Rustem Vambery: “Che i capi nazisti e fascisti debbano essere impiccati e fucilati dal potere politico e militare, non c’è bisogno di dirlo; ma questo non ha niente a che vedere con la legge… Giudici guidati da ‘sano sentimento popolare’, introduzione del principio di retroattività, presunzione di reato futuro, responsabilità collettiva di gruppi politici e razziali, rifiuto di proteggere l’individuo dall’arbitrio dello Stato, ripristino della vendetta tribale… Chiunque conosca la storia del diritto penale sa quanti secoli, quanti millenni, ci sono voluti perché esattamente il contrario di questa storia e di questa prassi… fosse universalmente riconosciuto come parte integrante del diritto e della giustizia…” e Benedetto Croce in un coraggioso discorso all’Assemblea costituente dichiarava: “Segno inquietante di turbamento spirituale sono ai giorni nostri (bisogna pure avere il coraggio di confessarlo) i tribunali senza alcun fondamento di legge, che il vincitore ha istituito per giudicare, condannare e impiccare, sotto nome di criminali di guerra, uomini politici e generali dei popoli vinti, abbandonando la diversa pratica, esente da ipocrisia, onde un tempo non si dava quartiere ai vinti o ad alcuni di loro e se ne richiedeva la consegna per metterli a morte, proseguendo e concludendo con ciò la guerra”.

Più possibilista fu il Guardian, giornale britannico di ispirazione liberale: “Il processo di Norimberga apparirà giusto o sbagliato nella storia a seconda del futuro comportamento delle nazioni che ne sono responsabili”. “Questo comportamento abbiamo avuto modo di verificarlo nella guerra del Vietnam dove abbiamo usato il napalm e armi chimiche, combattendo guerre in Medio Oriente per interposta persona e sulla pelle altrui, “suicidando” Masaryk e Allende, schiacciando nel sangue la rivolta ungherese, invadendo la Cecoslovacchia e l’Afghanistan, umiliando la libertà della Polonia, insidiando con le armi e i servizi segreti la sovranità del Nicaragua e del Salvador, difeso e sostenuto i più feroci, sanguinari e criminali dittatori salvo poi dismetterli, quando non più presentabili, a suon di “golpe”, organizzato decine di colpi di Stato, fomentato e guidato una buona fetta di terrorismo internazionale e, infine, messo il tallone occidentale e accampato le nostre pretese egemoniche su ogni angolo, anche il più recondito, del mondo” (L’Europeo, 1986).

Questo articolo è del 1986, ma poi è accaduto anche di peggio. Gli occidentali, a guida americana, violando tutte le norme del diritto internazionale, hanno aggredito la Serbia (1999), l’Afghanistan (2001), l’Iraq (2003, 650 mila morti), Libia (2011) e ora l’Iran che non ha mai aggredito nessuno.

Ma adesso Israele poiché è un Paese democratico si ritiene in diritto di fare una macelleria di palestinesi in forme e in modi che nemmeno il nazismo aveva tentato. Perché il nazismo cercava di occultare in qualche modo i suoi misfatti, il binomio Netanyahu-Trump, democratici, li fa a cielo aperto sotto gli occhi di tutti noi. Impotenti.

 1 luglio, il Fatto Quotidiano