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Xi Jinping, accogliendo Donald Trump a Pechino, ha citato, tra l’altro, la “Trappola di Tucidide”. The Donald, da “miles gloriosus” quale è, si è accontentato dell’accoglienza in pompa magna. Credo che non sia possibile immaginare personaggi più diversi. La figura quasi stilizzata, quasi ascetica, di Xi e il debordante e volgare The Donald.

Dipartimenti di greco e latino sono sorti nelle università cinesi e Platone, che criticava la democrazia ateniese, è stato arruolato dal Partito per dimostrare che il moderno sistema politico occidentale è una forma di governo inadeguata. Xi afferma di aver letto Petrarca, Marx e Dante, il padre della lingua italiana con robuste iniezioni del linguaggio meridionale sotto il regno dell’illuminato Federico II di Svevia. Gli americani sono incolti in tutto culturalmente e persino geograficamente. Bill Clinton, quando gli Stati Uniti attaccarono la Serbia, per illustrare ai cittadini yankee dove fosse mai questa misteriosa Serbia dovette stendere sulla parete una mappa e con una bacchetta, come un maestro elementare, indicarne la localizzazione.

Ma se gli americani, in linea generale, sono incolti, quando sono colti sono coltissimi, non a caso la loro meta di viaggio preferita in Europa era Firenze, di cui i nostri padri fondatori, torinesi, da Cavour in su o in giù volevano fare la capitale d’Italia. Purtroppo per motivi di centralità geografica e non per motivi di cultura scelsero Roma, la ‘città Eterna’, con tutte le conseguenze che conosciamo. Perché Roma è una cozza che assorbe il peggio del Sud senza introiettare la laboriosità, anche eccessiva, del Nord. Intendiamoci: il voyage en Italie era costume nell’Ottocento di tutti i grandi intellettuali europei da Goethe a Stendhal. Stendhal però non amava particolarmente Firenze, troppo compatta nel suo stile, preferiva la Milano dei Navigli. Il linguaggio colto ha residui anche in Matteo Renzi, o meglio residuava, quando era ancora sindaco di Firenze e non gli era ancora venuta la smania di fare il politico a tempo pieno. Ho assistito ad una sua conferenza, quando governava Firenze, e ne fui affascinato. Renzi è tuttora un formidabile battutista, per questo, oltre che per la sua ignoranza di fondo, ha difficoltà a esprimersi in inglese, lingua che nonostante sia ormai di uso universale gli è ostica.

Gli americani colti fino a non molti decenni fa frequentavano le Giubbe Rosse e Paszowski, i locali dove sono passati i maggiori artisti ed intellettuali dell’epoca, da Giuseppe Prezzolini a Giovanni Papini ad Ardengo Soffici ad Aldo Palazzeschi a Filippo Tommaso Marinetti a Dino Campana a Corrado Govoni a Umberto Boccioni a Carlo Carrà a Ottone Rosai a Eugenio Montale a Elio Vittorini fino a Carlo Emilio Gadda, nella maggioranza futuristi in grande anticipo su quei tempi. Quando non si aggiravano tra quei locali si fiondavano alla Biblioteca Nazionale di Firenze, la più fornita d’Italia, dopo quella di Roma. Anche se la Nazionale di Firenze ebbe il torto gravissimo di rifiutare l’archivio di Giuseppe Prezzolini che, oltre ad essere quell’uomo straordinario che era, avendo vissuto cent’anni aveva conosciuto tutti, compreso Benito Mussolini. L’archivio Prezzolini fu quindi incamerato dagli svizzeri che sono molto meno coglioni di quanto normalmente li facciamo.

In un certo periodo, poiché la mia fidanzata fiorentina era malata e le visite erano regolamentate, avevo molto tempo per girare. Mi fiondai alle Giubbe, ma non trovai nessuno di quegli americani colti. I pochi artisti rimasti si erano trasferiti all’Arco di San Piero, meno “pulitino” ma più losco come piace a me. All’Arco, insieme a Fabio Canessa, docente di lingue classiche prima a Piombino, poi a Roma e di passaggio anche consigliere di Sgarbi quando era sottosegretario alla cultura, incontrammo Aldo Busi, poteva mancare in un posto del genere? Dico che Canessa è 'ubiquo' perché in qualunque città d’Italia tu vada trovi Canessa. Busi gli fece un culo quadro perché non aveva lodato a sufficienza una delle sue opere, “Seminario sulla gioventù” e Canessa, compìto lo ascoltava in piedi, come un soldatino di piombo. L’omosessualità ha giocato un brutto scherzo ad Aldo Busi perché l’omosessualità è bella, almeno esteticamente, quando si è giovani e dalla parte della preda, quando si passa a quella dei predatori le cose cambiano radicalmente. Aldo Busi, che si considera, esagerando come suo costume, il più grande scrittore italiano del Novecento, ma se non è il più grande è certamente un intellettuale di primissimo ordine, si è, dopo aver viaggiato per il mondo, ritirato nella sua cittadina di origine, Montichiari, nel bresciano. Abita, se è ancora viva, con la madre e ha perso il suo punch. Perché uno dei grandi problemi degli omosessuali, da Pasolini in su o in giù, è il rapporto con la madre: o eccessivamente protettiva, come di consueto, o troppo distante.

Ma torniamo alla Cina, all'Europa e agli Stati Uniti. Cina e Grecia sono due culture antichissime che viaggiano in parallelo anche se non hanno mai avuto contatti diretti, a parte il viaggio di Marco Polo. Il fatto singolare è che pur non avendo contatti esprimano concetti molto simili. Eraclito, il più grande filosofo greco, forse il più grande di tutti i tempi, è lontanissimo dal buddhismo con la sua idea di reincarnazione, poiché in Eraclito non c’è nessuna idea di reincarnazione, c’è solo una inspiegabile energia che sempre si espande e sempre si restringe, anticipazione della teoria scientifica Big Bang e dell’“Eterno Ritorno” nietzschiano. Aggiunge Eraclito: “Tu non troverai i confini dell’Anima, per quanto vada innanzi, tanto profonda è la sua ragione” e “Questo mondo, che è lo stesso per tutti, nessuno degli Dei e degli uomini l’ha creato, ma fu sempre, è e sarà fuoco eternamente vivo che con ordine regolare si accende e con ordine regolare si spegne”. Ad Omero che si augurava “Possa la discordia sparire fra gli Dei e fra gli uomini” Eraclito replica:” Omero non si accorge che egli prega per la distruzione dell’universo; se la sua preghiera fosse esaudita tutte le cose perirebbero” (altri tempi, altri polemisti). Eraclito, di fatto, afferma l’impossibilità di raggiungere una qualsiasi Verità.

L’America, paese giovane, con una storia relativamente recente, non ha nessuna idea della cultura greca e le è lontanissima, ma ci sono intellettuali americani, come Graham Allison, politologo della Harvard Kennedy School, appartenente quindi agli americani coltissimi, che è stato il primo a fare la metafora della “Trappola di Tucidide”: il riferimento è alla narrazione dello storico ateniese della Guerra del Peloponneso tra Atene e Sparta (431-404 a.C.) innescata dall’ascesa di una potenza, Atene, che spaventò l’altra, Sparta, a tal punto da scatenare lo scontro che devastò la civiltà dell’epoca. La metafora della Trappola serve a Xi per ammonire l’America a non superare la linea rossa di Taiwan. Ma la metafora di Tucidide non serve solo ai cinesi, serve, e forse soprattutto, a noi occidentali, perché Atene aveva appena finito di convertire con la forza le altre poleis greche alla democrazia che sparì, a favore di altre forze emergenti, più circoscritte, come potrebbero essere oggi la Turchia, gli Emirati e persino l’Iran.

 

Il Fatto Quotidiano, 20.05.2026

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Il prossimo Presidente della Repubblica italiana sarà Pier Ferdinando Casini, l’eterno Pierferdi. Accetto scommesse. In termini ippici lo do 3 a 1, che è la quotazione che si dà a cavalli che non sono favoriti ma potrebbero anche farcela, oppure quando il gruppetto dei favoriti è troppo folto. Se fosse stato un cavallo Pierferdi sarebbe stato sicuramente un galoppatore e non un trottatore. Perché a volte il trottatore perde il passo e la misura, “rompe” come si dice in gergo, il galoppatore no. Il galoppatore ha difficoltà solo nelle corse ad ostacoli, ma Casini, oltre a non perdere mai la misura è abilissimo nell’evitarli, o se si preferisce, nel saltarli.

E’ stato Presidente della Camera ed ha accumulato molte altre presidenze nella politica europea, ma non è mai stato ministro. E’ un uomo di rappresentanza. Nell’approccio, non solo politico, ma umano è aiutato dalla sua nascita bolognese, ma oserei dire che è più emiliano che romagnolo, perché la volgarità che c’è a volte nei romagnoli è stemperata, in lui, da venature emiliane.

Pierferdi è il classico politico, ma anche uomo, di “centro”, non a caso è stato doroteo, cioè la corrente centrista della Dc che riusciva a tenere insieme le tante anime di quel partito. Mi piace anche, e proprio perché è un democristiano puro sangue e perché la Dc è il partito che ha governato meglio il nostro Paese finché è esistita.

Visto che parliamo di cavalli mi piace ricordare Jamin, un trottatore francese figlio di un galoppatore che in un famoso Grand Prix d’Amerique rese 50 metri a Tornese (il Varenne dei suoi tempi) a sua volta figlio di un galoppatore, Tabac Blonde. Alla faccia di Vittorio Feltri che è contrario a tutte le immigrazioni e alle mescolanze di sangue gli incroci sono importanti, non solo nell’ippica ovviamente, ma nella vita e nell’incontro delle diverse culture.

Ma forse il più grande avrebbe potuto essere il trottatore francese Hadol Du Vivier che Luigi Gianoli. Nel suo libro “Il Trottatore” (1978, Editore Longanesi) così descrive: “Dal trotto d’una facilità e d’una semplicità estrema, rotondo, né troppo radente né troppo rilevato, rotolante come uno che dipani con sicurezza ma senza fretta un gomitolo di lana. E tutto questo senza una goccia di sudore, rientrando in scuderia col respiro già normale”. Hadol era un prototipo, un fuoriclasse da Formula 1, se possiamo agganciarci all’automobilismo sportivo. Aveva il petto ampio del normanno e i garretti da levriere dei migliori trottatori americani. Poiché il paradosso insegue tutte le cose ippiche oltre che umane, Hadol, per una sciagurata decisione del suo driver, Jean-René Gougeon, che con la febbre lo presentò ugualmente al Grand Prix D’Amerique, si ammalò di un’ostruzione alla trachea. Ora l’Amerique, la più importante corsa di trotto del mondo, si corre a Parigi d’Inverno. E Parigi, d’inverno, è il polo del freddo. Quando Hadol veniva superato da cavalli che aveva sempre battuto si leggeva nei suoi occhi e nel suo comportamento imperiale lo stupore. Non sopportando questa situazione si suiciderà, perché i cavalli non sono animali particolarmente intelligenti, ma molto sensibili.

Ma torniamo a Pierferdi, inteso non come cavallo, ma come uomo. La sua fedina penale è pulitissima. Mai un processo. Nessuna contiguità, a differenza di Berlusconi o di Mattarella, con ambienti non dico mafiosi, ma semplicemente malavitosi.

Pierferdi è un cattolico, ma un cattolico open mind, un regista e non potrebbe essere diversamente visto che è stato allievo di Forlani che nella Vis Pesaro ricopriva, da professionista, il ruolo appunto di regista. E per la verità, così come Andreotti, non ci ha mai rotto i coglioni con i suoi figli, ne ha quattro.

Infine un aneddoto personale: ero imputato a Palermo per diffamazione. Mi serviva la testimonianza di Casini che non ho mai conosciuto personalmente e a tutt’oggi non conosco. Gli telefonai e Casini venne fino a Palermo a rendere questa testimonianza che in realtà era contro i suoi stessi interessi. Mentre Silvio Berlusconi si è fatto venire di tutto, dall’” uveite” al mal di denti, per non comparire davanti ai magistrati. Un’onestà intellettuale, quella di Pierferdi, rara in questo Paese.

Casini, che oggi ha 70 anni, è un bel ragazzo, né troppo giovane, ma soprattutto non troppo vecchio, liberandoci così da una serqua di Presidenti della Repubblica geronti ottuagenari, da Pertini a Ciampi a Napolitano all’attuale Mattarella.

Pierferdi è un uomo di qualità, senza averne alcuna. Un perfetto Presidente per la Repubblica italiana.

 

Il Fatto Quotidiano, 18.05,2026

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L’ironia, l’autoironia, il sarcasmo sono un segno d’intelligenza. Fra ironia e sarcasmo c’è però una bella differenza, l’ironia è dolce ed esprime un certo affetto verso la persona cui è indirizzata, il sarcasmo è violento, tende a ridicolizzare la persona cui è diretto, non a caso in una coppia sadomaso il sadico privilegia il sarcasmo, perché il ridicolo uccide più del fumo.

Alle volte l’autoironia raggiunge vertici tali da confinare con la superbia, cioè il tipo è così sicuro di sé che non gli importa niente di autoflagellarsi, è il caso di Carmelo Bene (“Sono apparso alla Madonna”, “Ma come, mio figlio sono io!” quando nacque suo figlio) ma Carmelo era un genio e i geni esulano da questa ricerca. Mi piace però ricordare un episodio: La giovanissima Elisabetta Pozzi stava lavorando con Carmelo Bene nell’Adelchi, alla fine, come si sa, in teatro il protagonista si presenta al pubblico per ricevere gli applausi. Carmelo disse alla Pozzi: “Vai tu”. Elisabetta si schermì, allora Bene mandò fuori un cane che aveva tutti gli atteggiamenti del protagonista dell’opera. E anche un altro: Una sera, in un salotto romano, ubriaco io, ubriaco lui, tenni testa a Carmelo Bene da mezzanotte alla mattina. Tutto intorno, spettatori, tutti gli invitati stavano ad assistere al match, per me un accredito che valeva quanto la prefazione che Montanelli ha fatto al mio libro Il Conformista. Ebbi l’improntitudine di vantarmi con la mia fidanzata di allora che immediatamente mi lasciò accusandomi di narcisismo e di superbia. Sulla superbia non sono d’accordo, sul narcisismo sì. Da quando ho raggiunto L’Età della Ragione, vedi Sartre, non faccio che parlare di me stesso e questo vale per tutti i miei libri, da Una vita al Dizionario Erotico e, se ci penso, anche quella fu una lezione di vita che riguarda i miei testi, anche quelli più “filosofici”. D’altronde, scrive Nietzsche: “Ogni filosofia è un’autobiografia”.

I filosofi non sono ironici, troppo impegnati a rispondere alle domande di Catalano: chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo? Ad accezione, anche qui, di Nietzsche (“Sono nato postumo”) preso però nella sua forma aforistica, giornalistica.

Negli uomini intelligenti e anche intelligentissimi la mancanza di ironia, sarcasmo, autoironia è legata strettamente alla noia, prendo per esempio Kant e le sue abitudini e la sua vita di una regolarità estrema, oserei dire kantiana. Gli abitanti di Königsberg, quando usciva di casa regolavano gli orologi perché usciva immancabilmente alla stessa ora. Del resto, se se ne ha lo stomaco, si legga “Prolegomeni ad ogni metafisica futura che vorrà presentarsi come scienza”

Nemmeno i grandi scrittori, in linea di massima, sono ironici, non lo è Dostoevskij, concentrato sul dolore del vivere, tanto meno lo è Tolstoj, troppo preso dalla sua religiosità (Resurrezione) e chi è religioso non può essere ironico.

Ironia, autoironia e sarcasmo appartengono alla sfera intellettuale, ma non sono per questo estranei ai ceti popolari. I fiorentini, nel loro parlato abituale, sono ironici e non c’è bisogno di citare Il Vernacoliere.

L’autoironia, a parte il caso Bene, è un segno di modestia, bisogna diffidare delle persone che non posseggono autoironia, in genere la loro superbia sottolinea una mancanza di una sicurezza in se stessi. Tutti i grandi personaggi che ho conosciuto, da Montanelli in su e in giù, non ostentavano la propria modestia. L’autorevolezza ce l’avevano incorporata, allo stesso modo, diciamo così, per cui Gianni Agnelli non aveva bisogno di ostentare la propria ricchezza, ce l’aveva, appunto, incorporata.

Comunque l’indifferenza è peggiore di qualsiasi insulto o sarcasmo, perché nell’insulto e nel sarcasmo c’è comunque un’attenzione. Quest’attenzione ce l’aveva Berlusconi nella sua smania, narcisistica, di piacere a tutti. Cito, anche qui, vedi caso, un episodio che mi riguarda (La Fallaci mi fa una sega). Alle elezioni del 1994 c’era lo scontro fra Berlusconi e Achille Occhetto con la sua “gioiosa macchina da guerra”. Il settimanale Annabella voleva organizzare due interviste affidate a giornalisti antagonisti o di Berlusconi o di Occhetto. Per intervistare Occhetto fu scelto un simpatizzante della destra, mi pare Giordano Bruno Guerri, per Berlusconi la scelta cadde su di me. Dissi alla direttrice, Brunella Gasperini: “Guarda che a me l’intervista a Berlusconi non la darà”. “Ma figurati -- disse Gasperini-- Anna è un giornale femminile e quindi a Berlusconi interessa molto anche il voto e l’interesse delle donne”. Fu concordato che avrei trasmesso le mie domande all’ufficio stampa di Milano e in seguito mi sarei visto con Berlusconi ad Arcore, per tre quarti d’ora circa. Sulle mie domande l’ufficio stampa di Milano non fece obiezioni, le ebbe quello di Roma, soprattutto per questa domanda che ricordo a memoria: “Lei, Presidente, tiene in gran conto l’amicizia, ma che cosa distingue l’amicizia da un rapporto mafioso?”. Naturalmente l’ufficio stampa di Roma tenuto da Paolo Bonaiuti (e anche questo era per me una sorpresa perché quando lavoravamo insieme al Giorno Bonaiuti era più a sinistra di satanasso e mi considerava un fascista) non voleva saperne di quella domanda. “Che importa? -- dissi io—lui, Berlusconi intendo, o chi per lui, ha tutto il tempo per rispondere”. Il Berlusca fu gentilissimo, rispose direttamente al telefono e mi mandò una macchina che mi portasse ad Arcore. In quel breve viaggio, per sondare un po’ il terreno, chiesi all’autista per quale squadra tifasse. Rispose: “Io tifo Inter, ma faccio finta di tenere al Milan. Tutta la servitù si comporta così”. Fu allora che respinsi la proposta di Vittorio Feltri che mi voleva portare al Giornale. Che libertà poteva avere un collaboratore se non poteva nemmeno tifare la propria squadra del cuore? L’intervista uscì e Berlusconi si inalberò per un’annotazione che avevo fatto sul modo di vestire delle sue giovani figlie, una mi pare di ricordare, era Barbara, che era quello che i parvenu credono che vestano i figli dei ricchi. “Sono stato ingenuo, come al solito” disse Berlusconi e mi inviò una furiosa lettera in cui mi dava, come al solito, del “comunista”. Nel pomeriggio mi suonarono alla porta. Era un enorme valet gallonatissimo, in cui come dicevo, Berlusconi mi accusava di tutto. Ma anche questo è un segno di attenzione. Cosa potevo io, peso mosca, di fronte al Presidente di Mediaset? Ma, riprendendo Nietzsche, “il silenzio è peggiore di qualsiasi insulto”. Inutile quasi dire, che poi, quell’intervista non fu mai pubblicata.

Una questione a parte, nel gorgo dei sentimenti che muovono l’animo umano, è quella della permalosità e che riguarda (potevano mancare?) le donne. Ho conosciuto donne ironiche e, anche se meno di frequente, autoironiche, ma nessuna che non fosse permalosa. Se osi dirle che non ha un bel culo sei spacciato, per sempre.

 

Il Fatto Quotidiano, 14.05.2026