0
0
0
s2sdefault
powered by social2s

Negli ultimi tempi Tony Dallara veniva spesso a trovarmi a casa mia. Mi era grato perché avevo sostenuto più volte, anche su questo giornale, che era stato lui a mettere in soffitta la canzone melodica italiana, le Milla Pizzi e i Claudio Villa e non Domenico Modugno. Modugno resta un melodico, “Vecchio frak”, “Strada ‘nfosa” e la stessa “Volare” anche chiamata “Nel blu dipinto di blu” che è la più brutta canzone italiana di tutti i tempi insieme alle “Mille bolle blu” di Mina.

Dallara aveva preso il ‘singhiozzo’ (“co-ome prima”) dai Platters (“o-only you”) e da Paul Anka (“Cra-azy love”). Aveva accentuato il ‘terzinato’ ma di veramente suo aveva messo l’urlo, infatti è ricordato anche come “il re degli urlatori”. Una volta in taxi avevo scommesso 50 euro con un tassista – a me piace fare scommesse su tutto, in questo son inglese - se sapeva chi aveva cambiato, anzi scaravoltato, la canzone melodica italiana. Il tassista ci pensò un po’, poi disse: “Ah, gli urlatori, Tony Dallara”. Ovviamente onorai la scommessa e scucii i 50 euri.

Dopo aver fatto vari mestieri, il barista, l’impiegato, Dallara conosce una prima, anche se limitata, popolarità cantando al Santa Tecla con I Campioni, un locale quasi attaccato all’Università Statale di Milano. Il ‘cursus honorum’ dei cantanti, almeno a Milano, erano la Magolfa, una trattoria a Porta Ticinese dove si esibivano i menestrelli, Jannacci e Gaber per esempio anche se nessuno sapeva chi fossero e il Santa Tecla. Infine i migliori, fra cui appunto Jannacci e Gaber, approdavano al Derby (per il Derby passerà anche Gioele Dix, che però intraprenderà la carriera di attore e fine dicitore, ci si vada ad ascoltare la sua lettura di “Sessanta racconti” di Dino Buzzati: riesce a dare al testo una forza, nel parlato, che pur il grande Dino, nello scritto, non ha). A Roma invece il locale storico era il Piper, che sdoganerà Patty Pravo che di Mina ne vale tre e la più modesta Mita Medici.

Ma il grande successo per Dallara arrivò in un’estate, mi pare del 1960. Complice il jukebox. Mentre infatti prima era il gestore della discoteca o dei Bagni a scegliere le canzoni, cercando di indovinare i gusti dei ragazzi (il mitico Gaetanin dei bagni Umberto di Savona era abbastanza abile in questo, proponeva per esempio “Un treno per Yuma” di Frankie Lane che, sia pur successivamente sorpassato, si avvicinava alla canzone moderna) adesso, a scegliere, eravamo noi: con cento lire, infilate nel jukebox, potevamo mettere tre canzoni. E in quella mitica estate del 1960 noi ne mettevamo, ossessivamente, solo tre: “Only you” dei Platters, “Diana” di Paul Anka e appunto “Come prima” di Dallara. Un ruolo importante in questa vicenda canora, che non è solo tale, l’ha avuto Paul Anka. Canadese proponeva un basic english, perfettamente comprensibile per noi ragazzi che l’avevamo studiato male a scuola. “You are my destiny” chi non lo capisce? E non è certo un caso che molte ragazze nate in quel periodo si chiamino Diana, a cominciare da Diana Spencer.

La prima volta che Paul Anka venne a Milano, preceduto da una vendita di 20 milioni di dischi solo per il singolo “Diana” (era il più popolare di tutti, superiore anche ai mitici Platters) accadde una cosa che sbalordì noi ragazzi: eravamo al Lirico e vedemmo le nostre coetanee, che a scuola portavano ancora il grembiule nero, slacciarsi il reggiseno e gettarlo ai piedi di Paul, nonostante non fosse assolutamente un fico ma anzi piuttosto bruttino.

Allora il mondo non era così globalizzato e il rock non era così conosciuto (Elvis Presley, Little Richard non erano ancora arrivati in Italia). Tanto che Milva, nella sua bellissima canzone “Flamenco rock” dice “roack” invece di “rock”. E’ interessante quella canzone perché racconta anche dei profondi mutamenti avvenuti. Dice infatti il testo:”Mi piacerebbe tanto visitar la Spagna Terra di matador e di grandi toreri- Ormai anche laggiù nella caliente Spagna Non si ballano più passi doppi o boleri- Ora ballano il flamenco roack- Ora ballano il flamenco roack- Espagna, paradiso di sogni e di donne ardenti d'amore- Hai tradito anche tu le più belle canzoni del cuore- Per il frenetico ‘roack’… Espagna, anche tu hai un disco dei Platters in tutte le case”. Allora la Spagna e la lingua spagnola ci parevano lontanissime, nonostante in Spagna ci fosse stata una guerra civile durissima fra i franchisti e le brigate anarchiche arrivate da tutta l’Europa. Inutile quasi dire che noi italiani ci schierammo con i franchisti, cioè i fascisti e che le stesse brigate arrivate dalla Russia sovietica si diedero, contro ogni logica militare, a colpire gli anarchici (“Omaggio alla Catalogna” di George Orwell, 1938). Il rock allora, che già furoreggiava in America, c’era così distante che un quotidiano del pomeriggio italiano, La Notte, di destra, si chiedeva allarmato: ma arriverà anche da noi? Oggi quella Spagna che ci appariva allora lontanissima la si raggiunge in un’ora e mezza di aereo e pagando pochi euri. A rinverdire la lingua spagnola ci ha pensato Trump con l’aggressione al Venezuela.

Il mondo stava cambiando, i jeans, anche se noi non ce ne accorgevamo. Ghigo cantava “Coccinelle”, un famoso transessuale francese, e la cantava a modo suo (“Coccinella non far più la barboncella, non vestirti di a blu”).

La passione per Dallara in quei tempi era tale che anche quando si esibiva con un’altra star della musica, noi, dal fondo della sala, chiedevamo solo “Ti dirò” e “Come prima”. Accadde, ricordo, anche con Jane Russel, famosa attrice americana.

Probabilmente eravamo solo giovani, ingenuamente giovani, circondati da un mondo di altrettanti giovani.

La forza di “Come prima” è tale che ancora oggi molti quotidiani, quando vogliono segnalare che i nostri politici fanno le mascalzonate di sempre titolano: “Come prima, più di prima”.

Dallara non è stato fortunato, come cantante, come artista, ma non come uomo. All’epoca del suo massimo successo Dallara, in realtà Antonio Lardera, faceva il militare quando era ancora una cosa seria. Dovette quindi rinunciare a molti concerti. Anche di quattrini non deve averne fatti molti, perché i soldi non vanno agli interpreti ma agli autori. Oggi, “Come prima”, fa da sottofondo a molte pubblicità, ma a Dallara non arriva un soldo.

Quando mi veniva a trovare negli ultimi tempi mi faceva ascoltare delle cover dei suoi maggiori successi, “Ti dirò”, “Come prima”, “Brivido blu”, “Yulia”, che però non avevano lo stesso impatto perché la musica, come ogni altra cosa al mondo, va contestualizzata. Se io risento “Come prima” nella versione originale mi si rivela un tempo ormai perduto.

E la morte di Tony mi riporta a un tempo perduto per sempre, quello degli anni Sessanta, quello delle “notti blu”, quello della mia adolescenza e della mia giovinezza.

 

Il Fatto Quotidiano, 27.01.2026

0
0
0
s2sdefault
powered by social2s

La proiezione del film “Norimberga”, proiettato di recente nelle sale, ha riproposto la ‘vexata quaestio’ della legittimità dei processi di Norimberga e di Tokyo e sulla pretesa dei vincitori di essere moralmente migliori dei vinti, pretesa inaudita, nel senso letterale di mai udita nel corso della Storia, al punto di poterli, appunto, processare.

Perplessità su quei processi e sui Tribunali costituiti appositamente furono sollevate, sin dall’inizio, proprio da parte democratica e liberale. Scriveva l’americano Rustem Vambery, docente di Diritto penale, sul settimanale The Nation del 1 dicembre 1945, individuando i punti deboli di questi processi: “Che i capi nazisti e fascisti debbano essere impiccati e fucilati dal potere politico e militare, non c’è bisogno di dirlo; ma questo non ha niente a che vedere con la legge…”. Quali erano i “punti deboli”, anzi inaccettabili, di quei processi: Giudici guidati da “sano sentimento popolare”, introduzione del principio di retroattività, presunzione di reato futuro, responsabilità collettiva di gruppi politici e razziali, rifiuto di proteggere l’individuo dall’arbitrio dello Stato, ripristino della vendetta tribale”. In un coraggioso discorso pronunciato all’Assemblea Costituente il 24 luglio 1947, quando quei processi erano ancora in corso, Benedetto Croce affermava: “Segno inquietante di turbamento spirituale sono ai giorni nostri, bisogna pur avere il coraggio di confessarlo, i tribunali senza alcun fondamento di legge, che il vincitore ha istituito per giudicare, condannare e impiccare, sotto nome di ‘criminali di guerra’, uomini politici e genarali dei popoli vinti, abbandonando la diversa pratica, esente da ipocrisia, onde un tempo non si dava quartiere ai vinti ad alcuni di loro e se ne richiedeva la consegna per metterli a morte, proseguendo e concludendo con ciò la guerra”.

Più possibilista era il quotidiano inglese, The Guardian, forse il migliore, a tutt’oggi, dei quotidiani europei, che nel 1946 scriveva: “Il processo di Norimberga apparirà giusto o sbagliato nella storia a seconda del futuro comportamento delle nazioni che ne sono responsabili”. Bene, non si era ancora spenta l’eco di quei processi, che secondo le intenzioni avrebbero dovuto “escludere la guerra dalla vita della società”, che già le truppe francesi soffocavano con l’atroce brutalità di sempre un disperato tentativo del Madagascar di liberarsi dalle manette coloniali.

Ciò, naturalmente, è nulla rispetto a quello che hanno fatto poi Usa e Urss, le due vere, e sole, potenze uscite vincitrici dalla seconda guerra mondiale. In più di mezzo secolo Usa e Urss hanno messo a ferro e fuoco Il Sud-Est asiatico, usato il napalm e armi chimiche in Vietnam, combattuto guerre in Medio Oriente per interposta persona e sulla pelle altrui, “suicidato” Masaryk e Allende, schiacciato nel sangue la rivolta ungherese, invaso la Cecoslovacchia e l’Afghanistan, umiliato la libertà della Polonia, insidiato con le armi e i servizi segreti la sovranità del Nicaragua e del Salvador, difeso e sostenuto i più feroci, sanguinari e criminali dittatori, per esempio Saddam Hussein, salvo poi dismetterli quando non più presentabili, a suon di golpe, organizzato decine di colpi di Stato, fomentato e guidato, attraverso il Kgb e la Cia, una buona fetta di terrorismo internazionale e, infine, messo il loro tallone e accampato le loro pretese egemoniche su ogni angolo, anche il più recondito, del mondo. Così scrivevo sull’Europeo, il 6 settembre del 1986, ma da allora si è aggiunta molta carne al fuoco, dando alle mie parole le dimensioni di una sinistra profezia. E’ dal 1999, anno dell’aggressione alla Serbia, quindi prima della scusante, chiamiamolo così, dell’11 settembre, che gli Stati Uniti e la Nato, che sono poi la stessa cosa, hanno violato tute le norme del diritto internazionale, contro la volontà dell’Onu.

Per passare a tempi più recenti c’è l’aggressione al Venezuela, la cattura del suo legittimo Presidente Nicolas Maduro, che naturalmente dalla narrativa occidentale è sistematicamente chiamato “il dittatore Maduro”, mentre arrivò al potere con legittime elezioni. Intimidito in ogni modo il “socialismo bolivariano”, tanto che di recente il Corriere della Sera ha pubblicato un articolo del Presidente del brasile, Ignacio Lula da Silva, il quale, temendo di fare la fine di Maduro, ha di molto annacquato il suo socialismo.

 Scrivevo sempre in quell’articolo che le super potenze, quelle appunto uscite vincitrici dalla Seconda Guerra mondiale, hanno avanzato pretese su ogni angolo del mondo, anche il più remoto. Ed ecco che adesso Donald Trump vuole comprarsi la Groenlandia cioè un territorio europeo anche se situato ai limiti dell’Artide. Quindi alla domanda del ministro dell’educazione giapponese, Masayuki Fujio, che poneva la questione “i vincitori hanno il diritto di giudicare i vinti?”, si può rispondere oggi, con molta amarezza, ma con tranquilla coscienza: no.

 

Il Fatto Quotidiano, 21.01.2026

0
0
0
s2sdefault
powered by social2s

E’ di qualche giorno fa l’assassinio a sangue freddo, a Minneapolis, da parte di un agente dell’ICE, Immigration and Customs Enforcement, di una cittadina americana, Renee Nicole Good. Trump si è affrettato ad affermare che si è trattato di “legittima difesa”. Questa versione non ha convinto nemmeno il sindaco di Minneapolis, Jacob Frey, che ha sostanzialmente affermato che l’Ice deve andarsene fuori dai coglioni. Quali le colpe della Good? Cercare di aiutare la comunità somala, circa ottantamila persone, una delle comunità più estese non solo negli Stati Uniti ma in tutto il mondo, già definita da Trump “spazzatura”. E queste aggressioni fisiche e verbali avranno presto conseguenze perché in Somalia, alle spalle di una posticcia presidenza sponsorizzata dall’Etiopia, governano di fatto gli Al-Shabaab che hanno giurato fedeltà all’Isis.

Gli omicidi in America sono 4.9 ogni 100.000 abitanti, In Italia 0.7 ogni 100.000 abitanti. Negli Usa più della metà della popolazione fa uso abituale di psicofarmaci, cioè un americano su due non sta bene nella propria pelle. Negli Stati Uniti non esiste una sanità pubblica, in compenso gli Usa hanno un debito complessivo di 38 trilioni di dollari solo sugli interessi dei debiti pregressi, non pagati e che non pagheranno mai. Perché “alla lunga i debiti non vengono pagati” come scrive Vittorio Mathieu in Filosofia del denaro del 1985. Infatti i ricchi, che sanno maneggiare il denaro, hanno più debiti che crediti. Chi paga questi debiti? Il risparmiatore che è il fesso istituzionale del sistema del denaro, Il denaro <<Sterco del demonio>>, 2003. Di qui le spaventose sperequazioni sociali. Oggi i Dik Dik non canterebbero “ti sogno California e un giorno io verrò” (Sognando la California, 1966). Se ci andassero troverebbero ai confini di quel governatorato decine di migliaia di homeless che inalberano un cartello: “Siete arrivati nello Stato più ricco del mondo”.

Intanto Trump continua nella sua politica di aggressione, dopo il Venezuela c’è nel mirino la Colombia e ora anche il Messico. Poi c’è l’Iran, perennemente sotto attacco, dove si vorrebbe che tornassero gli eredi dello Scià. Dimenticando che quella dello Scià era una dittatura feroce a favore dei ricchi e dei ricchissimi e a danno dei poveri, che operava attraverso la Savak, la polizia segreta più feroce del Medio Oriente, il che è tutto dire.

La Rivoluzione Khomeinista, oltre che religiosa, fu una “guerra di popolo”, secondo la definizione di von Clausewitz, che fu possibile grazie al potente senso identitario che gli iraniani hanno, per cui se gli Stati Uniti dovessero attaccare direttamente l’Iran (per ora lo hanno fatto attraverso i loro servi del Golfo, Iraq e Israele) gli iraniani si ricompatterebbero superando le proprie divisioni interne, dovute più che alla questione del chador, che pur esiste, alla drammatica situazione economica del Paese, sotto embargo degli americani e dei Paesi al loro servizio da decenni. Quando presidente dell’Eni era Enrico Mattei l’Eni aveva ottimi rapporti con le aziende iraniane, tutto quest’ottimo lavoro del grande Enrico è stato furtato da Giorgia Meloni che si è permessa di chiamare “Piani Mattei” i suoi propositi di rapina, in questo caso soprattutto ai Paesi africani. Ad un certo punto gli americani pretesero che l’Italia rompesse i suoi rapporti economici e non solo economici con Teheran. Oggi la presenza dell’Eni in Iran è del tutto insignificante.

A parte il fatto che l’Iran non ha mai attaccato nessuno, è semmai stato attaccato, non si capisce l’Iran se non si considera che è l’Antica Persia. E’ proprio questo legame atavico che rende compatto questo grande Paese di cento milioni di abitanti. Persino i pasdaran, che l’avevano combattuto fino a rovesciarlo, avevano rispetto per lo Scià. Perché era persiano.

Non si comprende se sia la violenza interna degli Stati Uniti a favorire quella esterna o viceversa. Adesso Trump vuole impadronirsi, con le buone o con le cattive, della Groenlandia, terre di ghiacciai del tutto inospitale, come ha sostenuto Feltri; peccato che in Groenlandia vivano da sempre gli Inuit, un’antichissima etnia che partecipava al Kula, cioè ‘il ciclo del dono’ secondo Marcell Mauss (Saggio sul dono, 1923). Un ingresso americano in Groenlandia, in qualsiasi forma, distruggerebbe gli Inuit, le loro tradizioni, i loro costumi. Con tanti saluti alla biodiversità.

Ma la questione principale non è neppur questa, per quanto importante. Un attacco alla Groenlandia sarebbe un attacco all’Europa perché fa parte del regno di Danimarca, cioè dell’UE (“C’è del marcio nel regno di Danimarca” fa dire Shakespeare ad Amleto, solo che oggi il ‘marcio’ è in un altro regno, del tutto diverso, quello dei gloriosi United States of America).

E quindi l’Europa, che finora ha balbettato su tutto, sull’aggressione al Venezuela, sulla minaccia di far fare alla Colombia la fine del Venezuela e ora sul Messico, in questo caso non può più restare indifferente.

Si è svegliato Emmanuel Macron che riprendendo un concetto espresso anni fa da Angela Merkel (“gli americani non sono più i nostri amici di un tempo, dobbiamo imparare a difenderci da soli”) ha affermato: “Gli Usa si stanno allontanando dai loro alleati tradizionali; si stanno svincolando dalle regole internazionali che prima promuovevano; c’è una sorta di aggressività neocoloniale nella loro condotta globale”. Se si va a ben vedere, Merkel a parte, sono gli stessi concetti espressi da Maduro. Insomma, gli Stati Uniti non sono più i nostri alleati, sono i nostri veri nemici.

In questo mondo globalizzato, dove domina il diritto della forza e le organizzazioni internazionali, Onu in testa, non contano più nulla (Israele ha vietato l’ingresso a 37 organizzazioni che trasportano aiuti umanitari, tra cui Medici Senza Frontiere, noto covo di terroristi) è necessario che l’Europa si riarmi. Con che soldi? Quelli che sono stati spesi (200 miliardi) per aiutare l’Ucraina in una guerra alla Russia già abbondantemente persa, un concetto espresso anche nel periodo della guerra ai Talebani dal generale McCrhrystal che giudicava assurdo aver speso 10 mila miliardi di dollari per una guerra che continuava a consumare risorse e vite senza risolvere la situazione. In linea di massima i militari sono più prudenti dei politici perché tocca poi a loro sbrigliare la matassa. Prudente fu anche il primo Donald Trump che ordinò il ritiro dall’Afghanistan dei soldati americani e di tutti quei Paesi, Italia compresa, che avevano partecipato alla missione Resolute Support Mission. Il ritiro fu poi organizzato da Biden nel più disastroso dei modi (l’ambasciatore italiano in Afghanistan fu il primo squagliarsela).

Il riarmo europeo passa innanzitutto per il riarmo della Germania. E’ inconcepibile che alla Germania, il Paese più importante d’Europa, sia fatto divieto di avere l’Atomica in base a un trattato del 1990. Ma i trattati sono validi rebus sic stantibus, cioè finché le cose stanno così e dal 1990 molta acqua è passata sotto i ponti. A parte le grandi potenze, Stati Uniti, Russia, Cina, l’Atomica ce l’hanno Israele, il Pakistan, la Corea del Nord. E’ ovvio che la Bomba serve solo come deterrente e molto efficace visto che Israele, Pakistan e nemmeno l’odiatissima Corea del Nord di quel gonfio di Kim Jong-un sono stati mai attaccati.

Per fermare l’aggressività degli yankee, dei gringos, ci sarebbe però un sistema molto più dissuasivo, creare una Nato con gli stessi diritti e obblighi che la Nato pone all’Articolo 5 nel caso che uno dei Paesi aderenti sia attaccato, ma con protagonisti del tutto diversi: Unione Europea, Serbia, Brasile, Colombia, Cuba e tutti gli altri Stati sudamericani o centroamericani che volessero aderirvi, India, Giappone, Sudafrica, Iran, cioè oltre la metà della popolazione mondiale. E’ un progetto troppo futuribile? Può darsi.

 Per ora ci accontentiamo della voglia di riscatto dei somali, cioè ci affidiamo ancora, e sempre, all’Isis.

 

Il Fatto Quotidiano, 16.01.2026