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Nel suo discorso all’Onu Trump ha preso di mira l’Iran per l’esistenza sul suo territorio di siti nucleari. Ora, l’Iran ha firmato il Trattato di non proliferazione nucleare, accettato le ispezioni dell’AIA che hanno sempre accertato che l’arricchimento di uranio in questi siti non va oltre il 6 percento, per arrivare alla Bomba ci vuole un arricchimento al 90. Israele non ha firmato il Trattato, ha l’Atomica, ma nessuno si è mai sognato di sanzionarlo.

Gli occidentali non hanno mai capito niente del mondo iraniano, questa specie di masso erratico del Medio Oriente, circondato da paesi arabi che gli sono lontanissimi culturalmente e anche linguisticamente. Non ci hanno capito niente perché, come al solito, lo hanno interpretato con i propri canoni. Esempio tragicomico è la vicenda Bakhtiar–Khomeini-Kerenskij-Lenin. Bakthiar era stato l’ultimo primo ministro sotto lo Scia, ma già fortemente critico nei confronti del regime perché si sentiva nell’aria la Rivoluzione khomeinista. L’Unità scrisse: Bakthiar = Kerenskij, Khomeini = Lenin. La sinistra europea credeva infatti che Bakhtiar fosse una preforma di Kerenskij e Khomeini di Lenin, che interpretasse insomma, in salsa islamica, un movimento antioccidentale e soprattutto antiamericano (nel linguaggio di Khomeini gli stati Uniti erano “Il grande Satana”). Khomeini chiarì subito che di “Grande Satana” ce ne erano due: quello americano e quello sovietico. Ci sono due lettere molto interessanti che Khomeini inviò in quel periodo a Gorbaciov e a Papa Wojtyla e pubblicate in Italia dalle Edizioni del Veltro in forma semi clandestina tanto erano scottanti. A Gorbaciov Khomeini parla solo in termini spirituali, gli dice sostanzialmente: “Se vuole capire veramente qualcosa della religiosità venga qui da noi, all’Università di Qom, ci passi dieci anni e poi, forse, potremo trattare l’argomento in modo serio”. A Wojtyla, invece, parla solo di cose materiali e degli interessi politici ed economici della Chiesa (lo scandalo IOR era di là da venire).

Non si dovrebbe mai dimenticare che l’Iran è in realtà l’antica Persia sulla quale, dopo l’avvento della predicazione di Maometto, si è sovrapposto l’Islam in forma sciita. A quell’epoca Radio Teheran mi intervistava spesso e i giornali iraniani riprendevano testualmente i miei scritti (ma quando citavo Khomeini aggiungevano di forza “che Allah l’abbia sempre in gloria”). Chiesi alla gentile intervistatrice come mai il regime di Khomeini fosse violentemente antitalebano e antiafgano. In fondo, dissi, i vostri due popoli sono nella stessa situazione sotto la pressione violenta degli americani. L’intervistatrice mi fece notare che Afghanistan e Iran, pur essendo confinanti, sono due mondi opposti: i Talebani sono nella maggioranza sunniti, gli iraniani sciiti.

E’ questa origine dalla Persia che dà agli iraniani una fortissima identità nazionale. Anche i pasdaran, che pur lo avevano abbattuto, avevano rispetto per lo Scia: perché era persiano.

Nel periodo in cui ero a Teheran per intervistare la figlia di Khomeini, Zakra Mustafavì (l’intervista fu poi ripresa da Mino Damato nella sua trasmissione “Alla ricerca dell’Arca”, in prima mondiale con grandi strombazzamenti, ma Damato riuscì a non nominarmi mai) accadde una cosa curiosa. A una trasmissione radiofonica telefonavano ascoltatori e ascoltatrici, era consueto che l’intervistatore chiedesse all’ascoltatrice chi fosse la figura femminile preferita e obbligatorio rispondere Fatimah, la figlia di Maometto. Ma una di queste donne disse: “Fatimah è una figura molto lontana nel tempo, preferisco riconoscermi in Ushin”. Ushin era la protagonista di un serial giapponese che passava in quelle settimane sulle televisioni iraniane. Apriti cielo. Khomeini non aveva né apparecchi tv né radio, solo un letto e un tappeto per pregare e quindi quella trasmissione non l’aveva vista, ma siccome gli zeloti esistono sempre qualcuno andò a riferirgli del fattaccio: condanna a morte della donna, espulsione da ogni media del conduttore e via dicendo. La donna non fu rintracciata, il conduttore si scusò dicendo che aveva capito male e tutto finì lì. Perché la Sharia ha un suo pragmatismo, applicarla alla lettera è impossibile. Esempio: per una coppia adultera, presa sul fatto, è prevista la condanna a morte di lei e cento fustate per lui il che equivale alla morte. Ma ci devono essere dei testimoni oculari. Quello che vuole evitare il Corano non è il fatto in sé, ma lo scandalo che ne deriva. Così, sempre nel periodo in cui ero a Teheran, l’uso di stupefacenti era vietatissimo. Ma nella cucina di ogni casa si fumava a più non posso, marijuana e oppio soprattutto, bastava che non lo si venisse a sapere.

Il coraggio delle donne. Ho avuto modo di apprezzarlo più volte. A Teheran si pubblicava un settimanale, Donna di Giorno, le cui giornaliste erano tutte donne. Si occupava di moda, di abiti, gioielli, ma anche del sociale. Quando entrai in redazione mi fece un po’ strano vedere tutte queste donne con regolare chador. Feci qualche domanda alla direttrice, la deliziosa Talebeh, cui sotto il velo spuntava un ricciolo biondo. “Vedi, -mi disse- noi non ce l’abbiamo con Khomeini ma col fatto che, i mariti, i fratelli e insomma tutti i membri maschi della famiglia si comportano, soprattutto nelle campagne, da padri padroni. E questo non ci sta bene”.

Nel decennale della Rivoluzione si fece una festa sul lungo viale che attraversa tutta Teheran, da est a ovest, e che si chiama, paradossalmente, “Viale della Libertà”. In questa occasione è usanza che le ragazze offrano prodotti locali, soprattutto pistacchi che hanno grande importanza nell’economia iraniana. Davanti a me c’erano tre splendide ragazze. Attaccai discorso con una, sono il classico maschio latino e in certe occasioni sono disposto anche ad affrontare la fucilazione. Il mio insider, Hussein, figlio del proprietario del Bazar mi disse: “Cosa fai, sei pazzo? Non vedi che c’è il pasdara che ti sta guardando da dieci minuti?”. Chiesi alla ragazza se la cosa fosse pericolosa per lei e per me. Rispose: “Non è usuale, ma non ti preoccupare”.

Ero in una farmacia di Teheran, tenuta da un ebreo, che era disposto a rinnegare anche se stesso pur di salvare la pelle. Con noi c’era anche il capo del Bazar. Gli scaffali erano semi vuoti, sia l’ebreo che il capo del Bazar dicevano le meglio cose di Khomeini. “Ma non vedi -gli dissi- che fuori le strade sono piene di poster dove c’è scritto ‘morte all’ebreo! ’?”. Ad un certo punto sento alle mie spalle una voce femminile che dice: “Chi è Khomeini?” ( in farsi chi è si dice come da noi). L’ebreo era finito sotto i banchi e il capo del Bazar, Hussein, pure. Chiesi a Hussein: “Ma è vero quello che dice la vecchia?”. “Tutto vero, rispose, ma io non posso espormi”.

A Khomeini succedette Rafsanjani che ha creato la Rafsanjani Pistachio Company. Era cominciata l’era capitalista anche in Iran. Come ci riferisce la nostra Elena Basile, citando l’intervista all’antropologo Emmanuel Todd (IlFatto,24.09) oggi le università iraniane sono affollate, si è creata una classe media fatta di ingegneri, di tecnici, di medici. Alla lunga, seppur attraverso vari passaggi, la Rivoluzione khomeinista ha lavorato bene. All’epoca dello Scia c’era una sottilissima striscia di borghesia colta che potevi trovare a Parigi, a Londra, soprattutto ragazze, bellissime. Conosceva, questa borghesia, non solo i nostri maggiori, Dante, Petrarca, Boccaccio, ma anche gli scrittori italiani che andavano allora per la maggiore, come Moravia e Calvino. Noi della cultura iraniana conosciamo pochissimo, a parte, forse, Omar Kayama e Avicenna, non Farabi, Sohravardi e molti altri. Ma è altrettanto chiaro che questa classe media colta, diventata di massa, non può più accettare leggi tipo Sharia. Da qui la violenza e repressione del regime contro le donne. Che è il vero problema dell’Iran oggi. Non le sue centrali atomiche.

 

il Fatto Quotidiano, 1.10.2025

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Secondo l’Oms, al 2021, più di un miliardo di persone conviveva con un disagio mentale. L’Oms non specifica quali aree del mondo siano le più colpite, afferma però che nei paesi occidentali si spende di più per le cure. Cosa che ha un significato bifido, perché vuol dire anche che ci sono più soggetti affetti da disagio mentale. E qui, all’interno di questo disagio, bisogna fare una distinzione fra chi è affetto da depressione, ansia e altri disturbi del sistema nervoso ed il malato psichiatrico propriamente detto. Che ansia, depressione, nevrosi siano in straordinario aumento nel mondo che chiamiamo occidentale non c’è bisogno dell’Oms per chiarirlo. Noi viviamo in un “modello paranoico” dove non si può mai avere un momento di equilibrio e di serenità, perché raggiunto un obiettivo bisogna immediatamente inseguirne un altro.

In Italia una persona su otto soffre di disturbi mentali. Dove sono finite allora le speranze suscitate dalla “Legge 180”, dall’anno in cui fu promulgata, il 1980 appunto, detta anche “Legge Basaglia” dal nome del suo ideatore e promulgatore? Basaglia sosteneva che quella mentale è una patologia come un’altra e che andava curata non in un universo concentrazionario, come il manicomio, cioè in sostanza abolito il manicomio si sarebbe abolita anche la malattia mentale. Ci si dovette però accorgere assi presto che il malato mentale, ricoverato in un ospedale generale, non era proprio un malato come un altro: quando era in ‘acuzie’, cioè in uno stato di particolare eccitabilità, strappava il catetere o la flebo agli altri malati. Basaglia si illuse che poteva essere sedato con gli psicofarmaci. Ma a parte che gli psicofarmaci non sono mai innocenti, in questo modo non si risolveva la questione. Furono quindi create, all’interno degli Ospedali generali, delle sezioni particolari, i famigerati “repartini”, dove non c’era nulla, nemmeno un calcio balilla perché il malato e la malattia non dovevano “essere istituzionalizzati”.

E’ ovvio che una legge, qualsiasi legge, non solo la 180 è valida erga omnes. Però prima di smantellare tutto si sarebbe dovuto tener conto della diversità dei manicomi. Una cosa era essere ricoverato nell’ospedale psichiatrico di Barcellona Pozzo di Gotto, altra a Mombello, in Lombardia, il più grande manicomio d’Italia diretto da un mio caro amico, il professor Madeddu, sardo d’origine, un socialista, una specie di santo laico. A Mombello c’erano i campi di calcio, si faceva ergoterapia, musicoterapia, c’era una bottega artigiana dove i malati imparavano un mestiere che avrebbero potuto utilizzare una volta usciti di lì e anche mentre erano ancora in manicomio perché quelli più affidabili potevano uscire fino a sera, salvo rientrare a fine giornata. Non era un “capolarato” mascherato e sottopagato, perché Madeddu li affidava a dei suoi amici, piccoli e medi imprenditori, anch’essi, in genere, socialisti e comunque umanisti (diciamo degli Adriano Olivetti in miniatura). Era comunque un universo concentrazionario perché, come ovvio, è più facile controllare mille persone concentrate in un solo luogo che sparse per il territorio. Mi ricordo che incontrando Madeddu, molti anni dopo, mi disse, immalinconito: “Ci hanno portato via tutto, è rimasto solo il cimitero”. Perché, questo lo aggiungo io, almeno i morti sono tutti uguali.

Che fine facevano i malati lasciati a se stessi? Molti rientravano in famiglia e questa era la soluzione peggiore, perché la famiglia è iatrogena, cioè è proprio in famiglia che si sono ammalti. Altri finivano sotto un tram. Altri ancora, avendola combinata grossa, cioè ucciso una persona, spesso un membro della loro famiglia, di quella famiglia che li aveva allontanati non perché malati, ma perché con la loro eccentricità suscitavano scandalo, finivano al manicomio criminale di Castiglione delle Stiviere, che è qualcosa di peggio del manicomio ‘normale’, chiamiamolo così. Quando feci un’inchiesta per Il Giorno ad un anno dalla promulgazione della legge Basaglia risultò un aumento, mi pare del 75 percento, di ricoveri a Castiglione delle Stiviere.

Per molto tempo la malattia mentale è stata considerata una macchia, un disonore, una ‘lettera scarlatta’ e le famiglie più rispettabili, chiamiamole così, borghesi, preferivano nasconderla. Così è stato per Giorgio Agnelli.

Probabilmente la proposta di Basaglia sarebbe stata realizzabile in piccole comunità, dove tutti si conoscono e il malato non resta mai solo, non nelle grandi città che sono luoghi di solitudine anche per chi è sano di mente.

Oggi, finita l’orgia ideologica di Basaglia che, come tutte le ideologie, non tiene conto della realtà sono state create delle strutture intermedie: ambulatori locali, Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura (SPDC) in ospedali, Rsa, case di cura residenziali riabilitative soprattutto per anziani. Restano comunque i cps, centri psichiatrici sociali, che sono stati fondamentali nella difficile fase di transizione dalla chiusura dei manicomi ad oggi. Nei cps si curano soprattutto depressione, ansia, nevrosi, le “malattie della modernità” (prima della Rivoluzione industriale non esistevano, esisteva il malato psichiatrico, ovviamente, ma non questo tipo di malattie).

 Il malato propriamente psichiatrico, in genere, non si rivolge al cps perché pensa che i malati di mente siano gli altri e lui il solo ad essere normale. E, forse, c’è del vero: in epoca medievale si riteneva che il matto e anche il mendico avessero dei rapporti privilegiati con Dio.

Quando facevo quel reportage per Il Giorno, di cui ho parlato, intervistai al Gaetano Pini due giovani psichiatri basagliani che, come tutti gli allievi, erano ancora più radicali del loro maestro. Assisteva un infermiere che disse: “Io non discuto le vostri teorie, ma penso che questo tipo di malati abbia bisogno soprattutto di un po’ di umanità”. Come al solito si possono costruire le più fantastiche cosmogonie, ma poi tutto dipende dalla persona.

Gli infermieri, e devo dire anche le brave suorine che operano negli ospedali, sono delle figure determinanti. In Italia c’è stato un calo di richieste per la posizione di infermiere eppure è un mestiere molto stimolante dato che, a differenza di una cassiera che lavora in un grande supermarket, ti mette a contatto con le persone e, come si ricava dall’episodio che ho citato prima, vuole umanità e interesse per agli altri. Perché questo calo? Elementare Watson: in Italia gli infermieri sono sottopagati, anche rispetto a Stati a noi abbastanza vicini, come l’Albania. E quindi questo personale specializzato, del resto come in tanti altri settori, preferisce andare all’estero.

L’Italia ha sperperato 4,3 miliardi di euro per sostenere l’Ucraina in una guerra che “non si poteva vincere”, come ha sostenuto un alto esponente del Pentagono, oggi in pensione. Del resto non si può pensare che un Paese di 37,5 milioni di abitanti possa sconfiggerne uno di 143,5 milioni, con un territorio immenso e riserve di energie altrettanto immense.

Il Fatto Quotidiano, 26.09.2025

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Sogno di una giornata di inizio settembre. La mia fidanzata, fiorentina, era stata ricoverata per un lieve intervento. Andavo quindi a trovarla la mattina. Mi rimaneva tutto il giorno libero e non sapevo che fare. Per stare sul sicuro, così almeno credevo, andai da Paszkowski e le Giubbe Rosse, i mitici locali dove un tempo si recavano gli artisti e gli americani colti che quando lo sono, colti intendo, lo sono per davvero (come se la cavino oggi con la volgarità di Trump mi piacerebbe sapere).

Se c’è una città che è stata distrutta dal turismo cheap, di massa, oltre a Venezia, questa è Firenze. Roma no, Roma riesce sempre a inglobare tutto, a cominciare dagli stili architettonici e urbanistici, da quello della Roma antica all’umbertino, gli manca solo il periodo medievale perché fu rasa al suolo e semi distrutta dai Lanzichenecchi che la ridussero a 13mila abitanti e forse sarebbe stato meglio che fosse rimasta tale perché oggi Roma è come una cozza che assorbe il peggio del Sud e il peggio del Nord. Se voi andate oggi ad Atene vedete che l’Acropoli ed il Partenone non c’entrano nulla con la città e della Grecia antica non ha conservato nulla, semmai la Grecia antica la si trova nella “Magna Grecia” cioè al sud e soprattutto sulle coste della Sicilia. Gianni Agnelli per sbeffeggiare Ciriaco De Mita, di Nusco, lo definiva un “intellettuale della Magna Grecia” senza rendersi conto di fargli un complimento.

Durante la giornata non sapevo dunque che fare, anche perché Firenze è diventata una città quasi inabitabile per i fiorentini, è una città per turisti. Sparite le librerie, La Condotta, la Libreria del Porcellino, il Drago, Mucho Mojo, Le Monnier. E pensare che Firenze è stata la Capitale italiana della cultura, La Voce di Prezzolini, Lacerba di Papini eppoi Ardengo Soffici, nato a Rignano sull’Arno, come Matteo Renzi, che pure è un buon uomo di cultura (ne ascoltai una conferenza quando era sindaco di Firenze, buon conoscitore, per dirla con Buzzati delle “arti belle”, cioè visive e ottimo dicitore in linguaggio fiorentino anche se non fine come quello pisano del mi babbo. Renzi ha difficoltà a parlare in inglese perché, in questo caso, gli è difficile fare battute).

Ero quindi spaesato, finché non mi imbattei in Fabio Canessa, docente di italiano e latino al Liceo. Canessa è uno degli uomini più colti che io conosca, fa parte di quella colonna vertebrale di docenti, purtroppo sempre più rari, che cercano di tenere l’insegnamento scolastico a un livello di decenza. Ma non è questa la sua caratteristica principale. Canessa è ubiquo. In qualsiasi città d’Italia tu vada trovi Canessa. Fabio, conoscendo i miei gusti, mi portò in un locale abbastanza equivoco nei pressi dell’Arco di San Piero dove si radunano gli omosessuali, gli irregolari di ogni tipo, gli inquieti della notte (a Milano c’è un locale di questo tipo, le Capannelle, che però ha in più la particolarità che tiene aperto, contro ogni diktat del Comune fino alle sette del mattino, non a caso sta nei pressi di San Vittore).

In quel locale incontrammo Aldo Busi, che nel suo narcisismo patologico, si ritiene il più grande scrittore italiano del Novecento. Non è così, naturalmente. Ma non si può negare che Busi sia un vero scrittore, uno dei migliori del dopo guerra (Vita standard di un provvisorio venditore di collant, 1984 e Seminario sulla gioventù, 1985 che mi è stato, tra l’altro, molto utile per il mio Ragazzo. Storia di una vecchiaia). Busi fece un culo così a Canessa perché in una recensione aveva osato formulare qualche critica e Fabio stava ad ascoltarlo sull’attenti come uno scolaretto.

In quel periodo quando andavo a Roma, ero ospite di Pamela Villoresi, l’attrice. In cambio Pamela quando veniva a recitare a Milano era ospite mia (questi scambi oggi sono abituali fra i giovani, allora non era così) finito teatro Pamela veniva a casa mia e, dopo tutta quella fatica, mi faceva la cena. Ha una grandissima energia, tipo Travaglio. Quando eravamo insieme a Talamone voleva costringermi a nuotare fino al Giglio, ora io nuoto abbastanza bene ma non fino a quel punto e anche Pamela una volta, ostinandosi a nuotare contro corrente, per un pelo non ci lascia la pelle. Pamela Villoresi è di origine tedesca e per questo e anche per sua indole naturale è ordinatissima. Bene. Una volta, mentre era da me, entro nella sua stanza e trovo un casino inenarrabile. Ora per stupire me per un casino o per un disordine ci vuole parecchio, ma il fatto era che da me si sentiva come liberata da quella costrizione.

Firenze non è più quella di una volta, non è più quella di “amici miei”, come notava sul Corriere Iacopo Gori (11/9) ma nemmeno i fiorentini sono più quelli di una volta. Dove sono finite quelle spettacolari e creative bestemmie in vernacolo? Se uno ha mai visto un fiorentino che si pesta un dito con un martello sa quel che mi dico, dopo un perfetto toscano, “mi sente il dito”, giù bestemmie.

Aldo Busi l’ho incontrato nuovamente di recente a Roma. Di recente? vai a capirlo, invecchiando i tempi si schiacciano e fatti remotissimi paiono essere avvenuti ieri. Alloggiavamo nello stesso, modesto, albergo a Porta Pia che ha sotto un baretto altrettanto modesto. Ho visto nei suoi occhi la disperazione. Per due motivi. Il primo è che si rendeva perfettamente conto che non aveva più nulla da dire e da scrivere, e infatti, lui noto presenzialista, è sparito da anni dalle scene. L’altra è che l’omosessualità è esteticamente bella quando sei dalla parte della preda, cioè sei giovane, il passaggio alla parte del predatore significa una sola cosa: sei irrimediabilmente invecchiato.

 

Il fatto Quotidiano, 23.09.2025