In Libano, nella città meridionale di Yohmor, gli israeliani hanno usato, stando a quanto denunciato da Human Rights Watch, proiettili al fosforo bianco. I proiettili al fosforo, come quelli all’uranio impoverito, usati, questi ultimi, nella guerra, del tutto illegittima, del 1999 alla Serbia, prima dell’11 settembre che fu il pretesto americano per dare inizio a quella serie di “guerre preventive” teorizzate da Bush padre di cui sono esempio, stando solo agli anni più recenti, l’aggressione al Venezuela, l’aggressione del tutto immotivata all’Iran col pretesto che possiede armi atomiche che in realtà non aveva e non ha mai avuto come hanno sempre accertato le ispezione dell’Aiea e ora, in prospettiva, a Cuba , sono un’arma letale quanto insidiosa e vigliacca. Perché si tratti di fosforo o di uranio impoverito sono causa di tumori. Nella guerra alla Serbia morirono sotto i bombardamenti, diciamo così, ‘normali’ 2500 civili e 1031 soldati. Ma gli effetti più devastanti si ebbero nell’immediato dopoguerra perché moltissimi serbi morirono per tumori, soprattutto bambini che, ignari delle conseguenze, giocavano con i proiettili sparsi sul terreno, ma anche i soldati italiani (perché in quella guerra indecente c’eravamo anche noi, al soldo, come al solito, degli americani, vero d’Alema, vero Mattarella?) che pur erano stati avvertiti del pericolo , morirono per essere venuti in contatti con l’uranio, si calcola siano stati 400, secondo i referti degli stessi medici italiani.
Nelle guerre moderne, a differenza di quelle antiche prima della scoperta del fucile (vedi Il mestiere delle armi di Ermanno Olmi) manca il confronto vis a vis. Inoltre l’enorme superiorità tecnologica di americani ed israeliani rende queste guerre particolarmente indecenti. In sostanza, almeno in linea di massima, uno solo può colpire l’altro solo subire e in guerra si può uccidere legittimamente, cosa esclusa in tempo di pace, se altrettanto legittimamente si può essere uccisi. E il ‘combattente che non combatte’ perde ogni legittimità. Nella guerra anti talebana il ministro della Difesa yankee, Donald Ramsfield, dichiarò esplicitamente che nella guerra contro quelli che chiamava ‘terroristi’, cioè i resistenti afgani, gli Stati Uniti avrebbero usato anche “gas tossici e armi chimiche”. E il presidente, Obama, quell’ipocrita finto pacifista, si spinse a affermare che al posto dei soldati avrebbe preferito usare i robot.
Quasi inutile dire che il Mullah Omar aveva proibito l’uso delle armi chimiche perché contrarie al Corano, coì come aveva proibito l’uso delle mine anti uomo, che a differenza di quelle anti carro colpiscono soprattutto i civili, cioè gente che passava in quel tratto di strada, ignara di tutto. Alcune aziende italiane sono tra le maggiori produttrici di mine anti uomo. Proibì anche il combattimento fra animali, ma soprattutto stroncò il traffico degli stupefacenti, una misura inaudita, per due motivi: perché la coltivazione di oppio serviva ai contadini per sfamarsi, anche se a loro rimaneva meno dell’1% del ricavato totale e perché danneggiava gli autotrasportatori, cioè le basi sociali su cui si sosteneva il suo Emirato. (E’ interessante notare come Omar volle chiamare il suo Stato “Emirato islamico d’Afghanistan”, non pretendeva cioè di essere un discendente diretto di Maometto, a differenza di Osama Bin Laden e del futuro capo dell’Isis, al-Baghdadi). Ma soprattutto il suo provvedimento colpiva i trafficanti internazionali di droga legati ad organizzazioni criminali legate a loro volta ad insospettabili Paesi occidentali. E fu questa una delle ragioni, se non la principale, dell’aggressione all’ Afghanistan talebano. Inoltre non ci piacevano i loro costumi, e poiché non ci piacevano i loro costumi abbiamo iniziato una guerra e un’occupazione durate vent’anni perdendola, come si sa, nel più degradante dei modi (quando nell’agosto del 2021 i Talebani hanno rioccupato Kabul ho avuto, lo ammetto, una sorta di eiaculazione mentale). Il che dimostra, tra le altre cose, che quando un popolo, per quanto male armato, vuole liberarsi dell’occupazione dello straniero, può farcela senza ricorrere a pelosi aiuti altrui, come sta avvenendo invece in Ucraina dove otto milioni di ucraini se la sono svignata pur di non ingaggiare battaglia.
Nei giorni scorsi il Pakistan ha colpito un ospedale a Kabul che i talebani utilizzavano per la riabilitazione dei tossicodipendenti, causando 400 vittime. Il Pakistan li accusa di ospitare sul proprio territorio gruppi terroristici che compiono attacchi in Pakistan. E’ una fake news, perché le guerre moderne si combattono, oltre che coi bombardieri, i droni, i proiettili al fosforo, l’economia, con narrazioni false. Ho seguito per più di trent’anni, da quando il Mullah Omar occupò Kabul (1996) e si impadronì del Paese, per non sapere che tutta la storia afgano-talebana nelle narrazioni occidentali è stata costellata di menzogne o, quel che è peggio, di mezze verità.
Oggi l’Afghanistan è molto più forte di un tempo perché ha l’appoggio della Cina, l’unico grande Paese che non l’abbia mai attaccato, per quanto confinante, e che lo sta aiutando nel recupero delle terre rare, fra cui il litio indispensabile a tutto il sistema digitale. Certo, a differenza di un tempo, gli manca un leader della forza e dell’integrità morale, del prestigio del Mullah Omar. Il nuovo leader religioso, Akhundzada, non pare essere alla stessa altezza. Per cui, ancora e sempre, che “Allah ti abbia sempre in gloria, Omar” come volevo scrivere in un necrologio sul Corriere della Sera al momento della sua morte e che il Corriere si rifiutò di pubblicare. Lo pubblicò il Fatto, ma non poteva avere, come ovvio, lo stesso impatto.
Il Fatto Quotidiano, 21.03.2026
L’epopea di Bossi è stata breve, diciamo circa dal 1989 al 1994. Quando comparve per la prima volta sulla scena politica nazionale, nel 1989, quale unico eletto di un misterioso movimento, la Lega Lombarda, non fu preso minimamente sul serio. Lo stesso appellativo di “senatur” che gli fu appioppato dice che la classe politica italiana lo considerava, per il modo di porgersi, di vestire (la famosa canotta bianca in Sardegna al fianco di un irreprensibile Berlusconi), di comportarsi, una semplice stranezza o, nel migliore dei casi, un caso patetico. Ma cosa voleva costui con le sue idee stravaganti quanto confuse?
Eppure le idee dell’“Umberto” non erano né stravaganti né confuse. Le contestatissime “macroregioni” (“le tre italiette”, Ugo Intini fra i tantissimi), erano la semplice constatazione di un dato di fatto: che Nord, Centro, Sud sono regioni, socialmente, economicamente, culturalmente, psicologicamente e anche climaticamente diverse. Questa constatazione, che ci sarebbe stata molto utile in epoca di pandemia, si portava dietro, fra gli altri, il concetto, anch’esso contestatissimo, delle “gabbie salariali”. E’ del tutto evidente che un impiegato nella Pubblica amministrazione al Nord, che prende lo stesso salario di un suo corrispondente al Sud, è più danneggiato di un meridionale perché a Milano, a Como, a Treviso, la vita costa tre volte tanto.
Ma la visione di Bossi, coadiuvato da Gianfranco Miglio, andava molto più lontano, anche utopisticamente troppo lontano come quella, per restare al giorno d’oggi, di Gian Roberto Casaleggio. Postulava che in un’Europa politicamente unita i punti di riferimento periferici non sarebbero più stati gli Stati nazionali, ma appunto “macroregioni” più coese dal punto di vista economico, sociale, linguistico (Tirolo e Alto Adige per esempio o Riviera di Ponente e Provenza per farne un altro). Idea utopica, perché l’unità politica d’Europa era molto di là da venire tant’è che non si è realizzata ancora oggi.
Bossi si era anche inventato dei miti fondativi (“il Dio Po”, la Padania). Poveri miti, ma comunque miti in un Italia partitocratica completamente priva di immaginazione e quindi di ideali.
La Lega Lombarda cominciò a essere presa sul serio quando si vide che al Nord prendeva il 40 per cento dei voti e che quindi, per usare il linguaggio dello stesso Bossi, c’era un “idem sentire”. Allora ebbe inizio da parte della burocrazia partitocratica una campagna di denigrazione e di violenza quale nemmeno le Brigate Rosse avevano conosciuto. Qualcuno ricorderà, forse, l’irruzione della Digos nella sede della Lega, partito politico rappresentato in Parlamento, caso unico nella storia dell’Italia repubblicana. E ricorderà, forse, la fotografia di Roberto Maroni steso a terra, privo di conoscenza, cui Bossi sorregge il capo.
La Lega di Bossi, a differenza di quella di Salvini, non era razzista. La mitica “Padania” era di chi ci vive e ci lavora senza andare a fare controlli del sangue sulle sue origini. Naturalmente i cronisti andavano nelle più profonde valli bergamasche per farsi dire qualcosa di antimeridionale.
Ho conosciuto molto bene Umberto Bossi. Era un uomo semplice ma nient’affatto rozzo. Basta andare a rileggere il discorso alla Camera del 21 dicembre 1994 in cui fece cadere il primo governo Berlusconi: non c’è una sbavatura né istituzionale, né logica, né, tantomeno, grammaticale.
A Bossi, pur al massimo del suo successo, piaceva la vita semplice, anche se non era un uomo semplice. Non fa parte della leggenda il fatto che uno dei suoi maggiori piaceri fosse mangiarsi una pizza non in luoghi lussuosi ma nel primo posto raggiungibile. Gli mancava totalmente la spocchia dell’uomo politico. Quante volte Vimercati e io, a cena la notte, gli telefonavamo dicendogli “Siamo qui, ci raggiungi?” e lui, se non aveva altri impegni che lo opprimevano, arrivava dopo una mezz’oretta.
Una volta mi telefonò per chiedermi se ero disposto a dirigere L’Indipendente. “Be’, vieni a casa mia e ne parliamo”. Questo quando qualsiasi uomo politico di mezza e di mezzissima tacca, per avere un incontro con un qualsiasi boss, ti fa passare per mille intermediari. Quando fu a casa mia, seduto sull’ormai mitico divano rosso, forse intimidito dai tanti libri, indicando un alto scaffale disse “Quella è La ragione aveva torto”. “Sì Umberto, è proprio la Ragione” anche se non era vero. La grande capacità di Bossi era di assimilare tutto ciò che vedeva, ascoltava e anche quel poco che leggeva per poi usarlo ai propri fini. Che, secondo me, è il vero segno dell’intelligenza.
Umberto Bossi era un uomo di passione e gli uomini di passione ci lasciano quasi sempre la pelle, o quasi, prima degli altri.
Il Fatto Quotidiano, 20.03.2026
Secondo dati Istat sei milioni di italiani sono obesi fra cui molti adolescenti. Ma come, l’Italia non è, insieme a Spagna e Grecia, il Paese della dieta mediterranea? Il fatto è che, come nota giustamente Vittorio Feltri (Il Giornale, 10.3.26) noi non seguiamo più la dieta mediterranea con le sue collaudate e sane tradizioni ma il gusto americano fatto di snack confezionati, merendine, bevande zuccherate e fast food. Quando una quarantina di anni fa mia moglie volle mandare negli Stati Uniti il nostro figlio decenne io mi dissi contrario perché ritenevo che a quell’età non avrebbe capito nulla degli Stati Uniti. E così è stato. Ma riportò indietro un’informazione che ci colpì: “Gli americani – disse—sono grassi”.
Ma l’obesità dei nostri ragazzi non è dovuta solo a una dieta sbagliata, importata oltretutto da un altro mondo, bensì dalla scarsità di movimento. Ipnotizzati dagli smartphone i ragazzi si muovono sì, ma solo per via digitale, conoscono coetanei geograficamente lontanissimi, ma non il vicino di casa. Hanno difficoltà a far gruppo. Inoltre mancano loro gli spazi. Nel dopo guerra, in una Milano meno intasata dalle auto, gli spazi c’erano e proprio gli americani ci avevano favorito bombardando a tappeto, e “a chi cojo cojo” come loro abitudine, la città. Lasciando a nostra disposizione enormi terrain vague. Proprio davanti a casa mia dove oggi sorgono degli enormi grattacieli di 30 piani e, per ulteriore sberleffo, c’è il “bosco verticale” dove gli alberi vengono impiccati, con enorme dispendio di energia, ce n’era uno, di terrain vague intendo. Noi ragazzi ci facevamo di tutto, simulando fra le altre cose anche la guerra con scazzottate in cui ce le davamo di santa ragione, ma con regole precise: se il ‘nemico’ cadeva a terra non potevi più toccarlo. Esattamente l’opposto di quanto avviene oggi dove comandano i droni che sono, è vero, molto precisi, ma chi li guida non è sul terreno ma a decine e a volte centinaia di chilometri di distanza ed è quindi esclusa ogni forma di pietas. Nei tornei medievali che simulano, come oggi il calcio, ed ogni gioco di gruppo, la guerra, la sorte del guerriero sconfitto, e quindi esanime a terra, dipendeva dal combattente vittorioso che poteva decidere di finirlo o di lasciarlo in vita (vedi la voce “Guerra, Amore & Morte” nel Dizionario Erotico) preoccupazioni che non possono riguardare quelli che ho chiamato “gli ingegneri dell’assassinio” che fanno le guerre a distanza, con l’economia, con i bit Coin, con gli algoritmi senza mettere mai in gioco il proprio corpo. Ed è proprio mettendo in gioco il proprio corpo che si vincono le guerre, come hanno dimostrato i talebani. Ed è lo stesso motivo per cui gli americani perderanno la guerra con l’Iran, perché bombardano a manetta, indiscriminatamente, ma non osano mettere, come si dice, i loro “boots on the ground”
Infine, sempre pensando alla Milano del dopoguerra, le automobili erano poche e noi ragazzi potevamo giocare a calcio nelle larghe strade della periferia, via Washington, via Sardenia, mettendo le cartelle a far da pali. Il problema era sempre lo stesso: era il tiro ad essere troppo alto o il portiere a essere troppo piccolo? Di qui, a volte, zuffe e cazzotti a volontà.
Ci Sono stati grandi piagnistei a Erbil, nel Kurdistan iracheno, non sia mai che si facciano la bua. Ed io credo che agli italiani, e non solo a loro, farebbe bene una guerra invece di prendere posizioni ambigue alla Meloni (“Non condivido ma nemmeno condanno”) per ritrovare una virilità, e oso dire un’asciuttezza, perduta.
Il Fatto Quotidiano, 18.03.2026