0
0
0
s2sdefault
powered by social2s

Lo Yemen, dal punto di vista del paesaggio, è un paese splendido. Non per caso Pier Paolo Pasolini lo scelse per il suo film “Il fiore delle mille e una notte”. E’ occupato dagli Houthi, popolazione pressoché tribale i cui membri, dal punto di vista fisiognomico, hanno poco a che spartire con gli arabi. Tanto che il loro nemico principale è l’Arabia Saudita strettamente legata agli americani. Anche per questo furono scelti da Pasolini che voleva restituire un’impressione di freschezza e quasi di ingenuità. Lo Yemen è diviso in Yemen del nord (si intende a nord della capitale Sana’a) e del sud. Lo Yemen del nord, poverissimo, è in perenne contrasto con quello del sud, un po’ più ricco. Per questo quando Trump diede inizio alla sua guerra in Iran, di cui gli Houthi sono alleati senza esserne sudditi, gli Houthi non vennero presi in nessuna considerazione. Ma furono i primi a capire l’importanza della loro posizione geografica strategica tra Oman, Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti, tanto che in un primo tempo, bloccando alcune rotte commerciali, costrinsero le navi mercantili a bypassare il Capo di Buona Speranza con un tragitto che allungava il viaggio di una quindicina di giorni. Il blocco del fondamentale stretto di Hormuz, in combutta con l’Iran, verrà dopo. Io fui uno dei primi a rendermi conto della pericolosità degli Houthi. Pericolosità? Io sto da sempre con gli Houthi, tifo per Houthi, come per qualsiasi comunità che sia estranea all’assetto multipolare che il mondo attuale si è dato (Afghanistan docet).

Snobbati per anni adesso gli Houthi hanno avuto una sorta di riconoscimento internazionale. Persino Donald Trump ha ammesso che gli Stati Uniti sono in costante comunicazione con gli Houthi e che finora hanno accettato di non attaccare gli americani. L’accordo sarebbe questo: gli Houthi non attaccano i mercantili americani e gli americani rinunciano a prendersela con gli Houthi, che si sono impegnati a non attaccare le basi americane nel Golfo, tranne quelle situate nell’odiatissima Arabia Saudita. Non essendo uno Stato, ma una comunità tribale, gli Houthi non hanno capi riconoscibili (offro mille euro a chi mi sa dire chi è il capo degli Houthi) ed è quindi impossibile farli fuori mirando ai loro leader, perché non ci sono. Insomma, per una volta, Davide tiene testa a Golia.

0
0
0
s2sdefault
powered by social2s

Per poter parlare di Oriana Fallaci, che fu mia collega all’Europeo all’epoca di Tommaso Giglio, bisogna vivisezionarla: la persona, la scrittrice, la giornalista. Se Oriana avesse dedicato agli altri un milionesimo dell’attenzione che pretendeva per se stessa sarebbe stato già molto. Doveva sempre essere lei il centro ed era molto abile nel farsi pubblicità. Me la ricordo ai funerali di Walter Tobagi fatti in pompa magna, con Rolls-Royce e tutto in perfetto stile Corriere della Sera, così contrario al modo di essere di Walter che era una persona molto pudica (direi il contrario della Fallaci), stringersi al braccio di Bruno Tassandin che era allora il dirigente più importante della Rizzoli, come se fosse lei la vedova, anche se Tobagi non l’aveva mai conosciuto personalmente e penso che non l’avesse nemmeno mai letto. Alle Olimpiadi del 1968 in Messico ci furono dei tafferugli. Lei stava guardando dalla finestra, scoppiò un vetro e fu colpita da tre schegge. Nel suo racconto le schegge di vetro diventano “tre pallottole”. Il giorno dopo tutti i giornali titolarono “Oriana Fallaci ferita in Messico”. (Questa storia delle schegge di vetro diventate pallottole me la raccontò Gianfranco Moroldo, suo fotografo abituale).

Forse il periodo migliore della Fallaci come scrittrice è il primo, quando fa i ritratti di grandi artisti ed è sotto l’influenza di Curzio Malaparte che aveva intuito le indubbie qualità della ragazzina. Mi ricordo un ritratto di Anna Magnani che termina così: “Che cosa pensa di me, signora Fallaci?”. “Penso che lei è un grand’ uomo, signora Magnani”. Da Malaparte ha preso però anche l’enfasi, il gusto del coup de théâtre, però se si rileggono oggi i libri di Malaparte i migliori non sono La pelle e Kaputt, zeppi appunto di questi coup de théâtre, ma quando si occupa seriamente di politica come in Tecnica del colpo di Stato o Il Buonomo Lenin. Di politica la Fallaci non ha mai capito nulla, anche se era stata, naturalmente, ‘staffetta partigiana’. E infatti da questo punto di vista nessuno l’ha mai presa sul serio.

Una piccola casa editrice scolastica le aveva commissionato un’autobiografia, lei mi chiese di fare da ghost writer. Conservo ancora due o tre delle sue lettere di complimenti. Io accettai subito, ingenuo com’ero, non mi pareva vero di poter stare a contatto con un mito del giornalismo nazionale e internazionale. Ma a un certo punto Oriana si convinse che non era giusto che sfruttassi, sia pur in modo surrettizio e anonimo, le sue vicende, si trattava della sua vita infondo e mi chiese indietro le decine, le centinaia di fogli in cui avevo raccolto le nostre conversazioni che si erano svolte a Firenze, a Greve in Chianti e, più raramente, a Milano all’Hotel Gallia. Naturalmente io non feci obiezioni, ma questo a Oriana non bastava e mi bollò come “spia della Cia”.

Dopo la morte di Alekos Panagulis, che fu suo compagno per tre anni, in un incidente stradale nell’Atene dei colonnelli, Oriana si era convinta che alle spalle ci fossero gli americani. Sono stato in auto con Panagulis, guidava in modo così spericolato che è molto più probabile che l’incidente sia stato casuale. Comunque non fu mai aperta un’inchiesta. In ogni caso dopo quell’incidente la Cia divenne una vera ossessione per Oriana. Camminavamo per le vie di Firenze e ad ogni momento dovevamo nasconderci dietro un portone o dietro una colonna. Io, fra me, sorridevo di quella megalomania, considerandola innocente, ma innocente non era.

Sul lavoro la Fallaci era scrupolosissima. Scriveva in due giorni e due notti le sue interminabili interviste poi, sfinita, passava dal giornale e le consegnava a Giglio. Mi ricordo che una volta stavamo leggendo spalla a spalla un mio pezzo di circa trentamila battute. C’era una virgola fuori posto. “Vedi”, mi disse, “io prenderei un martello e la scalpellerei via questa virgola, perché rovina tutto il pezzo”.

Un giorno era tornata a Roma dopo un’intervista che aveva fatto a Golda Meir, con una rosa che la grande Golda le aveva donato. Ma nella notte la rosa era appassita. Lei pretese il licenziamento immediato della cameriera che avrebbe dovuto occuparsene. E naturalmente si ritrovò sul marciapiede, lei non la cameriera.

Quando era a New York si appoggiava alla redazione romana dell’Europeo, sulla 5th avenue e, in particolare, al nostro corrispondente Duilio Pallottelli, grande fotografo e giornalista, che naturalmente si prestava a darle aiuto in tutti i modi. Ma un giorno Duilio si rese conto che la Fallaci interpretava queste cortesie come una sorta di dovuta sudditanza. E allora si vide questa scena: il mite, il cortese, il nobile Pallottelli (era nato De Fonseca) che frenava di colpo, usciva dalla macchina, apriva la portiera destra estraendone di peso l’Oriana, il baule posteriore e la lasciava, in piena 5th avenue, sul marciapiede con i suoi sterminati bagagli. Non si sarebbero parlati mai più.

Ma torniamo alla persona. Di ritorno dall’Iran, dove aveva intervistato, si fa per dire, l’Ayatollah Khomeini, aveva comprato alcuni tappeti persiani che però per qualche ragione erano rimasti fermi alla dogana. Mandò una nostra segretaria, incinta, a sdoganarli, ma nemmeno lei ci riuscì. Non era compito della segretaria occuparsi degli acquisti della signora Fallaci, ma al ritorno l’Oriana la investì con calci e pugni al ventre. Dovettero intervenire due colleghi per fermare l’energumena.

Credo che il periodo migliore dal punto di vista sentimentale per Oriana sia stato quello in cui filava con Panagulis. Alekos la trattava a gran ceffoni, perché era l’unico modo di tenerla a freno (chiedere a Paolo Ojetti che allora lavorava alla redazione romana dell’Europeo) altrimenti ti sopraffaceva.

Era un’istintiva, non una violenta, tanto che dopo le sue smargiassate isteriche finiva sempre per rimetterci (episodio Golda, episodio Pallottelli), tutto dipendeva dall’umore del momento. Non faceva nemmeno parte di quel tipo di colleghi che te la giurano a morte se pensano che gli hai fatto uno sgarbo, che trafficano dietro le quinte, se aveva qualcosa da dirti te lo diceva in faccia. All’epoca in cui avemmo lo scazzo per quella storia dell’autobiografia avrebbe potuto benissimo andare da Giglio e chiedere il mio licenziamento, pensando che il direttore gliel’avrebbe accordato. Dubito però che Giglio, che era l’unica persona che la intimorisse, come ha sempre intimorito tutti, sarebbe stato d’accordo. Quando anni dopo lasciai L’Europeo Giglio disse: “Con le qualità di Fini ho visto entrare all’Europeo solo Bocca e la Fallaci”. Se lo stronzo me l’avesse detto prima che lasciassi L’Europeo sarebbe stato meglio.

Avevo scritto un pezzo su Pasolini di cui lei, sentendo delle palabras dal parrucchiere, si era inventata che fosse stato ucciso dai fascisti. Andò da Giglio e gli disse: “Fini è proprio uno stronzo, ma bisogna ammettere che questo pezzo è scritto veramente bene”.

Una volta mi querelò chiedendomi 3 milioni perché ne avevo fatto un ritratto a luci ed ombre, luci per la professionista, ombre sulla persona. Ma siccome è avara, come tutti i toscani, si era scritta la comparsa da sola, per cui ne uscì una cosa talmente sgangherata che il Tribunale decise di lasciar perdere.

La Fallaci è sepolta al Cimitero degli Allori, evangelico. Siccome la mia fidanzata fiorentina abitava a poche centinaia di metri da quel cimitero, per anni sono andato a deporre sulla tomba, di quando in quando, una rosa bianca. E, per anni e anni, dopo tanti casini, dopo tanti protagonismi, quella rosa bianca è rimasta lì, sola soletta.

Come capita spesso alle persone iper narcisiste la Fallaci ha chiuso la sua vita in perfetta solitudine. Oltretutto non aveva avuto figli (“Lettera a un bambino mai nato”, che letto da lei è di un’enfasi intollerabile).

Viveva a New York e gli unici contatti, per altro telefonici, li aveva con Vittorio Feltri. Per tutta la vita aveva sognato di essere una donna tragica, un’eroina da tragedia greca e, alla fine, c’era riuscita, la figura di Panagulis, greco, aiutando.

Per gli antichi, non solo per i greci, ma anche per la gente del Medioevo, importante era il modo del morire e la Fallaci, nonostante il suo immergersi da protagonista nel mondo (Il Vietnam eccetera) era rimasta una donna antica, ma di morire a 77 anni non aveva alcuna voglia. Così ha cercato il modo di sopravviversi, di perpetuare la sua immagine. Qualche anno fa è uscito un libretto intitolato “Morirò in piedi” che certamente non è stato scritto da lei perché era troppo malata (cancro ai polmoni) per farlo, ma da lei sottoscritto. Alla fine è morta, come tutti si muore, come tutti cambiando colore.

 

Il Fatto Quotidiano, 22.09.2026

0
0
0
s2sdefault
powered by social2s

Negli anni Settanta erano di moda le “piste nere”. All’indomani della strage di Piazza Fontana il Sid, e con esso il giornalismo e la Magistratura (Mani Pulite era di là da venire), aveva puntato il dito contro gli anarchici. Valpreda, è bene ricordarlo agli pseudo garantisti di oggi, fece quattro anni di galera senza processo e nessuna voce si levò contro questa indecenza, anzi sul Corriere d’Informazione Vittorio Notarnicola scrisse che il morbo di Buerger di cui Valpreda, ex ballerino, era affetto, era un sicuro segno della sua colpevolezza. Valpreda, quando finalmente si fece il processo, risultò del tutto estraneo alla strage di Piazza Fontana. Questo era il clima. Ma, messa alle spalle Piazza Fontana, il Sistema aveva cambiato obiettivo: i colpevoli dovevano essere cercati necessariamente a destra, da qui il nome “piste nere”. Vi racconto, per farvi sorridere invece che piangere, come lavoravano gli uomini del Sid. C’era la famosa spia Guido Giannettini. Come lavorava Giannettini? Forniva un dettaglio, raccattato chissà dove, di un’inchiesta. I miei colleghi dell’Europeo, Corrado Incerti e Sandro Tolenghi, che seguivano le “piste nere”, vi ricamavano sopra. Essendo uscita la notizia sui giornali Giannettini vi ricamava sopra ulteriormente. Insomma, la famosa spia Giannettini non faceva un beato cazzo. Il capitano, La Bruna, che ebbi modo di conoscere, non era di un livello diverso. Anche io fui vittima di questa inadeguatezza dei nostri Servizi segreti. Un giorno mi telefona l’ispettore Cascioppo per dirmi che voleva incontrarmi. “Bene – dissi io- venga a trovarmi a casa”. “Eh no, siamo la Digos, è lei che deve venire in questura”. Andai quindi al quarto piano di Via Fatebenefratelli. Ci andai con una certa tremarella perché quando si entra in un certo circuito si sa dove si comincia, ma non dove si va a finire. Ma l’involontario e inquietante sopralluogo non si rivelò inutile: potei affacciarmi alla finestra da cui l’anarchico Pino Pinelli, che era un anarchico mite, del tutto teorico, come sono spesso gli anarchici (“Una storia quasi soltanto mia”, Licia Pinelli e Piero Scaramucci) si sarebbe buttato giù urlando “E’ la fine dell’anarchia!”. Ebbene il davanzale della finestra era così alto che nemmeno con un balzo Pinelli, che aveva allora 69 anni, avrebbe potuto scavalcarlo. Era stato buttato giù. Luigi Calabresi, accusato per anni, fu invece scagionato perché in quel momento non era presente nella stanza.

Ma torniamo a Cascioppo. Mi fece vedere una serie di documenti anonimi da cui risultava che io e altri due colleghi dell’Avanti!, Marco Sassano e, mi pare, Roberto Pesenti, avevamo avuto contatti con elementi sovversivi dell’estrema destra. Peccato che allora io non lavorassi più da anni per l’Avanti!, ero all’Europeo.

Cascioppo, prima di arrivare al dunque, a ciò che effettivamente gli interessava, cioè i miei contatti con questo gruppuscolo eversivo di estrema destra, fece vari giri. Io aspettavo con la tremarella di sapere, con precisione, di che cosa mai fossi accusato. Gli investigatori fanno sempre così: c’è il ‘poliziotto buono’ che ti tratta con cortesia e quello ‘cattivo’, che appena può ti mette le mani addosso, come accadde al povero Pino Pinelli.

Cambiando per un attimo direzione, era lo stesso rapporto che c’era fra Berlusconi e Confalonieri. Confalonieri faceva la parte del ‘poliziotto buono’, Berlusconi, appena ne aveva il destro, ti querelava. Peccato che i suoi eredi, da Marina a Paolo in giù, mi abbiano intentato una causa da cui sono usciti sconfitti. Per cui secondo la sentenza della corte d’appello civile di Roma del 15 agosto è oggi possibile e legittimo definire Berlusconi “delinquente”, “terrorista”, “malavitoso”, “pregiudicato”, “mafioso”.

Non so se oggi il Sid, pur avendo cambiato nome, usi informatori del genere di Giannettini e La Bruna, questo non lo so e non lo posso sapere. Ma viene da dire “meno male che c’è il Mossad”.

 

Il Fatto Quotidiano, 19.09.2026