“L’amore? l’eterno odio fra i sessi”, Nietzsche.
Una documentazione Istat in collaborazione con la Fondazione per la Natalità certifica un trend in atto da decenni, non solo in Italia, ma in tutto l’Occidente: nascono sempre meno bambini. Il tasso di natalità dell’Italia è 1,4. Per avere un ricambio generazionale equilibrato il tasso di natalità dovrebbe superare, almeno di un poco, il 2%. Si afferma che le cause principali in questo trend al ribasso siano economiche: stipendi bassi, lavoro precario, poco welfare. Ma è difficile sostenerlo. In Africa Nera, che non gode certamente di una buona salute economica, depredata dai successivi colonialismi, e ora da quelli di nuovo conio mascherati al solito con buone intenzioni, tipo i vari ‘piani Mattei’ che altro non sono che ulteriori azioni di rapina delle risorse di quei paesi, il tasso di natalità è del 4,6, con punte di 6 in paesi come Niger, Somalia e Ciad. Ciò provoca in stretta correlazione un invecchiamento progressivo della popolazione, andando avanti di questo passo, in un futuro molto prossimo, un manipolo di giovani dovrà sostenere economicamente, e anche psicologicamente, un esercito di anziani sempre più deboli nonostante le diavolerie escogitate dalla medicina tecnologica. Per i giovani e anche i non proprio giovani di oggi la pensione è una chimera, un miraggio, un’irraggiungibile fata Morgana.
Non solo si fanno sempre meno figli, ma li si fa, quando li si fa, in età sempre più avanzata. La medicina tecnologica, sempre lei, ha convinto le donne che si possono fare figli a qualsiasi età. Non è così. La donna raggiunge il massimo della fecondità intorno ai ventisette anni, poi va lentamente a scemare. Se tu vuoi avere il primo figlio oltre i quarant’anni vai incontro a grandi difficoltà, devi ricorrere alla fecondazione omologa (con i gameti della coppia) o eterologa (con donatori esterni). Con l’ulteriore risultato che il figlio non avrà a che fare con genitori forti, atletici, ma con dei nonni con tutte le debolezze fisiche di quell’età. Chi ha avuto un figlio in età normale, un figlio maschio intendo (il rapporto fra padre e figlia è molto più complesso, come quello fra madre e figlia) sa quanto sia esaltante allevare ed educare i figli a qualsiasi gioco atletico, sia esso il calcio o la bici, per poi esserne inevitabilmente superati. Per anni ho fatto gite in bici anche parecchio lunghe con mio figlio Matteo, finché un giorno lo sciagurato mi ha detto: “Non vengo più con te, papà, vai troppo piano!”. Non era solo il raggiungimento di una parità fisica, ma anche psicologica: era pronto per andare per la sua strada. E’ la storia di Bambi, il figlio del Re della foresta, che lo aiuta e lo protegge finché non è in grado di cavarsela da solo.
Un rapporto quasi invertito è quello con la musica. I nostri figli sono tautologicamente figli del loro tempo e ascoltano musica del loro tempo, messi a loro volta in imbarazzo dalla Velocità, altro demone del mondo moderno, insieme alla Tecnologia e all’Economia, con cui cambiano i generi. Noi ascoltiamo musica che potremmo definire vintage. Un qualche accordo si può raggiungere sulla musica classica, perché la classica, per definizione, è eterna (si è detto di passata: dopo la Sonata al chiaro di Luna di Beethoven si sarebbe anche potuto smettere di fare musica).
Si fanno pochi figli, ma i giovani fanno ancora all’amore? Senza ricorrere al Medioevo, dove i figli rappresentavano anche una forza lavoro, fino a pochi anni fa non era raro vedere in giro famiglie numerose. Oggi i giovani, parlo soprattutto dei maschi, hanno mille modi di soddisfare le proprie esigenze erotiche senza arrivare a un contatto fisico: ci sono i siti specializzati, ci sono immagini di rapporti intimi fra coppie che, con la complicità o l’ingenuità di lei, viaggiano ininterrottamente nel mondo digitale. Siamo diventati un mondo di voyeur.
C’è infine un altro elemento: i maschi sono terrorizzati dall’aggressività della donna di oggi, liberata ed emancipata, un’aggressività che c’è sempre stata, ma in termini più raffinati e subdoli. Mi ha raccontato lo psicologo che qualche anno fa si occupava della selezione dei candidati che volevano entrare nei 5 Stelle, che uno dei problemi, e forse il principale, era la loro impotenza con le donne. Il medico li mandava da uno specialista che accertava che dal punto di vista fisico questi ragazzi erano perfettamente funzionali. Il problema era quindi squisitamente psicologico, ciò spiega, forse, l’aumento dell’omosessualità maschile (quella delle donne è più nascosta, come più nascosto è il loro sesso).
In realtà il maschio ha avuto sempre un complesso d’inferiorità nei confronti della donna che, antropologicamente parlando, è la vera protagonista dell’esistenza, perché è colei che dà la vita. Lo spiega magistralmente D.H. Lawrence, l’autore de L’amante di Lady Chatterley, ne La verga d’Aronne: “Quasi tutti gli uomini, nel momento stesso in cui impongono i loro egoistici diritti di maschi padroni, tacitamente accettano il fatto della superiorità della donna come apportatrice di vita. Tacitamente credono nel culto di ciò che è femminile. E per quanto possano reagire contro questa credenza, detestando le loro donne, ricorrendo alle prostitute, all’alcol e a qualsiasi altra cosa, in ribellione contro questo grande dogma ignominioso della sacra superiorità della donna, pure non fanno ancor sempre che profanare il dio della loro vera fede. Profanando la donna essi continuano, per quanto negativamente, a concederle il loro culto”.
Il Fatto Quotidiano, 20.08.2026
L’emigrazione del dopoguerra dai piccoli borghi, di cui è disseminata la nostra penisola, verso il ‘triangolo economico’ (Milano-Torino-Genova) avvenne per motivi economici. Si trattava in prevalenza di gente dal Sud o dal Veneto che andava nel ‘triangolo economico’ per cercare lavoro, anche se per la verità il Sud, grazie agli accordi con la mafia, aveva subito molte meno perdite umane ad opera dei bombardieri americani. C’era quindi una forza lavoro disponibile, ma mancava il lavoro. Per ragioni opposte, ma conseguenti, al Nord c’era il lavoro, ma mancavano i lavoratori, chi era morto, chi era fuggito, chi si era arruolato nell’una o nell’altra parte, come militare o come partigiano, nella sanguinosa guerra civile, con la creazione, voluta da Hitler più che da Mussolini che se la fece imporre, della Repubblica di Salò.
Insomma, è una situazione molto simile a quella che abbiamo oggi con gli immigrati centrafricani o nordafricani che, ridotti alla fame nei loro Paesi, vengono a cercare una vita migliore in Europa per fare mestieri sottopagati, sfruttanti, al limite ed oltre il caporalato, che gli europei non vogliono più fare. La situazione di Ceuta e Melilla, per fare un plastico esempio molto attuale. Persino il governo spagnolo del socialista Pedro Sanchez ha chiuso le frontiere ai migranti marocchini e parlo di un socialista, non di Matteo Salvini.
L’accoglienza di questi immigrati interni fu diversa a seconda delle città in cui venivano a cercare lavoro. A Milano, che era ancora, almeno in parte, quella del “coer en man”, l’accoglienza fu migliore, anche se certamente non era piacevole fare le mondine nelle risaie della pianura padana. Chi non ricorda il film Riso amaro del 1949, diretto da Giuseppe De Santis, con Silvana Mangano nella parte della mondina? Inoltre, buona parte di questi immigrati interni, soprattutto quelli che arrivavano dal Veneto, non solo aveva bisogno di lavorare, ma anche voglia. E si sa che i milanesi, i lombardi in genere, hanno sempre avuto il mito del lavoro, del ‘ruscare’, non solo perché porta i danè, ma per una struttura psicologica, antropologica, di cui sarebbe troppo lungo e faticoso rintracciare qui le origini.
A Torino fu invece peggiore, conformemente al carattere chiuso e freddo di quelle genti. Nacque il fenomeno dei “letti caldi”, cioè il lavoratore che non aveva un letto in cui riposare dormiva nelle 8 ore in cui il compagno di stanza lavorava in fabbrica. A Genova fu, forse, anche peggio, perché i liguri bisogna torturarli prima che ‘scuciono le palanche’, la tirchieria dei liguri non è una leggenda (“Sciur padrun da li braghi bianchi, fora li palanchi, fora li palanchi, ch’anduma a cà.”).
Recentemente, però, si assiste ad un fenomeno contrario: le persone lasciano le grandi città del turismo, Milano, Venezia e Firenze in particolare, per tornare nei paeselli d’origine. D’altronde non è piacevole sentirsi uno straniero nei luoghi in cui sei nato, basta parlare con un veneziano per capirlo. E’ una risposta al fenomeno dell’overtourism che sta letteralmente distruggendo Venezia e Firenze, Roma no, perché la “caput mundi” è talmente grande, ha un tal numero di parchi immensi (che non hanno niente a che vedere con i risicati ‘giardini Montanelli’) che è sempre possibile trovare un luogo fuori dalle rotte consuete che ha conservato alcune delle antiche abitudini (Trastevere, per fare un esempio classico).
Questa ritirata verso i borghi è un fenomeno positivo perché ricrea il senso della comunità. A Milano non conosci, non dico il tuo condomino, ma nemmeno il vicino di pianerottolo. Del resto la ricchezza più autentica e profonda dell’Italia non sta nelle grandi città d’arte, ma appunto nei piccoli borghi, ognuno coi propri costumi, le proprie abitudini e le proprie tradizioni secolari. Faccio un esempio che mi riguarda. Ho ricevuto il Premio Montanelli alla scrittura. La cerimonia di premiazione si tenne a Fucecchio, cittadina di poco più di ventimila abitanti, perché era il luogo natale di Indro. Solo che Montanelli era nato a Fucecchio in giù, così vennero tutti gli abitanti di Fucecchio in giù, ma nessuno di quelli di Fucecchio in su si fece vedere. E’ il campanilismo, aiutato dall’orografia della penisola, la nostra salvezza, proprio per quel senso di comunità ed appartenenza di cui parlavo dianzi. E’ ovvio che chi vive sul delta del Po non può avere la stessa mentalità di chi abita sulle Prealpi o nelle pianure del Salento, avendo davanti, per soprammercato, il mare. Già, il mare, l’Italia ha più di ottomila chilometri di coste. Che poi gli italiani se le siano rovinate con una cementificazione selvaggia quanto balorda è un altro discorso. Insomma, la peculiarità e la grandezza dell’Italia non stanno nella Biennale di Venezia, ma nel Palio di Siena.
Il Fatto Quotidiano, 14.08.2026
“Avevo vent'anni. Non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita”, scrive Paul Nizan, uno del giro di Sartre, in Aden Arabia, tanto per épater la bourgeoisie. Ho ottant’anni e non permetterò mai a nessuno di dire che l’estate è la stagione più bella dell’anno. Iniziamo dalla solitudine. I figli, se li hai, e i nipoti se ne vanno in vacanza e non puoi certo pretendere di aggregarti a loro e alle loro compagnie. Io mi ostino ad andare al mare. Un tempo, quando nelle interviste mi chiedevano quale fosse la mia più grande passione, si aspettavano che rispondessi: le donne, il gioco d’azzardo, il gioco in generale. Io dicevo invece: il mare. Da ragazzino affrontavo cavalloni alti più di quattro metri. Era un rito di iniziazione. A otto anni facevamo il bagno col mare grosso, sorvegliati dagli amici più grandi. Oggi basta che il mare sia un po’ increspato, una cosa da ridere, che abbatterebbe solo Sgarbi, che non mi sento sicuro. In mare nuoto ancora bene perché è una pratica che faccio da quando avevo 4 anni. Il problema è l’uscita, perché ci sono le dune coi sassi e io sono diventato troppo pesante, quindi viene il bagnino a tirarmi su, o quando c’è, mio figlio Matteo. Una scena umiliante.
Mi ricordo di una volta, quando c’era un mare con onde altissime, e i miei amici si erano già tuffati in acqua. Ma la mia fidanzata di allora pretese che la riaccompagnassi a casa. Non capiva, la stronza, che per me fare il bagno era molto più importante. Ritornai, ma il mare, sotto un cielo diventato plumbeo, e onde che coprivano tutto il litorale visibile, era ancora più ingrossato. Per la verità le onde non erano più alte di quelle che avevo affrontato tante altre volte, ma era già un mare di settembre, autunnale, dove le onde sotto avevano molta più forza. Mi gettai a regola d’arte: bisogna farsi il più sottili possibili per offrire meno impatto all’onda. Ma fui travolto. Non mi ero mai trovato in una situazione simile e pensai: chi l’avrebbe detto stamattina che sarei morto oggi pomeriggio? Ne arrivò un’altra, ancora più alta– in genere vanno a coppie—e mi capitò la stessa cosa, ma ero più tranquillo, bastava che aspettassi che l’onda mi ributtasse fuori. Non ero Maiorca, ma nei polmoni avevo almeno due minuti buoni di apnea. Restai comunque in acqua. Sulla rotonda dei Bagni Umberto, una rotonda che avrebbe fatto gola ai Vanzina, il bagnino urlava che non aveva nessuna responsabilità e che erano cazzi miei. E in effetti erano cazzi miei, perché avevo già raggiunto la maggiore età. Tutta la gente, compresa mia madre, urlava, gridando: “Esci! Esci!”. Ma non c’è cosa più pericolosa che dare le spalle all’onda. Finalmente uscii. Standing ovation
In realtà non dovrei andare al mare anche per altri motivi. Perché il mare, a differenza della mezza montagna, eccita i nervi. Non troppo alta però, perché ti manca il fiato. Mi ricordo un Campionato del Mondo giocato a città del Messico, a 2250 metri d’altezza, dove le squadre più dinamiche soffrivano tremendamente. Giganteggiava Socrates, “il filosofo”, che essendo il giocatore più lento del mondo e facendo quindi pochi passi (come il Messi dell’ultimo mondiale) non sprecava energie.
Tu resti quindi a casa, solo, nel silenzio della città, che è molto più sepolcrale di quello della campagna. Ascolti il suono delle ambulanze e pensi: “Almeno per questa volta me la sono cavata, non vengono a prendere me”. D’estate, infatti, i vecchi che muoiono a causa dell’afa sono molto più numerosi. Anche quest’anno, come ci confermano le statistiche, ne sono morti a frotte. Senti, lontano, molto lontano, il rumore di uno sciacquone e ti conforti pensando: “Beh, allora non sono proprio solo”. Dovrei andare quindi in collina dove tutto è più riposante, come fanno quasi tutti i miei coetanei, ma è un riposo che somiglia un po’ troppo all’eterno riposo.
Il fatto è che l’invecchiamento non è un’invenzione, lentamente perdi non la forza, io ne ho ancora a sufficienza per battere a braccio di ferro Ramiro, il ragazzo ben piantato che gestisce il Nhero, cubano d’origine, ma spagnolo d’adozione con cui facciamo interminabili discussioni sul Barca, un luogo dove Elisabetta, non capisco perché, non vuole mai venire. Ciò che mi manca non è quindi la forza (l’altro giorno ho aperto una scatola che Elisabetta che pur ha solo 30 anni non riusciva ad aprire) ma ciò che Sorel chiamava ‘élan vital’, cioè la voglia di vivere.
“Settanta sono gli anni della vita dell’uomo” dice il biblista e padre Dante fissa l’età media della vita a 35 anni. Io, che di anni ne ho 82, ne ho quindi già sgraffignati una decina, dopo un’esistenza sregolata in cui non mi sono fatto mai mancare nulla, utilizzando anche i tempi supplementari. E’ quindi venuto il momento di dire basta. Anche perché la semi cecità mi complica una vita già di per sé complicata. Siamo andati sulla luna, stiamo per raggiungere, almeno secondo le fantasie di Elon Musk, Marte, ma non siamo riusciti a rigenerare le cellule nervose e questo riguarda il glaucoma, la mia malattia, il Parkinson, l’Alzheimer.
Allegria! come diceva Mike Bongiorno alla fine delle sue trasmissioni.
Il Fatto Quotidiano, 06.08.2026