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Donald Trump, come noi avevamo anticipato sul Fatto una quindicina di giorni fa (Il Fatto, Attacco al Venezuela, 21.10.2025) minaccia di attaccare e anche di invadere il Venezuela. Il pretesto è il solito: il Venezuela sarebbe il centro del traffico di droga. Peccato che i Paesi più compromessi con la droga siano altri: Colombia, Perù, Bolivia, Messico, Afghanistan, Marocco, Myanmar, Laos, Paesi Bassi, Belgio. A questi vanno aggiunti gli Stati Uniti. Quindi nella sua campagna per estirpare la droga, lodevole perché il fentanyl sta distruggendo un paio di generazioni, The Donald dovrebbe innanzitutto bombardare se stesso.

Le minacce americane si concretano per il momento nell’invio della Gerard Forde, la più grande portaerei in dotazione agli Usa, nel bombardamento di mercantili venezuelani in acque internazionali, definiti “inaccettabili” dall’Onu, che hanno provocato la morte di una sessantina di persone. Inoltre la Cia è stata autorizzata a compiere “operazioni speciali” in territorio venezuelano. Ma prendere il Venezuela di 31 milioni di abitanti esteso su un territorio di 1.077.000 km2 circa, quasi tre volte l’Italia, sembra tutt’altro che facile.  Trent’anni fa bastarono trentamila soldati americani per la conquista, o riconquista, del canale di Panama, ma con tutta evidenza il Venezuela non è Panama. Per questo gli yankees stanno cercando delle scorciatoie per eliminare l’attuale Presidente venezuelano, Nicolas Maduro. Il che vuol dire innanzitutto che, nonostante gli americani ventilino che ci sia un’opposizione interna, soprattutto composta da militari in grado di cacciare Maduro, questo non è semplice. Le scorciatoie sono sostanzialmente due: una taglia di 50 milioni di dollari sul Presidente venezuelano, ritenuto debole rispetto al suo predecessore Hugo Chávez, il cui consenso plebiscitario era fuori discussione tanto che il primo Trump non osò metterlo in dubbio. Ma le taglie in questi casi non servono a niente. Sul Mullah Omar pendeva una taglia di 50 milioni di dollari, ma nessun afgano, talebano o non talebano, lo ha mai tradito. L’altra scorciatoia è garantire a Maduro un esilio, più o meno, dorato.

In realtà il vero obiettivo degli americani è il “socialismo bolivariano” rappresentato in America, oltre che da Maduro, dal ben più forte Presidente del Brasile, Ignazio Lula da Silva. Queste guerre ‘ibride’ si combattono anche col linguaggio e soprattutto con le omissioni. Così in un articolo sul Corriere, dedicato al Brasile (31.10.2025) il plagiatore Roberto Saviano, che segnala lo stato amazzonico come crocevia della droga, il che è falso, non spende una parola per Inacio Lula da Silva. Non ricorda che Lula ha istituito un Ministero per la popolazione indigena, guidato da una donna, non ricorda che Lula ha messo in galera Jair Bolsonaro che stava deforestano la foresta amazzonica a favore dei ‘garimperios’, un problema, anzi un dramma, che dovrebbe preoccuparci tutti perché la foresta amazzonica è il polmone del mondo fornendo il 20 o il 30 percento di ossigeno, a seconda delle stime, al pianeta terra.

Del resto il socialismo, anche non bolivariano, non ha mai goduto di buona stampa, occidentale si intende, nel Sudamerica. Il socialista Salvador Allende fu costretto al suicidio a favore del generale fascista Augusto Pinochet dalle intromissioni di Margaret Thatcher e da quel genio, di cinismo, Henry Kissinger.

Ma anche in Europa occidentale il socialismo, che non è il comunismo, non ha goduto di buona stampa. L’attacco alla Serbia del 1999, totalmente illegittimo a parere dell’Onu, perché era un attacco ad uno Stato sovrano (altro che Putin e Ucraina) non aveva solo l’intento di favorire il Kosovo, uno stato mai esistito (“il Kosovo è serbo e rimarrà sempre serbo”, Novak Djokovic) ma di sbarazzarsi del socialismo. C’è la socialdemocrazia, ovviamente, un buon compromesso, ma la socialdemocrazia non è socialismo. Mentre un tempo in Europa bastava essere di sinistra per avere ragione, oggi basta essere di sinistra per avere torto, come dimostra l’imponente avanzata delle destre. Milosevic, tra l’altro, era stato uno dei firmatari della Pace di Dayton, che pose fine alle feroci guerre balcaniche. Ma fu solo lui ad andare in galera, non il presidente croato Franjo Tudjman, autore della più grande ‘pulizia etnica’ nei Balcani e non solo: 800 mila serbi cacciati da un giorno all’altro dalle Krajine. Il processo a Milosevic per “crimini di guerra” si tenne all’Aia, sede naturale del CPI (Corte penale internazionale). Il processo cominciò con grandi strombazzamenti, ma Milosevic, avvocato, si difese all’altezza. Le sue arringhe furono però stroncate da una morte in prigione per infarto, a soli 64 anni. Una morte sospetta, di cui sarebbe bene indagare se qualcuno avesse voglia e tempo di indagare.

Nel 1992 la Jugoslavia, a seguito delle sanzioni Onu, fu esclusa dai Campionati europei di calcio. Aveva vinto tutte le partite di qualificazione, tranne una, pareggiata. E noi le avevamo viste perché le dava Capo d’Istria. Era una squadra formidabile, basta ricordare qualche nome: Dragan Stokovic serbo, Dejan Savicevic montenegrino, Zvonimir Boban croato e il basilare Mehmed Bazdarevic, bosniaco. La Jugoslavia fu sostituita dalla Danimarca, la famosa ’Danimarca Dynamite’, arrivata seconda nel girone. I ragazzi danesi, che non ci pensavano più, erano tutti in vacanza, al mare o in montagna. Vinceranno il torneo. Con tanti saluti agli allenamenti intensivi che si tengono oggi e alle diete tanto care a Berlusconi.

 

Il Fatto Quotidiano, 5.11.2025