Marco Travaglio, inesausto nel romperci i coglioni, ci ha chiesto di scrivere un articolo su una “prima volta”. Io ho scelto la prima volta in cui sono entrato in un campo di calcio, non da spettatore, ma da giocatore. Un campo di calcio vero, ma vero per modo di dire. Di un campo da calcio vero c’erano solo le porte in legno, mancavano le bandierine del corner, l’arbitro non era vestito di nero ma alla ‘spera in Dio’ e anche noi giocatori indossavamo le magliette di ogni giorno, cercando che fossero diverse da quelle degli avversari. Insomma per la prima volta mi sentii un giocatore, anche se sugli spalti non c’era nessun spettatore, a parte i genitori dei ragazzi, assatanati e sguaiati perché pensavano che i loro figli fossero i migliori, penalizzati dall’arbitro dilettante. Sempre ammesso che fosse un arbitro omologato dalla FGCI. I genitori sono i peggior educatori per i ragazzi, non solo nel calcio perché gli fanno credere ciò che non sono. E’ inutile dire che non c’erano massaggiatori, preparatori e generi di conforto, altro che cooling break. Quando il pallone usciva dal campo ci precipitavamo a bere gazzose, chinotti, aranciate che qualche genitore aveva preparato su una panchina, nonostante tutto questo, per la prima volta mi sentivo un giocatore vero.
Non poi molti anni dopo mio figlio giocava in una squadra omologata dalla FGCI, con allenatore, preparatore, medico sportivo e tutto il resto, ma quelli erano già gli anni Ottanta. Io giocavo invece negli anni Cinquanta. Certamente anche noi ragazzini dei Cinquanta giocavamo a pallone, ma negli immensi terrain vague che gli americani avevano lasciato a Milano bombardando, come loro costume, a chi cojo cojo, Senza c’entrare l’unico obiettivo di qualche valore militare che era la Stazione Centrale, rimasta intatta. E poi giocavamo in strada. Mettevamo le cartelle a fare da pali (di traverse non c’era nemmeno da parlarne, il problema, come ho già scritto tante volte, era sempre lo stesso: se il tiro era stato troppo alto o era il portiere ad essere troppo piccolo).
Non sono mai stato un buon giocatore, anche se qualche recensione positiva l’ho avuta sulla Gazzetta dello Sport che allora si occupava anche del calcio minore. Però ricoprivo un ruolo meraviglioso che adesso non esiste più. Quello di “libero”. Mi piaceva distruggere il gioco degli avversari e la loro arrogante pretesa di arrivare al punto. Il che ha qualcosa a che vedere anche con la mia attività successiva di giornalista. Del resto allora le ali, che oggi si chiamano ‘esterni’, facevano molti dribbling di troppo, il che ti dava cinque o sei tempi di intervento in più. Ma la mia vera libidine era salvare sulla linea e alle volte abbandonavo appositamente l’uomo che avrei dovuto marcare per fare questo salvataggio in extremis. Se un allenatore di oggi si accorgesse di un atteggiamento del genere mi butterebbe sicuramente fuori rosa. Il pallone lo passavo quindi al portiere – allora era possibile- oppure lo buttavo spudoratamente in tribuna.
Avevo una buona visione di gioco, perché partendo da dietro avevo la visuale intera del campo. Nessun centravanti, anche in epoca moderna, è stato un buon allenatore, perché non vede ciò che succede alle sue spalle. Non lo è stato Van Basten, non lo è stato Ruud van Nistelrooy che, attualmente, guida, male il PSV Eindhoven. I bravi allenatori sono sempre stati dei centrocampisti, da Capello, e “il mister dei mister”, a Trapattoni.
Avevo, come ho detto, una buona visione di gioco, ma il piede tradiva le mie intenzioni. Il “libero” allora non superava mai la metà campo, doveva preoccuparsi solo della difesa. Ma in una partita decisiva, in cui il punteggio era due a due e il pareggio ci avrebbe escluso dal torneo, provai ad avanzare. Nessuno mi veniva incontro. Ci conoscevamo tutti e gli avversari sapevano che non avevo tiro. Tutti i miei compagni erano marcati. Alla disperata tentai un tiro che, del tutto casualmente, si insaccò all’incrocio dei pali col portiere vanamente proteso in tuffo. Tutti i compagni mi corsero incontro abbracciandomi. Una felicità così intensa, gratuita, non l’ho mai più provata. Sono le felicità ingenue, di quando hai vent’anni. A ottanta non esistono più, né sul campo di calcio né altrove.
Il Fatto Quotidiano, 22.08.2026