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Un’amica, Silvia Notargiacomo, che opera in tutt’altro settore, quello musicale, che almeno oggi, fra rapper e trap, non si distingue per profondità, mi ha segnalato una riflessione del cardinale Gianfranco Ravasi, che nell’ultimo concistoro è stato a un soffio dal diventare Papa, inserita nel suo libro Breviario Laico, riflessione che prende spunto da un mio articolo pubblicato sul Giorno nell’ormai lontano 1996 e intitolato Caro lettore che paghi di tasca tua i loro lussi. Scrivevo in quel pezzo: “Svegliati, lettore svegliati! Alza la testa dalla tua scrivania, dalle scartoffie, dal computer, dalle presse, dalle merci della tua bottega. Spegni l’assordante fracasso dei televisori con cui imbonitori, buffoni, ruffiani e falsi idoli ti tengono attaccato alla sedia, imbesuendoti e facendoti credere che è Carnevale anche per te. Recupera quel tanto di dignità che ti è stata lasciata. E ascolta le parole di un antico ribelle, così lontane nel tempo e così vicine: ‘Il mio animo va sempre più fremendo di giorno in giorno quando penso al genere di vita che ci aspetta se non ci rivendichiamo da noi in libertà’ (Sallustio, La congiura di Catilina)”. Puntualizza così il cardinal Ravasi: “L’ira, si sa, è un vizio capitale. Ma lo sdegno è una virtù, tant’è vero che Cristo stesso non esita a impugnare la frusta contro i mercanti nel tempio e quella fatta di parole nelle sue denunce contro le ingiustizie e le ipocrisie. La capacità di indignarci viene risvegliata da queste parole di un giornalista e scrittore che può essere discusso nelle sue accuse, ma al quale non si possono negare passione e sincerità. Parlo di Massimo Fini, dalla cui raccolta di articoli intitolata Senz’anima ho tratto lo spunto per una riflessione semplice e necessaria. L’’antico ribelle’ a cui egli rimanda è il protagonista della Congiura di Catilina dello scrittore latino Sallustio. Siamo nel I secolo a.C. e la prosa tagliente e scultorea mette in guardia contro l’appiattimento dell’opinione pubblica che si adatta a un consenso becero, senza coscienza e critica. Le teste diventano simili a giunchi che si curvano al passaggio del vento della propaganda e al predominio del potere pronto a diffondere i suoi luoghi comuni e i suoi messaggi espliciti o subliminali. Ha ragione Fini: bisogna alzare la testa dal proprio interesse immediato, snebbiare la mente dalla chiacchiera televisiva, liberare l’anima dalle banalità che la narcotizzano e ritrovare la coscienza, il pensiero serio e fondato, la morale coerente. Scrive ancora il giornalista: ‘Più dell’orrore mi fa orrore il nulla’”.

E’ paradossale che io per trovare un qualche riconoscimento ad alto livello debba cercarlo fra i preti. La cosa mi lusinga, tanto più che ho avuto modo di conoscere il cardinal Ravasi, di apprezzarne l’intelligenza, l’immensa cultura e anche lo spirito ironico, ma non mi sorprende. La Chiesa può avere tanti peccati sulla coscienza ma la sua ragione in ditta rimane pur sempre l’uomo, la centralità dell’uomo. E a me, si parva licet, non sono mai interessate le ideologie, anche se per mestiere ho dovuto, soprattutto negli ultimi anni, occuparmene, mi è sempre interessato l’uomo, con le sue debolezze, le sue fragilità ma anche, quando c’è, il suo coraggio, la sua coerenza, la sua lotta inesausta, e quasi sempre perdente, per rivendicarsi con le sue mani, e non con l’aiuto di altri, in libertà (“Potevo barattare la mia chitarra e il suo elmo con una scatola di legno che dicesse: perderemo”, De André). Sì, perderemo, perderemo sempre con i potenti e i prepotenti abili nel mascherarsi ogni volta da ‘liberatori’ e pronti a ottundere con ogni mezzo, economico e tecnologico, le nostre coscienze. Eppure le parole di Ravasi, e se permettete anche le mie, suonano estremamente attuali. Alziamo la testa contro un potere globalizzante che, come dicono anche tante cronache, ce l’ha fatta perdere. Meglio cadere in piedi, combattendo, che sopravvivere in una lunga ed estenuante agonia.

Massimo Fini

Il Fatto Quotidiano, 14 maggio 2019

 

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C’è molta confusione sotto i cieli, internazionali e nazionali. Io credo che in questi anni stiano cambiando, e molto rapidamente, gli assetti politici ma anche valoriali usciti dalla Seconda guerra mondiale. Gli Stati Uniti non sono più il Paese egemone, la guida indiscussa di quello che noi chiamiamo il “mondo civile”. Non c’è bisogno di vedere il formidabile film di Denys Arcand (il regista delle “Invasioni barbariche”) La caduta dell’impero americano per capire che, avvitandosi solo sul denaro, il proprio e l’altrui, è un Paese in piena decadenza morale che ha perso anche (Trump non ne è la causa ma l’inevitabile sbocco) quello spirito di unità nazionale che ne aveva costituito sempre la forza.

Ma gli anni attuali segnano anche il fallimento delle democrazie occidentali. La Democrazia infatti è un metodo, un sistema di regole, di forme e di procedure, non è un valore in sé e non propone valori. E’ un contenitore, un sacco vuoto che andrebbe riempito. Ma il pensiero e la pratica liberista e laica, che sono il substrato su cui la democrazia è nata, mentre facevano tabula rasa dei valori precedenti (complici anche “la morte di Dio” e delle ideologie, sia pure contrapposte) non sono state in grado di riempire questo vuoto se non con contenuti quantitativi e mercantili. Le monarchie assolute, le teocrazie, il potere carismatico e persino le dittature propongono invece valori forti, buoni o cattivi che siano, in genere condivisi dalla popolazione o da una buona parte di essa. Non è necessario che i governanti credano sul serio a quei valori –in genere non ci credono affatto- importante è che ci credano i governati.

La globalizzazione, portando con sé un’omologazione pressoché universale, ha enfatizzato tutte le contraddizioni, diciamo pure i deficit, del turbocapitalismo. Le tecnologie, soprattutto le più recenti, invece di unirci ci hanno separato. Di qui le controspinte verso aggregazioni identitarie, nazionaliste, comunitarie, espresse in forme reali ma anche virtuali (pur di sentirsi appartenenti a qualcosa le persone, non riuscendo più a farlo nella realtà, si aggregano sul web). C’è insomma in giro uno smarrimento, una perdita di punti fermi, solidi, di cui danno conto anche le cronache con crimini sempre più incomprensibili e mostruosi (“i delitti delle villette a schiera” come li chiamava Guido Ceronetti) e un’incomprensione sempre più visibile fra i sessi o generi come li si vuol chiamare ora.

Nonostante le apparenze non è la situazione economica, l’andar su e giù del Pil o dello spread di cui la gente capisce poco o nulla, il core della questione. Per restare nel nostro Paese negli anni Cinquanta noi italiani eravamo molto, ma molto più poveri di oggi. Ma c’erano uno slancio, una vitalità e anche un’allegria di cui chi vive le temperie attuali non può rendersi conto. La questione quindi sta nella perdita di senso. Nessuno, a meno che non sia obnubilato dal consumismo compulsivo, che è insieme causa ed effetto di questa perdita, può vivere un’intera vita, dalla culla alla tomba, senza un ideale. Qualsiasi esso sia.

Massimo Fini

Il Fatto Quotidiano, 11 maggio 2019

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Al Salone di Torino io ci sarò. Con un libro. Altri autori hanno fatto una scelta diversa ritenendosi offesi dal fatto che, come scrive Camilla Tagliabue sul Fatto, a questo Salone è presente una casa editrice dichiaratamente fascista “sovranista e vicino a CasaPound, Altaforte, che ha appena sfornato un libro-intervista a Matteo Salvini e il cui fondatore, Francesco Polacchi, si dice ‘fascista senza problemi’”. In democrazia ognuno può fare ciò che vuole, nella misura in cui non nuoce agli altri. Per lo stesso motivo, come garantisce l’articolo 21 della Costituzione, ognuno ha diritto di esprimere liberamente le proprie idee per quanto aberranti possano apparire al pensiero contemporaneo. L’unico discrimine è che nessuna idea, buona o sbagliata che sia, può essere fatta valere con la violenza. Invece dai garantisti un tanto al chilo, che non hanno nemmeno l’idea di che cosa sia un regime liberale e democratico, si invocano le manette contro idee, fasciste, ‘sovraniste’ e, sia pure in modo indiretto, contro Matteo Salvini che ha pubblicato un libro-intervista con Altaforte. Non so se costoro si rendono conto del vaso di Pandora che stanno aprendo. Quando si viola un principio di libertà, anche con le migliori intenzioni di cui peraltro è lastricato l’inferno, si sa dove si comincia ma non dove si finisce. Si parte con Altaforte, si prosegue col ‘sovranismo’, si arriva a Matteo Salvini che, se non sbaglio, è viceministro del nostro Paese, mentre alle ultime elezioni politiche il suo partito, la Lega, ha ricevuto il 17 per cento dei consensi. Se non erro il consenso è l’essenza stessa della democrazia. Andando avanti di questo passo si potrebbero mettere fuori legge i Cinque Stelle che sono alleati con Salvini che ha scritto un libro per Altaforte che è vicina a CasaPound e che ha un editore che si dichiara fascista. Ma si può andare anche oltre. Il quotidiano il manifesto è esplicitamente comunista e il comunismo, come il fascismo, è considerato dalla communis opinion di oggi uno degli orrori del Novecento. Poi potrebbe toccare ai centri sociali che certamente sono antifascisti, ma altrettanto certamente si richiamano, con diverse declinazioni, al comunismo.

Oggi, se vogliamo utilizzare queste terminologie che dovrebbero essere obsolete e catacombali, i veri fascisti sono quegli antifascisti che vogliono proibire agli altri, che hanno diversa opinione, di esprimersi. Che è esattamente la concezione illiberale che aveva il fascismo storico. Molti, in questo Paese, non hanno mai capito che l’antifascismo non è un fascismo di segno contrario, ma il contrario del fascismo. E purtroppo continuano a dare ragione al fulminante aforisma di Mino Maccari: “I fascisti si dividono in due categorie: i fascisti propriamente detti e gli antifascisti”.

Massimo Fini

Il Fatto Quotidiano, 8 maggio 2019