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Di Enzo Jannacci non ne nasceranno più. Per la semplice ragione che la Milano che cantava è scomparsa da tempo e, per la verità, non esisteva già più, se non in qualche anfratto, anche ai tempi in cui, nostalgicamente, la celebrava. Una volta gli dissi che in 'Ti te sè no' , del 1964, peraltro bellissima, il verso «Che bel ch'el ga de vèss èss sciuri, cunt la radio noeuva e, nell'armadio, la torta per i fieu», suonava bizzarro perchè nel dopo boom non solo la radio ma la Tv ce l'avevano tutti. Enzo, che era un tipo un po' puntuto, se ne risenti'. Ma in realtà Jannacci cantava una Milano da dopoguerra. Era, quella, la Milano dei quartieri, dell'Ortica, della Bovisa, della Barona, di Affori, di Baggio, delle periferie, viale Forlanini, Rogoredo (la minuscola stazione di Rogoredo resiste ancora, ma di fronte ha gli enormi, bianchi, sepolcrali sarcofaghi degli studi di Sky), non ancora stritolate fra l'avanzare della città e l'immenso hinterland. In quei quartieri, che conservavano il sapore del villaggio, in quelle periferie noi ragazzini giocavamo al calcio in strada. Mettevamo le cartelle a fare da porte e quando passava una macchina ci scansavamo. Il problema era sempre quello: se il tiro era stato troppo alto o se era il portiere ad essere troppo piccolo. Era la Milano dei barconi sui Navigli che portavano la sabbia dalle cave fino alla darsena (Milano era allora il più importante porto di sabbia d'Europa). Era la Milano delle fabbriche («I s'era conossü visin a la Breda, li' l'era d' Ruguréd e lü..su no»), della Pirelli-Bicocca, dell'Innocenti, dell'Alfa Romeo, della Richard Ginori, della Borletti, che stavano, come sentinelle, alle soglie della città. Era la Milano degli 'strascée' («Andava a Rogoredo, vosava come un strascée»), degli arrotini, del contadino che veniva a portarti le uova, i pomodori, la frutta a casa perchè la città era ancora parzialmente integrata con la campagna. Era la Milano di una malavita minore, di ladri di «ruote di scorta di micromotori», di galline e di polli (chi mirava ai tacchini apparteneva già a una categoria superiore: «Io non conoscevo i tacchini, ero appena avanguardista, chi conosceva i tacchini era giovane e fascista»-in Jannacci, che era del 1935, c'erano reminescenze del regime). Ma anche la malavita vera quella che non metteva un «guercio» a fare il palo come la squinternata banda dell'Ortica, era un'altra cosa. Era professionale. Nella famosa rapina di via Osoppo (1958), che impegno' le pagine dei giornali per mesi, e ancora oggi la si ricorda, non ci fu un morto nè un ferito. I locali più sicuri erano proprio quelli della 'mala' cantata da Jannacci e dalla Vanoni ( «ma mi, ma mi...mi sont de quei che parlen no»).

Ma quella Milano stava cambiando. Insieme all'Italia. E uno dei segnali venne proprio dal mondo della musica leggera. Nel 1958 al Santa Tecla a fianco della Statale, Tony Dallara, con i suoi Campioni, aveva spazzato via la canzone melodica italiana, gli intollerabili Villa, Tajoli, Pizzi, col 'singhiozzo' che aveva preso in prestito dai Platters («Co-ome prima, più di prima t'amero'») e con l''urlo' che era invece roba sua. Erano nati gli 'urlatori' di cui Dallara fu l'indiscusso capostipite. La prima Mina lo imitava ('Tintarella di luna'), in quanto a Celentano, al Santa Tecla pure lui, faceva le facce di Jerry Lewis, l'attore, scambiandolo per il famoso rocker americano Jerry Lee Lewis. Come sempre non aveva capito niente. Intanto alla Trattoria della Magolfa, sui Navigli altri menestrelli facevano gavetta, chiedendo alla fine delle loro esibizioni il regolamentare obolo. I più bravi approdavano al Derby di Enrico Intra, tappa obbligata a Milano per l'inizio di ogni carriera di musicista. Anche Jannacci aveva cominciato, nel 1959, al Santa Tecla ma era arrivato quasi subito al Derby. E vi porto' il suo stile singolarissimo. Non era un urlatore, non era un rockettaro, non era propriamente nemmeno un cantautore, alla Paoli o alla Tenco. Faceva un cabaret musicale stralunato, strampalato, paradossale, surreale. Unico. Inimitabile. Anche perchè stralunata era la sua antropologia, la sua faccia, il suo corpo che si muoveva a scatti, schizofrenico. Cantava storie minime di gente minima, storie disperate venate di ironia, con punte di esilarante comicità. Ma ironico o comico che fosse c'era sempre in Jannacci un sottostrato di profonda malinconia che io credo sia stata la cifra più autentica della sua arte. Tanto è vero che se si riascoltano le canzoni di cui è il solo autore, senza gli apporti di Fo, di Conte, di Strehler o di altri, come 'Ti te sé no' o ' E l'era Tardi' («E l'era tardi, l'era tardi in quèla sera straca che m'é vegnù el bisogn' d'on mila franch' per quattà 'na trata»), ogni ironia é scomparsa, c'è solo struggimento, (del resto l'umorista è quasi sempre un melanconico, si pensi ad Achille Campanile o a Paolo Villaggio).

Ma negli anni '80, insieme a Gaber, apparve improvvisamente in Tv (cosa rara), entrambi con un paio di enormi e impudenti occhiali da sole, in una interpretazione scatenata e rockettara, stile Blues Brothers, della beffarda «Una fetta di limone nel te'». In quel momento erano solo due ragazzacci quarantenni che, dimentichi delle paturnie consuete, avevano solo voglia di divertirsi. E cosi' mi piace oggi ricordarli.

Massimo Fini

Il Fatto Quotidiano, 3 aprile 2013

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Teresa Belton, una scienziata inglese esperta di problemi dell'infanzia, dell'adolescenza e dell'apprendimento, sostiene, in uno studio, che la noia è «la linfa segreta della creatività». E' vero in due sensi solo apparentemente contradditori. La noia ti spinge a uscirne e nello stesso tempo ti aiuta. Non è un caso se alcuni genietti della Tv ( Carlo Freccero, Antonio Ricci, Fabio Fazio, Aldo Grasso, Tatti Sanguinetti), il più moderno dei mezzi di comunicazione prima dell'avvento di Internet e del web, siano originari di Savona (o dintorni), una delle città più torpide d'Italia, dove non accade mai nulla. Mi ha detto una volta Antonio Ricci: «Tu capisci che quando il massimo dei tuoi orizzonti sono i Bagni Sirena, d'estate, per non dire del lungo, immobile inverno, fai di tutto per uscirne».

Del resto se si vanno a leggere le biografie dei più importanti artisti italiani (registi, attori, scrittori) si vede che la maggioranza è nata in provincia, solo dopo la prima giovinezza si sono trasferiti in una grande città e hanno raggiunto il successo. Ma prima hanno goduto dei ritmi lenti, e sia pur noiosi, della provincia, avendo il tempo per riflettere, pensare, assimilare. C'è un bel libro, pubblicato una ventina d'anni fa, «La scoperta della lentezza» di Sten Nadolny. Racconta la storia di un ragazzino che pare ritardato rispetto hai suoi coetanei, lento nei riflessi, meno abile nei giochi. Diventerà un famoso esploratore, John Franklin, che contribuirà a scoprire e ad aprire il mitico 'passaggio a Nord Ovest' fra i ghiacci dell'Artico, mentre chi, da adolescente, lo superava in tutto non andrà oltre la soglia di una vita banale.


Il fatto è che mentre i suoi compagni si lasciavano andare alla frenesia dell'età, Franklin, isolato, lento, fuori dai giochi, introiettava e assimilava profondamente le conoscenze che gli sarebbero servite in futuro ( cio' che ti ha detto, una sola volta, tuo nonno ti rimane impresso per tutta la vita, mentre non riusciamo a trattenere che per poco le migliaia di informazioni che quotidianamente ci attraversano). Che, nell'apprendimento, la lentezza sia un vantaggio lo conferma l'osservazione del comportamento delle specie. Un gattino di tre mesi è già svezzato, un cucciolo d'uomo ci mette anni per essere autosufficente. Ma il gatto resta un gatto, l'altro diventa, almeno intellettualmente, un animale superiore. Lo conferma anche il confronto fra i sessi. Fra un bambino e una bambina di sei anni c'è una distanza siderale. Lei è molto più sveglia, più pronta, in tutto e, fra le altre cose, ha già le malizie della donna. Lui è un tontolone. Con la crescita la distanza gradualmente diminuisce fino ad annullarsi e, nell'età adulta, è lui che supera lei. Questo, almeno, è quanto storicamente avvenuto finora (le femministe del Fatto non me ne vogliano,  hanno già Battiato cui pensare).

Noi oggi bambini o adulti che si sia, andiamo di fretta. Frenetici.  Anticipiamo in ogni campo l'apprendimento. Ci manca il tempo per riflettere, di pensare. Non è dovuto al caso se, in Occidente, l'ultimo, vero, grande filosofo sia stato Martin Heidegger, attivo negli anni Trenta, quasi un secolo fa.

Massimo Fini

Il Fatto Quotidiano, 30 marzo 2013

 

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Fra India e Italia il Paese del Terzo Mondo siamo diventati noi. Non perchè quella di New Delhi sia la terza economia dell'Asia, mentre la nostra è ormai una delle ultime d'Europa. La civiltà di un Paese non si misura solo dalle condizioni economiche. Il fatto è che fra noi e l'India c'è un gap istituzionale, a nostro sfavore. Il 23 marzo l'allora ministro degli Esteri Giulio Terzi (poi dimessosi dopo un incredibile serie di errori) aveva appena finito di dichiarare che il suo omologo indiano, Salman Khurshid, gli aveva dato la garanzia che il caso che coinvolge i due maro' non è di quelli che comporta in India la pena capitale che il Guardasigilli Ashwani Kumar lo smentiva negando che il ministro degli Esteri del suo Paese potesse aver escluso, «in maniera fondata», una pena capitale per i due militari italiani: «Come puo' il potere esecutivo fornire garanzie sulla sentenza di un tribunale?». Evidentemente anche in India si è introiettata la consapevolezza che uno Stato democratico  si fonda, come insegna Montesqieu, sulla separazione dei tre principali poteri dello Stato: esecutivo, legislativo, giudiziario. Consapevolezza che noi, a quanto pare, abbiamo perduto. In passato abbiamo avuto pretori (i cosiddetti 'pretori d'assalto') che si inventavano le leggi ritenendo carenti quelle vigenti, sostituendosi cosi' al Parlamento. Negli anni recenti infiniti sono stati i tentativi del potere esecutivo di interferire in quello giudiziario. Quante volte l'onorevole Berlusconi, nella sua veste di premier, ha dichiarato illegittime (non 'ingiuste', illegittime) sentenze della magistratura, soprattutto quando lo rigurdavano (ma non solo, vedi il caso Englaro). E ancora nei giorni scorsi, ha fatto pressioni sul Presidente della Repubblica perchè intervenisse sui suoi processi per modificarne il percorso.

Noi italiani che, grazie ai Latini che l'hanno inventato, siamo la culla del diritto, ci siamo dimenticati i fondamentali. E questa confusione dei poteri, alimentata da chi li detiene, è discesa, inevitabilmente, nella testa dei cittadini. Quante volte abbiamo visto aggredire i magistrati per decisioni che parevano aberranti (poniamo la scarcerazione di notori mafiosi per decorrenza dei termini)? Ma le leggi non le fanno i magistrati, le fanno i politici, le fa il Parlamento. Il magistrato si limita ad applicarle, senza poter fare diversamente. Se lo facesse, anche con le migliori intenzioni, invaderebbe un campo riservato al legislatore. Eppure in questi casi sono regolarmente i magistrati ad essere messi sotto accusa e non i politici che sono i veri responsabili. Anzi molto spesso sono proprio i politici ad accusare i magistrati per aver applicato le leggi che loro stessi hanno fatto.

C'è un altro principio, questa volta non giuridico ma politico, basilare per una convivenza civile, che è venuto meno.E' il principio di responsabilità. Nessuno si riconosce responsabile di nulla. In Tv quotidianamente parlamentari dell'una e dell'altra parte si accusano reciprocamente delle peggio malefatte, ma mai che ce ne sia uno che ammetta onestamente di essere responsabile, almeno pro quota, della situazione disastrosa in cui siamo precipitati. Si trova sempre qualche scappatoia. Dipende da una mancanza di dignità che, purtroppo, c'è peculiare. Il nostro gap con la Germania non è solo economico. E' morale. Il Capo dello Stato tedesco, Christian Wulff, semplicemente sospettato di aver ricevuto, anni addietro, un modesto finanziamento illecito da un imprenditore, ci ha messo sette minuti per dimettersi. Il Parlamento italiano, per salvare uno dei suoi, è stato costretto a votare che una marocchina era egiziana. Ed è detto tutto.

Massimo Fini

Il Gazzettino, 29 marzo 2013