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La vicenda Sofri è giunta al suo undicesimo pronunciamento giudiziario. Per ora. Ci sono state sette sentenze fra primo grado, Appello e Cassazione, quattro di condanna, due interlocutorie e una sola di assoluzione, la quarta, poi cassata dalla Suprema Corte perché la motivazione era in totale contrasto col dispositivo in quanto riconosceva che l'accusa di Leonardo Marino era veritiera almeno là dove era un'autoaccusa ma lo mandava ugualmente assolto assieme agli altri. Per questa motivazione ( che è stata chiamata «suicida» ma che in realtà prendeva semplicemente atto di quanto avvenuto in camera di consiglio) Sofri e compagni hanno denunciato per «abuso d'ufficio», davanti al Tribunale di Brescia, il giudice che l'aveva materialmente stesa, Fernando Pincioni. Ma il Gip, Anna Di Martino, ha archiviato. Successivamente quando la Corte d'Appello di Milano ribadì la condanna, Sofri e gli altri denunciarono, sempre a Brescia, il presidente di quel Tribunale, La Torre, perché avrebbe espresso giudizi sfavorevoli agli imputati prima del dibattimento e perché avrebbe subornato gli altri giurati. Anche qui il Gip Di Martino archiviò. E fan nove. In seguito, dopo la condanna definitiva della Cassazione e la carcerazione dei tre imputati, c'è stata la richiesta di revisione del processo respinta dalla Corte d' Appello di Milano l'11 marzo 1998 e,nei giorni scorsi la sentenza della Cassazione che ha rinviato gli atti alla Corte d' Appello perché si pronunci nuovamente sull'ammissibilità o meno della revisione del processo. E fan undici. Se la Corte si dichiarerà (dodicesimo pronunciamento) per la revisione, ci sarà un nuovo processo (tredicesimo) la cui sentenza sarà poi impugnata in Cassazione (quattordicesimo) che potrà cassarla, rinviando alla Corte d'Appello che dovrà ripronunciarsi e così via all'infinito. Ma anche qualora la Cassazione dovesse convalidare il giudizio della Corte d'Appello ed emettere una sentenza «definitiva» questa, se di condanna, non sarebbe affatto tale perché gli imputati potrebbero sempre scovare «fatti nuovi» del tipo di quelli che sono stati addotti per chiedere l'attuale revisione (testimoni che a distanza di un quarto di secolo ricordano circostanze di cui non avevano trovato modo di fare menzione in sette processi) per ottenere una revisione della revisione. Basta questa esposizione, nuda e cruda, per capire che il sistema giudiziario italiano ha fatto bancarotta, ma per un eccesso di garanzie e non per un loro difetto come da tempo si va gridando. A differenza infatti del sistema anglosassone, che, prendendo dal diritto romano contadino e pragmatico, privilegia la rapidità, scontando la possibilità di un margine di errore, il nostro, che prende da quello bizantino, ha invece la pretesa dell'infallibilità. Perciò predispone innumerevoli garanzie e controgaranzie, pesi e contrappesi, possibilità di eccezioni, di invalidità, di nullità, casi di incompetenza (per territorio, materia, funzione), il tutto spalmato su tre gradi di giudizio -caso unico al mondo -cui se ne può aggiungere un quarto, la revisione. Il processo è così portato a spasso per anni e per decenni diventando di fatto inservibile, una pura finzione anche se costosissima in termini economici e di un inutile dispendio di energie. Non è questa la funzione del processo e, più in generale, del diritto, i quali non devono aspirare all'accertamento di una verità storica incontrovertibile, ma devono accontentarsi di una più modesta verità giuridica che definisca, in tempi ragionevoli e una volta per tutte, le questioni penali, civili, amministrative che sorgono fra gli uomini. La certezza storica, sempre rivedibile, non coincide necessariamente con quella giuridica che ha bisogno di mettere dei punti fermi e di passar oltre perché la vita della comunità possa proseguire. La possibilità dell'ingiustizia, sempre presente nelle cose umane, è lo scotto che la giustizia deve pagare a se stessa. La pretesa assoluta di evitare l'errore porta inevitabilmente all'errore più sicuro e più grave, perché allungando a dismisura le procedure fa sì che la giustizia non arrivi mai o arrivi in tempi biblici, non umani, inservibili. Come sapevano i latini, e come sanno oggi gli anglosassoni, una giustizia che arriva tardi è sempre denegata giustizia. E nessuno, nè l'individuo nè la società, sa che farsene di un diritto che venga risarcito o di un torto che venga riparato dopo venti o trent'anni. Il processo italiano, penale e civile, non adempie quindi alla sua funzione che è quella di produrre certezze di diritto e di rapporti giuridici. Da noi nulla è mai definito e definitivo, tutto è sempre, perennemente, in discussione. In giro c'è un processo Moro quater o quinquies, a ventinove anni di distanza esiste un procedimento su Piazza Fontana, l'inchiesta per Ustica non è ancora conclusa, la vicenda De Benedetti si è trascinata per più di tre lustri e così sarà sicuramente per Berlusconi il cui abile e possente collegio difensivo è riuscito a rinviare alle calende greche alcuni processi con cavilli tanto ineccepibili quanto risibili (una volta un giudice ha detto una frase incauta a proposito del calendario delle udienze, un'altra il Cavaliere non è stato citato come possibile parte lesa di se stesso), Pacciani era stato appena assolto che subito si è riaperta l'inchiesta su di lui, solo crepando si è tolto dalle pastoie della giustizia perché in Italia l'unico, vero e solo giudizio giuridico definitivo è quello del cimitero.

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Archie Moore, morto nei giorni scorsi a 84 anni, è stato l'unico uomo al mondo a mettere al tappeto, per qualche istante, Rocky Marciano, in un memorabile incontro che si svolse il 21 settembre del 1955 e che vide di fronte il più grande mediomassimo e il più grande massimo di tutti i tempi. Ricordo la sequenza fotografica del meraviglioso Sport Illustrato, -l'unico strumento, allora, a disposizione di noi ragazzini per avere le immagini, a colori, degli avvenimenti sportivi- che dava conto dello straordinario evento: si vede Marciano cadere al tappeto, Marciano che  puntando i guantoni a terra cerca di rialzarsi, Marciano che  solleva la testa e guarda, dal basso in alto, l'avversario in piedi, con uno sguardo tale che in quel momento tu vorresti essere qualsiasi persona al mondo tranne che Archie Moore. Marciano si rialzò, riempì di botte l'avversario per sette riprese e infine, alla nona, lo mise al tappeto per il conto totale. Lo score di Marciano è questo: 49 incontri, 49 vittorie, 43 per kappaò. Nessuna sconfitta, nemmeno un pareggio, solo in sei sono riusciti a finire in piedi. Ezzaro Charles, dopo un incontro con lui, disse: «Prendere un pugno da Marciano è come essere investiti da una locomotiva con ventiquattro vagoni dietro». Nonostante questa immaginifica frase Marciano più che possedere il pugno fulminante era un demolitore; «demolitore di case» lo chiamavano infatti negli States. Aveva una boxe piuttosto elementare, un coraggio senza pari, veniva avanti a piccoli passi, senza dare un pugno, anche per due, tre, quattro riprese, aspettando il momento giusto per colpire. E quando questo arrivava per l'avversario era la fine: perdeva tutta l'agilità e allora Rocky si avventava con furia selvaggia su quel bersaglio immobile e lo seppelliva di colpi che facevano male anche quando finivano sulle braccia o sulle spalle. In genere chi aveva incontrato Marciano non risaliva più sul ring (proprio Archie Moore è una delle rare eccezioni). Che Marciano sia stato il più grande lo dice il suo record. Non c'è Cassius Clay che tenga. «La Lingua» avrebbe danzato e ballato intorno a Rocky per molte riprese, stuzzicandolo e imbestialendolo come fanno i banderilleros con il toro, ma prima o poi un pugno lo avrebbe centrato e avrebbe smesso di danzare. L'unico, forse, che sarebbe stato in grado di combattere alla pari con Marciano è Sonny Liston. Non fatevi ingannare dai libri dei record che raccontano che Clay lo ha battuto due volte. furono incontri-farsa. Il vecchio Liston, un truce ex carcerato, cocainomane, legato ancora agli ambienti della malavita, ricattabile, doveva lasciare strada al giovane, bello, solare e spettacolare Cassius Clay, la stella nascente da cui gli organizzatori americani si attendevano montagne di dollari. Di traverso a questi affari stava, appunto, quel brutto ceffo di Sonny. Gli imposero di togliersi di mezzo. La cosa avvenne nel modo più ridicolo. La prima volta, a Miami (25 febbraio 1964) , Liston si rifiutò di riprendere il ring dopo la sesta ripresa sostenendo che gli si era slogata una spalla, un incidente mai visto in tutta la storia del pugilato. Ma il secondo incontro, combattuto non a caso in una piazza periferica (Lewinston, 25 maggio 1965), fu ancora più grottesco. Liston andò al tappeto dopo un minuto senza che nessuno avesse visto partire un pugno di Clay, e da lì, da terra, «The Big Bear» (così era chiamato) , rideva, rideva del riso feroce e amaro del campione che ha dovuto umiliare il proprio orgoglio davanti a un bamboccio in nome dei dollari (sia detto di passata: che gli americani si siano bevuti le versioni ufficiali sugli incontri Liston-Clay e sull'assassinio di Kennedy per mano di Oswald la dice lunga su quel popolo). Liston, dunque, è il solo che avrebbe potuto tenere testa a Marciano. Con questa differenza: mentre «The Big Bear» era un colosso, grande come un armadio, Marciano era un uomo normale, semplicemente ben piazzato, alto 1,80 e di peso al limite dei massimi. Rocco Marcheggiano (questo il suo vero nome, perché era di origine italiana) si ritirò a 28 anni, imbattuto e fisicamente integro. Era un ragazzo semplice ma intelligente e voleva godersi la vita con i quattrini che si era sudati sul ring. Morì invece qualche anno dopo pilotando il proprio aereo da turismo (come il pilota inglese Graham Hill, che aveva fatto la stessa scelta), perché Dio non ama i sogni degli uomini. In quanto ad Archie Moore gli sopravvisse non solo fisicamente ma pugilisticamente per molti anni. Poiché nella sua categoria era troppo forte (202 vittorie, 145 per kappaò) incontrò ancora due campioni dei massimi, Floyd Patterson e Cassius Clay, ma perse Con entrambi. Nel 1960, quasi cinquantenne, venne a Roma per battersi Con l'idolo locale, Giulio Rinaldi, in un match senza titolo in palio. Anche questo era un incontro accomodato. Moore giocò di scherma raffinatissima senza prendere un pugno ma anche senza darne. Quando gliene scappò uno colpì Rinaldi alla punta del mento. l'Italiano rimase un paio di secondi immobile, Con le braccia lungo i fianchi, il viso in avanti, totalmente esposto, ma Moore, che era un maestro proprio nelle serie, non doppiò. Si rifece l'anno dopo in America, col titolo in palio, dando al malcapitato Rinaldi una lezione di boxe. Si ritirò nel '63 quando era ancora campione dei mediomassimi. Il titolo glielo tolsero d'autorità perché aveva 50 anni (ma secondo alcuni erano anche di più). Ci si era un po' dimenticati di lui. Ora la morte lo restituisce, definitivamente, alla sua inimitabile leggenda.

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Non so se l'onorevole Berlusconi, l'onorevole Fini, l'onorevole Urbani e tanti altri autorevoli esponenti della Destra che si dice liberale e democratica e persino moderata si sono resi conto della gravità delle affermazioni fatte e degli atteggiamenti assunti, con la minaccia addirittura di mobilitare la piazza, dopo la sentenza con cui il Tribunale di Milano ha condannato il Cavaliere a due anni e nove mesi di reclusione per corruzione della Guardia di Finanza. L' onorevole Berlusconi ha affermato: «Si è messa mano all'arma dei processi politici per eliminare l'opposizione democratica. Questo significa che non siamo più in una democrazia ma in un regime. Da oggi la nostra opposizione cessa di essere opposizione a un governo e diventa opposizione a un regime». Da parte sua l'onorevole Fini ha parlato di «sentenza politica gravissima», e ha aggiunto che a Milano «c'è un Tribunale speciale». In quanto all'onorevole Urbani ha detto: «Come nel Risorgimento, quando i patrioti non riconoscevano la legittimità dei giudici che li condannavano, così oggi l'opposizione parlamentare non riconoscerà la legittimità di sentenze politiche che puntano a distruggere la democrazia». All'onorevole Urbani si potrebbe obiettare che un simile atteggiamento apparteneva non solo ai patrioti del Risorgimento ma anche, più recentemente, ai terroristi rossi che, se arrestati e condannati, si dichiaravano «prigionieri politici» contestando la legittimità della Magistratura in quanto, appunto, organo di un Regime. Però, coerentemente con questa impostazione, le Brigate Rosse si erano messe fuori dal sistema. L' onorevole Berlusconi, l'onorevole Fini, l'onorevole Urbani continuano invece a restarci, sono addirittura parlamentari della Repubblica. E qui sta il punto. In un sistema democratico e liberale la Magistratura è come l'arbitro di una partita di calcio. Dell'arbitro si può dire che sbaglia, che ha commesso un'ingiustizia, che ci ha gravemente danneggiato, non che non è legittimato a fischiare. Se lo si fa allora si lascia la partita, si esce dal campo e si porta la lotta su un altro piano, fuori dal sistema e contro il sistema, come fecero i terroristi rossi. È una posizione estrema ma ancora comprensibile, almeno sul piano concettuale. Ciò che invece non si può assolutamente fare è negare la legittimità delle decisioni dell'arbitro quando ci fischia contro e tenerle per buone quando sono a favore. Per la semplice ragione che se alcuni giocatori cominciano a comportarsi in questo modo, prima o poi saranno seguiti da tutti gli altri, nessuno rispetterà più le decisioni dell'arbitro e la partita finirà in una zuffa. Fuor di metafora: salterà il patto sociale. È questa la conseguenza cui porta l'atteggiamento degli onorevoli Berlusconi, Fini e Urbani. Non si capisce come d'ora in poi si possa pretendere, poniamo, dagli squatter (che hanno avuto due morti suicidi in conseguenza di inchieste giudiziarie) di rispettare i Tribunali, le leggi e la polizia dello Stato italiano se autorevolissimi personaggi, rivestiti di ruoli istituzionali, affermano che non sono legittimi. Non capisco come lo si possa pretendere dagli operai delle Banchigliette o dagli immigrati o dagli emarginati di tutte le risme o anche dai Massimo Fini, cioè dai comuni cittadini, che quei Tribunali e quelle leggi hanno finora rispettato ritenendoli legittimi. Se questo è davvero un Regime allora il diritto di ribellarsi appartiene a tutti i cittadini non solo a una parte di essi. Se questo è un Regime allora tutti abbiamo diritto di uccidere il Tiranno, di sbaraccare Il sistema; con i suoi Tribunali, le sue leggi e i suoi poliziotti, e non solo quella parte del Regime che non piace all'onorevole Berlusconi. Se questo è un Regime allora qualunque cittadino ha diritto di tirare un colpo di pistola al primo gabellotto che si presenta alla sua porta. Se questo è un Regime non sono valide le sentenze del Tribunale di Milano ma nemmeno quelle di Brescia e di Canicattì. Se questo è un Regime allora la lotta va fatta a tutti coloro che vi ricoprono cariche istituzionali o hanno posizioni di potere e quindi non solo a Scalfaro, a Mancino, a Violante, a Prodi, a D'Alema ma anche agli stessi Berlusconi, Fini e Urbani che, pur contestandolo, ne fanno parte. Se questo è un Regime e le sue leggi sono le leggi di un Regime allora non sono più legittime, poniamo, nemmeno quelle che consentono a Berlusconi di avere tre Reti televisive. Oppure questo è un Regime solo per la parte, i Tribunali, le sentenze e le leggi che non garbano all'onorevole Berlusconi, mentre per tutto il resto rimane invece uno Stato di diritto? Non so se la destra conservatrice, la borghesia imprenditoriale, si è resa ben conto di dove porta la strada che ha imboccato. Porta al caos, all'anarchia, al disfacimento dello Stato, forse alla guerra civile o comunque a una lotta di tutti contro tutti. Dalla zuffa, dal caos, dalla rivolta, dalla jacquerie, dalla dissoluzione dello Stato o dalla sua riduzione a parodia la borghesia ha tutto da perdere, a cominciare dalla propria posizione dominante. Noialtri, come diceva Marx, abbiamo da perdere solo le nostre catene. Non è il caso di gettare scintille su una brace che attende solo di diventare Incendio. Bisognerebbe fare attenzione prima di instillare nella popolazione la convinzione che lo Stato italiano, con le sue Istituzioni, i suoi Tribunali, le sue leggi borghesi, è una burletta o, peggio, una finzione e un'infamia. Perché non è detto che, una volta avviata la giostra, alla conclusione del giro a finire impiccato sul più alto pennone sia solo Prodi. Deus dementat quos vult perdere.

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L'Italia è proprio un curioso Paese. Se dall'America arrivano notizie di mirabolanti quanto vacue «pillole del benessere», i nostri giornali vi dedicano paginate intere. Ma se un'equipe italiana, composta da giovani ricercatori guidati da un grande teorico, Massimo Bucci, cui si deve la scoperta dei meta bloccanti nella cura del glaucoma, trova, partendo da un'intuizione di un Nobel italiano, Rita Levi Montalcini, un farmaco che può guarire la cecità, i media nostrani snobbano la notizia come di scarso interesse. Eppure ridare la vista ai ciechi è un sogno antico quanto l'uomo. Ma finora era stato un sogno impossibile. Cristo stesso ha resuscitato un paio di morti ma pure lui con i ciechi ha avuto qualche difficoltà. Ora il gruppo del professor Bucci e dei suoi ricercatori (Alessandro Lambiase, Paolo Rama, Stefano Bonini, Giancarlo Caprioglio, Luigi Aloe), che riunisce più Istituti, la cattedra oftalmica dell'Università di Tor Vergata, l'Ospedale civile di Venezia, l'istituto di neurobiologia del C.n.r. di Roma (e anche questo è un mezzo miracolo pensando agli odii, alle invidie, alle divisioni, alle resistenze corporative che caratterizzano il mondo della medicina italiana) ha forse realizzato quel sogno, non per tutte le patologie dell'occhio, ovviamente, solo per alcune, peraltro fra le più devastanti e frequenti come le affezioni della cornea e l'asintomatico, insidiosissimo e terribile glaucoma di cui soffre il tre per cento della popolazione italiana. Sulla cornea il farmaco di Bucci e degli altri, già sperimentato sull'uomo, ha ottenuto risultati straordinari riconosciuti come tali dalla diffidentissima elite scientifica internazionale. Ma non dall'Italia. Oltre alla stampa anche lo Stato fa finta di nulla, e non caccia un quattrino. Sicché una delle più importanti ricerche italiane, stupefacente per i risultati che ha già ottenuto, carica di potenzialità per quelli che potrà avere, e non solo nelle affezioni oculari, è per ora finanziata dall'Università di Harvard, Boston, America. il Borghese: Professor Bucci, finora certe lesioni della cornea e tutte quelle del nervo ottico provocate dal glaucoma erano irreversibili. Perché era impossibile ricostituire le cellule nervose morte. Si poteva solo, e non sempre, fermare il danno, ma quello fatto era irreparabile. L'impossibile è ora diventato possibile? Bucci: Partiamo dalla cornea. Perché è sulla cornea che abbiamo già fatto esperimenti, sugli animali e sugli uomini, i cui risultati sono stati definiti «miracolosi» non da noi ma dalla comunità scientifica internazionale. Ci sono alcune patologie della cornea -ulcerazioni e ferite di varia origine- in cui è impossibile ricostruire i tessuti danneggiati perché danneggiate sono le fibre nervose che danno alle cellule l'input di ricostruirsi. Secondo le maggiori personalità che operano in questo campo, e secondo anche la nostra esperienza, queste patologie erano irreversibili. La ferita non poteva essere riparata perché mancava la capacità della cellula di rigenerarsi. il Borghese: In questi casi le cellule della cornea sono, per così dire, morte? Bucci: il tessuto c'è, le cellule ci sono, ma non viene dato loro l'ordine di ricostruirsi perché le fibre nervose da cui parte l'input non funzionano più. Per varie ragioni. Perché c'è una mancanza di nutrimento dovuta all'età, sono le forme che noi chiamiamo distrofiche. Poi vi sono forme dovute a dei traumi, ustioni per esempio. Infine ci sono delle alterazioni della struttura e quindi della funzionalità delle terminazioni nervose di natura virale, l'herpes è la più comune. Le ulcere distrofiche erano destinate inesorabilmente alla perforazione e quindi non solo alla perdita completa della vista, ma anche del bulbo oculare. In altri casi alla ulcerazione si accompagnava anche una mortificazione del tessuto periferico della cornea, cioè della congiuntiva. E questo rendeva impossibile il trapianto. Perché una volta fatto il trapianto il tessuto che era rimasto in loco dopo aver asportato la cornea non era vivo e quindi non attecchiva. La nostra ricerca è partita dal «fattore di crescita» (NGF, Nerve Growth Factor) che è una sostanza che Rita Levi Montalcini aveva dimostrato, in vitro, che ha la possibilità di rigenerare le fibre nervose. Si apriva quindi la strada delle applicazioni pratiche.  Avendo a disposizione il «fattore di crescita» il primo pensiero del nostro gruppo -che non è composto solo da oculisti ma anche da neurobiologi- è stato quello di individuare quelle parti dell'organismo umano dove esiste un tessuto nervoso che sia contemporaneamente esposto all'esterno in modo che sia facilmente raggiungibile da una terapia locale. La cornea è forse il tessuto più innervato del corpo ed è esposto all'esterno. Ecco perché abbiamo cominciato di lì. Le prime esperienze, inoculando il NGF estratto dalla ghiandola sottomandibolare di un ratto, sono state fatte sulle forme distrofiche della cornea, poi siamo passati alle affezioni da trauma e da virus. E i risultati sono stati clamorosi. il Borghese: Clamorosi? Bucci: Sì. Giorno dopo giorno abbiamo visto che, in pazienti che soffrivano di questa ulcera rodens da mesi, da anni, i fori e gli strappi della cornea si venivano gradualmente ricoprendo e ricostruendo. Ed era l'organismo stesso a fare questo lavoro. Nel giro di qualche settimana o, al massimo, di un paio di mesi, lo strappo veniva completamente ricucito. il Borghese : Queste persone erano totalmente cieche? Bucci : Non solo, erano a rischio di perdere l'occhio anche anatomicamente. il Borghese : E hanno riacquistato una vista normale? Bucci : Dipende dalla localizzazione dell'ulcera, dalla sua estensione, dalla profondità, se l'affezione ha colpito il 10, il 20, il 60, il 90 per cento della cornea, il ricoprimento è sempre completo, la restitutio anatomica anche, ma il recupero della vista dipende dalla gravità dell'ulcerazione. Nei casi più gravi viene salvato almeno il bulbo oculare. Lei dirà: che m'importa di aver salvo il bulbo se poi non ci vedo lo stesso? Importa. Innanzitutto abbiamo comunque bloccato definitivamente l'ulteriore progresso dell'ulcera. In secondo luogo adesso posso fare a questo paziente il trapianto di cornea sapendo che potrà essere accettato mentre prima veniva rigettato. Ma queste sono le ipotesi peggiori. Ci sono stati invece casi di pazienti la cui vista era ridotta a zero dalla opacità della cornea che hanno avuto un recupero completo, dieci decimi. Alle volte infatti è sufficiente che nella cornea ci sia un'opacità dello strato superficiale perché la vista crolli completamente. Basta un velo davanti agli occhi a rendere ciechi, non è necessaria una cotenna. In questi casi, tolto il velo, il recupero è completo. il Borghese: Che possibilità ci sono che il «fattore di crescita» sia applicabile anche al glaucoma, dove, a quanto pare, le cose sono molto più complicate? Bucci: Se il NGF è in grado di rigenerare le fibre nervose della cornea non si vede perché non possa agire anche sul nervo ottico che è il nervo che viene danneggiato dal glaucoma. La difficoltà è quella di trovare la strada che consenta al farmaco di arrivare in loco. Perché il nervo ottico è meno esposto della cornea, è molto più nascosto, sta dietro l'occhio. E il farmaco deve arrivare in un punto molto preciso, nella testa del nervo ottico, là dove le fibre nervose lasciano il bulbo oculare e diventano propriamente nervo ottico. Infatti tutte le fibre nervose che vengono dagli strati retinici, e sono circa un milione e mezzo, si riuniscono oltre il bulbo in un fascio unico e formano il nervo ottico. È qui che si realizza il glaucoma. In genere, ma non sempre, per un'alta pressione oculare si crea un'atrofia del nervo perché le fibre nervose che partono dalle cellule della retina vengono tranciate dal glaucoma proprio nel momento in cui escono dal bulbo oculare per formare il nervo ottico. Il bulbo oculare di un glaucomatoso è intatto, solo che è come avere una lampadina perfetta senza avere il filo della luce. il Borghese: Quindi non si tratta di ricreare un milione e mezzo di cellule nervose, che sarebbe impossibile, ma di saldare la testa del nervo ottico al bulbo oculare? Bucci: Bisogna riparare il filo là dove è stato tagliato, nel punto in cui esce dal bulbo. Basta che qualche ramoscello si attacchi ed è fatta. il Borghese: Se la vostra ipotesi funziona il malato di glaucoma può riacquistare la sua vista per intero, guarire completamente? Voglio dire: il glaucoma restringe gradualmente il campo visivo del malato, ma somministrando il «fattore di crescita» si può pensare che lo allarghi fino a restituirglielo totalmente? Bucci: Qui parliamo della possibilità di migliorare la prognosi dell'occhio glaucomatoso. Guarire completamente è un altro discorso. Anche perché si tratta pur sempre di un occhio di cui deve essere normalizzata la pressione. Però non è da escludere che il campo visivo migliori, si riprenda, si allarghi. E' possibile. Si può perlomeno ipotizzare che le cellule che non erano morte completamente, che erano solo moribonde o in sofferenza, si riprendano se gli diamo il «fattore di crescita» e che quindi si ampli il campo visivo del malato. Vede, le fibre nervose hanno origine dalla retina, è qui la casa madre. Nel glaucoma queste terminazioni nervose vengono tranciate all'uscita dal bulbo. Questa cellula vive perché produce lei stessa una sostanza che va nel nervo, l'assoplasma, ma riceve a sua volta un'altra sostanza. Questa cellula può essere per noi funzionalmente morta, perché non trasmette più immagini. Ma non sappiamo se ripristinando il collegamento riprenda a vivere. La sua invalidità funzionale potrebbe non corrispondere alla sua morte anatomica. Può darsi che sia in coma, ma che non sia morta. Non è solo una deduzione logica. C'è qualche esperimento incoraggiante. Aumentando artificialmente la pressione negli occhi di un coniglio abbiamo provocato un glaucoma sperimentale. Funzionalmente le cellule sono morte in entrambi gli occhi. In uno abbiamo poi somministrato il NGF per via retrobulbare e abbiamo constatato che c'era la sopravvivenza di molte cellule, mentre nell'altro no, nonostante il danno provocato fosse lo stesso in entrambi gli occhi. Comunque per il momento ci stiamo concentrando, con esperimenti sui conigli, su quali siano le migliori strade che ci consentano di ottenere una concentrazione farmacologicamente attiva sul punto che ci interessa. Ci sono diverse possibilità. Frequenti instillazioni di gocce in modo che attraverso i tessuti arrivino alla testa del nervo. E almeno dai primi risultati -è notizia di pochi giorni fa- pare proprio che basti la somministrazione locale, in gocce, per permettere al farmaco di arrivare al nervo ottico. Speriamo che Dio ci aiuti. Se fosse vero basterebbe somministrare una gocciolina... Rimane però la domanda: il quantitativo che arriva è farmacologicamente attivo? Se non ce la facciamo con le gocce ci arriveremo per via retrobulbare, iniettando il farmaco dietro l'occhio, con una siringa, in modo da riempire tutta la base, l'apice dell'orbita, e un po' deve finirci per forza. Nei casi estremi proveremo a iniettarlo direttamente dentro il bulbo e così ci arriva di sicuro. Questo però significa entrare con una siringa dentro un occhio. Si fa, non è che non si fa, però se si potesse evitare è meglio. Una quarta possibilità è la somministrazione per via sistemica, endovenosa. Ma quanto dobbiamo somministrarne? Lasciamo perdere i costi, quanto dobbiamo somministrarne perché arrivi nel punto che ci interessa, nel punto decisivo, la dose efficace? il Borghese: Quando pensate di cominciare la sperimentazione sull'uomo? Bucci: Appena saremo certi che la somministrazione che abbiamo adottato è efficace. Oddio, se domani arriva un paziente con un occhio spento e mi dà il consenso informato io ci provo. Tanto, almeno nella somministrazione per gocce e in quella retrobulbare, rischi non ce ne sono. Male non fa. Peggio che vada, l'occhio resta come prima. Però per una sperimentazione su scala, con un protocollo vero e proprio, ci vuole un po' di tempo, bisogna selezionare i malati, fare, appunto, il protocollo... Comunque penso che già a febbraio o a marzo potremo iniziare. il Borghese: Il vostro procedimento vale per qualunque tipo di glaucoma? Bucci: Sì. Perchè non colpisce la causa, ma ripara il danno. In questa fase ce ne infischiamo delle cause. Noi ricostruiamo le macerie, che sia stato un bombardamento o un terremoto non è importante. Naturalmente se ci si dovesse arrivare ci si dovrà poi occupare anche delle cause, bloccandole, perché il danno non si ripeta. il Borghese: La scoperta può essere utilizzata anche per la sclerosi multipla? Bucci: È  l'ipotesi ventilata da Rita Levi Montalcini. Anche qui c'è il problema di arrivare nel punto giusto, nelle zone in cui c'è la famosa placca, dove non esiste più la struttura nervosa. E' chiaro che se si rigenera la cornea, se si rigenera il nervo ottico, non si vede perché non si possano rigenerare altri nervi dello stesso tipo. Ma si può dire che tutte le patologie demielinizzanti sono interessate.  La mielina è una guaina che serve per nutrire e proteggere il nervo. Alcune malattie, per esempio l'Alzhairner, consistono nel fatto che questa guaina protettiva viene a mancare, non c'è. Allora possiamo dargliela noi. il Borghese: Qual è stata l'accoglienza della comunità scientifica internazionale alla vostra scoperta? Bucci: Entusiasta. Decisiva è stata, in aprile, la pubblicazione del nostro lavoro sul prestigioso New England Journal of Medicine, replicata poi su Internet, che ci ha un po' aperto le porte del mondo scientifico. Abbiamo avuto immediatamente proposte di collaborazione dagli Stati Uniti e dalla Germania. il Borghese: Perplessità? Bucci: Nessuna. E ciò è tanto più rilevante perché noi non abbiamo fatto un lavoro secondo le procedure scientifiche classiche. Cioè abbiamo usato solo il farmaco e non anche il placebo, mentre in genere un'indagine scientifica a regola d'arte si fa prendendo dieci malati, a cinque si dà il farmaco, agli altri il placebo, vale a dire acqua fresca, senza che gli interessati lo sappiano, i conti e le verifiche si fanno alla fine. Nonostante la parte placebo a noi mancasse il New England  ha pubblicato ugualmente il lavoro facendolo commentare dai due massimi esperti americani del settore che ne hanno dato un giudizio estremamente positivo. Insomma ci hanno dato fiducia. Il Borghese: Quella che mi pare manchi in Italia. A cominciare dalla stampa. L'eco è stata molto riduttiva, un articolo sul Tempo, un pezzettino sul Giorno. Come mai? Bucci: Non lo so. Ma c'è stato anche qualcosa di peggio dell'indifferenza. Il Giornale ha addirittura scritto che noi abbiamo fatto dietro-front. Ma quale dietro-front? Abbiamo solo precisato che non estraiamo il «fattore di crescita» da un pesciolino, com'era stato scritto per un equivoco, ma da un topolino. Che differenza fa? il Borghese: Nessuna. Anzi è meglio perché i topi sono più numerosi e raggiungibili. Bucci: Volendo essere maligni si può pensare che poiché hanno «bucato» la notizia, come dite voi, hanno cercato di sminuirla. E hanno fatto dire ad Alessandro Lambiase e a Stefano Bonini delle cose che non hanno mai detto. Abbiamo mandato subito una lettera di rettifica che naturalmente, almeno finora, non è stata pubblicata. Non si fa così. Anche perché avremmo bisogno di un po' di incoraggiamento attorno, e di un po' di quattrini perché i costi sono altissimi. il Borghese: Più o meno? Bucci: Per ottenere un milligrammo di sostanza ci vogliono circa quattro milioni e un milligrammo serve a malapena per un paziente che abbia un'ulcera corneale. il Borghese: Beh, quattro milioni per un ciclo completo di cura -e con quei risultati- non mi sembrano poi molti. Bucci: Non sono molti, forse, per il paziente, se è uno che ha quattrini, ma sono moltissimi per noi poveretti. Finora siamo andati avanti con i cinque, sei milioni l'anno che vengono dati alla cattedra, istituzionalmente, dal C.n.r. e con qualche rivolo che ci arriva dal laboratorio della Montalcini che, dall'alto, ha sempre seguito le nostre ricerche. Adesso, per fortuna, si è interessata la Fondazione Bietti, privata, che ha un po' sposato la nostra causa e che collabora con noi non soltanto scientificamente ma anche finanziariamente. Però il contributo più sostanzioso, recentissimo, di mezzo miliardo, ci è arrivato dagli Stati Uniti, dalla Harvard University di Boston. il Borghese: E dallo Stato italiano? Bucci: Nulla di nulla. Vengo proprio ora da una riunione del Consiglio superiore della Sanità, c'era il ministro, Rosy Bindi. Mi ha detto «Ora non ho tempo, torneremo sull'argomento». Ma temo sia inutile parlare con lei. Credo che la diffidenza sia anche un po' un postumo del caso Di Bella. Però i soldi ci sono, eh? E tanti. Ma la distribuzione non è nè equa nè mirata, i soldi vanno tutti nelle solite direzioni. Poi alla fine dell'anno l'apparecchio che è costato tre miliardi lo vedi in cantina ricoperto con la plastica. Noi non chiediamo miliardi, chiediamo solo che venga sostenuta questa ricerca che per ora è finanziata da un'università di Boston. E' perlomeno singolare. il Borghese: Senta, professor Bucci, se titolo il mio articolo «ridaremo la vista ai ciechi», dico un'eresia? Bucci: No, dice una cosa eccessiva. Perché le forme di cecità sono tante e noi ne possiamo curare solo alcune. Non bisogna creare illusioni, false speranze. Noi riceviamo moltissime telefonate. Ha chiamato anche quella bella ragazza che ha vinto il Festival di Sanremo, ma pare che abbia una retinite pigmentosa sulla quale il nostro farmaco non può nulla. Ha telefonato il cantante Bocelli, ma anche per lui non possiamo fare nulla. Ci sono delle forme in cui l'occhio non è più un occhio. Non che ti metti una goccia e, miracolo, torni a vedere. Non è così semplice, purtroppo. Per ora sappiamo che il «fattore di crescita» ha dato risultati straordinari nelle affezioni della cornea e che ci sono delle buone aspettative per il glaucoma, punto e basta. il Borghese: Però il glaucoma è la maggior causa di cecità, in Italia e nel mondo. Bucci: Questo è vero.

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Pare incredibile che il più potente Paese del mondo, guida dell'occidente, punta di lancia di un modello economico e culturale, quello industrial-capitalista, che non conosce scrupoli si stia logorando da oltre due anni sui rapporti intimi tra il presidente e la sua segretaria, cioè per una questione morale, e di morale sessuale per giunta come se non fossimo nella libera America del Duemila ma in qualche fosco Medioevo (il Medioevo, naturalmente, immaginario e immaginato dai borghesi, perché, nella realtà, la sessualità del contadino è carnascialesca, boccaccesca, giocosa, la «pruderie» e il senso di colpa, in questo campo, sono un prodotto della borghesia) . I soccombisti intellettuali che stanno perennemente in ginocchio davanti alla bandiera a stelle e strisce come fosse l'icona del Divino Amore si affannano a spiegarci che il Presidente degli Stati Uniti non è sotto accusa per questioni di sesso ma perché ha mentito alla Nazione. È un'ipocrisia. Un'ipocrisia tipicamente americana immediatamente sussunta, come l'ostia consacrata, dai nostri soccombisti. Se infatti non si trattasse proprio e innanzitutto di sesso, della sessuologia degli americani, del loro puritanesimo, una questione come la Clinton-Lewinsky, come già quella Gary Hart-Donna Rice, non potrebbe nemmeno cominciare. Per la semplice e buona ragione che un uomo politico davanti a una domanda sulle sue «irregolarità sessuali» potrebbe tranquillamente rispondere «Sono cazzi miei, levati dai piedi brutto sporcaccione d'un ficcanaso», togliendosi così da ogni impaccio. Perché non lo fa? Perché qualsiasi uomo politico americano sa benissimo che una simile risposta evasiva o, peggio, l'ammissione di «irregolarità sessuali» sarebbe uno choc per l'americano medio e gli procurerebbe serissimi guai, non con la moglie (la quale pur di restare assisa sul trono d'America è disposta a ingoiare non un'infedeltà ma cento, figuriamoci un soggettino ambiziosissimo come Hillary Clinton), ma con l'opinione pubblica e i media del suo Paese. Si capisce quindi perché l'uomo politico americano, di fronte a una domanda sulla sua sessualità che, teoricamente, dovrebbe riguardare lui solo, cerchi di scantonare, di nascondere la verità, cominci a dire bugie, implori la donnetta di turno di tacere, le offra magari dei soldi in cambio del silenzio. A questo punto scatta la seconda fase dell'operazione che dice: ma no, baby, noi non ti stiamo affatto accusando delle tue «irregolarità sessuali», bagatelle sulle quali saremmo stati disposti a chiudere benevolmente un occhio solo che tu le avessi ammesse, ma ammesse non le hai, hai  anzi mentito e questo è gravissimo perché rompe il rapporto di fiducia con la Nazione che è indispensabile al Presidente degli United States of America. E il tipo è fritto. Ma non è solo il puritanesimo a far sì che l'opinione pubblica yankee si senta autorizzata a frugare nelle  mutande del suo leader, questo elemento si combina infatti con l'ambiguità delle elezioni presidenziali americane, politiche e amministrative, ma anche tenendo conto di alcune sue caratteristiche private che vanno dall'aspetto fisico, al modo di vestire e di pettinarsi, alla  composizione della sua famiglia, al quadretto più o meno idilliaco che questa riesce a presentare, alle doti di cuoca della moglie («mi fa delle frittatine deliziose») e ad altre banalità del genere. Di questa confusione e commistione fra pubblico e privato è testimonianza il ruolo di first lady (sconosciuto nelle democrazie europee) che assume la moglie del Presidente americano, un ruolo non solo pubblico ma politico. Diventa quindi naturale per gli americani sottoporre a sindacato non solo i comportamenti politici dei loro Presidenti ma anche quelli privati, intimi, sessuali. Va da sè che questa confusione fra politica e morale sessuale è puerile, infantile, cretina oltre che ipocrita e bigotta. Il Conte di Cavour era un pervertito (gli piaceva farsi defecare sul petto dalle più nobili ed eleganti dame della Corte reale, altro che i sigari del bambinone Clinton} , ma ciò non toglie che sia stato un grande statista alla cui abilità politica dobbiamo l'unità d'Italia. Giulio Cesare era un bisessuale sfrenato («marito di tutte le mogli, moglie di tutti i mariti») , tanto da essere chiamato sarcasticamente «Lythinica regina» e da essere oggetto di beffarde canzonacce da parte dei suoi soldati («Cesare sottomise le Gallie, Nicomede Cesare»}, ma nessuno ha mai dubitato, nè allora nè oggi, che fosse un grande condottiero, un politico accorto, un formidabile organizzatore, un riformatore di ampio respiro. Ora, Bill Clinton, nonostante tutti gli squittii veltroniani e delle sinistre, italiane e internazionali, non è un grande condottiero, nè uno statista, nè un riformatore dalla vista lunga, è solo, come del resto tutti i Presidenti americani da Eisenhower in poi ed escluso «Nixon boia», un politico molto mediocre. Ma è desolante constatare che gli americani se ne siano accorti solo perché si dilettava, come un qualsiasi capufficio, a farsi smaneggiare dalla sua segretaria.