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Ho partecipato a tutti i “vaffa” di Beppe Grillo fin dalle origini. All’inizio, quando stava passando da comico a politico, Beppe che conosco da una vita, mi chiedeva dei consigli. E io glieli davo tutti sbagliati. C’è una scena allo Smeraldo dove Beppe, con un mazzapicchio, frantuma un televisore. Per buona sorte arrivò Gian Roberto Casaleggio che indirizzò il Movimento verso la moderna tecnologia, in particolare digitale. Ho conosciuto anche Casaleggio, nella misura in cui si poteva conoscere un uomo sostanzialmente molto timido e riservato. Quando lo incontrai la prima volta feci una gaffe che non mi fa onore come giornalista. Casaleggio era appena apparso all’orizzonte e tutti naturalmente lo cercavano. Lo incontrai per un’intervista che doveva farsi nella sede dei 5Stelle, in via Moroni. Mi fu presentato ma io non ne percepì bene il nome. Intanto Casaleggio mi stava facendo una pippa interminabile e io friggevo perché avevo da lavorare. Infine l’intervista non me la fece Casaleggio ma un giovane, Paolo Pecoraro. Io gli chiesi: “Ma è vero che quel tipo coi capelli lunghi in modo insopportabile si chiama Ze Roberto come la mezzala del Bayer Leverkusen?”. Mi rispose: “Ma è Gian Roberto Casaleggio”. Insomma tutti cercavano questo misterioso Casaleggio e io, che l’avevo avuto davanti, non me n’ero accorto. Paolo Pecoraro, un ragazzo di indubbio valore, se ne andò poi dal Movimento o ne fu espulso, perché è quasi una regola dei 5Stelle farsi del male.

Era quella l’epoca dei movimenti sostanzialmente anti partitocratici. Oltre i 5Stelle c’era Micromega, di Paolo Flores D’Arcais, che faceva una battaglia contro le leggi “ad personam” e “ad personas” di Berlusconi. Nel 2002, al Palavobis di Milano, in un’assemblea organizzata da Flores c’eravamo tutti: Marco Travaglio, Dario Fo, Antonio Di Pietro, Sabina Guzzanti, Furio Colombo. Eravamo in quarantamila e centomila nella successiva manifestazione di Piazza Navona a cui assistette anche un preoccupato Massimo D’Alema. Io, che ero capitato lì quasi per caso, improvvisai un discorso di cui riproduco qui una sintesi. In terra di Spagna il Presidente del Consiglio (Berlusconi) aveva affermato che in Italia c’era una guerra civile di cui responsabili erano i magistrati. Ecco la sintesi: “Visto il rispetto che il Presidente del consiglio ha per le leggi e le istituzioni noi siamo autorizzati a metterci alla sua altezza o bassezza, se volete, e avere lo stesso rispetto, o meglio mancanza di rispetto, per le leggi, per lo Stato, per il Presidente del consiglio e per il suo governo. Tanto più che quando il Capo del governo controlla direttamente o indirettamente tutto il sistema televisivo questo Paese non è più un paese democratico, è un regime. Bisogna prenderne atto e trarne le conseguenze. Il procuratore generale di Milano, Borrelli, ha detto che bisogna resistere. No, bisogna fare di più, bisogna reagire. E cioè basta con la buona educazione, con le buone maniere, col buon e civile argomentare, con la logica. Perché questi non rispettano né la logica né i principi. Non si può continuare a battersi con una mano dietro la schiena contro chi non solo le usa tutte e due, ma usa anche un randello… coi furfanti bisogna comportarsi da furfanti. Mi appoggio qui ad un’autorevole personalità, il compagno Sandro Pertini, che diceva: a brigante, brigante e mezzo!”.

Per quella frase il Ministro della Giustizia, Roberto Castelli, leghista, alla trasmissione del sempiterno Vespa, minacciò di arrestarmi. Ma siccome non è compito del Ministro della Giustizia, a meno che non si chiami Nordio, arrestare chicchessia, la cosa finì nel ridicolo.

Fra i Movimenti antipartito va ricordata anche la prima Lega di Umberto Bossi. Nel 2003 nasce anche il mio “Movimento Zero. Manifesto dell’Antimodernità”, in dieci punti che condivido tuttora, riga per riga. Firmato anche da Alain de Benoist e Gianfranco Funari, che ebbe una parte importante nella stagione di “Mani pulite”. Perché in fondo anche “Mani pulite”, senza essere un movimento, cercava di riportare la classe dirigente politica e imprenditoriale al rispetto di quella legge che tutti noi dobbiamo osservare. I protagonisti di Mani pulite furono sostanzialmente quattro: Il pool di Milano, Di Pietro in testa, Gianfranco Funari che metteva, per usare il suo linguaggio, il “Potere in mutande”, io e l’Indipendente, diretto da un Vittorio Feltri molto diverso da quello di oggi, che ora, per farsi un po’ di pubblicità, si è inventato pugile all’altezza di Mike Tyson e Rocky Marciano. Il fatto è che, per chi ha avuto una grande esposizione mediatica, è più arduo affrontare il ‘ viale del tramonto ’, vedi Vittorio Sgarbi.

Dicevo di Paolo Flores. Per un certo periodo lavorò per noi di Pagina, diretto da quel genio misconosciuto di Aldo Canale, bravissimo in tutto, nell’impaginazione (chi abbia voglia e tempo si procuri le edizioni di Pagina in versione settimanale) e, oltre a tutto il resto, grande talent scout. E’ stata Pagina a portare all’onor del mondo monsignor Ernesto Galli della Loggia, un ancora sconosciuto Paolo Mieli, Rosellina Balbi, pescata nel profondo sud. Il nostro ‘ragazzo di bottega’ era il giovanissimo Pigi Battista, bravissimo. Pagina era un giornale lib-lab con venature anarchiche, quelle le portavo io. Canale era inviso ai socialisti per la sua indipendenza. Quindi ci tolsero la poca pubblicità che avevamo (come settimanale vendevamo tredicimila copie, che non sono poche). Fu Bettino Craxi, segretario del Psi, il mascalzone perché ce l’aveva col sindacalista Giorgio Benvenuto, l’unico politico che ci appoggiava, naturalmente senza sborsare quattrini, eravamo un giornale auto gestito, come oggi il Fatto. Craxi pretese la defenestrazione di Canale a favore di Galli della Loggia. Mi ricordo una cena con i nuovi imprenditori, gente peraltro di tutto rispetto, un paio li avevo portati anche io, in cui il gioco era di sparlare di Aldo Canale. Mi alzai e dissi: “Ancora una parola contro Aldo e me ne vado”. A questo punto si fermarono, perché di me avevano bisogno. Diretto da Della Loggia, Pagina durò solo un anno. 

Ho quindi una certa dimestichezza coi Movimenti ed in particolare con quello dei 5Stelle. Quindi credo di poterne parlare a ragion veduta. I 5Stelle di oggi non mi convincono per nulla. Non mi convince innanzitutto il loro attuale Presidente, Giuseppe Conte (mi auguro che Travaglio, che ha scritto ben tre ‘conticidi’, robb de matt, non mi licenzi). Partiamo dal fatto concreto che con Grillo e Casaleggio – un amalgama quasi perfetto perché Grillo era il frontman e Casaleggio colui che aveva una visione, forse anche un po’ troppo ‘visionaria’ – il Movimento era al 33 percento dei consensi, oggi con Conte è al 9,9 percento. Certo dalla rottura fra Grillo e i 5Stelle sono cambiate anche molte cose, ma è evidente che Conte non è stato capace di intercettarle. Quello che sembra mancare all’attuale Movimento è un po’ di passione, quella che portava Alessandro Di Battista, che da giovane era un mio fan, aveva letto quasi tutti i miei libri. Ma, l’anno scorso, durante un pranzo alla Festa del Fatto, dove ero stato aggregato arbitrariamente allo staff del quotidiano, quando dissi a Conte se Alessandro Di Battista poteva avere ancora un ruolo nel Movimento, lui fece un un’espressione di diniego.

Conte è deludente soprattutto sul piano della comunicazione, troppo da avvocato, qual è, troppo razionale, mentre se si fa politica bisogna parlare anche alla pancia dei cittadini. Giorgia Meloni, dirà anche cazzate, ma col suo linguaggio semplice, popolano (quello che permise a Di Pietro di mettere sotto gli azzeccagarbugli col suo linguaggio contadinesco: “che c’azzecca?”) da questo punto di vista lo batte dieci a zero.  Ricordo solo ‘coup de théâtre’ di Conte: quando si alzò in pieno Parlamento e chiese ai deputati e ai senatori di fare lo stesso a favore dei palestinesi e di Gaza. E’ quindi urgente che Di Battista, che tra l’altro collabora anche per il Fatto, la smetta di fare il Che Guevara per meno abbienti e ritorni a far politica. Forse, come afferma Conte, non sarà utile ai 5Stelle, ma lo sarà in generale alla politica, dove ciò che soprattutto oggi manca è proprio la passione.

 

Il Fatto Quotidiano, 2.11.2015

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Si alzano lai sempre più angosciati e ripetuti sulla mancata partecipazione dei cittadini alle elezioni e conseguenti anatemi su chi non è andato a votare, gli astensionisti. In Toscana, dove la partecipazione è sempre stata forte perché conserva un nucleo duro di simpatizzanti del pc oggi pd - i “trinariciuti” come li chiamava Leo Longanesi- ha votato solo il 48% alle Regionali. Ma è solo un esempio. E’ da anni che l’astensionismo è in costante crescita.

Cominciamo col dire che l’articolo 48 della Costituzione definisce il voto un “dovere civico”, non votare non è quindi un obbligo di legge. Io sono libero di votare o di non votare secondo il mio convincimento. Scrive a proposito del voto d’opinione Norberto Bobbio, sulla cui patente democratica non è lecito dubitare: “Oserei dire che l’unica vera opinione è quella di coloro che non votano perché hanno capito, o credono di aver capito che le elezioni sono un rito cui ci si può sottrarre senza danni” (Sudditi, Manifesto contro la Democrazia, pag. 54). Del resto la democrazia in tempi moderni non è mai stata una democrazia. Fa eccezione in antiquo la Grecia di Pericle che comunque copre un periodo relativamente breve di tempo, circa due secoli, e che fu, a differenza dei tiranni, particolarmente bellicista perché voleva imporre la democrazia a tutte le altre polis - c’è qui in nuce quello che ho chiamato “il Vizio oscuro dell’Occidente” -. C’è da notare anche che la decadenza di Atene comincia proprio quando cercò di imporre la sua cultura politica alle altre polis, un monito che vale oggi per tutto l’Occidente e in particolare per gli americani.

In realtà la democrazia attuale non è una democrazia ma una partitocrazia, un’oligarchia, come la chiama pudicamente Sartori, gruppi di potere e di pressione che finiscono per concentrarsi in qualche partito. Nonostante la nostra Costituzione nomini i partiti in un solo articolo (art. 49:” L'articolo 49 della Costituzione italiana stabilisce che tutti i cittadini hanno il diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere a determinare la politica nazionale con metodo democratico.”) ma uscendo da questa loro funzione i partiti hanno finito per occupare tutti gli spazi della vita pubblica e anche privata. Del resto è ovvio. All’affermazione di Bobbio sulla libertà di opinione si contrappone ancor più duramente la scuola ‘elitista’ italiana di fine Ottocento Gaetano Mosca, Alfredo Pareto, Roberto Michels). Scrive Gaetano Mosca ne La classe politica:” Cento che agiscano sempre di concerto e di intesa gli uni con gli altri trionferanno su mille presi uno a uno che non avranno alcun accordo tra di loro”.

I partiti sono in realtà delle cosche mafiose, ne hanno la mentalità, e utilizzano tutti i metodi della mafia ad eccezione, ma non sempre, dell’assassinio (caso Ambrosoli). Insomma vale ancora quello che scrisse, durante il regime fascista, in Vino e Pane Ignazio Silone: “Per vivere un po’ bene, bisogna vendere l’anima. Non c’è altra soluzione”. Altrimenti ci si deve rassegnare a una vita grama.

La situazione non è cambiata, se non in peggio. Paradossalmente durante il Fascismo esisteva ancora una Magistratura indipendente tanto che per i reati politici il Fascismo dovette inventarsi dei “tribunali speciali”. Oggi non è che la Magistratura, nel suo complesso, non sia indipendente, però i singoli magistrati sono divisi in correnti che fanno riferimento, almeno dal punto di vista ideologico, a questo o a quel partito. Ci sono addirittura casi in cui un uomo politico è diventato magistrato per poi tornare a fare il politico (le cosiddette “porte girevoli”). Ora il magistrato, come la moglie di Cesare, non solo deve essere onesto ma deve anche apparire onesto, nella fattispecie non dipendere da nessuna ideologia che si richiami a un partito. Il solo a non militare in nessuna corrente quando era magistrato è stato Antonio Di Pietro, che Allah l’abbia sempre in gloria. Diventerà un politico solo dopo essersi dimesso da Pm. Oggi assistiamo a un attacco frontale nei confronti della Magistratura da parte delle Destre e dei “berluscones” di tutte le risme, e questo si capisce, ma anche se un politico di sinistra viene colto con le mani sul tagliere si comincia a parlare di complotti. Ora è ovvio che le sentenze si possano criticare fino a quella definitiva della Cassazione, ma da qui a parlare ogni volta di ‘complotto’ il passo è troppo lungo. Oggi insomma non c’è rispetto non solo per i singoli magistrati, ma nemmeno per la Magistratura, che insieme all’Esecutivo (il Governo) e al Legislativo (Parlamento) è, nella classica distinzione di Montesquieu, uno dei tre organi fondamentali in uno Stato di diritto. Devo dire che un vero rispetto per la Magistratura lo dimostrarono Giulio Andreotti e Arnaldo Forlani. I quali, a differenza di Berlusconi e di tutti i berluscones della terra si difesero sempre all’interno del processo, non proclamando mai di essere vittime di un qualche complotto. Perché una classe dirigente consapevole d’esser tale non delegittima le Istituzioni, perché sono le sue Istituzioni. Dal mancato rispetto delle Istituzioni germina l’anarchia che favorisce solo coloro che non hanno nulla da perdere, per dirla con Marx, se non le proprie catene (io sono favorevolissimo all’anarchia, ma questo discorso ci porterebbe troppo lontano e non può essere riassunto in un articolo, per quanto lungo).

Insomma non si tratta di avere una tessera di partito, questo solo i poveracci lo fanno, così come non esistono più puttane che esercitino sulla strada. Si tratta di avere un’appartenenza che si rifà a questo o a quel partito.

Ma torniamo a cose dell’oggi. Perché sono in crisi i partiti? Perché hanno perso i contatti con i cittadini. Un tempo esistevano le sezioni del PC, del PSI, le parrocchie e anche centri culturali di tutto rispetto, come la Casa della Cultura di derivazione comunista o il Circolo Carlo Rosselli, socialista. Poi c’erano, sempre a Milano, bar, pub, ristoranti dove potevi incontrare uomini di cultura o musicisti come il Santa Tecla o il Derby, dove arrivavano solo i migliori, Jannacci, Gaber. C’era il Jamaica o il meno noto Oreste, in Piazza Mirabello, dietro il Corriere. E’ da Oreste che ho incontrato Umberto Eco, che, fra una partita di boccette e l’altra, mi regalò quello che per me resta il suo saggio più importante: Fenomenologia di Mike Bongiorno. Perché Eco è grande come sociologo, non come romanziere (Il nome della Rosa, Il pendolo di Foucault) per la solita ragione: il sociologo, ma anche il giornalista, affronta la realtà con lo spirito del cronista, mentre nel romanzo, che gioca sulla fantasia, lo sfumato o addirittura il non detto è più importante del detto. Non ci sono giornalisti che siano stati anche grandi romanzieri. Anche Buzzati che è grande sulla lunghezza del racconto, in Un Amore, dove tenta la via del romanzo, fallisce (Hemingway e Fitzgerald fanno storia a sé che si lega all’importanza delle riviste culturali dei primi del Novecento).

Questa distanza dei politici dai ‘cittadini comuni’ è particolarmente evidente nelle grandi città. Chi a Milano ha mai visto un politico in carne ed ossa? Non li vedi nei cinema, nei bar, a teatro, in piazza. I politici si fanno vedere semmai alla prima della Scala perché è un evento così prestigioso che può essere utile per farsi pubblicità. Per anni, gli anni di Craxi, la Scala è stata un feudo dei socialisti. Proprio non ci potevi entrare se non avevi la tessera o non eri aggregato a quelli della “Milano da bere”. Comunque, lasciando perdere Craxi, nel periodo in cui i sindaci erano socialisti, Aniasi, Tognoli, il ‘cognato’ Pillitteri, per sentir musica dovevi andare ai festival o alle rassegne musicali di Como. Altroché “Milano da bere”.

 

Il Fatto Quotidiano, 29.10.2025

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“Nemmeno l’amore ha fatto impazzire tanti uomini quanti ne sono impazziti scervellandosi sulla natura del denaro” (Wlliam E. Gladstone)

Il denaro inteso come moneta, e non come semplice segno, fa la sua prima apparizione in Lidia fra la fine dell’VIII secolo a.C. e l’inizio del VII. Si presenta cioè in forma fisica, materiale e non metafisica, che è la vera essenza del denaro, anche se, riprendendo da Gladstone, nessuno ha mai capito che cosa sia veramente il denaro.

All’inizio questa moneta è composta di oro misto ad argento (‘la moneta grossa’) per le spese correnti c’è la cosiddetta ‘moneta piccola’, di rame e una piccola percentuale di argento (‘il bilione’). Cioè i possessori d’oro e d’argento, cioè i ricchi tesaurizzano e realizzano in ‘moneta grossa’ ma pagano i lavoratori in ‘moneta piccola’ che serve per le spese correnti, e non può essere tesaurizzata.

Col tempo, attraverso varie trasformazioni, il denaro perde ogni consistenza fisica. Fondamentale in questo percorso è “la lettera di cambio”.

Intorno agli anni Novanta del secolo scorso, prima ancora dell’avvento dei bitcoin, che sono astrazione su astrazioni, perfettamente funzionali quindi al sistema del denaro, compaiono swaps, futures, hedges found e knock-out. Sono opzioni su opzioni su opzioni, scommesse su scommesse su scommesse, speculazioni sulla speculazione delle speculazioni, transazioni su simboli di simboli di simboli, moltiplicazioni di moltiplicatori in un avvitamento all’insù, verso il futuro, che teoricamente non ha limite. Soros, un ebreo di grande intelligenza, si oppose perlomeno ai knock-out capendo benissimo che, questo avvitamento all’insù del mercato finanziario, avrebbe portato inevitabilmente alla fine di quello stesso mercato, cioè al sistema su cui lui, Soros, aveva vissuto e prosperato.

Fatto uno tutto il denaro esistente in qualsiasi forma, beni mobili, immobili, obbligazioni, futures ecc. con cui si possono comprare tutti i beni e i servizi del mondo, che cosa rappresenta il restante 99%? Nulla. O per meglio dire rappresenta la solita scommessa sul futuro che è la stessa essenza del denaro. Il denaro, nella sua estrema essenza, è futuro, rappresentazione del futuro, scommessa sul futuro, rilancio inesausto sul futuro, simulazione del futuro a uso del presente. “Se il futuro non è eterno ma ha una sua finitudine noi, alla velocità cui stiamo andando, proprio grazie al denaro, lo stiamo vertiginosamente accorciando. Stiamo correndo a rotta di collo verso la nostra morte, come specie. Se il futuro è infinito e illimitato lo abbiamo ipotecato fino a regioni temporali così sideralmente lontane da renderlo di fatto inesistente. L’impressione infatti è che, per quanto veloci si vada, anzi proprio in ragione di ciò, questo futuro orgiastico arretri costantemente davanti a noi. Come per chi abbia la pretesa di raggiungere l’orizzonte. O, forse, in un moto circolare, niciano, einsteniano, proprio del denaro, ci sta arrivando alle spalle gravido dell’immenso debito di cui l’abbiamo caricato. Se infine, come noi pensiamo, il futuro è un tempo inesistente, un parto della nostra mente, come lo è il denaro, allora abbiamo puntato la nostra esistenza su qualcosa che non c’è, sul niente, sul Nulla. In qualunque caso questo futuro, reale o immaginario che sia, dilatato a dimensioni mostruose dalla nostra fantasia e dalla nostra follia, un giorno ci ricadrà addosso come drammatico presente. Quel giorno il denaro non ci sarà più. Perché non avremo più futuro. Nemmeno da immaginare. Ce lo saremo divorato”.  (Il denaro “sterco del demonio”)

 

Il Fatto Quotidiano, 25.10.2025