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Mentre la Libia è in pieno caos e il generale tagliagole Khalifa Haftar, armato dal generale altrettanto tagliagole e golpista, l’egiziano Al Sisi, sostenuto a sua volta dagli americani, fa il bello e cattivo tempo seminando centinaia di morti civili, vogliamo ricordare, almeno una volta, almeno di passata, la figura del colonnello Muammar Gheddafi che a sentire le cronache degli ultimi anni sembra non esser nemmeno mai esistito mentre quel Paese lo ha governato per più di quarant’anni?

Muammar Gheddafi nasce nel 1942 in un villaggio poco lontano da Sirte da una modesta famiglia di fede musulmana che appartiene a una ancor più modesta tribù, Quadhadhfa. Studia nella scuola coranica di Sirte, si iscrive all’Accademia militare di Bengasi e, dopo un breve periodo di studio in Gran Bretagna, diventa capitano.

Il colpo di Stato del 1967 contro re Idris, organizzato da una dozzina di alti ufficiali, fra cui c’è Gheddafi, che si ispirano al panarabismo di Nasser, è originato dal fatto che Idris come il suo pittoresco collega Faruk, re dell’Egitto, è un fantoccio nelle mani dei francesi e degli americani. Inoltre di tutto si occupano tranne che dei popoli che dovrebbero governare. Le cronache di quei tempi ricordano Faruk perennemente a Montecarlo a giocare a poker (una volta sparò una cifra enorme, non si sa se in bluff o no, uno dei giocatori andò a vedere, Faruk sostenne che aveva in mano un poker d’assi senza far vedere le carte e al giocatore rispose arrogantemente: “Parola di Re”). Tutti costoro, Idris, qualche anno prima Faruk, più tardi lo Scià di Persia, non avevano capito che il tempo del colonialismo, almeno di quello classico, era finito.

Fra i commilitoni che organizzarono il colpo di Stato contro re Idris emerse subito la figura di Muammar Gheddafi che allora aveva 27 anni. Aveva carisma, era un gran bel ragazzo, cosa che non guasta mai, ma soprattutto era molto più colto dei suoi compagni. Aveva un'ideologia precisa anche se forse un po’ utopica: cercare fra capitalismo e comunismo una ‘terza via’, che non sposasse né l’uno né l’altro, insomma una via socialista che esprimerà compiutamente nel suo ‘Libro Verde’, pubblicato nel 1975, sei anni dopo la rivoluzione. Si è molto ironizzato in Occidente su questo ‘Libro’ scritto personalmente da Gheddafi e non da un suo tirapiedi. Ma se ve lo procurate e lo leggete vi accorgerete che Muammar Gheddafi era tutt’altro che privo di spessore, politico e anche umano.

Gheddafi fu un sanguinario? Certamente fu un dittatore, certamente pose gravi limiti alla libertà d’espressione, certamente usò la mano pesante contro gli oppositori facendoli incarcerare e a volte, secondo una relazione di Amnesty International, torturare. Ma questo è niente rispetto a quello che hanno fatto i suoi omologhi contemporanei e i civilissimi e democraticissimi americani a Guantanamo. Forse la più grave responsabilità attribuibile a Gheddafi è l’attentato di Lockerbie dove morirono 270 persone. Gheddafi ha sempre negato la sua responsabilità diretta in quell’attentato che era una risposta al bombardamento a tappeto degli americani nel 1986 in Libia con la precisa intenzione di ucciderlo. Del resto in un paio di altre occasioni gli americani o i francesi, non si sa, tentarono di farlo fuori mentre era in volo nel Mediterraneo e in entrambi i casi fu salvato da Bettino Craxi che lo fece preavvertire dai nostri servizi di intelligence.

Nelson Mandela aspramente criticato dagli americani per una sua visita a Gheddafi dichiarò: “Coloro che ieri erano gli amici dei nostri nemici, ora hanno la sfacciataggine di propormi di non visitare il mio fratello Gheddafi, ci consigliano di mostrarci ingrati e di dimenticare i nostri amici di ieri…Ho tre amici nel mondo, e sono Yasser Arafat, Muammar Gheddafi e Fidel Castro”. Con tutto il rispetto per Amnesty io mi rifiuto di pensare che un uomo del valore e del livello etico di Nelson Mandela fosse amico fraterno di un assassino.

Per anni Gheddafi si rifiutò di consegnare i due libici sospettati di essere gli autori materiali della strage di Lockerbie. Ma nel 1999 cambiò atteggiamento e mise i due a disposizione delle autorità scozzesi (uno fu condannato, l’altro assolto). Da quel momento i rapporti con la comunità internazionale e in particolare con gli Stati Uniti si normalizzarono. La Libia uscì dal novero degli “Stati canaglia” cui era aggregata insieme alla Corea del Nord e al solito Iran, di cui, per quel che mi riguarda, non ho mai capito le colpe. Inoltre nei suoi ultimi anni Gheddafi, che sostanzialmente era un laico, prese decisamente posizione contro il nascente terrorismo islamico, arrivando a porre una taglia sulla testa di Osama bin Laden.

Semmai il giovane Gheddafi aveva avuto pruriti terroristici, gli erano passati. Era un rispettato membro dell’Onu. E nel 2009 fece alle Nazioni Unite un discorso, in termini assolutamente laici, che probabilmente ne decreterà la fine. Mise in discussione l’Onu, il Consiglio di Sicurezza in cui cinque Paesi hanno diritto di veto e “hanno il potere di decidere le sorti di una nazione sovrana a seconda dei loro interessi”, mise sotto accusa le multinazionali farmaceutiche che prima creano i virus e poi i medicinali per combatterlo, chiese un seggio permanente per l’Africa. Ed è solo una parte, del tutto condivisibile, di quel discorso.

Non c’era quindi alcuna legittimità internazionale per aggredire la Libia di Gheddafi nel 2011. E ancor meno c’erano ragioni sostanziali, con un Paese che intratteneva normalissimi rapporti commerciali con tutti gli altri, in particolare l’Italia e la Francia. Ma è stata proprio la Francia, con l’aiuto dei sempre presenti Usa, ad attaccare Gheddafi, e poi a linciarlo nel modo che abbiamo visto, solo per soffiarci il ruolo commerciale privilegiato che avevamo col Paese del Colonnello. Oggi in Libia l’Isis sguazza, tanto che gli scafisti, cui a questo punto, vista la situazione, dovrebbe essere dato un Nobel umanitario, devono pagare una taglia ai guerriglieri di Al Baghdadi per fare i loro sporchi traffici. E quindi quando va in fiamme Notre Dame de Paris non piango lacrime di coccodrillo. Oltretutto mi è sempre sembrata orrenda, lontana da quello slancio verso l’alto del gotico, che è uno slancio spirituale che è sempre mancato ai cartesiani francesi.

Massimo Fini

Il Fatto Quotidiano, 26 aprile 2019

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Venerdì ho partecipato al Congresso di Psichiatria Sociale organizzato a Mezzana, Mendrisio, Confederazione Elvetica. Ho sempre detestato la Svizzera dove dicevo “c’è una deplorevole mancanza di polvere”. Quando vi arrivavo dalla Germania la attraversavo a tutta velocità facendomi un punto d’onore di non fermarmi nemmeno per un caffè. All’epoca in cui andavo molto spesso a giocare a Campione, insieme a Diego, il mio ‘compagno di merende’, e all’alba guardavamo al di là del lago, le cui acque a quell’ora si increspano leggermente, le luci di Lugano, mai una volta che ci sia venuta la curiosità di farci una capatina. In seguito mi è capitato di essere fidanzato con una giovane donna italiana che lavorava alla RSI (Radio Svizzera Italiana) che viveva a Lugano. Dopo le cinque e mezza del pomeriggio Lugano è deserta, di una desolazione che ho visto solo a Welkom, nel Free State sudafricano, dove in uno splendido pomeriggio di sole vidi in tutta la cittadina solo un nero, seduto su una panchina, solitario e silenzioso come solo i neri sanno essere (“la dignità solitaria del negro” la chiama Malaparte). Cosa facciano gli svizzeri, o quantomeno i luganesi, dopo le cinque e mezza non l’ho mai capito. Quel che so è che si alzano prestissimo e vanno a correre nei boschi sulle colline sopra la città. Quel nitore e quel silenzio mi davano così fastidio che mi rifugiavo in un bar di slavi per cercarvi un po’ di vita.

Eppure Lugano –come tutta la Svizzera- è una città assai curiosa, provinciale (ha solo 60 mila abitanti) e nello stesso tempo internazionale. In libreria trovi libri in italiano, ma anche in inglese, in francese, in tedesco. In città, per ragioni fiscali ma non solo, hanno la residenza americani, inglesi, francesi, tedeschi. Le Televisioni sono quattro, italiana, francese, tedesca, romanza. All’epoca in cui la bazzicavo sugli schermi italiani, nei talk, furoreggiavano il canaio inconcludente degli Sgarbi, la ‘tv del dolore’ di Costanzo, insomma il solito immondezzaio. Un confronto impietoso con i contenuti e il rigore delle trasmissioni svizzere, dove il conduttore non fa il protagonista, non è un domatore, non se la dà da opinion maker, né viene preso per tale, si limita a dirigere il traffico come faceva il vecchio, caro Jader Jacobelli quando conduceva l’antica Tribuna Politica in un’Italia meno imbarbarita. Mi ricordo di aver partecipato nel 2003, quando era in corso la guerra all’Iraq, a una trasmissione della Tv ticinese dedicata all’argomento, in cui erano presenti un iracheno, un rappresentante del consolato Usa, un iraniano (a quelle della Radio non mi invitavano, per ‘conflitto di interessi’, perché ero fidanzato con una che vi lavorava). Intervenne Gad Lerner. Poi il conduttore mi diede la parola e Lerner, secondo il malcostume italico, mi interruppe quasi subito. Gli dissi: “Guarda Gad che qui non siamo in Italia, siamo in Svizzera” e Lerner si zittì.

Per questo Congresso di Psichiatria Sociale mi trovavo quindi nel ‘mendrisiotto’, il buco del culo del mondo. Organizzazione perfetta. Ma questa non è una novità in un Paese in cui quando mettono un senso unico ti avvisano una settimana prima e ti indicano anche i percorsi alternativi partendo da casa tua. Meno scontato il livello degli specialisti tutti di prim’ordine, svizzeri, italo-svizzeri, italiani: psichiatri, etnopsichiatri, psicologi, psicoanalisti. Ancor meno scontato lo spessore degli interventi. Tanto che ho chiesto al giovane e simpatico Presidente, Amos Miozzari, se mi avevano chiamato come relatore o come un soggetto da studiare. Si è messo a ridere: “Non volevamo un convegno solo per addetti ai lavori, infermieri compresi. Volevamo qualche osservatore da fuori, che potesse aiutarci a chiarirci le idee. Prima di lei interverrà un filosofo, Salvatore Natoli”.

Particolarmente interessante l’intervento dello psicologo Raffaele Mattei che si occupa degli adolescenti nei casi più disperati (alcol, droga). Segue la linea basagliana che non bisogna “istituzionalizzare il malato” e non rinchiuderlo in centri di assistenza che qui chiamano foyer. Ma a differenza di Basaglia i suoi interventi sono molto concreti. Non bisogna giudicare il malato ma responsabilizzarlo. Gli si assegna un monolocale, il cui affitto è pagato dallo Stato, ma deve essere il ragazzo a cercarselo. Così se si presenta a una sciura svizzera, tutto tatuato, con piercing, casco in testa, probabilmente verrà respinto. Il ragazzo deve scegliere se cambiare atteggiamento o ritornare a fare l’elastico fra i vari foyer. In tal modo ha collocato in questi appartamenti singoli 36 adolescenti.

L’etnopsichiatra Piero Coppo che ha vissuto per molti anni in Mali e altri Paesi dell’Africa Nera ha chiarito come tutte le nostre teorie psicoanalitiche non hanno nessun senso né tantomeno efficacia presso popoli che hanno un’altra storia, un’altra cultura, altre tradizioni, una diversissima mentalità. Ha confermato tra l’altro quello che io sostengo da tempo e cioè che la depressione non esiste negli strati bassi di quelle popolazioni nere, vale a dire la stragrande maggioranza delle persone che vivono in quei Paesi che noi consideriamo sottosviluppati e arretrati. E’ una malattia della civiltà. I medici neri, gli sciamani, distinguono in “follia fredda” e “follia bollente”. E considerano più pericolosa la prima. La “follia bollente” è come un incendio impetuoso che, bruciando tutto ciò che gli sta attorno, alla fine si acquieta e si spegne. La “follia fredda” è più insidiosa perché non ha manifestazioni clamorose, abita dentro di noi senza che ce ne accorgiamo. Nel mio discorso ho sostenuto che in Occidente siamo tutti, o quasi, ammalati di “follia fredda”. Perché è il nostro modello di sviluppo a essere ammalante: conquistato un obbiettivo bisogna inseguirne subito un altro poi un altro ancora, senza mai poter raggiungere uno stato di equilibrio, di armonia, di pace.

Che gli svizzeri, ticinesi compresi, che pur parlano la nostra stessa lingua e sono divisi da noi da confini tracciati col righello o da fiumiciattoli come il Tresa, non siano dei campioni di calore umano non è una leggenda. E’ l’altra faccia del loro rigore. Negli anni Novanta un giorno un italiano imbracciò il kalashnikov e fece fuori sei svizzeri ticinesi col sotterraneo giubilo della consistente comunità italiana che vive o lavora da quelle parti. In dieci anni non era riuscito a farsi un’amicizia fra i ticinesi doc. Al Congresso di Mendrisio ho trovato simpatia, cordialità e una cortesia vera non quella dei torinesi “falsi e cortesi”. Ma un po’ di ‘svizzerume’ gli è rimasta addosso. Io, come tutti i polemisti, sono timido e per farmi coraggio prima di un intervento pubblico ho bisogno di bere un bicchiere di vino. Ma lì non passava, i commessi schierati a difesa del lunch non ne volevano sapere. Il dottor Paolo Cicale ha fatto il diavolo a quattro per procurarsi una bottiglia di rosso. Mentre, un po’ stupito, lo guardavo armeggiare col cavatappi mi ha detto, strizzandomi l’occhio: “Sa, io vivo in Svizzera, sono svizzero, ma resto pur sempre un italiano”.

Massimo Fini

Il Fatto Quotidiano, 21 aprile 2019

 

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Sul Fatto del 15.4 Antonello Caporale fa un divertente elenco dei transfughi di Forza Italia che lasciano ‘in articulo mortis’ Silvio Berlusconi cercando un approdo più o meno sicuro nella Lega o dalla Meloni. Fra i più noti ci sono Elisabetta Gardini, Denis Verdini, Vittorio Sgarbi, Paolo Bonaiuti, seguiti da una serqua di consiglieri regionali, comunali e altri che hanno incarichi di rilievo in quel partito. Caporale nota che fra coloro che hanno disertato e che si vergognano un po’ di questo voltafaccia, l’ipocrita formula di rito è: “Lascio Forza Italia dopo una lunga e dolorosa riflessione”.

Una menzione speciale fra questi voltagabbana meritano Bonaiuti e Sgarbi. Quando lavoravo al Giorno negli anni 80, e Silvio Berlusconi non era ancora apparso sulla scena politica, il collega Bonaiuti era più a sinistra di Satanasso e io, per lui, naturalmente un “fascista”. Sotto le elezioni del 1996 la direttrice di Annabella mi chiese di fare un’intervista al Cavaliere. Gli accordi erano che avrei mandato delle domande scritte all’Ufficio stampa di Roma e poi mi sarei incontrato ad Arcore con Berlusconi. “Telefona al capo dell’Ufficio stampa”. Telefonai. Dall’altro capo del filo mi rispose proprio Paolo Bonaiuti. Ne rimasi un po’ stupito. “Ah, sei tu?” dissi un po’ sorpreso non avendo ancora percepito –siamo ancora all’inizio dell’esperienza berlusconiana- la slavina di trasformisti, di sinistra e di estrema sinistra, che in seguito sarebbe diventata una vera e propria valanga, che si stava attaccando alla giacca del Cavaliere. L’intervista poi non si fece perché Bonaiuti farfugliò su alcune domande che potevano mettere in imbarazzo il Cavaliere. Ma non fu questo che mi colpì, mi colpì l’assoluta disinvoltura di Bonaiuti che nemmeno con me, che conoscevo i suoi precedenti, si vergognava un po’.

Comico è il pretesto preso da Vittorio Sgarbi per filarsela. Del resto in anni lontani Patrizia Brenner allora sua fidanzata e che lo conosceva bene mi aveva preavvertito: “Guarda che se Berlusconi dovesse vacillare di Vittorio si vedrà solo la polvere della sua fuga”. Qual è il pretesto preso da Sgarbi? Lo “schiaffo di Sutri” (parafrasando lo storico “schiaffo di Anagni”, noblesse oblige): aver disertato “per ben due volte” la cerimonia di intitolazione di un giardino alla madre dello stesso Berlusconi. Di Sutri Sgarbi, che come politico non ha mai combinato assolutamente nulla, è sindaco per meriti berlusconiani: l’aver attaccato per vent’anni, dalle tv del Biscione, nei modi più violenti e giuridicamente sgrammaticati, per star bassi, la Magistratura. Sutri è una cittadina di 6.000 abitanti. Come si può pretendere che un uomo di 83 anni, malato, che entra ed esce dagli ospedali, che ha ancora importanti impegni politici si sobbarchi un viaggio a Sutri per non offendere la ‘delicatezza’ di Sgarbi?

I transfughi di oggi devono tutto a Silvio Berlusconi, onori, improbabili carriere, quattrini. A me fanno più ribrezzo di Berlusconi che nella sua più che ventennale avventura politica ha messo la propria enorme energia, gli altri sono solo dei parassiti che gli hanno succhiato il sangue.

Sia chiaro che io non cambio una virgola di ciò che penso di Berlusconi, che proprio in questi giorni mi ha querelato per una dozzina di articoli che ho scritto su di lui, querela che se dovesse andare a buon fine mi ridurrebbe sul lastrico e forse al gabbio. Cosa, quest’ultima, che non mi dispiacerebbe poi tanto perché in un Paese dove Berlusconi è a piede libero il solo posto decente per una persona normalmente perbene è la galera. Ma i topi che lasciano la nave che affonda mi danno ancora più disgusto. Sto dalla parte di Alessandro Sallusti che da direttore del Giornale difende l’ultima ridotta berlusconiana, come i guerriglieri dell’Isis si sono difesi a Baghuz. Coraggio Alessandro, se si deve cadere, è molto più nobile e coraggioso cadere in piedi.

Massimo Fini

Il Fatto Quotidiano,18 aprile 2019