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Ho fatto, come tanti altri, la seconda dose del vaccino. AstraZeneca. Rispetto alla prima volta c’era molta meno gente, non so se è perché AstraZeneca ha provveduto a farne fuori un bel po’ o, più probabilmente, perché molti, impauriti da questo vaccino dalla fama un poco sinistra, han preferito rimandare il tutto a dopo l’estate (“per adesso mi godo le vacanze, al vaccino ci penserò dopo”) per la disperazione del generale dalle mille battaglie mai combattute.

“Come ti senti?” mi chiede, premurosa, un’amica. Certamente stavo meglio prima, rispondo, tetro, utilizzando il gergo del calcio quando prendi una botta dolorosa ma che non ti impedisce di continuare a giocare. Io questa cosa per cui una persona sana deve inocularsi una malattia per prevenirne una più grave non riesco proprio a digerirla. Le cose, una volta cacciata Aria del minus habens Caparini e affidato il servizio a Poste Italiane, si sono svolte alla Fabbrica del Vapore con la consueta umanità da parte del personale e in modo ultraveloce, “u creddu ben” non c’era quasi nessuno. Poi ci sono i corollari di rito. Devi stare, con altri morituri più o meno della tua età ma anche oltre, quindici minuti in attesa dello shock anafilattico che ponga termine finalmente alla partita. Perché quindici minuti e non sedici o ventiquattro o mezz’ora? E chi lo sa? La Scienza – almeno questo il Covid avrebbe dovuto insegnarcelo – non è una scienza esatta, e non lo è nemmeno la matematica come ingenuamente crediamo fin da bambini perché così ci viene insegnato. Nulla è esatto nell’umano, perché ognuno è fatto a modo suo. Così adesso, come tutti gli altri, avrò l’ansia di aspettare quattordici giorni in attesa del trombo-amico. E anche qui perché poi quattordici giorni e non, poniamo, ventotto? E chi mi dice che il vaccino, avendo alterato l’equilibrio naturale del mio corpo, fra un anno o due invece di un infarto secco e liberatorio non mi appioppi appunto il trombo e mi condanni alla sedia a rotelle per il resto dei miei giorni?

Più si va avanti e questa vicenda del Covid19-lockdown-vaccini meno mi convince. Il genere umano, fra le specie animali più stupide del Creato, s’è fatto spaventare dall’estensione dell’epidemia che chiamiamo, proprio per ciò, pandemia. Ma questo era inevitabile. È evidente che se tu crei un mondo integrato, uno starnuto in Cina ci mette pochissimo ad arrivare a Codogno. Qualche anno fa uno che aveva già capito le cose affermò: “Uno sbatter d’ali di farfalle in Giappone può provocare un terremoto in Italia”.

Quindi la novità, che molto ci ha preoccupato, è l’estensione del morbo, non la sua letalità. Nel mondo, ad oggi, per Covid19, o sue derivazioni, sono morte quattro milioni di persone. Quattro milioni su una popolazione mondiale di più di sette miliardi, comprendendo in questo calcolo anche aree del globo come l’Africa Subsahariana dove nessuna profilassi è stata fatta perché hanno altre malattie, ben più micidiali del Covid, cui pensare, per esempio la malaria, e alle quali ci apprestiamo a regalare generosamente gli scarti dei nostri vaccini, fa una percentuale di 0,057. Dice: ma il virus è esponenziale. Vero. Raddoppiamo la percentuale, quadruplichiamola, siamo generosi (“venghino, venghino, signori”), decuplichiamola. Fa 0,57. Per questo, per altro ipotetico, 0,57, per due anni abbiamo fermato il mondo. Per salvare chi poi? Settuagenari, ottuagenari, nonagenari perché c’è gente che ha l’impudenza, e oserei direi, l’impudicizia, di vivere fino a questa età mettendo in crisi figli già ultrasessantenni e a loro volta con problemi di salute – in una società ammorbante come la nostra pochissimi sono sani – che devono dividersi fra i propri problemi di salute, le incombenze professionali e l’amor figliale, ma sarebbe meglio dire per i nonni, i bisnonni e i trisnonni. Vecchi che hanno, quasi sempre, due o tre patologie pregresse e che a breve sarebbero morti comunque per un colpo di freddo o semplicemente perché la vita, prima o poi, ha un termine.

C’è un’altra considerazione da fare. Il virus è un parassita. Anche lui, pur non essendo umano, può sbagliare e dimostrarsi troppo aggressivo e quindi uccidere il suo ospite e con esso uccidere sé stesso. Quindi ha due possibilità. Una è svignarsela dai vaccini mutandosi. È quello che sta facendo adesso con la variante Delta, per cui gli inglesi che si erano molto vantati delle loro vaccinazioni adesso non possono neanche venire a vedere una partita a Roma. L’altra, più intelligente, è di diventare meno aggressivo col suo ospite. In questo caso il Covid19 si trasformerebbe in una normale influenza senza che ci sia bisogno ogni anno di fare quattro vaccinazioni (due, diciamo così, normali e due richiami) con tutto lo stress che ciò comporta e che secondo me per la salute è molto più pericoloso del Covid.

Il Fatto Quotidiano, 9 luglio 2021

 

Più dormo e più mi sento stanco.

Più mi sento stanco e meno dormo. (m.f.)

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“È evidente che la gente è poco seria quando parla di sinistra o destra… Ma cos'è la destra, cos'è la sinistra. Fare il bagno nella vasca è di destra, far la doccia invece è di sinistra. Un pacchetto di Marlboro è di destra,
di contrabbando è di sinistra. Ma cos'è la destra, cos'è la sinistra… Se la cioccolata svizzera è di destra la Nutella è ancora di sinistra… Il pensiero liberale è di destra, ora è buono anche per la sinistra… È il continuare ad affermare un pensiero e il suo perché con la scusa di un contrasto che non c'è. Ma cos'è la destra, cos'è la sinistra. Destra, sinistra. Destra, sinistra. Destra, sinistra. Destra, sinistra. Basta!”.

(Destra Sinistra, Giorgio Gaber).

La canzone è del 1994. Gaber si rendeva conto, ma la questione era nata molto prima, che destra e sinistra erano due categorie che non esistevano più e che dividersi su esse era lasciato a dettagli inconsistenti se non ridicoli.

Destra e sinistra sono due ideologie nate con l’Illuminismo che cercò di razionalizzare quel grande evento epocale nato in Inghilterra a metà del XVIII secolo, la Rivoluzione industriale, che ha cambiato radicalmente le nostre vite e che a sua volta è preceduta dalla rivoluzione scientifica e, in modo più profondo, dall’avvento del mercante come forte e rispettata classe sociale, mentre fino ad allora il mercate occupava l’ultimo gradino nella gerarchia dei valori.

Destra e sinistra hanno quindi un’origine comune e molti tratti in comune. Sono entrambe positiviste, progressiste, ottimiste, moderniste, economiciste, entrambe hanno il mito del lavoro (per Marx è “l’essenza del valore”, per i liberisti è esattamente quel fattore che, combinandosi col capitale, dà il famoso “plusvalore”), sono industrialismi che pensano che l’industria e la tecnica creeranno una tale cornucopia di beni da dare la felicità a tutti (Marx) o, più realisticamente per i liberisti, al maggior numero di uomini. Fin qui ciò che hanno in comune. Divergono profondamente, invece, sul modo di produrre e soprattutto di distribuire la ricchezza.

Per semplificare le cose è lo scontro in atto dalla metà del XVIII secolo fra capitalismo e, al suo estremo opposto, il comunismo nelle sue varie declinazioni. Io vedo capitalismo e marxismo come due arcate di un ponte che per secoli si sono sostenute a vicenda. Ma il crollo del marxismo prelude, rifacendoci all’immagine del ponte, a quello del capitalismo per la mancanza di opposizione e di limiti. Come scrivo ne Il Ribelle dalla A alla Z: “Se il comunismo è vittima del suo insuccesso, il capitalismo lo è del suo successo”. Ma per ora il capitalismo è pienamente in sella. Tutto il mondo oggi è organizzato secondo il libero mercato, che è l’essenza stessa del capitalismo. Anche paesi totalitari, come ad esempio la Cina, sono a libero mercato sia all’interno che all’esterno. E dove c’è il libero mercato non ci può essere comunismo o fascismo se non nella loro forma più deteriore che è quella della dittatura e della cancellazione di ogni libertà civile.

Anche la ricerca della famosa “terza via”, cioè di una composizione fra liberismo e diritti civili, su cui le sinistre storiche si sono divise mille volte, non ha dato risultato, perché dove c’è libero mercato non ci può essere quell’uguaglianza che è forse l’obiettivo principale del pensiero di Marx.

Per la verità una soluzione, almeno teorica, ci sarebbe e si chiama socialismo, che cerca di coniugare una ragionevole uguaglianza sociale con i diritti civili. Ma quel che resta del socialismo è combattuto in tutto il mondo dal capitalismo occidentale imperante e viene bollato come dittatura anche quando dittatura non è, come nel caso del socialismo bolivariano preso in mano in Venezuela da Chávez e poi da Maduro, o da Lula in Brasile, fatto fuori con un pretesto risibile (è chiaro che Bolsonaro è molto più funzionale) o la Serbia di Milosevic che aveva il gravissimo torto di essere rimasto l’ultimo paese socialcomunista d’Europa.

Destra e sinistra, cioè le ideologie, hanno avuto anche, per molto tempo, un’importante funzione psicologica. Hanno sostituito laicamente il vuoto lasciato dalla “morte di Dio” e più in generale del sacro, che l’Illuminismo, come ha scritto benissimo Nietzsche, aveva consumato. Ma a due secoli e mezzo di distanza possiamo dire, con amarezza, che questa utopia bifronte ha fallito. Oggi l’uomo è stato spossessato di se stesso dall’Economia, il cui tono non è più nemmeno industriale ma finanziario, dalla Tecnologia, dalla Scienza, idoli cui bisogna sacrificare senza obiezioni. Siamo tutti omologati. Destra e sinistra, categorie di cui non si può negare l’importanza storica, oggi son divenute obsolete perché non sono in grado di intercettare le esigenze più profonde dell’uomo contemporaneo, occidentale, che, al di là delle apparenze, non sono economiche ma esistenziali. Vale il distico di Gaber “la passione, l'ossessione della tua diversità, dove è andata non si sa”.

Il Fatto Quotidiano, 6 luglio 2021

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Il destino degli Europei e dell’Italia, non solo calcistica, è legato a una caviglia. Quella di De Bruyne, il fortissimo centrocampista della Nazionale belga. Che De Bruyne fosse un fuoriclasse lo si sapeva, ma che sia assolutamente determinante per il Belgio, che con lui è una squadra e senza di lui un’altra squadra, se n’è avuta dimostrazione per due volte proprio in questa fase iniziale degli Europei. La prima volta quando il Belgio giocava con la Danimarca. I danesi stavano vincendo 1-0. De Bruyne era in panchina. Veniva da uno spaventoso incidente rimediato solo venti giorni prima nella finale di Champions: rottura del setto nasale e dell’arcata sopracciliare. L’allenatore Martinez lo teneva in panca per averlo a disposizione nelle partite decisive se il Belgio avesse superato il turno. Ma con quell’1-0 a sfavore il passaggio non era più così sicuro. Allora ha mandato in campo De Bruyne senza poter sapere quali fossero le sue condizioni. Un assist, un gol, 2-1 e partita chiusa.

Domenica si giocava Portogallo-Belgio. Il Portogallo è da sempre una squadra tignosa, ti irretisce con una serie infinita di passaggi e non ti fa giocare. Ma De Bruyne, che ha un ruolo fondamentale, dietro gli attaccanti, di raccordo con gli altri centrocampisti ma anche con la difesa, è uno che fa girare bene l’intera squadra. 1-0 per il Belgio. Si era verso la fine del primo tempo. C’è stato uno scontro fra il portoghese Palhinha e De Bruyne. Palhinha s’è rialzato, De Bruyne anche, ma zoppicava vistosamente. All’inizio del secondo tempo Martinez ha rimandato in campo De Bruyne. Ma dopo cinque minuti, facendogli un cenno da una parte all’altra del campo, De Bruyne ha fatto segno al suo allenatore che non ce la faceva a giocare. La partita, che il Belgio aveva governato con facilità, è cambiata di colpo. I portoghesi si sono lanciati all’attacco, i belgi non riuscivano più a superare la metà campo. Il Belgio si è salvato a stento grazie ai suoi difensori e in particolare a Vermaelen ripescato a 34 anni.

Da domenica sono passati cinque giorni. Sono stati sufficienti a De Bruyne per recuperare? Non si sa. Se gioca in buone condizioni l’Italia non ha speranza, se non gioca l’Italia passa e può vincere gli Europei.

Le partite degli Europei hanno un interesse che va oltre il gioco, che è sociale perché danno il carattere di una nazione. Mentre negli incontri fra le squadre di club sono mischiati francesi, italiani, olandesi, belgi, brasiliani, agli Europei in campo ci sono la Francia, l’Italia, la Germania, l’Inghilterra, il Belgio, la Svizzera. Lunedì si giocava Francia-Svizzera, con i francesi favoritissimi. Io ho puntato sulla Svizzera, contando proprio sulla notoria boria dei francesi. Boria che, fuori dal calcio, non ha nessuna ragion d’essere, soprattutto in campo militare dove le han sempre prese, a Sedan dai tedeschi, nella Prima guerra mondiale salvati dagli inglesi, nella Seconda, dove la famosa “linea Maginot” è stata aggirata dai tedeschi e dopo due settimane Hitler passeggiava sugli Champs Elysees. Ma al momento dell’incontro con la Svizzera erano i campioni del mondo, erano la squadra più forte ed erano francesi. Ma è stato proprio l’esser francesi che li ha fregati. Sono entrati in campo con troppa sicumera. Ma al 19° del primo tempo è successo un miracolo, anzi un doppio miracolo. Il primo è che la Svizzera ha segnato. Il secondo è come ha segnato. Dai tempi di Chapuisat la Svizzera non ha un centravanti. Ci mette per disperazione Seferovic, che è uno che sa giocare ma la porta non la vede proprio mai. Invece su un cross Seferovic, appoggiandosi al centrale francese, è salito in cielo inviando il pallone nell’angolo. Un gol alla Lewandowski che nessuno si sarebbe mai aspettato da lui. Nel secondo tempo il modesto Zuber è stato fermato in area di rigore con un fallo dubbio. Mentre l’insopportabile Var valutava la situazione, io mi auguravo che il calcio di rigore non fosse concesso alla Svizzera perché se lo avesse sbagliato si sarebbe invertita l’inerzia della partita. Come puntualmente è avvenuto. La psicologia è fondamentale nel calcio. Dopo 180 secondi la Francia, ringalluzzita dallo scampato pericolo, con i grandi giocatori che ha, era già 2-1. Che dopo poco è diventato 3-1. Svizzera spacciata. Ma l’allenatore della Svizzera Petkovic ha mandato in campo di tutto, terzini trasformati in attaccanti, uomini di classe sostituiti da gente fisica e gli svizzerotti ce l’hanno messa proprio tutta. Ha segnato ancora Seferovic, cui il primo gol aveva dato la sensazione di essere anche lui un centravanti, e poi Gavranovic. 3-3. A questo punto, sempre per una questione psicologica, era la Francia a essere spacciata. Sei campione del mondo, vincevi 3-1, e sei ai supplementari con la Svizzera. L’inerzia era tutta dalla parte elvetica. Nei supplementari non ci sono stati gol. Si è andati ai rigori. E a questo punto, per le stesse ragioni, la Francia era superspacciata. E qui Deschamps ha commesso l’ennesimo errore. Ha affidato il rigore decisivo a Mbappé, uno dei suoi fuoriclasse, o considerato tale, che aveva giocato male, che ha 22 anni e s’è fatto sopraffare dall’emozione e dal portiere svizzero Sommer che è piccolo ma ha grandissimi riflessi. Del resto Mbappé non mi ha mai convinto, nemmeno quando è diventato campione del mondo con la Francia. È uno a cui piace irridere gli avversari. E, storicamente, giocatori del genere non vanno mai troppo avanti. Così era anche Ronaldo agli inizi. Finché un giorno van Nistelrooij, che ci giocava insieme nel Manchester United ed era già una stella, stufo di passare sempre la palla a Cristiano quando lo vedeva meglio piazzato e di non riceverla mai, gli diede un cazzotto in faccia. Una lezione salutare. Da allora Cristiano ha cambiato atteggiamento ed è diventato Cristiano Ronaldo.

Dicevo che le Nazionali esprimono il carattere e lo spirito di un Paese. Noi italiani, fatte le debite eccezioni, siamo antisportivi e sleali. Lo abbiamo dimostrato nell’ultima guerra mondiale quando abbiamo tradito l’alleato passando dalla parte dei vincitori. Con quell’alleato non bisognava allearsi ma abbandonarlo in una lotta per la vita o per la morte è una cosa ripugnante. L’abbiamo dimostrato in Afghanistan dove abbiamo tradito gli alleati facendo patti con i Talebani. Lo abbiamo dimostrato adesso nella vicenda De Bruyne. Quando il centrocampista belga s’è fatto male, tutta l’equipe di Sky, a cominciare dall’insopportabile Caressa, ne ha gioito. Solo il simpatico Billy Costacurta, che è stato un grande giocatore e ha conservato il senso della lealtà sportiva, ha detto: “Beh, adesso non esageriamo, non mettiamoci a gufare”. Inoltre da parecchi giorni il nostro premier sta cercando, molto sportivamente, di spostare la finale degli Europei da Londra a Roma con la scusa della variante Delta e la speranza che l’Italia abbia un ulteriore vantaggio per vincere il torneo.

Stasera la partita Italia-Belgio, con o senza De Bruyne, ci dirà molte verità sul nostro calcio, su noi stessi e sul nostro futuro.

Il Fatto Quotidiano, 2 luglio 2021