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“I più pericolosi terroristi del mondo sono i gloriosi United States of America” scrivevo sul Fatto del 5 marzo del 2019 (Altro che Isis, i terroristi più pericolosi sono gli americani) ribadendo un concetto già espresso altre volte. L’assassinio, con un drone, di Soleimani, leader dei pasdaran, numero tre della gerarchia iraniana dopo Ali Khamenei e Rouhani, avvenuto in Iraq violando quindi anche la sovranità di quel Paese, ne è l’ennesima conferma. Un atto terrorista in piena regola. Il governo degli Stati Uniti lo motiva sostenendo che Soleimani stava preparando attentati contro siti di “interesse americano”. Un processo alle intenzioni in linea con la teoria Bush della “guerra preventiva” che abbiamo visto dove ci ha portato. Teoria a cui in questo caso mancavano anche le premesse perché nel recente aggravarsi della tensione fra Stati Uniti e Iran, non certo voluta dagli iraniani, i pasdaran non avevano messo in atto gravi provocazioni, il che è un dato di fatto, confermato tra l’altro, dal generale Mini che ha dichiarato al nostro giornale: “Sono anni che Teheran non mette a segno attentati o azioni eclatanti contro gli Usa”. Al contrario erano stati gli Stati Uniti a dare inizio alla bagarre con un raid contro una base di un gruppo filo-iraniano in Iraq, uccidendo 25 miliziani, fatto che è all’origine  dell’assalto, due giorni dopo, alla protettissima ambasciata americana a Baghdad. L’assassinio di Soleimani è un fatto inaudito nella storia recente, e forse anche meno recente, nel rapporto fra Stati perché, come ha scritto Pino Arlacchi sul Fatto, introduce “l’assassinio politico palese, e al massimo livello, come strumento accettabile delle relazioni internazionali, anche di quelle ostili”. Anche i senatori democratici Bernie Sanders ed Elizabeth Warren hanno definito il blitz Usa “un assassinio” e non credo lo abbiano fatto solo per propaganda elettorale. E la speaker della Camera Nancy Pelosi ha affermato che Trump non può dichiarare guerre a suo piacimento senza una preventiva autorizzazione del Congresso. E’ un Presidente, non un dittatore. E’ stato eletto democraticamente, ma il metodo democratico non garantisce nulla sulla qualità degli eletti, a qualsiasi livello. Scrive Tocqueville in La democrazia in America: “Quando voi entrate nell’aula dei rappresentanti a Washington, restate colpiti dall’aspetto volgare di questa grande assemblea”. Non voglio dire che tutte le leadership dei Paesi democratici occidentali corrispondano alla descrizione di Tocqueville. Angela Merkel e le premier dei Paesi scandinavi sono qui a smentirlo. Ma Donald Trump è di quello stampo, a cominciare dalla volgarità e da una qualsiasi coerenza nella sua politica. Il decidere, dopo aver tentennato, il raid di venerdì fra una buca e l’altra di un campo da golf dove stava giocando può essere emblematico. Forse lo ha deciso perché ha centrato una buca altrimenti avrebbe soprasseduto.

Il Segretario di Stato Mike Pompeo (per il quale bisognerebbe rispolverare Lombroso) ha avuto la sfrontatezza di rimproverare gli alleati europei per non aver plaudito al crimine.

Le conseguenze. 1. Il Parlamento iracheno ha votato una risoluzione per l’espulsione di tutti i contingenti stranieri dall’Iraq. Questi contingenti erano stati chiamati in Iraq dal governo di Baghdad per sconfiggere l’Isis. Una richiesta d’aiuto molto pelosa che ricorda parecchio da vicino quelle fatte all’Unione Sovietica dopo la rivolta ungherese del 1956 e quella cecoslovacca del 1968 per aiutare i governi “amici”. 2. Ricompattamento, se ce ne fosse stato bisogno, fra Iran e la popolazione sciita dell’Iraq che rappresenta i due terzi di quel Paese. 3. Indebolimento in Iran della fazione più moderata e progressista, che fa capo a Rouhani, a favore dell’ala più radicale. Anche qui l’intero Iran si ricompatta perché a prevalere oggi c’è un solo sentimento che unisce tutto il Paese: l’odio antiamericano. 4. Una delle poche cose buone fatte da Obama, insieme a Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna e Germania (il noto “5 più uno”) era l’accordo sul nucleare iraniano. Trump, pur di sminuire il suo predecessore, prima è uscito formalmente dall’accordo e adesso lo ha sostanzialmente distrutto con l’assassinio di Soleimani. Il governo iraniano ha affermato che non ha più nessun obbligo di rispettare quell’accordo e che imboccherà la strada della fabbricazione dell’Atomica, anche se, per il momento, probabilmente nel tentativo di non inimicarsi anche gli altri firmatari, continua ad accettare le ispezioni dell’AIEA. Il possesso di un’Atomica come deterrente diventa una necessità di fronte alle minacce di Trump (“non esiteremo a reagire anche in modo sproporzionato”) come dimostra anche l’atteggiamento molto più soft del governo americano nei confronti del dittatore nordcoreano Kim Jong-un, che un paio di bombette atomiche le possiede. Lo stesso motivo indurrà molti altri Paesi, anche quelli che hanno firmato il Trattato di non proliferazione, a comportarsi di conseguenza. E con un mondo pieno di Atomiche una guerra nucleare, fra vari Stati in conflitto fra di loro, non sembrerà più così remota.

Si è sottolineata da molti l’irrilevanza dell’Europa, per non dire dell’Italia, sui vari scenari di guerra. Ma l’Europa non può nulla perché non possiede una forza militare adeguata. Visto che un diritto internazionale non esiste più, che l’Onu non conta più nulla perché è da più di vent’anni, dalla guerra alla Serbia del 1999, che gli americani agiscono contro la sua volontà, anche la Germania democratica dovrebbe avere la possibilità di dotarsi di quest’Arma. Nell’attuale situazione non è pensabile che oltre a Stati Uniti, Russia e Cina, l’Atomica ce l’abbiano Pakistan, India, Sudafrica, Israele, Arabia Saudita e non il più importante, e centrale, Paese europeo. Bisognerebbe anche che i Paesi europei che fanno parte della Nato denunciassero questa alleanza preistorica e ne uscissero, perché la Nato altro non è che un organismo al servizio degli americani. “Vasto programma” avrebbe detto De Gaulle.  Ma un’Europa politicamente unita, armata e nucleare, con una politica estera comune e il ridimensionamento degli Stati nazionali, è assolutamente necessaria se non vuole soccombere, senza difesa, davanti ai grandi potentati, Stati Uniti, Russia, Cina, India, più la finanza internazionale.

Tutta la politica più recente degli Stati Uniti è anti europea. Per un diktat americano i Paesi europei, a cominciare dall’Italia che con Teheran ha buoni rapporti, non possono avere commerci con l’Iran. Gli Stati Uniti hanno anche decretato sanzioni contro le imprese, fra cui quelle italiane, che partecipano al gasdotto Nord Stream 2 che dovrebbe portare appunto il gas dalla Russia all’Europa e che è particolarmente importante per l’Italia che su questo fronte energetico è molto debole.

Gli Stati Uniti si comportano come se fossero ancora i padroni del mondo. Ma non lo sono più. Il Novecento è stato il “secolo americano”. Il dopo Duemila apparterà ad altri.

Massimo Fini

Il Fatto Quotidiano, 9 gennaio 2019

 

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Il Natale, col suo contorno di Feste insopportabili, ha però il pregio  di togliere di mezzo almeno per una decina di giorni il pallone (fino a un certo punto, perché c’è pur sempre il calciomercato).

Con Giancarlo Padovan, che è del mestiere, abbiamo scritto un libro: Storia reazionaria del calcio. I cambiamenti della società vissuti attraverso il mondo del pallone. E’ un libro in cui si parla, e molto, di calcio, ma non è un libro sul calcio. Abbiamo preso il calcio come uno degli specchi della società. Quali sono i Demoni del mondo di oggi? L’Economia e la Tecnologia. Ebbene Economia e Tecnologia, sia separatamente, sia strettamente intrecciate fra loro, stanno via via svuotando il calcio di quei contenuti  identitari, comunitari, rituali, simbolici, mitici che per più di un secolo hanno fatto la fortuna di questo gioco. I più importanti sono i motivi identitari e comunitari. Come si fa a identificarsi in una squadra che gioca con dieci o undici stranieri, con giocatori che cambiano società ogni anno e anche all’interno dello stesso Campionato con tanti saluti alla regolarità della competizione, con presidenti  americani o cinesi? E se gioca in trasferta  la squadra lascia la maglia tradizionale negli spogliatoi per indossarne un’altra in funzione degli sponsor.  Non esistono più i giocatori simbolo, i Rivera, i Mazzola, i Riva, i Bulgarelli, gli Antognoni (l’ultimo portabandiera di questo calcio d’antan  è stato Totti). La tv si è impadronita del calcio, inteso più come spettacolo che come sport, spodestando il calcio da stadio cioè il vero calcio che dal 1982 ha perso più del 40 percento degli spettatori . Chiunque mastichi calcio sa che differenza c’è, innanzitutto emotiva ma anche tecnica, fra vedere una partita sul campo e vederla in tv, tra una chiacchierata e l’altra, un’incursione nel frigo, una risposta al cellulare. Il calcio è un rito, una Messa laica che, come tale, vuole una concentrazione assoluta .

Una volta, ma qui parliamo di molto tempo fa, a parte gli stronzi in tribuna d’onore, non c’era la divisione  sugli spalti a seconda dello status sociale. L’operaio si poteva trovare a fianco del piccolo o medio imprenditore. Era la funzione comunitaria, interclassista, di quello che, insieme al ciclismo, era il grande sport nazional popolare.

Come se non bastasse è stato introdotto il Var. Tre arbitri nei sotterranei  dello stadio, vestiti grottescamente in tenuta di gioco , rivedono sui monitor l’operato dell’arbitro in campo perché sia esclusa ogni possibilità di errore (l’arbitro è diventato in pratica un impiegato, un impiegato della Tecnica, come siam tutti). E’ l’illusione, tutta moderna, di poter controllare tutto ed eliminare l’errore. Ma questa possibilità non si dà in natura. Il film Rashomon di Akira Kurosawa ci da in questo senso una lezione. Nella prima scena si vede una coppia, un samurai con la moglie, che in una foresta viene assalita da dei banditi. Lei viene stuprata, lui ucciso. Ci sono poi anche altri che hanno assistito al delitto. Al processo vengono ascoltate le varie testimonianze, compresa, via medium, quella dell’ucciso. Ad ogni testimonianza Kurosawa fa rivedere la scena iniziale senza cambiare un solo fotogramma. E tutte appaiono verosimili. Del resto la stessa fisica moderna ha ammesso che non esistano verità oggettive, ma che tutto dipende dal punto di vista dell’osservatore. E Nietzsche, da par suo: “Non esiste la realtà, ma solo le sue rappresentazioni”.

Ma la cosa veramente insopportabile del Var è che se la tua squadra segna un gol non puoi esultare. Fermi tutti, c’è il Var. Si crea una sorta di assemblea fra arbitro in campo, guardialinee, quelli del Var, il quarto uomo, che può durare anche quattro o cinque minuti. Solo quando l’arbitro, dopo le varie consultazioni,  indica il cerchio del centrocampo, il che vuol dire che è gol, o il punto da cui deve essere battuto il presunto fuori gioco, ci si può abbandonare alla gioia o alla disperazione. Ma la situazione è surreale perché in quel momento in campo non sta succedendo nulla. Inoltre la partita è come un racconto, non può essere interrotta per qualcosa che non ha nulla a che vedere con ciò che in quel momento sta succedendo sul campo. E’ come inserire un piccolo saggio, perfetto, perfettissimo, fra due terzine di Dante. Si perde tutta la poesia.

Il cinque gennaio ricomincia la rumba. Le partite, sempre per esigenze televisive ed economiche, vengono spalmate su tutto l’arco della settimana. Il venerdì l’anticipo di B, il sabato la B e due anticipi di A, la domenica  a mezzogiorno altra partita, alle tre del pomeriggio si giocano quelle meno interessanti, alle 18.30 una gara di medio valore, alle 20.45 il clou della giornata, il lunedì c’è il posticipo di A, il martedì e il mercoledì la Champions, il giovedì quella competizione comica che è l’Europa League. E così il cerchio si chiude. Una overdose che potrebbe stroncare un vampiro per eccesso di sangue.

Il Fatto Quotidiano, 4 gennaio 2020

 

 

Come abbiamo scritto altre volte, i veri terroristi internazionali sono gli americani. Altro che Isis.

m.f.

 

 

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Le manifestazioni popolari che hanno portato alle dimissioni del primo ministro Abdul Mahdi, filo iraniano come tutti i suoi predecessori del dopo Saddam, e l’attacco dei giorni scorsi delle milizie irachene filoiraniane presenti in Iraq (ce ne sono 63) all’ambasciata americana a Bagdad sembrano appartenere, all’apparenza, ad ambiti diversi. Le prime sono le classiche manifestazioni sociali contro il caro vita, la mancanza di lavoro, la corruzione della classe dirigente, che sono presenti attualmente in molti altri paesi del mondo per quel fenomeno che Matteo Salvini ha chiamato, intelligentemente, “la rivolta del popolo contro le élite”. Queste manifestazioni sono ipoteticamente favorevoli agli Stati Uniti, perché, dopo le dimissioni di Mahdi, potrebbero portare al governo di Bagdad un premier meno legato all’Iran e più sotto il controllo americano. L’attacco all’ambasciata americana appartiene invece allo storico filone khomeinista che vuole una sola cosa: che gli occupanti occidentali, ci siamo anche noi con 1000 uomini, se ne vadano dal Paese. Sono ricomparse le antiche parole d’ordine “morte all’America, morte agli ‘ingilis’, no all’America” e bandiere inneggianti agli Hezbollah storici nemici di Israele e quindi del suo grande protettore americano. Khazali , leader della milizia sciita irachena Assaib Ahl al-Haq, ha dichiarato ad Al Jazeera: “Gli americani non sono i benvenuti in Iraq. Sono una fonte di male e vogliamo che se ne vadano”. Insomma un’atmosfera che non si respirava dai tempi della fatwa di Khomeini contro Salman Rushdie e che io stesso ho potuto vedere di persona perché in quei giorni mi trovavo a Teheran.

Eppure un filo rosso unisce le proteste sociali contro il governo di Bagdad e il risorgere in Iraq dell’antiamericanismo combattente. Ma per capire, o almeno cercare di capire, questa intricatissima situazione bisogna fare alcuni passi indietro. Durante la guerra, iniziata nel 1980, Iraq-Iran, nel 1985 le truppe iraniane, peggio armate ma meglio motivate rispetto al più tecnologico esercito di Saddam, erano inaspettatamente davanti a Bassora e stavano per prenderla. La presa di Bassora avrebbe comportato la caduta immediata di Saddam Hussein, l’unione dell’Iraq sciita all’Iran, perché si tratta della stessa gente dal punto di vista antropologico, culturale, religioso, e la formazione di uno Stato curdo ai confini della Turchia a quell’epoca alleato privilegiato degli Stati Uniti. A questo punto intervennero gli americani per motivi “umanitari” naturalmente (“non si può permettere alle orde iraniane di entrare a Bassora”). In realtà l’intervento americano era ovviamente in funzione anti Iran, il nemico storico, ma anche anti curdo a protezione della Turchia a quell’epoca loro grande alleato. Così americani, sovietici, via Germania Est, e francesi fornirono a Saddam le famose “armi di distruzione di massa” che il dittatore iracheno usò disinvoltamente contro i curdi (5000 civili curdi “gasati” in un sol colpo nella cittadina di Halabja) e contro i soldati iraniani. Nel 1989 Khomeini dovette bere “l’amaro calice” e accettare la pace. Tutto ritornava come prima.

Nel 2003, in una delle più sciagurate guerre dei Bush, abbandonando ed eliminando Saddam Hussein, ritenuto non più presentabile, gli americani invasero e occuparono l’Iraq dove sono attualmente presenti con 5000 uomini, fra soldati regolari e contractor. Adesso, dopo l’attacco all’ambasciata, Trump si ripromette di portare in Iraq altri 750 uomini a protezione del governo iracheno contro i combattenti filoiraniani, attribuisce all’Iran non solo l’ispirazione dell’attacco all’ambasciata a Bagdad ma anche altri interventi nella regione “contro gli interessi americani”, e minaccia sanguinose ritorsioni, non più solo economiche ma militari. La guida suprema iraniana Ali Khamenei gli ha risposto così: “gli americani dovrebbero ragionare di più. Non si rendono conto che le loro occupazioni, in Iraq come in Afghanistan, li stanno rendendo odiosi al mondo intero”. Ma dovrebbero ragionare di più anche rivedendo la lunga storia della loro guerra infinita all’Iran. Non si sono resi conto che con la guerra del 2003, eliminando Saddam Hussein, sunnita e sostanzialmente laico, hanno consegnato l’Iraq sciita agli iraniani che si sono presi senza dover sparare un solo colpo di fucile quello che si sarebbero conquistati legittimamente nel 1985 prendendo Bassora.

Il prossimo premier iracheno dovrebbe essere Moqtada Al Sadr che ha vinto le ultime elezioni. Chi è Moqtada? Moqtada Al Sadr nel 2004 fu il primo a creare una potente milizia contro gli occupanti americani. Ed è forse il più importante, certamente il più prestigioso, dei personaggi politici iracheni che detestano, come tutti gli iracheni, l’America. E così si arriva al paradosso che gli americani, con l’invio di nuove forze in realtà proteggono il loro principale nemico politico e militare in Iraq.

Il Fatto Quotidiano, 3 gennaio 2020