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Il Natale, col suo contorno di Feste insopportabili, ha però il pregio  di togliere di mezzo almeno per una decina di giorni il pallone (fino a un certo punto, perché c’è pur sempre il calciomercato).

Con Giancarlo Padovan, che è del mestiere, abbiamo scritto un libro: Storia reazionaria del calcio. I cambiamenti della società vissuti attraverso il mondo del pallone. E’ un libro in cui si parla, e molto, di calcio, ma non è un libro sul calcio. Abbiamo preso il calcio come uno degli specchi della società. Quali sono i Demoni del mondo di oggi? L’Economia e la Tecnologia. Ebbene Economia e Tecnologia, sia separatamente, sia strettamente intrecciate fra loro, stanno via via svuotando il calcio di quei contenuti  identitari, comunitari, rituali, simbolici, mitici che per più di un secolo hanno fatto la fortuna di questo gioco. I più importanti sono i motivi identitari e comunitari. Come si fa a identificarsi in una squadra che gioca con dieci o undici stranieri, con giocatori che cambiano società ogni anno e anche all’interno dello stesso Campionato con tanti saluti alla regolarità della competizione, con presidenti  americani o cinesi? E se gioca in trasferta  la squadra lascia la maglia tradizionale negli spogliatoi per indossarne un’altra in funzione degli sponsor.  Non esistono più i giocatori simbolo, i Rivera, i Mazzola, i Riva, i Bulgarelli, gli Antognoni (l’ultimo portabandiera di questo calcio d’antan  è stato Totti). La tv si è impadronita del calcio, inteso più come spettacolo che come sport, spodestando il calcio da stadio cioè il vero calcio che dal 1982 ha perso più del 40 percento degli spettatori . Chiunque mastichi calcio sa che differenza c’è, innanzitutto emotiva ma anche tecnica, fra vedere una partita sul campo e vederla in tv, tra una chiacchierata e l’altra, un’incursione nel frigo, una risposta al cellulare. Il calcio è un rito, una Messa laica che, come tale, vuole una concentrazione assoluta .

Una volta, ma qui parliamo di molto tempo fa, a parte gli stronzi in tribuna d’onore, non c’era la divisione  sugli spalti a seconda dello status sociale. L’operaio si poteva trovare a fianco del piccolo o medio imprenditore. Era la funzione comunitaria, interclassista, di quello che, insieme al ciclismo, era il grande sport nazional popolare.

Come se non bastasse è stato introdotto il Var. Tre arbitri nei sotterranei  dello stadio, vestiti grottescamente in tenuta di gioco , rivedono sui monitor l’operato dell’arbitro in campo perché sia esclusa ogni possibilità di errore (l’arbitro è diventato in pratica un impiegato, un impiegato della Tecnica, come siam tutti). E’ l’illusione, tutta moderna, di poter controllare tutto ed eliminare l’errore. Ma questa possibilità non si dà in natura. Il film Rashomon di Akira Kurosawa ci da in questo senso una lezione. Nella prima scena si vede una coppia, un samurai con la moglie, che in una foresta viene assalita da dei banditi. Lei viene stuprata, lui ucciso. Ci sono poi anche altri che hanno assistito al delitto. Al processo vengono ascoltate le varie testimonianze, compresa, via medium, quella dell’ucciso. Ad ogni testimonianza Kurosawa fa rivedere la scena iniziale senza cambiare un solo fotogramma. E tutte appaiono verosimili. Del resto la stessa fisica moderna ha ammesso che non esistano verità oggettive, ma che tutto dipende dal punto di vista dell’osservatore. E Nietzsche, da par suo: “Non esiste la realtà, ma solo le sue rappresentazioni”.

Ma la cosa veramente insopportabile del Var è che se la tua squadra segna un gol non puoi esultare. Fermi tutti, c’è il Var. Si crea una sorta di assemblea fra arbitro in campo, guardialinee, quelli del Var, il quarto uomo, che può durare anche quattro o cinque minuti. Solo quando l’arbitro, dopo le varie consultazioni,  indica il cerchio del centrocampo, il che vuol dire che è gol, o il punto da cui deve essere battuto il presunto fuori gioco, ci si può abbandonare alla gioia o alla disperazione. Ma la situazione è surreale perché in quel momento in campo non sta succedendo nulla. Inoltre la partita è come un racconto, non può essere interrotta per qualcosa che non ha nulla a che vedere con ciò che in quel momento sta succedendo sul campo. E’ come inserire un piccolo saggio, perfetto, perfettissimo, fra due terzine di Dante. Si perde tutta la poesia.

Il cinque gennaio ricomincia la rumba. Le partite, sempre per esigenze televisive ed economiche, vengono spalmate su tutto l’arco della settimana. Il venerdì l’anticipo di B, il sabato la B e due anticipi di A, la domenica  a mezzogiorno altra partita, alle tre del pomeriggio si giocano quelle meno interessanti, alle 18.30 una gara di medio valore, alle 20.45 il clou della giornata, il lunedì c’è il posticipo di A, il martedì e il mercoledì la Champions, il giovedì quella competizione comica che è l’Europa League. E così il cerchio si chiude. Una overdose che potrebbe stroncare un vampiro per eccesso di sangue.

Il Fatto Quotidiano, 4 gennaio 2020

 

 

Come abbiamo scritto altre volte, i veri terroristi internazionali sono gli americani. Altro che Isis.

m.f.

 

 

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Le manifestazioni popolari che hanno portato alle dimissioni del primo ministro Abdul Mahdi, filo iraniano come tutti i suoi predecessori del dopo Saddam, e l’attacco dei giorni scorsi delle milizie irachene filoiraniane presenti in Iraq (ce ne sono 63) all’ambasciata americana a Bagdad sembrano appartenere, all’apparenza, ad ambiti diversi. Le prime sono le classiche manifestazioni sociali contro il caro vita, la mancanza di lavoro, la corruzione della classe dirigente, che sono presenti attualmente in molti altri paesi del mondo per quel fenomeno che Matteo Salvini ha chiamato, intelligentemente, “la rivolta del popolo contro le élite”. Queste manifestazioni sono ipoteticamente favorevoli agli Stati Uniti, perché, dopo le dimissioni di Mahdi, potrebbero portare al governo di Bagdad un premier meno legato all’Iran e più sotto il controllo americano. L’attacco all’ambasciata americana appartiene invece allo storico filone khomeinista che vuole una sola cosa: che gli occupanti occidentali, ci siamo anche noi con 1000 uomini, se ne vadano dal Paese. Sono ricomparse le antiche parole d’ordine “morte all’America, morte agli ‘ingilis’, no all’America” e bandiere inneggianti agli Hezbollah storici nemici di Israele e quindi del suo grande protettore americano. Khazali , leader della milizia sciita irachena Assaib Ahl al-Haq, ha dichiarato ad Al Jazeera: “Gli americani non sono i benvenuti in Iraq. Sono una fonte di male e vogliamo che se ne vadano”. Insomma un’atmosfera che non si respirava dai tempi della fatwa di Khomeini contro Salman Rushdie e che io stesso ho potuto vedere di persona perché in quei giorni mi trovavo a Teheran.

Eppure un filo rosso unisce le proteste sociali contro il governo di Bagdad e il risorgere in Iraq dell’antiamericanismo combattente. Ma per capire, o almeno cercare di capire, questa intricatissima situazione bisogna fare alcuni passi indietro. Durante la guerra, iniziata nel 1980, Iraq-Iran, nel 1985 le truppe iraniane, peggio armate ma meglio motivate rispetto al più tecnologico esercito di Saddam, erano inaspettatamente davanti a Bassora e stavano per prenderla. La presa di Bassora avrebbe comportato la caduta immediata di Saddam Hussein, l’unione dell’Iraq sciita all’Iran, perché si tratta della stessa gente dal punto di vista antropologico, culturale, religioso, e la formazione di uno Stato curdo ai confini della Turchia a quell’epoca alleato privilegiato degli Stati Uniti. A questo punto intervennero gli americani per motivi “umanitari” naturalmente (“non si può permettere alle orde iraniane di entrare a Bassora”). In realtà l’intervento americano era ovviamente in funzione anti Iran, il nemico storico, ma anche anti curdo a protezione della Turchia a quell’epoca loro grande alleato. Così americani, sovietici, via Germania Est, e francesi fornirono a Saddam le famose “armi di distruzione di massa” che il dittatore iracheno usò disinvoltamente contro i curdi (5000 civili curdi “gasati” in un sol colpo nella cittadina di Halabja) e contro i soldati iraniani. Nel 1989 Khomeini dovette bere “l’amaro calice” e accettare la pace. Tutto ritornava come prima.

Nel 2003, in una delle più sciagurate guerre dei Bush, abbandonando ed eliminando Saddam Hussein, ritenuto non più presentabile, gli americani invasero e occuparono l’Iraq dove sono attualmente presenti con 5000 uomini, fra soldati regolari e contractor. Adesso, dopo l’attacco all’ambasciata, Trump si ripromette di portare in Iraq altri 750 uomini a protezione del governo iracheno contro i combattenti filoiraniani, attribuisce all’Iran non solo l’ispirazione dell’attacco all’ambasciata a Bagdad ma anche altri interventi nella regione “contro gli interessi americani”, e minaccia sanguinose ritorsioni, non più solo economiche ma militari. La guida suprema iraniana Ali Khamenei gli ha risposto così: “gli americani dovrebbero ragionare di più. Non si rendono conto che le loro occupazioni, in Iraq come in Afghanistan, li stanno rendendo odiosi al mondo intero”. Ma dovrebbero ragionare di più anche rivedendo la lunga storia della loro guerra infinita all’Iran. Non si sono resi conto che con la guerra del 2003, eliminando Saddam Hussein, sunnita e sostanzialmente laico, hanno consegnato l’Iraq sciita agli iraniani che si sono presi senza dover sparare un solo colpo di fucile quello che si sarebbero conquistati legittimamente nel 1985 prendendo Bassora.

Il prossimo premier iracheno dovrebbe essere Moqtada Al Sadr che ha vinto le ultime elezioni. Chi è Moqtada? Moqtada Al Sadr nel 2004 fu il primo a creare una potente milizia contro gli occupanti americani. Ed è forse il più importante, certamente il più prestigioso, dei personaggi politici iracheni che detestano, come tutti gli iracheni, l’America. E così si arriva al paradosso che gli americani, con l’invio di nuove forze in realtà proteggono il loro principale nemico politico e militare in Iraq.

Il Fatto Quotidiano, 3 gennaio 2020

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 L’anno sta finendo. E’ il momento dei résumé. C’è una grande confusione sotto i cieli. In Libia si contrappongono, per interposta persona, cioè sulla pelle dei libici, la Turchia schierata a favore dell’inconsistente governo di al Serraj, in teoria legittimato dall’ONU, e l’Egitto che opera attraverso il generale tagliagole Haftar che ne è una propaggine. Su questo scacchiere sono presenti anche 800 contractor russi, cioè mercenari, che portano il nome vagamente sinistro di Wagner, sinistro perché, a torto o ragione, il grande musicista tedesco è considerato un precursore del nazismo. Evidentemente i russi, come gli americani, non sono più disposti a rischiare direttamente la propria pelle. Ma dovrebbero studiarsi un po’ di storia. L’Impero romano, che con i suoi formidabili legionari e la sua logistica aveva conquistato tutto il mondo conosciuto, crollò quando i Romani, divenuti molto simili a quelli di oggi, non ne vollero più sapere di combattere, affidando la propria difesa a mercenari germanici, Visigoti, Ostrogoti, Vandali, che per qualche tempo cancellarono Roma dalla faccia della Storia (la popolazione di Roma si ridusse a 37.000 abitanti).

In Siria la Turchia, con l’appoggio russo,  stermina i curdi che sarebbero i soli legittimati ad abitare quella regione che non a caso si chiama Kurdistan. Per la Turchia i curdi sono una storica spina nel fianco perché in Turchia vivono 15 milioni di curdi e il timore, anzi il terrore, dell’ex Stato ottomano è che si uniscano alle enclave curde in Siria, in Iraq e in Iran. Quindi Erdogan e i suoi predecessori hanno risolto la questione in modo molto semplice dando ai curdi la patente di terroristi (Ocalan insegna). In quanto agli americani sono lì, a supporto della Turchia e della Siria di Assad, col pretesto di combattere l’Isis. Ma come l’Isis non doveva essere stato spazzato via dalla faccia della terra dopo la presa di Raqqa e Mosul? Invece i guerriglieri del Califfato fondato da Al Baghdadi sono ancora presenti in Medio Oriente e soprattutto altrove. E’ dei giorni scorsi il devastante attacco a Mogadiscio (più di 70 morti e altrettanti feriti) da parte degli Shabaab che al Califfato hanno giurato fedeltà. In Yemen l’Iran e l’Arabia Saudita, appoggiata dagli americani, si combattono mietendo un numero incalcolabile di vittime locali, incalcolabile perché, come in Afghanistan, non è stato mai calcolato.

L’Europa disunita, e al suo interno l’Italia, non è presente in nessuno di questi scacchieri, non fa che predicare impossibili soluzioni diplomatiche, anche per la Libia che è di nostro stretto interesse, per quanto sia del tutto evidente che ciò che conta è solo la forza militare.

Ma questo caos, che fa rimpiangere i tempi della guerra fredda, non è, al di là di tutte le apparenze, la questione principale almeno per i paesi occidentali o occidentalizzati. Il vero dittatore del mondo è il mercato (“il più freddo di tutti i mostri” per parafrasare ancora una volta Nietzsche) o per essere più precisi “i mercati”. Ogni mattina che accendiamo la tv non sentiamo parlare che dei “mercati” e delle loro inderogabili esigenze. Con queste entità metafisiche noi ci dialoghiamo: “i mercati ci chiedono”, “il progetto non è piaciuto ai mercati“, “sembra che la proposta abbia avuto l’approvazione dei mercati”. Ma mentre un dittatore o un autocrate può essere sempre abbattuto con il nostro fucilino a tappo, contro i “mercati” non c’è nulla da fare. Sono un’entità metafisica che non si sa dove stia, un nuovo Dio che vive in un suo empireo irraggiungibile, tirargli contro è come sparare al vento quel “vento che tutto sa” come canta Alessandro Mannarino. Insomma siamo ancora e sempre a quella concretissima astrazione che si chiama denaro, che determina le vite di noi tutti, di cui abbiamo parlato riprendendo Lutero in Denaro. “Sterco del demonio” che viene da almeno due secoli e mezzo fa e che ha dato il via, insieme ad altri fattori, alla civiltà moderna, quella che stiamo vivendo. Parlarne qui ci porterebbe troppo lontano. Leggete.

Il Fatto Quotidiano, 31 dicembre 2019