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Su Repubblica del 3.10 ho letto, per la prima volta in Italia, un esauriente reportage su Afghanistan firmato da Giampaolo Cadalanu (mi spiace per Marco ma delle buone cose le fanno anche loro soprattutto da quando alla direzione c’è Carlo Verdelli). Il reportage si divide in due parti: un’analisi dell’inviato del Guardian Jason Burke e un’intervista a uno dei più importanti comandanti talebani Qadir Hekmat. Burke, che resta ovviamente filoccidentale,  afferma: “Gli attacchi dell’11 settembre si fecero all’insaputa dei leader talebani dell’epoca”. Questo io lo scrissi fin dai primi giorni e l’ho riportato poi nel mio libro Il Mullah Omar del 2011, di cui alcune ‘anime belle’, una giornalista di Libero e una deputata pdl, noti campioni della libertà d’informazione, chiesero il sequestro.

Il comandante talebano Qadir sostiene in sostanza che il governo del Mullah Omar non impediva alle donne di studiare. Un uomo di parte si dirà. Però sarebbe bastato leggere all’epoca i documenti ufficiali del governo talebano per rendersi conto che Qadir dice la verità. E’ scritto infatti in un decreto del novembre 1996: “Nel caso che sia necessario che le donne escano di casa per scopi di istruzione, esigenze sociali o servizi sociali devono coprirsi concordemente alle norme della Sharia islamica”. Spiega Qadir a Cadalanu: “Mi dica, in Italia una donna può girare nuda senza violare la legge? Non credo, sarebbe subito arrestata. Ecco, quelle sono le vostre regole, la nostra è la Sharia, e prevede che le donne portino l’hijab” (non il burqa, come in Occidente si è sostenuto fino all’estenuazione). E aggiunge: “L’emirato aveva grandi progetti dedicati alle donne, ma non ha fatto in tempo a svilupparli. Non è vero che siamo contrari all’istruzione femminile, basta che le scuole siano separate da quelle maschili. Nelle zone controllate da noi, le ragazze vanno a scuola regolarmente”. L’emirato aveva grandi progetti dedicati alle donne, ma non ha fatto in tempo a svilupparli. Questo stupirà e scandalizzerà tutti quelli che per diciotto anni si sono bevuti la propaganda occidentale. La verità è che i Talebani, ai tempi del governo del Mullah Omar, non poterono sviluppare il loro programma sull’istruzione femminile perché impegnati in una lotta logorante da Massud che non accettava di esserne stato sconfitto. Avevano quindi altre priorità. E si può capirli.

I Talebani non solo non sono legati all’Isis ma lo combattono dal 2015 quando gli uomini di Al Baghdadi hanno cominciato a penetrare in Afghanistan. Qualcuno ricorderà, forse, la ‘lettera aperta’ del 2015, che noi soli abbiamo pubblicato sul Fatto, di Omar ad Al Baghdadi in cui gli intimava di non entrare in Afghanistan. Questa lotta all’Isis sta nei fatti e non avrebbe nemmeno bisogno di chiarimenti. Comunque, se proprio si vuole, la si ricava anche incrociando le dichiarazioni del giornalista del Guardian e del comandante talebano. Dice Burke: “I Talebani non hanno mai cercato di espandere i confini dell’Afghanistan…non permetterebbero a nessun gruppo o individuo di usare l’Afghanistan come trampolino di lancio per degli attacchi internazionali”. Insomma non hanno nulla a che fare col terrorismo internazionale come si è sempre sostenuto e si continua a sostenere non solo sui media italiani ma su tutti i media occidentali.

I Talebani hanno sempre concentrato i loro attacchi su obbiettivi militari e politici cercando di risparmiare il più possibile i civili per la semplice ragione che è proprio sull’appoggio di buona parte della popolazione che hanno potuto sostenere una resistenza che dura da diciotto anni. Dice Qadir: “Noi non attacchiamo mai obiettivi civili, matrimoni, funerali. Americani e Isis, sì…non c’è un solo villaggio dove gli invasori non abbiano commesso crimini di guerra o ucciso innocenti”.

Premesso che il reportage di Repubblica e di Cadalanu resta eccellente, non di meno suscita un moto di indignazione. E’ troppo facile, troppo comodo e persino ipocrita scoprire l’acqua calda dopo diciotto anni, quando ormai gli americani hanno perso la guerra (“la guerra che non si può vincere”) e Trump è deciso a ritirare le truppe perché, da buon imprenditore, ritiene inutile, a questo punto, spendere 45 miliardi di dollari l’anno.

Bene. E’ dal 1996 che scrivo queste cose sull’Afghanistan e altre non meno gravi e occultate dalla disinformatia occidentale. Ma mai, dico mai, che i media italiani, televisione, radio, giornali abbiano sentito almeno la curiosità di interpellarmi su questa vicenda e su qualsiasi altra vicenda, mentre sui talk vedo evoluire la solita ‘compagnia di giro’. Sono un emarginato, nel modo subdolo e vile che si addice ai nostri tempi tanto democratici in cui non si fa che parlare di libertà proprio mentre la si nega. Scrisse Indro Montanelli nella prefazione al mio libro Il Conformista: “Gliela faranno pagare calando su di lui una coltre di silenzio: da quando i roghi non usano più, è la sorte che attende i conformisti che non si conformano”.

Massimo Fini

Il Fatto Quotidiano, 9 ottobre 2019

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C’è voluto che gli americani attentassero alla nostra mozzarella perché l’Italia intera si sollevasse ed emettesse un ruggito antiyankee: dai giornali, la Repubblica, il Corriere, il Giornale, i cattolici Avvenire e Il Tempo, ai politici. Persino il tremebondo Di Maio ha fatto la faccia feroce di fronte al gauleiter Mike Pompeo mandato in Italia per rimetterci in riga: “difenderemo le nostre aziende”. “L’Italia s’è desta, dell’elmo di Scipio s’è cinta la testa”.

Finché ci costringono a tenere 800 soldati in Afghanistan, ci impediscono di avere relazioni economiche con l’Iran per noi molto vantaggiose e con la Cina, per noi ancor più vantaggiose, ci coinvolgono in guerre che per noi hanno contraccolpi disastrosi come quella alla Libia di Gheddafi, contano su di noi per l’alleanza col generale tagliagole Abdel Fattah al-Sisi (“un grande statista” secondo Renzi e non solo lui), tengono sul nostro territorio 60 basi militari alcune nucleari, stuprano impunemente le nostre ragazze e un loro rambo fa 20 morti al Cermis, ci tengono insomma in uno stato di minorità politica, militare, economica e alla fine anche culturale oltre che linguistica, “tutto va ben madama la marchesa”, che sarà mai? Ma la mozzarella no, quella non si tocca. Siamo o non siamo un popolo di buongustai, un po’ vigliacchi, va bene, ma buongustai?

Naturalmente le pecore quando cominciano a ruggire si spaventano e riprendono subito a belare. Ci si è affrettati ad affermare che, ovviamente, non sono in discussione “gli indissolubili legami transatlantici”. Ma noi ci chiediamo da tempo in nome di che gli americani possano ricattarci in ogni ambito e con noi ricattare, naturalmente, l’Europa intera. C’è, si dice, il Patto Atlantico, con annessa NATO, che l’Italia insieme ad altri Stati dell’Europa occidentale ha firmato nel 1949. Ma una norma di diritto internazionale recita “pacta sunt servanda, rebus sic stantibus”. E da allora il panorama internazionale è completamente cambiato: non c’è più l’Unione Sovietica, si sono affacciati all’onor del mondo occidentale grandi Paesi come la Cina e l’India, il Medio Oriente non è più sotto il nostro controllo e i musulmani, dopo l’avvento di Khomeini, sono una realtà della quale non si può non tenere conto e trattarla solo a suon di bombe. Non c’è più alcuna ragione di osservare quel Patto e di inventarsi legami culturali che se mai sono esistiti oggi non ci sono più. E’ del tutto evidente che l’Europa è diventata da tempo, non da quando c’è Donald Trump come ipocritamente si dice per salvarsi la faccia, un bersaglio per la politica americana. Questo Angela Merkel lo aveva capito benissimo quando un paio d’anni fa affermò: “Noi non possiamo più contare sugli amici di un tempo”. E Merkel divenne immediatamente uno dei bersagli preferiti non solo di Trump ma di tutta l’America, repubblicana o democratica che sia. Ma questo sarebbe esattamente il momento per l’Europa di ribellarsi perché la politica dei dazi e delle sanzioni arbitrarie ovviamente non colpisce solo l’Italia ma l’intera Unione europea. Ma, per tornare a noi, se i dazi sulla mozzarella saranno serviti a ridarci un po’ d’orgoglio nazionale, a noi tutti e non solo alla Meloni e in modo ambiguo a Salvini, ben vengano. Ben vengano la mozzarella, il prosciutto, il Grana Padano. E io, nel mio piccolo, mi sentirò un po’ meno solo perché le cose che ho scritto in questo articolo, meritandomi fama di antiamericanismo irrazionale, illogico e autolesionista, le scrivo da trent’anni.

Massimo Fini

Il Fatto Quotidiano, 5 ottobre 2019

 

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Ha suscitato scalpore e addirittura scandalo la decisione di un’anziana donna di Caserta, testimone di Geova, di rifiutare le trasfusioni di sangue per cui nel giro di pochi giorni è andata consapevolmente a morire. Qui la religione di lei non c’entra. C’entra il diritto individuale a disporre della propria vita. Il diritto al suicidio. E posso suicidarmi anche se sono sanissimo, non ho dolori, non ho sofferenze. In campo laico questo è ormai pacifico, è scomparsa la concezione che noi non possiamo disporre della nostra vita perché è un bene sociale. Le resistenze vengono dal mondo cattolico secondo il quale la vita è un dono, dono assai bifido a mio parere, di Dio e solo Dio ne è il padrone. In passato, diciamo in era preilluminista dominata dalla visione cattolica del mondo, il suicidio e il tentato suicidio, come ci informa l’Antolisei, “erano puniti, con le sanzioni ordinarie in caso di sopravvivenza dell’individuo o con misure persecutive contro il cadavere e contro il patrimonio in caso di morte”.

Ma il fatto di Caserta schiude la porta a problemi assai più ampi affrontati in una bella e profonda intervista al cardinale Edoardo Menichelli realizzata da Gian Guido Vecchi sul Corriere della Sera. Da questa complessa intervista, che si allarga a molti temi, vogliamo estrapolare il rifiuto, molto moderno, di quelli che i filosofi chiamano “i nuclei tragici dell’esistenza”: il dolore, la vecchiaia, la morte. Al dolore se si è fortunati si può sfuggire, alla vecchiaia se si è ancora più fortunati anche (“caro agli Dei è chi muore giovane” scrive Menandro) alla morte no. E’ ineludibile (“Guerriero che in punta di lancia/dal suol d’Oriente alla Francia/di stragi menasti gran vanto/e fra i nemici il lutto e il pianto/di fronte all’estrema nemica/non vale coraggio o fatica/non serve colpirla nel cuore/perché la morte mai non muore”, De André, La morte). Il cardinale Menichelli sottolinea come la morte sia stata espulsa dalla società contemporanea. Non sta nel quadro della civiltà del benessere che ha dichiarato il diritto alla ricerca della felicità che l’edonismo straccione dei nostri tempi ha tradotto in un vero e proprio diritto alla felicità. Noi la morte, intendo la morte biologica, quella ineludibile, l’abbiamo scomunicata. Interdetta. Proibita. Dichiarata pornografica. La morte è il Grande Vizio dell’era tecnologica, quello che davvero “non osa dire il suo nome”. Tanto che non azzardiamo nominarla nemmeno nei luoghi, nelle sedi, nelle occasioni in cui non ci si può esimere dal parlarne. Basta leggere i necrologi dei quotidiani: “la scomparsa”, “la perdita”, “la dipartita”, “si è spento”, “ci ha lasciato”, “è mancato all’affetto dei suoi cari”, “i parenti piangono”, fino ai trapezismi di cultura cattolica di “è tornato alla pace del Signore”, “è terminata la giornata terrena”, la parola morte, ad indicare ciò che veramente è successo, non c’è mai.

Non c’è la parola, ma la morte c’è. E c’è per tutti, ’a livella come la chiamava Totò, a prescindere dalla vita che abbiamo fatto. In fondo la morte è una cosa pulita che ci libera dalla sofferenza del vivere. Noi, con l’accanimento tecnologico che cerca con tutta una serie di marchingegni di evitare l’inevitabile, riuscendo solo a dilatarlo con modalità raccapriccianti, siamo riusciti a renderla oscena.

Massimo Fini

Il Fatto Quotidiano, 3 ottobre 2019