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Non è affatto vero che, come hanno scritto quasi tutti i giornali e gli editorialisti, la maggioranza degli italiani ha dimostrato di preferire “la stabilità”. E' vero il contario. Se si sommano gli astensionisti ai voti di Grillo si vede che più del 60% degli italiani non ne può più di questa partitocrazia mascherata da democrazia e vorrebbe sradicarla una volta per tutte. Ma la maggioranza di questa minoranza (il 40%) ha scelto invece la partitocrazia votando il Pd, il più partitocratico di tutti i partiti in lizza, quello che conserva ancora, quasi intatti, gli apparati che sono saldamente incistati in ogni settore della società e che, insieme allo sfaldamento dei conservatori di Forza Italia, sono all'origine del suo successo, molto più parziale di quanto appaia dalle percentuali perché solo un italiano su cinque l'ha votato. Matteo Renzi, che ha fatto quasi vent'anni di carriera all'interno della partitocrazia, è l'abile Gattopardo messo in quel posto (anzi che ce l'ha messo in quel posto) per fingere che tutto cambi purché nulla cambi.

Massimo Fini

Il Fatto Quotidiano, 27 maggio 2014

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All'indomani degli arresti per lo scandalo dell'Expo e di quello di Claudio Scajola i giornalisti berlusconiani e i berlusconiani propriamente detti sono riusciti a dare il meglio di sè. «Manette grilline» titolava Libero di Maurizio Belpietro, l'insolvente (perché non paga i debiti e nemmeno se ne scusa, il gentiluomo). E Sallusti di rincalzo: «Pareva strano che il partito dei giudici si astenesse dal partecipare a questa campagna elettorale». E Toti, questo fantasma inventato da Berlusconi: «Giustizia a orologeria». Insomma poiché le inchieste hanno colpito bipartisan, i giudici non sono più comunisti: sono diventati grillini. Una cosa talmente comica che non meriterebbe nemmeno un commento ma uno di quegli irridenti 'billet' di dieci righe che scriveva Indro Montanelli sul Giornale quando era ancora un giornale.

Alcuni berluscones sostengono che le inchieste sono state attivate ad arte per coprire le fratture che si sono create all'interno della Procura milanese. E' stato facile per Ilda Boccassini replicare: «Le richieste risalgono a quattro mesi fa». Sarebbe più convincente sostenere che il grande risalto dato alle fratture nella Procura milanese serve per coprire l'enormità e la gravità di uno scandalo come quello dell'Expo che coinvolge tutti i partiti ad eccezione del temutissimo 5Stelle. Ma poi è così pretestuosa l'inchiesta sull'Expo che alcuni dei principali indagati, da Angelo Paris, Direttore della pianificazione acquisti (ora ex) all'imprenditore Enrico Maltauro, stanno già confessando.

L'insolvente Belpietro irride Mani Pulite. «Eh sì, sembra proprio di essere ritornati ai bei tempi di Mani Pulite, quando le retate preventive a ridosso delle elezioni erano la regola». Eh sì, peccato che a quelle 'retate preventive' Belpietro e il suo direttore, Vittorio Feltri, inneggiassero con gioia e «summo cum gaudio» trasformando delle inchieste giudiziarie in una caccia sadica (Carra sbattuto in prima pagina in manette, «il cinghialone», eccetera). Se c'è stato un giornale forcaiolo è L'Indipendente di Feltri e Belpietro. Io c'ero, all'Indipendente, e quei due non possono prendermi in giro. Divennero ultragarantisti quando passarono alla corte di Berlusconi, sempre per 'lorsignori' s'intende, per i delinquentelli da strada vale ciò che dice un'altra di quel giro Daniela Santanchè, detta familiarmente 'la Santa': «In galera subito e buttare via le chiavi».

Quanto a Feltri si occupa, più modestamente, di Scajola, si duole che questo bel giglio di campo sia stato messo in carcere. Che ragione c'era? «Il pericolo di fuga si presenta nel momento in cui scatta la sentenza definitiva». Ah sì, e Dell'Utri che se n'è ito in Libano con prudente anticipo? Pericolo di inquinamento delle prove? «Ma i Pm le hanno già attraverso le intercettazioni telefoniche». Feltri dimentica, anzi non sa, perché in materia è ignorante come pochi, che gli elementi d'accusa dei Pm devono essere vagliati dai Tribunali, altrimenti non ci sarebbe bisogno di una Magistratura giudicante, basterebbe quella requirente, com'è negli Stati totalitari. Il neogarantista Feltri è in contraddizione con se stesso e per tirar fuori Scajola dal gabbio lo dà già per condannato.

Basta. Con costoro è inutile discutere. Diceva un mio amico, grande pokerista: «Gioco contro chiunque tranne che contro la sfiga». Si potrebbe tradurre in: discuto con chiunque tranne che con chi è in malafede. Comunque, visto che la Magistratura ci costa un mucchio di soldi e non serve a nulla perché ci sono esegeti molto più preparati, propongo di istituire un Tribunale Speciale composto da Feltri, Belpietro, Sallusti, Ferrara, Santanché (costei con particolare delega per i reati da strada). Benché Feltri sia parecchio esoso e Belpietro insolvente risparmieremmo un bel po' di quattrini.

Massimo Fini

Il Fatto Quotidiano, 17 maggio 2014

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Nella prima conferenza stampa, all'indomani dell'arresto di Claudio Scajola, il Procuratore di Reggio Calabria Cafiero De Raho, ha dichiarato: «L'aspetto che colpisce è come una persona che ha ricoperto ruoli al vertice dello Stato possa curarsi di un'altra persona condannata e latitante nella consapevolezza di chi si muove come se essere condannati per associazione mafiosa non conti nulla. E' impressionante». Scajola è stato ministro dell'Interno cioè colui che dovrebbe contrastare il fenomeno mafioso e ogni forma di criminilità. In contemporanea è esploso lo scandalo Expo, poi quello degli sperperi milionari e clientelari della Sogin e da ultimo il coinvolgimento, sia pur a livello di indagini preliminari, di Giovanni Bazoli, ex consigliere di Ubi, banchiere di lungo corso, cattolico, finora 'al di sopra di ogni sospetto', in affari poco chiari della quinta Banca italiana.

Sì, è impressionante ciò a cui stiamo assistendo in Italia. Adesso Renzi, per l'Expo, ha nominato una task force che dovrebbe controllare la legalità delle operazioni. Chiude la stalla quando i buoi sono scappati. Ma a parte questo non c'è nessuna certezza che fra i controllori ci siano soggetti migliori dei controllati («Qui custodiet custodes?»). Perché in Italia il più pulito c'ha la rogna. E' un Paese marcio fino al midollo.

L'altro giorno La Stampa mi ha intervistato per chiedermi se ci trovavamo di fronte a una nuova Tangentopoli. Una domanda finto-ingenua. Tangentopoli non è mai finita. Semplicemente, come un virus mutante, la corruzione ha cambiato alcune sue modalità. Del resto che cosa ci si poteva attendere di diverso se quasi all'indomani di Mani Pulite, con i testimoni del tempo ancora in vita, tutta la classe politica e buona parte di quella giornalistica, con un gioco delle tre tavolette trasformò i magistrati nei veri colpevoli, i ladri in vittime e Antonio Di Pietro, da idolo delle folle, divenne l'uomo più odiato d'Italia? Nel frattempo tutti i governi, di destra e di sinistra, hanno inzeppato i Codici penali di norme dette 'garantiste' che rendono quasi impossibile perseguire i reati economico-finanziari, quelli di 'lorsignori', e comunque di far fare qualche anno di gabbio ai responsabili.

Ma al di là delle sanzioni penali, manca la sanzione sociale. A me colpì la vicenda di Luigi Bisignani. Bisignani, già trovato con le mani sul tagliere della P2 (uffa, che barba, storia vecchia), nella stagione di Mani Pulite fu condannato per reati contro la Pubblica Amministrazione. Il cittadino normale si sarebbe aspettato che uno così non avrebbe mai potuto mettere più piede in un ufficio pubblico. Ma nel 1996 lo troviamo bel bello come principale consigliere di Lorenzo Necci, amministratore straordinario delle Ferrovie arrestato in quell'anno. Evidentemente esiste una vastissima framassoneria di politici, di ex politici, di amministratori, di ex amministratori, di finanzieri, di imprenditori, di brasseur d'affaires, uomini che si fiutano, si riconoscono, si cooptano, si autotutelano per combinare insieme affari sporchi ultramilionari. Il che ha dei riflessi sul cittadino comune che, di fronte a questo mulinar di denaro criminale si dice: «Ma proprio io devo far la parte del cretino e ostinarmi a rimanere onesto?». Per rimanere onesti in Italia bisogna essere dei frati trappisti. Perché una differenza con la vecchia Tangentopoli c'è. Allora la gente scese in strada colma di indignazione. Oggi non si muove foglia. In parte siamo diventati, a nostra volta, dei disonesti, in parte ci siamo mitridatizzati e consideriamo la corruzione, anche la più sfacciata e macroscopica, un fatto normale, banale, che fa parte nostra vita. Pubblica e privata.

Massimo Fini

Il Gazzettino, 16 maggio 2014