Il governo danese ha deciso di non spedire più lettere e, a quanto pare, sarà presto imitato da altri Paesi. E’ la fine di un’epoca, non solo per le Poste, ma per la scrittura su carta stampata, sopraffatta ormai dalla comunicazione digitale. Del resto in Danimarca questo tipo di comunicazione era diminuito del 90 percento. Ci sono quindi motivi economici perché, nel mondo moderno, “business is business”.
Non più quindi trepidanti attese per una lettera d’amore, sia che da essa ci si aspetti un sì o un dolente no. Ci arriverà, se va bene, una fredda mail da cui non potremo capire lo stato d’animo di chi l’ha scritta. Non a caso esiste una branca della Scienza chiamata grafologia.
Ma la vita della lettera scritta non finisce col suo arrivo, prosegue il suo percorso passando di mano in mano. Il pensiero di Don Milani, praticamente recluso a Barbiana, poté diffondersi a velocità, diciamo così, cosmica perché i discepoli si passavano i suoi scritti l’un l’altro, allargando così sempre di più il cerchio di chi li conosceva (“Ma una notizia un po' originale non ha bisogno di alcun giornale, come una freccia dall'arco scocca vola veloce di bocca in bocca”, De André, Bocca di Rosa, 1967).
Questo provvedimento del governo danese, se coinvolgerà come pare altri governi, porterà ad un aumento degli haters. Perché una cosa è inviare una sbrigativa mail, altra è comprare dei fogli, dei francobolli e imbustarli. In contemporanea sono scomparse anche le cabine telefoniche. Ah, per noi giornalisti entrare in una di queste cabine con i gettoni che non erano mai sufficienti, ma nel frattempo avevamo anche il tempo di pensare alle cazzate che volevamo trasmettere. Certo, potevamo comunicare col giornale, per telefono. E la voce tradiva l’emozione di non aver capito nulla del reportage che stavamo inviando. Ma questo vale per una comunicazione professionale, non privata. Come fai a dire seccamente al telefono all’amata o all’ex amata: “Mi hai rotto il cazzo!”? Le lettere d’amore, eh già. In un suo bel racconto Dino Buzzati immagina che sia abolita la poesia per legge, in favore della produttività. Chi infatti leggeva più poesie e tantomeno ne scriveva, si chiede Buzzati?
I gettoni, almeno allora, erano indispensabili per giocare a calciobalilla. Costavano 30 lire, che era quanto mia madre mi dava per l’intera giornata. Se volevamo continuare a giocare dovevamo quindi vincere. Ah, i provvidenziali gol dalla difesa del mio amico Giagi. Io giocavo all’attacco e il mio gancio da fermo, dal giocatore di centro, era imprendibile (“Ho un sinistro da un quintale, solo un altro ce l’ho uguale, ma l’ho messo a kappa o.”, Che notte! Fred Buscaglione, 1959). La cosa curiosa è che nelle canzoni del ‘duro’ Buscaglione i maschi le buscano quasi sempre (“Lei si volta, poi mi squadra come fossi uno straccion, poi si mette bene in guardia come Rocky, il gran campion, finta il destro e di sinistro lei m'incolla ad un lampion” Che bambola! 1956) qui Buscaglione riprende il match Mazzinghi-Benvenuti che si svolse a San Siro, dove Nino schiva un destro del picchiatore Mazzinghi e poi, da sotto, lo colpisce al mento che è il punto più debole di un pugile perché fa traballare il cervello. Di Buscaglione mi piace poi un’altra canzone molto attuale: “Se c'è una cosa che mi fa tanto male è l’acqua minerale! Miracolosa sarà, ma per piacere io non la posso bere! ... Per stare bene io bevo alla mattina la nitroglicerina … Non mi correggo, no, non mi tentate! Altre persone si son provate! Scusate tanto, se ho il whisky facile!” (Whisky Facile, 1957).
Naturalmente tutto ciò che ho detto sul calciobalilla, oggi chiamato preferibilmente “biliardino”, vale prima che il gioco diventasse un rebelot caotico così simile a quel “disordine mondiale” di cui oggi tanto si parla.
Non stupisce quindi che campionessa di questo calciobalilla-casino sia la mia segretaria, trentenne, Elisabetta, perché non ha la testa. In compenso scrive belle poesie, ma chi legge ormai poesie?
Insomma, per finire e concludere un pezzo sconclusionato, molto adatto ai tempi, ci siamo creati un mondo disumano e lo chiamiamo progresso.
Il Fatto Quotidiano, 24.12.2025
C’è grande tensione nei Balcani. Il Presidente della Serbia, Aleksandr Vucic, vuole entrare nell’Unione Europea, la maggioranza della popolazione è contraria perché questo significherebbe la rinuncia definitiva al Kosovo, che si proclamò indipendente il 17 febbraio 2008, ma non è stato riconosciuto tale oltre che, ovviamente, dalla stessa Serbia, da Russia, Cina, Spagna, Cipro, Romania, Slovacchia, Grecia, Bosnia, Azerbaigian, Algeria, cioè circa il 90 percento dei Paesi che aderiscono all’Onu. Naturalmente a favore di un Kosovo indipendente sono gli Stati Uniti che da quando nel 1999 aggredirono illegittimamente, contro la volontà dell’Onu, la Serbia spadroneggiano nei Balcani. Numerosi scontri ci sono stati in Kosovo fra la polizia e la minoranza serba che non accetta la situazione. Il problema è nato perché nel tempo gli albanesi del Kosovo sono diventati maggioranza, perché figliano di più, mentre i serbi, seguendo una linea tipicamente occidentale, hanno un tasso di natalità molto inferiore. La Serbia reagì all’autoproclamata indipendenza del Kosovo con l’intervento dell’esercito e di truppe paramilitari, le famigerate “Tigri di Arkan”. Quando vennero a San Siro per una partita di una squadra serba contro una italiana, la loro presenza era così inquietante che gli spalti si spopolarono, nonostante i calciatori serbi implorassero i loro tifosi di stare un po’ più calmi, altrimenti la loro squadra sarebbe stata squalificata e avrebbe perso la partita.
Poiché l’autoproclamazione dell’indipendenza del Kosovo non era stata ratificata né legittimata da gran parte della comunità internazionale, gli albanesi kosovari reagirono con la guerriglia e il terrorismo, com’è normale in ogni Resistenza. Comunque il loro leader, Hashim Thaci, verrà poi mandato davanti alla Corte Penale Internazionale per “crimini contro l’umanità”. Insomma Thaci non ci era andato con mano leggera, ma nulla avviene con mano leggera nei Balcani.
Tuttavia il problema non è la diatriba Serbia/Kosovo, il problema è la Bosnia. Quando nei primi anni Novanta si dissolse la Jugoslavia le varie etnie che l’avevano composta si misero a combattere per occupare il più possibile di quel territorio. Sono le famose e feroci guerre balcaniche (vedi Maledetta Sarajevo. Viaggio nella guerra dei trent’anni, di Marzio G. Mian e Francesco Battistini). L’Onu, con l’appoggio determinante della Germania e del Vaticano, guidato allora da Giovanni Paolo II, un Papa più politico che religioso, concesse immediatamente l’indipendenza, oltre che alla Slovenia, alla cattolica e nazifascista Croazia (i protagonisti delle foibe sono stati i croati, con i serbi noi non avevamo mai avuto alcun contenzioso, anzi i nazionalisti serbi ammiravano l’Italia e la sua indipendenza a cui si rifacevano per creare la loro e a Belgrado si pubblicava un quotidiano titolato Piemonte). A quel punto anche i serbi chiesero a loro volta l’indipendenza e la riunione alla madre patria Serbia. Ma l’Onu negò loro ciò che aveva concesso ai croati e agli sloveni. In campo c’erano sostanzialmente tre popolazioni che da tempo immemorabile vivevano nei Balcani: i musulmani, i croati, i serbi. Ma mentre croati e serbi potevano contare sull’appoggio delle rispettive madri patrie, i musulmani non avevano alcun retroterra, ricevevano qualche aiuto sporadico dall’Iran. Quindi la guerra fu sostanzialmente fra croati e serbi. I serbi la stavano vincendo perché a detta di chi se ne intende sono i migliori combattenti del mondo (l’ISIS era di là da venire). Ma gli americani decisero che quelli che avevano vinto la guerra, cioè i serbi, l’avevo invece persa. E crearono uno Stato inesistente e mai esistito, la Bosnia, divisa in tre sub-Stati: Federazione di Bosnia ed Erzegovina (FBiH) musulmana e croata, Republika Srpska (RS) serba e Distretto di Brcko, territorio speciale indipendente. La presidenza, di fatto, è andata paradossalmente a un musulmano. I serbi, che in Bosnia rappresentano il 30,8 percento della popolazione, sono stati reclusi nell’impronunciabile Republika Srpska. Insomma la Bosnia, oltre a non essere mai esistita come Stato, continua ad essere un’entità astratta, tenuta insieme con lo sputo.
E’ evidente a chiunque che una situazione del genere non può durare a lungo. E’ bene ricordare, inoltre, che i Balcani, dall’assassinio dell’Arciduca Francesco Ferdinando d'Austria-Este, ad opera di Gavrilo Princip, sono una polveriera pericolosa non solo per i Balcani, ma anche, sia pur in modo indiretto, per l’Europa.
In quanto al Kosovo, è a sua volta uno Stato inesistente, tenuto in piedi da una forza internazionale, la KFOR (Kosovo Force) a cui partecipiamo anche noi italiani. Da qui l’avvertimento del tennista Novak Djokovic, “Il Kosovo è serbo e rimarrà sempre serbo”, che suona nei cuori di tutti i serbi del mondo.
Il Fatto Quotidiano, 20.12.2025
No, non mi unirò al cordoglio pressoché universale per l’attentato terroristico che a Bondi Beach, una delle spiagge più famose e attraenti di Sidney, ha causato 15 morti, tra cui una bambina di 10 anni e 42 feriti. Sergio Mattarella: “Ho appreso con sgomento le tragiche notizie riguardanti la sparatoria presso la spiaggia di Bondi a Sydney. In questi momenti di profonda tristezza, a nome della Repubblica italiana, desidero esprimere sentite condoglianze e massima vicinanza alle famiglie delle vittime. Il pensiero di tutti gli italiani e mio personale è altresì rivolto ai feriti, ai quali auguro un pronto e pieno ristabilimento. Quali che siano le cause e le responsabilità di questo vile attentato rinnovo le più dure espressioni di condanna contro gli ignobili atti di terrorismo, le ripugnanti manifestazioni e forme di antisemitismo, ogni espressione di fanatica violenza alimentata da odio etnico o religioso”. Marco Rubio, segretario di Stato Usa: “Gli stati Uniti condannano fermamente l’attacco terroristico in Australia che ha preso di mira una celebrazione ebraica. L’antisemitismo non ha posto in questo mondo”. Giorgia Meloni: “Seguo con profondo dolore le drammatiche notizie che arrivano da Sydney. Nel condannare ancora una volta con fermezza ogni forma di violenza e di antisemitismo, l’Italia esprime il proprio cordoglio per le vittime e si stringe ai loro cari, ai feriti, alle comunità ebraiche”. Emmanuel Macron: “La Francia esprime la propria solidarietà alle vittime, ai loro feriti e ai loro cari. Condividiamo il dolore del popolo australiano e continueremo a lottare senza sosta contro l’odio antisemita, che ferisce tutti noi, ovunque colpisca”. Friedrich Merz: “Sono senza parole. Questo è un attacco ai nostri valori condivisi. Dobbiamo fermare l’antisemitismo qui in Germania e in tutto il mondo”. Poi ci sono ovviamente e naturalmente le dichiarazioni di parte israeliana. Ben Gvir, ministro della Sicurezza nazionale: “Il sangue delle vittime è sulle mani del governo australiano, che ha annunciato il riconoscimento di uno Stato ‘palestinese’ e ha dato legittimità al terrorismo contro gli ebrei”. Benjamin Netanyahu: “Tre mesi fa, ho scritto al primo ministro australiano per dirgli che la sua politica stava alimentando il fuoco dell’antisemitismo. L’Australia ha gettato benzina sul fuoco dell’antisemitismo. Le politiche di Albanese, che includono il riconoscimento di uno Stato palestinese, incoraggiano l’odio per gli ebrei che ora infestano le vostre strade. L’antisemitismo è un cancro. Si diffonde quando i leader rimangono in silenzio. Dovete sostituire la debolezza con l’azione”.
Non sono un adoratore del Male, anche se lo preferirò sempre al Bene Assoluto che attraverso le aggressioni americane dell’ultimo quarto di secolo, a cominciare dall’attacco alla Serbia del 1999, hanno causato centinaia di migliaia di vittime in Europa e soprattutto in Medio Oriente e nell’Asia Centrale (Afghanistan 2001, Iraq 2003, Libia 2008). E Non posso non notare che negli stessi giorni in cui avvenivano gli attentati in Australia, a Gaza vino a Khan Yunis, un bombardamento israeliano ha ucciso almeno 6 palestinesi, tra cui due bambini e ha fatto 32 feriti. Successivamente un attacco con un drone vicino a Gaza City ha colpito un’auto con civili, causando 5 morti. Nel frattempo, a partire dall’attentato di Hamas del 7 ottobre, sono stati uccisi circa 70.000 palestinesi, moltissimi dei quali civili, tra cui circa 20.000 bambini. A Gaza, oltre a molti edifici civili, sono stati distrutti ospedali e la popolazione palestinese è costretta alla fame, al freddo, all’impossibilità di curarsi. Inoltre gli israeliani bloccano, con vari pretesti, tutti i tentativi di soccorso ai palestinesi, sia che siano organizzati dalla Croce Rossa internazionale, sia dalla Mezza Luna rossa, sia dalle varie organizzazione di volontariato.
Bisognava aspettarselo che, un atteggiamento così spietato di Israele e delle sue forze armate, avrebbe provocato un rigurgito di antisemitismo. Lo aveva capito molto bene un ebreo intelligente come Moni Ovadia e del resto Israele dovrebbe piantarla di sfruttare ciclicamente l’Olocausto per provocarne degli altri che, a differenza dell’Olocausto propriamente detto, di cui nel mondo e nella stessa Germania si sapeva ben poco, mentre lo sterminio dei palestinesi avviene, per così dire, a cielo aperto, sotto gli occhi delle televisioni, dei media e quindi di tutti (L’Industria dell’Olocausto. Lo sfruttamento della sofferenza degli ebrei, dell’ebreo Norman Finkelstein).
Non è che con Male maggiore se ne giustifichi uno minore, tuttavia io non credo che l’antisemitismo centri qualcosa con l’atto terroristico di Bondi Beach. Ci voleva poco a capire, e non era necessario trovare nell’auto dei due attentatori bandiere del Califfato, che l’attacco aveva la firma dell’Isis, a cominciare dalla scelta dell’obiettivo: la spiaggia di Bondi Beach, un luogo di divertimento. Così come era avvenuto all’epoca del Bataclan della Promenade des Anglais, dello stadio di calcio francese. Certo, trovare sulla spiaggia di Bondi Beach un così alto numero di persone, per giunta ebrei e rabbini, ha facilitato l’opera degli attentatori, ma per quanto questo possa apparire paradossale, non erano gli ebrei il loro obiettivo. L’obiettivo era il mondo occidentale nel suo complesso, l’Isis è una sorta di contro specchio dell’Occidente, come l’Occidente vuole imporre all’universo mondo il suo modello, così l’Isis vuole imporre all’intero pianeta i suoi valori. Certo uomini dell’Isis sono presenti in Hamas, ma il loro obiettivo non è la cancellazione di Israele, è un obiettivo molto più ampio: la cancellazione dell’Impero occidentale sul mondo intero. L’Australia quindi, accusata da Netanyahu di perseguire politiche antisemite solo perché ha riconosciuto per la Palestina il principio di “due popoli due Stati”, come tanti altri Paesi del mondo, ma non dall’Italia di Giorgia Meloni sempre pronta a stendersi ai piedi degli yankee, non c’entra niente. Quindi gli Isis sono più pericolosi di qualsiasi antisemitismo, intanto perché non gli importa nulla di morire (nella morte raggiungono il paradiso delle Urì) e poi perché sono sparsi in tutto il mondo. Dobbiamo aspettarci, appena si saranno riorganizzati un po’ meglio, che comincino a ripetere in Europa attentati tipo quello del Bataclan del 2015.
Il Fatto Quotidiano, 17.12.2025