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Il governo Trump ha imposto dazi pesantissimi a tutti i Paesi che intendano importare petrolio a Cuba. Si capisce meglio ora l’aggressione americana al Venezuela che era il principale esportare di petrolio verso Cuba, tra i 20mila e i 70 mila barili di greggio al giorno, parte dei quali veniva rivenduta all’estero dal governo cubano, per fare cassa. Il fabbisogno totale cubano è di circa 100mila barili al giorno.

L’aggressione al Venezuela aveva tre obiettivi: due diretti e immediatamente comprensibili, impadronirsi del petrolio venezuelano, tagliare le unghie al ‘socialismo bolivariano’ e sullo sfondo, quello indiretto, preparare l’aggressione al nemico di sempre in quella zona, in quell’area centro-sudamericana, cioè Cuba.

Attualmente Cuba si trova in una posizione debolissima. E’ un paese comunista e, in quanto tale, ha perso i suoi tradizionali alleati, la Russia e la Cina, che sono diventate dittature capitaliste. Inoltre Putin, oltre a essere impegnato nella guerra all’Ucraina, sembra amoreggiare volentieri con Donald Trump. In quanto a Xi Jinping, Cuba è geograficamente molto lontana e distante dagli interessi cinesi, anche perché Cuba non ha materie prime da offrire in cambio.

Inoltre la leadership cubana è debole, Miguel Díaz-Canel, non ha certo il fascino magnetico di Fidel Castro che mi fu confermato anche da Susanna Agnelli, quando era sottosegretario agli Esteri e che non può certamente essere sospettata di simpatie comuniste. In quanto al Che è andato a morire in Bolivia per una causa non sua, come ha sempre fatto nella sua vita generosa.

In realtà Cuba qualcosa da esportare ce l’ha: non si tratta di materie prime, ma del suo eccezionale personale medico. Attualmente in Guatemala lavorano 333 medici e 79 operatori sanitari cubani. Il Guatemala ha però affermato che nel 2026 smetterà di impiegare centinaia di medici cubani che da anni lavorano nel paese attraverso un accordo che Cuba ha stretto anche con altri paesi, tra cui l’Italia. Qualcuno ricorderà, forse, che durante la crisi del Covid, Cuba mandò generosamente 50 dei suoi medici in Italia. E’ la generosità che fa parte del Dna dei popoli sudamericani, così lontana dalla grettezza degli americani. Ma anche i russi, il cui popolo è generoso anche se in modo diverso, mandarono 50 medici, naturalmente accusati di essere delle spie.

C’è poi una fratellanza più generica e più debole con altri Paesi sudamericani come il Messico, anch’esso costretto dai dazi di Trump a smettere di rifornire di petrolio Cuba. Ma la presidente messicana Claudia Sheinbaum ha fatto sapere che il suo governo sta cercando misure alternative per aiutare Cuba, come inviare due navi militari sull’isola con oltre 800 tonnellate di ‘aiuti umanitari’. Inoltre sta cercando di trattare con gli Stati Uniti per poter inviare almeno una certa quantità di petrolio presentandolo come un ‘aiuto umanitario’ alla popolazione. C’è poi, per Cuba, il problema del tutto conseguente delle ambulanze che sono immobilizzate dalla mancanza di carburante e che non possono rifornire gli ospedali.

In quanto al Brasile, tradizionalmente inserito nel mondo del ‘socialismo bolivariano’, non ha preso le distanze da Cuba, però Lula si è fatto molto più prudente, come si evince dall’articolo che ha scritto per il Corriere della Sera il 16 gennaio: teme di fare la fine di Maduro.

In quanto all’Italia di Giorgia Meloni, come ha ricambiato quell’antico gesto di generosità dei cubani? Ignorando non solo Cuba, ma anche Lula e preferendo stringere rapporti economici e di amicizia col presidente argentino Javier Milei che ha definito il socialismo “il cancro del mondo”. Del resto nel programma e nell’attività della premier italiana non è rimasto nulla della destra sociale cui si rifaceva Pino Rauti. Il buon Gianni Alemanno, che da sindaco di Roma aveva cercato di recuperare qualcosa di quella destra sociale e che è stato sposato per un quarto di secolo con la figlia di Rauti, Isabella, è finito a sostenere Fratelli d’Italia, senza peraltro avere alcun ruolo in quel partito e poi ha fondato un suo movimento in polemica col melonismo.

Meloni è tutta impegnata nei cosiddetti “piani Mattei”, usurpando il nome del grande Enrico Mattei, che sono piani di rapina. Lei stessa si è affrettata a dire che non si tratta di piani “predatori”, excusatio non petita, accusatio manifesta. Cioè, dopo aver ridotto l’Africa, come han fatto i Paesi colonialisti, Germania nazista esclusa, nelle condizioni in cui è ora, si vuol suggerne anche quelle poche risorse che le sono rimaste (per chi voglia saperne di più legga il mio “Il vizio oscuro dell’Occidente”, Marsilio 2002).

Infine voglio ricordare, a chi se ne sia dimenticato, che a Cuba la sanità e l’istruzione sono gratuite. Negli Stati Uniti non esiste una sanità pubblica, in Italia è stata sostituita, di fatto, da quella privata con i risultati che conosciamo (altro che “piani Mattei”).

Cuba que linda es Cuba. Hasta la vista, hasta siempre, comandante Che Guevara.

 

Il Fatto Quotidiano, 18.02.2026

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La premier giapponese Sanae Takaichi di orientamento conservatore, ha dichiarato di voler difendere la propria cultura e, allo stesso tempo, ha auspicato un rapporto ancor più stretto con gli americani. Impresa difficile, se non proibitiva, perché là dove arrivano gli americani fanno piazza pulita dei Paesi e della cultura dei popoli che occupano, certamente il Giappone è ben più strutturato dei ‘pellerossa’, vittime di uno dei peggiori genocidi della storia, però la strada è quella. Ma del rapporto con gli yankee parleremo più avanti.

Il Giappone è una sorta di masso erratico nell’Asia orientale, non ha avuto immigrazioni, a cui tutt’oggi si oppone, scontando così una denatalità spaventosa e, di conseguenza, un altrettanto invecchiamento della popolazione e quindi un altrettale numero di suicidi, soprattutto fra i giovani. Gettarsi sotto un treno sembra lo sport nazionale dei giapponesi, tanto che le stazioni sono circondate da delle barriere che si aprono solo nel punto preciso in cui si fermerà la carrozza, ma continuano poi per chilometri (questa storia del contrasto all’immigrazione ha fatto vaneggiare Il Giornale che ha instaurato un parallelo fra la premier giapponese e quella italiana).

Il Giappone è un concentrato di contraddizioni. Formalista fino al ridicolo. Nel formalismo i giapponesi scaricano quel bisogno di ordine, di regola, di disciplina che fa parte della loro anima più profonda. Nel periodo in cui sono stato in Giappone (un mese, che pare tanto, ma un mio giovane collega che aveva fatto il corrispondente da Tokyo per tre anni, quando gli chiesi che cosa avesse capito del Giappone mi rispose: “nulla”) un Generale mi raccontò la sua stizza perché il treno che stava andando ad Hiroshima aveva dieci minuti di ritardo, cioè col Giappone in ginocchio quel ritardo gli pareva imperdonabile anche se gli aveva salvato la vita.

In fondo nel giapponese c’è un’anima Samurai ed il Samurai, bene ricordarlo, non solo non può usare il denaro, ma nemmeno pensare in termini di denaro.

Il formalismo non si esaurisce nella cerimonia degli inchini (la cerimonia degli inchini è molto rigorosa: chi deve inchinarsi per primo e quanto) ma permea tutta la vita giapponese fin nei minimi dettagli. In taxi la persona più importante deve sedersi a destra, dietro il conducente, ma si scende solo a sinistra, guai a fare diversamente, il tassista lo riterrebbe un grave affronto. Ma sotto questo formalismo cova una grandissima violenza e voglia di violenza, come ha ben documentato Ridley Scott in “Black Rain” (1989). Voi chiedete ad un giapponese le indicazioni di una strada e lui gentile, compito, te le dà, ma alla fine, con un gesto perentorio, urla: “ai!”, vuol solo dirti che devi andare da quella parte.

Il giapponese è moralista, in pubblicazioni sostanzialmente innocue, vengono rasi i peli del pube delle ragazze. Voi percorrete la Chivodori, una delle strade principali di Tokyo, che noi tutti conosciamo perché ha i drappi verticali, colorati, perché i giapponesi, per non farsi mancar nulla, non scrivono in orizzontale ma in verticale. Girate l’angolo e c’è un grande cestone con mutandine usate di ragazze con la loro età, il loro nome, anche se non il cognome.

Questa voglia di violenza troppo compressa deve poi sfogarsi in qualche modo. Mi ha raccontato una mia amica, Ceo della Mitsubishi Italia, Emilia (da me ironicamente soprannominata “Mitsubishi Mistupisci”) che sul lavoro i giapponesi sono irreprensibili, efficienti, attenti, ma appena escono vanno a ubriacarsi di sakè fino allo stordimento in qualche locale giapponese.

Anche se non ne parlano mai i giapponesi non hanno perdonato agli americani le Bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, 200 mila morti circa, più le neoplasie che ne sono conseguite, ma soprattutto non hanno perdonato agli americani di averli costretti a ‘devinizzare’, cioè a cancellare la natura divina, dell’Imperatore (nonostante il lodevole sforzo di Tacaichi di dar maggior ruolo alle donne l’Imperatore è sempre un maschio, più o meno della stessa Famiglia, infatti si chiamano, per esempio, Hirohito, Akihito, Yoshihito, fino all’attuale Naruhito) perché l’Imperatore non è una persona fisica, è il Giappone stesso.

Quando ero da quelle parti conoscevo ovviamente il nome dell’Imperatore del momento, il mio giovane insider, Ken, che aveva studiato anche in Italia invece non lo conosceva.

Nella bimillenaria storia di questo popolo non c’è mai stato un attentato all’Imperatore, eppure il palazzo imperiale di Kyoto, che è stata a lungo la capitale del Giappone, prima che lo divenisse Tokyo, ha delle difese ridicole in legno, alte poco più di un metro che anche un ragazzino riuscirebbe a saltare.

L’odio nei confronti degli americani non viene mai espresso pubblicamente, ma lo si coglie nei dettagli. Proprio durante il periodo in cui mi trovavo a Tokyo, in un match di baseball, disciplina in cui i nipponici sono molto forti, gli Stati Uniti hanno battuto il Giappone per un punto controverso regalatogli dall’arbitro yankee. Le polemiche sull’ “Asahi Shimbun”, sullo “Yomiuri Shimbun”, i più importanti giornali nazionali giapponesi, serissimi, che normalmente si occupano di economia, finanza, politica, sono andate avanti, cortesi, educate, cerimoniose, per giorni e giorni. Ma era evidente che dietro la partita di baseball e il furto sportivo perpetrato dagli americani si nascondeva ben altro.

Al momento il Giappone è considerato la ‘quarta sponda del Pacifico’ per i rapporti economici che intrattengono con gli Stati Uniti, ma non mi meraviglierei affatto se tra una cinquantina d’anni i giapponesi, che attualmente non hanno la Bomba, ma grazie alle loro capacità tecnologiche possono fabbricarla in ogni momento (altro che Iran) scaricassero una cinquantina di atomiche sul territorio americano.

 

Il Fatto Quotidiano, 15.02.2026

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Quest'anno il Greco è stato escluso come materia obbligatoria all’esame di maturità del liceo classico. Ai miei tempi era materia assolutamente obbligatoria e terrore da sempre di tutti gli studenti, soprattutto per gli zucconi come me, non ho mai preso più di ‘3’ in Greco. E a tutt’oggi non riesco a servirmi di quella lingua arcaica, a differenza del Latino, quello di Tacito non di Cicerone, più icastico ed ellittico che in tre parole riassume quella che comporterebbe una lunga spiegazione (“Si vis pacem, para bellum”, caro Marco).

Certo, il Greco esiste ancora come lingua viva. Dove? In Grecia. Ma l’Atene di oggi non ha nulla a che vedere con l’Atene di un tempo. Oggi il Partenone sembra essere lì per caso, come la torre di Pisa a Pisa, a differenza di Roma che è riuscita a inglobare tutti gli stili da quello della Roma classica fino a quella umbertina. A Roma manca solo il periodo medievale perché fu praticamente distrutta e ridotta a 13 mila abitanti dai Lanzichenecchi. Bei tempi, porco cane. Ma Roma è riuscita a restare, per disgrazia nostra e di tutta l’Italia, la “Città Eterna”.

La cultura greca, non la lingua, che mi resta assolutamente ostica, l’ho recuperata attraverso la lettura dei suoi grandi filosofi, Eraclito in primis (dopo il quale si sarebbe anche potuto smettere di far filosofia, come dopo la Nona di Beethoven si sarebbe potuto smettere di far musica, perché in Eraclito c’è già tutto) e attraverso i presocratici, Parmenide e Democrito, non Platone, molto inviso a Nietzsche, che era stato un filologo classico perché introduce la razionalità al posto dell’istinto, che è uno dei grandi problemi della società occidentale contemporanea. Gli indigeni delle Isole Andamane si sono salvati dal terremoto e maremoto del 2009 non perché hanno seguito la razionalità della Tecnica, ma per il loro istinto.

E poi c’è la grande Tragedia greca, quindi Eschilo, Euripide, Sofocle, che ci dice tutto sui rapporti personali, soprattutto familiari e in particolare, per usare un termine moderno, che la famiglia è “iatrogena”, cioè è nella famiglia stessa che ci si ammala (il grande errore di Basaglia, ma di questo abbiamo già parlato). Ne è un clamoroso esempio la serie infinita di femminicidi che è sotto agli occhi di tutti.

Dai milioni di file del caso Epstein, con raccapriccianti immagini di pedofilia, abusi di gruppo, addirittura cannibalismo, viene fuori quello che ha intuito Francesco Guccini e cioè che non tutto il nostro disagio deriva dal capitalismo ma anche dal fatto che “… anche l’anima dell’uomo ha toccato spesso il fondo” (Don Chisciotte, 2000). Ma sempre in peggio, con una deriva che sembra irreversibile. Non confonderei il cannibalismo africano con quello del giro di Epstein, perché il cannibalismo africano era rituale e in Epstein e soci non vedo nulla di rituale, se non la brama di far del male nel modo più sanguinoso, fisico e psicologico possibile.

Dalla cultura greca possiamo trarre insegnamenti anche in campo politico, seppur sempre legato alla psicologia umana. I Greci ritenevano che l’hybris dell’uomo, cioè il suo delirio di onnipotenza, avrebbe provocato, per dirla nei loro termini, la “phthonos theòn”, cioè l’invidia degli Dei e l’inevitabile punizione del colpevole (è il mito di Prometeo e di altri miti analoghi che giocano tutti in definitiva sul fatto che il Progresso, la Tecnica, ci porteranno al fosso).

Ma per restare all’attualità questo riguarda, tra gli altri, anche Donald Trump con la sua folle bramosia di occupare il mondo intero.

Ma c’è anche un altro insegnamento, questa volta storico più che politico. Ed è questo: quando Atene diventò la più importante città della Grecia (solo Sparta le si opponeva con i propri costumi, appunto ‘spartani’) volle imporre non solo la propria forza ma anche la propria ideologia, diciamo pure una democrazia, sia pur incompleta, a tutti i popoli dell’Attica. Ed è proprio da questo momento che Atene, e quindi con lei l’intera Grecia, persero il loro primato, ridiventando protagoniste solo per un’Olimpiade nel 2004 che la rase economicamente al suolo. Un memento, anche questo, per gli sciagurati organizzatori delle Olimpiadi Milano Cortina che hanno provocato imponenti svantaggi per i milanesi, paralizzando in pratica una città senza alcun vantaggio per i suoi abitanti e nemmeno per i lavoratori ‘volontari’, sottoposti ad un regime di “caporalato”.

 

Il Fatto Quotidiano, 11.02.2026