Pezzo strano, e fortunatamente breve, dovuto a una sacrosanta rottura di coglioni (“…Ma smettila di fare lo strano!” Lo Strano, Giacomo Toni, un pazzoide).
Secondo una recente legge italiana del 3 ottobre 2025, la numero 149, l’obesità va considerata una malattia e come tale curata da un’equipe multidisciplinare, composta da medici, nutrizionisti, psicologici e fisioterapisti. E’ bene ricordare che secondo l’Articolo 32 della Costituzione “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”. Infatti, per sbarrare la strada ai novax, si aggirò la legge impedendo a costoro di lavorare (per questo motivo Novak Djokovic fu, seppur per pochi giorni, sbattuto in galera e non poté giocare agli Australian Open e agli Usa Open).
Sarò o non sarò libero di strafogarmi di salumi, di formaggi e di qualsiasi altra cosa che mi piaccia?
Ma il numero dei divieti imposti dallo Stato (“Lo Stato, il più freddo di tutti i mostri” Nietzsche) è pressoché infinito.
Non dovremmo più fumare, anche se poi si è scoperto che i succedanei fanno più male del fumo propriamente detto, con conseguente crisi delle sale cinematografiche, dove si fumava a più non posso e Humphrey Bogart in Casablanca era un mito perché aveva perennemente la sigaretta, un po’ di sbieco, fra le labbra. Nei racconti di Dino Buzzati, che scrive nei primi anni Cinquanta, quasi tutti i protagonisti, per superare un momento di nervosismo si ficcano una sigaretta in bocca cosa che insieme al clangore del tram, ne abbiamo già parlato, rincuora.
Non si possono più bere alcolici e tantomeno superalcolici e adesso è stato messo in circolazione un vino ‘devinizzato’, che è come avere le palle senza il cazzo.
Insomma, in nome della salute e di una lunghezza dell’esistenza spropositata, dovremmo rinunciare a vivere. Ma lo si vuol capire, una volte per tutte, che è vivere che ci fa morire?
Non si può più lasciare la propria casa, per una libera scelta, non avvertendo quegli stronzi dei propri parenti, senza essere subito segnalati a “Chi l’ha visto?” (<<…I miei genitori due vecchi intronati, per mezz'ora si sono insultati a “C'eravamo tanto amati”, dalla vergogna lo zio Evaristo si era nascosto, povero Cristo, ma lo han già segnalato a “Chi l'ha visto?” …>> Giorgio Gaber, La strana famiglia).
Non si può più nemmeno andare a vivere nei boschi, con i propri figli, sia pur minori, senza che intervenga la Magistratura.
Siamo liberi di votare, ma siamo altrettanto liberi di non votare (votare è un dovere civico, non un obbligo di legge) senza per questo essere additati come nemici della democrazia. In realtà la democrazia sta perdendo i pezzi perché non è una democrazia ma una partitocrazia, il voto d’opinione, come notava Norberto Bobbio, non conta un fico secco.
Siamo liberi di andare in guerra, se così ci piace, ma dovremmo anche essere liberi di non parteciparvi senza essere bollati come marci ‘disertori’.
Donald Trump, nella sua furia iconoclasta e razzista, ha bollato come “spazzatura” gli immigrati somali e ha definito “Paesi di merda” Haiti e altre nazioni africane. Insomma sarebbero tutti dei ‘boscimani’. Ma, se si guardasse allo specchio, lo dico con tutto il rispetto per i boscimani, capirebbe che il vero boscimane è proprio Lui.
Il Fatto Quotidiano, 13.12.2025
Ora che dopo la provvidenziale Festa dell’Immacolata Concezione e il trionfo alla Scala del Macbeth di Shostakovic, perduto l’appoggio americano, Zelesnky non è più in grado di esercitare la sua russofobia eliminando gli spettacoli di musicisti russi, di ballerini russi perfino proibendo la lettura di Dostoevskij (sia detto di passata: Shostakovic fu punito dal regime staliniano, a dimostrazione che la censura non ha confini, ma è ancora più attiva oggi, in Italia, perché come ha notato Antonio Padellaro ci sono censori che censurano e che vengono a loro volta censurati. Si può parlare con più calma, e allargando il discorso, delle furiose polemiche alla rassegna di Liberilibri, dedicata per la maggior parte all’editoria minore, per la presenza, a quella rassegna, della casa editrice Passaggio al Bosco (quasi esplicito il richiamo al Trattato del ribelle di Junger che non era nazista, anzi fu antinazista, scrivendo in favore della libertà individuale, soprattutto spirituale, libertà sottratta al dominio della tecnica -- era quasi contemporaneo di Heidegger che nel 1953, ne La Questione della Tecnica, aveva posto il problema fondamentale della funzione, positiva o negativa, della tecnica).
L’opposizione alla presenza di Passaggio al Bosco si è concretata in vari modi: alcune case editrici hanno coperto i loro stand con dei teli, a mo’ di lutto, un centinaio di intellettuali ha firmato una lettera pretendendo che la casa editrice, colpevole di aver pubblicato anche testi dichiaratamente filo nazisti, fosse esclusa dalla rassegna. Altri, tra cui Augias e Zerocalcare, si sono rifiutati, com’era ovviamente loro diritto, dando un grande clamore al loro gesto, di partecipare. E’ ovvio, secondo una psicologia elementare, che ogni proibizione eccita alla sua violazione. Provate a dire a un bambino di non fare una cosa e subito la farà. Così ‘Passaggio al Bosco’, che nessuno conosceva, ha avuto un formidabile successo tanto che il suo editore, in una mail, ha ringraziato Zerocalcare per quella pubblicità gratuita.
Ho detto più sopra che intendevo allargare il discorso passando sopra queste miserie. Solo in Italia esiste, anzi resiste, a ottant’anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, la catacombale polemica fascismo/antifascismo. Ciò deriva da un equivoco, voluto, non innocente e gravido di conseguenze, per cui saremmo stati noi italiani a rivendicarci in libertà dal giogo nazifascista. Non è stato così, a liberarci sono stati gli Alleati, gli americani, pagando noi un prezzo che ci pesa ancora addosso, gli inglesi e persino i razzisti sudafricani perché facevano parte del Commonwealth. Se andate al Cemetery War vicino a San Siro, a Milano, trovate le tombe bianche coi nomi di tanti ragazzi sudafricani, venuti a combattere e a morire inutilmente per la libertà d’Europa, una questione che non li riguardava affatto. E’ commovente quel cimitero con tutte le tombe uguali, bianche, come sono commoventi in genere tutti i cimiteri anglosassoni privi di orpelli o trombonate, tipo il Monumentale.
Ho il massimo rispetto per i partigiani, quelli veri, non quelli che divennero tali dopo il 25 aprile, quando gli italiani da tutti i fascisti, o quasi, che erano stati (furono solo tredici i docenti universitari che si rifiutarono di aderire al fascismo) divennero tutti antifascisti. La mia adolescenza è stata solcata da ragazzi poco più grandi di me che si vantavano di essere stati delle staffette partigiane, Fallaci in testa. E io, nella mia ingenuità, mi dicevo: “ma quanti messaggi si scambiavano questi partigiani”. Precisato questo, bisogna anche dire che la Resistenza, dal punto di vista militare, fu irrilevante in quella tragica e grande epopea che fu la Seconda guerra mondiale. Insomma noi italiani non abbiamo fatto i conti con la nostra Storia, eppure gli “anni del consenso” non li ho inventati io e il 10 giugno del 1940, quando Mussolini annunciò dallo storico balcone di Piazza Venezia “la dichiarazione di guerra è già stata presentata agli ambasciatori di Gran Bretagna e Francia” in quella piazza c’era una folla enorme e non potevano essere tutte ‘truppe cammellate’. Finita e persa la guerra pareva che in quella piazza non ci fosse mai stato nessuno e Oreste Del Buono commentò, col suo micidiale sarcasmo: “qui va a finire che c’eravamo solo io e Montanelli”.
Conseguenza non indolore di questo equivoco è stata la nascita delle Brigate Rosse, i cui uomini e donne erano impregnati di cattolicesimo e di comunismo, due ideologie non proprio libertarie. Le Br furono comunque un movimento serio e i protagonisti, a parte Curcio, finirono per pagare con la vita. Lo stesso non si può dire per i sessantottini e dintorni. Potere Operaio, Potop per gli amici, o “molotov e champagne” perché vi militava una buona parte dell’aristocrazia e dell’alta borghesia romana, fra cui Paolo Mieli. Lotta Continua pubblicava un giornale, diretto fra gli altri da Giampiero Mughini, con le abitazioni, le fotografie, i percorsi di fascisti o presunti tali. Insomma una caccia all’uomo. Cinque, a mia memoria, sono rimasti in sedia a rotelle, uno è morto. Esemplare è la storia di Sergio Ramelli, uno studente universitario di diciotto anni picchiato a sangue da elementi di Avanguardia Operaia, morì dopo un’atroce agonia durata settanta giorni, ma nessun giornale borghese si degnò di dare questa notizia. Pareva normale, allora, che questi fanatici girassero per le strade al grido di “uccidere un fascista non è reato” o “basco nero il tuo posto è al cimitero”.
Nel dopoguerra, quando si conosceva il valore della libertà perché uscivamo da un periodo in cui c’era stata sottratta, poté costituirsi la MSI, il Movimento sociale italiano, che entrò in Parlamento sotto la guida di Giorgio Almirante che, venendo da una famiglia di teatranti, era un formidabile oratore, altro che Giorgia Meloni. Oggi ci governa una destra che è difficile definir destra, senza offendere la Destra.
La libertà di espressione è indivisibile, può essere conculcata soltanto in momenti eccezionali, come la guerra. Nelle norme “transitorie finali” della Costituzione c’è scritto che “È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”. Ma, se la lingua italiana ha ancora un senso, ciò che è “transitorio” non può durare in eterno. Per questo fu possibile la costituzione o la ricostituzione dell’Msi.
Nel Codice penale di Alfredo Rocco, grande giurista benché fascista, c’erano molti reati liberticidi, sarebbe bastato eliminarli. Noi invece ne abbiamo aggiunti altri. La Legge Mancino del 1993 punisce, fra le altre cose, “l’odio razziale”. L’odio, come la gelosia, come altre componenti dell’animo umano è un sentimento, come tale non può essere conculcato, io ho diritto di odiare chi mi pare, il discrimine assoluto è che l’odio non può tramutarsi in violenza.
Questa attitudine censoria è entrata anche nel mondo dello sport, in particolare del calcio. E’ stata creata la “discriminazione territoriale”, cioè io dagli spalti, se sono un tifoso del Verona, non posso gridare “Forza Vesuvio!” e i napoletani rispondermi con un “Giulietta era una troia”. Alle volte un po’ di ironia ci farebbe bene.
Tutti le norme “liberticide” sono organicamente fasciste, così come tutti i comportamenti che tendono a limitare la libertà altrui, in particolare quella d’espressione. Quindi Liberilibri ha contraddetto il suo nome. In perfetto stile fascista.
Il Fatto Quotidiano, 11.12.2025
Da qualche mese alcune navi da guerra degli Stati Uniti, a cominciare dalla loro più potente portaerei, la Gerald Ford, spostata appositamente dal Mediterraneo (ma che ci faceva nel Mediterraneo? Le navi da guerra americane sono un po’ come le moto in divieto di sosta, le trovi dappertutto) al quadrante dell’Atlantico e dei Caraibi, incrociano al largo del Venezuela e forse anche all’interno delle stesse acque venezuelane.
Gli americani hanno creato una no fly zone del tutto abusiva, secondo l’Onu e la logica più elementare e diversi Paesi hanno sospeso tutti i voli per Caracas. Il metodo è sempre lo stesso, chiamiamolo il ‘metodo Iran’: prima si indebolisce economicamente un Paese considerato nemico e poi si spera in un cambio di regime dall’interno. In questo caso si conta su alcuni alti gradi militari che sarebbero contrari all’attuale Presidente del Venezuela, Nicolas Maduro. Gli americani ci avevano già provato nel 2019, tentando un colpo di Stato con Juan Guaidò, ma gli era andata male. Il “giovane e bell’ingegnere”, così lo chiamava la stampa internazionale, non aveva in realtà nessun seguito e dovette fuggire prima in Colombia poi negli Stati Uniti.
Il pretesto per attaccare Il Venezuela sarebbe che è il più grande esportatore di droga. Il che è falso. Caracas non è nella lista dei principali esportatori di droga, lista che comprende Colombia, Perù, Bolivia, Messico, Marocco, Myanmar, Laos, Paesi Bassi, Belgio. E gli stessi Stati Uniti.
Gli obiettivi degli americani sono sostanzialmente tre. Scalzare Maduro, favorendo così un cambio di regime. Due: impadronirsi delle enormi riserve petrolifere venezuelane. Tre. Porre un argine al cosiddetto “socialismo bolivariano”, in forte avanzata soprattutto in Brasile, sotto il governo di Ignacio Lula da Silva, e appunto in Venezuela.
Ai primi di settembre gli americani avevano affondato, in acque internazionali, un barchino, sospettato di trasportare droga verso gli Stati Uniti. I morti erano stati undici. Poi c’è stato l’affondamento di un secondo barchino, con una sessantina di morti. Negli Stati Uniti la polemica verte sul fatto se i comandi militari yankee, nel secondo attacco, abbiano infierito su quelli che stavano annegando. Ma il problema non è questo. Il fatto è che quegli affondamenti sono avvenuti in acque internazionali. L’Onu ha denunciato la cosa, ma si sa che l’Onu ormai non conta più nulla, paralizzato dai veti incrociati degli appartenenti al Consiglio di Sicurezza, fra cui gli Stati Uniti e la Gran Bretagna.
Fra le richieste di Trump c’è quella di sostituire Maduro con un suo accolito. E’ come se Putin pretendesse di sostituire Zelensky con un suo uomo. Con la differenza, però, che Zelesnky ha perso la guerra mentre il Venezuela, almeno per ora, non ha perso nessuna guerra. Ci sono stati gli affondamenti dei barchini di cui abbiamo parlato, ci sono gravissime minacce in corso, ma l’esercito venezuelano non ha sparato un solo colpo.
Che atteggiamento ha preso finora l’Unione Europea in pieno marasma senile? Assiste silente a un probabile conflitto che potrebbe riguardarla molto da vicino. Il Venezuela, prima di Chavez e oggi di Maduro, è legato a filo doppio al Brasile di Lula e una delle accuse che si fanno a Lula è di aver messo in galera il suo predecessore, Jair Bolsonaro, che sosteneva i ‘garimpeiros’, i cercatori d’oro, che stavano deforestano la foresta amazzonica che produce dal 20 al 30 percento dell’ossigeno mondiale. Un problema, anzi un dramma, che riguarda quindi tutti i Paesi del mondo.
A muoversi non tanto per Maduro ma contro le violazioni del diritto internazionale di cui si sono resi responsabili gli Stati Uniti, sono stati Putin e Xi Jinping. Ed è paradossale che a portare un po’ di saggezza e di calma nel bailamme del mondo attuale, carico per ogni dove di conflitti uno più pericoloso dell’altro, sia il dittatore di uno Stato comunista qual è la Cina: Xi Jinping.
La Corte Penale Internazionale per “crimini di guerra” ha sanzionato Putin, in quanto aggressore dell’Ucraina e Netanyahu per il macello che sta facendo a Gaza e che è sotto gli occhi di tutti. Ma si è dimenticata di Trump che, in quanto sostenitore di Israele, è corresponsabile di quegli eccidi.
Che abbia sanzionato Putin per l’aggressione all’Ucraina è giusto e comprensibile. Ma quante volte la NATO, che è sostanzialmente una creatura americana o comunque a guida americana, che al suo Articolo 5 impegna i suoi aderenti a intervenire se uno di essi è aggredito o minacciato, ha attaccato Paesi che non minacciavano nessuno? Chi minacciava la Serbia nel 1999, quando fu bombardata dagli americani e da altri membri della NATO? Chi, nel 2001, minacciava l’Afghanistan talebano? Chi minacciava l’Iraq di Saddam Hussein? Chi minacciava la Somalia degli Shabaab? Chi, soprattutto, minacciava la Libia del colonnello Mohammad Gheddafi?
Due pesi, due misure. Comme d’habitude.
Il Fatto Quotidiano, 6.12.2025