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                                                                                  Non salgo più su un tram: ho il terrore che mi cedano il posto.

 

L’altra mattina ero sul “tram numero 10”. “Il tram numero 10” non è un tram come tutti gli altri, è un mito, perché con le sue 35 fermate attraversa da nord a sud tutta Milano. Rasenta molti quartieri e quindi tutti i milanesi lo conoscono e ne conoscono i percorsi. Se uno straniero si è perduto intorno alla Stazione Centrale basta dirgli “prendi il 10 e vedrai che ti porta vicino al posto che cerchi” (Lucio Dalla canta “nel centro di Bologna non si perde neanche un bambino”, nel centro di Milano sì, perché scarsi sono i portici -invenzione di Nerone-  che ti facciano da segnaletica.

Se mi chiedessero qual è il simbolo di Milano non risponderei il Duomo, risponderei: il tram. L’indicazione del “numero 10” corrisponde al vecchio “chiedilo al ghisa”, antropologia anch’essa scomparsa da Milano, insieme al Commissario di quartiere.

Quando, bambino di tre anni, arrivai a Milano, dopo aver vissuto sulle colline delle Prealpi (l’emergenza degli “sfollati”) ciò che più di tutto mi colpì, anzi la sola cosa che mi colpì, furono i tram, questi strani veicoli che non hanno ruote gommate, vanno su rotaie e si congiungono con quello che a me pareva un bastone (‘archetto’) a un reticolo di fili che stanno qualche metro sopra il tram. Così io, bambino, dicevo “Milano ha il cielo con la rete” e, trasportato dalla mia fantasia infantile, dicevo che da grande volevo fare il tramviere. Purtroppo lo dissi anche a mia madre che per tutta la vita è rimasta convinta che avessi fallito i miei obiettivi perché tranviere non ero diventato (sconsiglio a tutti di avere una madre nata in epoca zarista).

Il tram ha una particolarità che non appartiene a nessun altro veicolo: il suo sferragliare, anche lontano, molto lontano, in una notte buia e tempestosa, con la città deserta (i milanesi, a differenza dei romani, non abitano la notte) ti dà coraggio. E’ il leitmotiv di tanti racconti di Dino Buzzati, quando il protagonista, immerso in quegli incubi che solo lo scrittore di Belluno sa creare, si trova in un qualche guaio.

I tram, parlo sempre del dopoguerra, erano affollati fino all’inverosimile, la gente si stipava non solo sui predellini, ma si attaccava anche a delle corde che penzolavano dietro a ogni tram. Chi era stato sotto i bombardamenti americani non aveva certo paura di farsi la bua cadendo sul selciato. Comunque il pericolo era in qualche modo mitigato aggiungendo una carrozza a quella principale (ah, il “doppio tram”, una goduria che oggi non esiste più).

Questo sovraffollamento era dovuto alla prima migrazione, principalmente dal Veneto e dall’Emilia (Milano, insieme a Torino e Genova, faceva parte del “triangolo economico”). Poi arrivò la migrazione dal sud Italia, che a Milano, a differenza della fredda, in tutti i sensi, Torino (i “letti caldi”) non causò problemi. Chi veniva dal sud Italia aveva voglia di lavorare e i milanesi, si sa, hanno sempre apprezzato chi “rusca”, per dirla in dialetto lombardo, anch’esso scomparso. La polemica era bonaria e linguistica: loro erano i terroni, noi i “polentoni”. Un po’ come i milanisti erano i “casciavit” e gli interisti i “bauscia”.

Nel dopoguerra, dopo una guerra persa nel peggiore dei modi, noi italiani eravamo poveri, non però al punto di soffrire la fame, questo se l’è inventato Giampiero Mughini. Ma bisognava stringere la cinghia, nel senso letterale del termine. Il nostro non consumismo non era una scelta, ma un obbligo. Eravamo asciutti e quindi più belli. In quel periodo di ristrettezze il ‘pater familias’ passava il suo cappotto al figlio maggiore e costui ai minori. Insomma si scopava e il tasso di natalità non era ridotto, come oggi, al misero 0.63 percento. Una asciuttezza che c’era anche nel comportamento. Si vadano a vedere i funerali di Fausto Coppi, 1960. Chi assisteva ai funerali del “campionissimo”? La “gente comune”, come odiosamente si dice oggi. Nessun sgangherato applauso all’uscita della bara. Il popolo onora in silenzio e con grande compostezza il suo campione. Oggi, nel frastuono incessante che ci circonda, non sopportiamo più il silenzio, applaudiamo anche i morti, di che cosa, d’esser morti?

C’è stato un periodo in cui a Milano si volevano abolire, per non so quale ragione, i tram. Per fortuna arrivò la crisi energetica del ’73 a porre fine a questo progetto insensato. Ritornarono in auge i tram, che non vanno a petrolio e persino i cavalli; ne erano rimasti solo alcuni, spelacchiati, con relativo calesse, davanti alla Scala, solo decorativi insomma.

Torniamo al tram dell’altra mattina. C’era una signora anziana, in piedi, in evidente difficoltà, perché i tram saranno anche una bellissima cosa, ma non possono evitare gli sbalzi del pavé. Davanti a lei, sedute, tre o quattro ragazze, nessuna che si sia sognata di alzarsi per cederle il posto. Per cui oggi un vecchio può tranquillamente salire su un tram senza il timore di essere considerato un vecchio inutile.

Si frigna molto sui giovani di oggi e loro stessi frignano su se medesimi e il loro futuro incerto. Il fatto è che le generazioni che si sono succedute alla mia non hanno conosciuto, non dico la guerra, questo era anagraficamente impossibile, ma nemmeno le ristrettezze del dopoguerra. Non hanno affrontato cioè nessun evento fondante, di quelli che temprano le persone, ne formano il carattere. Per cui l’unica cosa onesta, anche se modesta, che possono fare è una sola: invecchiare.

 

Il Fatto Quotidiano, 3.12.2025

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                                                                                                                                                                                                                                                                                                                           “Beata solitudo, sola beatitudo”, San Benedetto da Norcia.

 

Parecchi anni fa Gianfranco Funari, intervistato in strada da Roberto Poletti, disse: “Io sono un uomo solo”, e pur non conoscendomi affatto, riprese: “…se penso a un altro uomo solo penso a Massimo Fini”.

Qui faccio una lunghissima digressione. Col pool di Mani Pulite, Francesco Saverio Borrelli e Di Pietro, in testa, Gianfranco Funari fu uno dei protagonisti di quella stagione, insieme a un non ancora indementito Vittorio Feltri, diventato, a 82 anni suonati, un pugile. Feltri era quest’anno alla Festa del Fatto, da remoto, e si vedeva benissimo che gli tremavano le mani. Evidentemente c’è una certa voluttà in alcuni uomini nel rendersi ridicoli, è una parte dell’animo umano. “Tutte le situazioni abiette, degradanti e soprattutto ridicole hanno sempre suscitato in me, insieme a una collera smisurata, una voluttà altrettanto smisurata”. Confessione del Principe Stavrogin, nei Demoni di Dostoevskij.

Tutti i protagonisti di Mani Pulite hanno fatto una brutta fine: Funari fu esiliato a Odeon, Di Pietro si mise in politica, ma non era la sua parte, perché da uomo onesto qual è non è capace delle furfanterie che sono il pane della politica, inoltre gli comprarono uno dei suoi senatori. Feltri si salvò a modo suo, il suo solito modo: cambiando gabbana. Da iper forcaiolo che era stato da direttore de l’Indipendente (gli attacchi ai figli di Craxi, Stefania e Bobo, il “cinghialone” appioppato a Bettino trasformando una legittima inchiesta della Magistratura in una sorta di “caccia sadica”, il democristiano Enzo Carra sbattuto in manette in prima pagina) divenne iper garantista quando passò alla corte di Berlusconi, che è morto, ma il berlusconismo esiste ancora, anzi, è più forte che mai e irradia le sue malefatte, come il Dio di Plotino. Il berlusconismo non va confuso con la Destra, che può essere una cosa seria, ma è un modo da canaglie di affrontare il mondo, violando tutti gli articoli del Codice penale e anche, con opportuni aggiornamenti, del Codice di procedura penale, senza pagar dazio.

Ero quindi “un uomo solo”, come diceva il buon Gianfranco e, seguendo il brocardo di San Benedetto, avrei fatto meglio a restarlo. Ma la vita dell’asceta non è fatta per me. Sugli asceti c’è poi una barzellettina che mi auguro diverta il lettore. Siamo sull’Himalaya e tre Illuminati decidono di arrampicarsi su quegli altissimi picchi per lasciarsi alle spalle la confusione del mondo. Passano sette anni in assoluto silenzio. Primo Illuminato: “che pace c’è qui”. Passano altri sette anni, secondo Illuminato: “hai ragione”. Passano altri sette anni, terzo Illuminato: “se continuate a fare casino me ne vado”.

Quindi mi sono immerso nella vita, come tutti. Ho avuto persino una moglie, fidanzate e, sia pure in dosi minori, fidanzati. E poi ci sono stati gli amici e ci sono, sempre meno, dei fan che mi pongono, come se fossi Domineddio, domande impossibili, prive di senso, per esempio “che senso ha la vita?”. E che cazzo ne so io, della vita. Non so nemmeno se esista o non sia piuttosto una nostra allucinazione. Mi chiedono poi consigli come se fossi Gesù nel Tempio, e non potessi quindi più dare cattivo esempio, sui loro percorsi professionali. La sola cosa sensata, appunto, è che non contano gli obiettivi, tanto non vengono mai raggiunti, ma un percorso che ti dia, nel momento in cui lo stai facendo, non la “felicità” (parola proibita che non dovrebbe mai essere pronunciata) ma armonia, calma, serenità, tutte cose molto difficili da raggiungere in un mondo basato, sostanzialmente, sulla competizione economica.

Di tutto quel casino che è stata la mia vita, che rimane se non la solitudine? Ha avuto un senso darsi tanto da fare? La solitudine si apparenta, in qualche modo, al suicidio. Il suicidio del giovane ha un suo valore estetico e anche etico, perché si gioca tutto ciò che ha, la vita. Quello del vecchio è avvilente, perché si gioca solo degli spiccioli. Una cosa è la solitudine come libera scelta, altra quando è obbligata.

Quando avevo ventisette anni, l’età limite secondo me, avevo una rivoltella, ma sono un vigliacco e non ho mai avuto il coraggio di usarla. Ho perso la battuta.

La lascio in eredità alla mia giovane assistente.

 

Il Fatto Quotidiano, 30.11.2025

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Joseph Ratzinger, quando era Cardinale, affermò: “il Progresso non ha partorito l’uomo migliore, una società migliore e comincia a essere una minaccia per il genere umano”. Quando fece questa affermazione impegnativa, a cavallo degli anni Ottanta, mi sembrò molto interessante, ma passò sotto silenzio perché evidentemente disturbava “i padroni del vapore”.

Pregando sulla tomba di San Francesco, ad Assisi, Papa Prevost ha ripreso questo concetto affermando che: “La libertà è messa a rischio dall’onnipotenza tecnologica”. Ma mentre Ratzinger pensava “in grande stile”, cioè si riferiva al ‘progresso’ portato dalla Rivoluzione industriale, Prevost la circoscrive all’oggi. Scrive Mauro Magatti sul Corriere (9.11): “Aumentano i nuclei composti da una sola persona, soprattutto tra gli anziani, ma anche tra i giovani adulti… la famiglia, che per generazioni è stata la principale rete di protezione e di socialità, è oggi più piccola, fragile e instabile. Mentre i turni di lavoro 24h 7x7 rendono difficile persino incontrarsi coi proprio familiari”.

C’è da notare, innanzitutto, che non è solo la libertà a essere messa a rischio (chi cazzo se ne frega della libertà) ma l’intero essere umano nella sua umanità, è il fenomeno del transumanesimo, venuto prepotentemente alla ribalta con l’avvento della AI, vale a dire l’Intelligenza Artificiale.

Inoltre è interessante il riferimento a San Francesco che non è il Francesco ‘piacione’, vale a dire il penultimo Papa, ma è, appunto, il Santo di Assisi. Benché vissuto a cavallo fra il 1100 e il 1200, Francesco, quello vero, è un santo molto moderno. Un santo ecologista (Da il Cantico delle creature: “…Laudato si', mi' Signore, cum tutte le Tue creature, spezialmente messor lo frate Sole, lo qual è iorno et allumini noi per lui. Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore: de Te, Altissimo, porta significazione. Laudato si', mi' Signore, per sora Luna e le stelle: in celu l'ai formate clarite e preziose e belle. Laudato si', mi' Signore, per frate Vento e per aere e nubilo e sereno e onne tempo, per lo quale a le Tue creature dai sustentamento. Laudato si', mi' Signore, per sor'Acqua, la quale è multo utile et humile e preziosa e casta. Laudato si', mi' Signore, per frate Focu, per lo quale ennallumini la notte: et ello è bello e iocundo e robustoso e forte. Laudato si', mi' Signore, per sora nostra matre Terra, la quale ne sustenta e governa, e produce diversi frutti con coloriti fiori et herba…”).

San Francesco, quello vero, è importante anche perché è un santo ‘pauperista’. Figlio di un mercante, si rese conto, con un certo anticipo direi, di come il mercato avrebbe favorito i ricchi ai danni dei poveri. Che è, all’ennesima potenza, ciò che stiamo vivendo oggi. Il mercato ha sfondato e cancellato ogni senso del sacro anche nelle feste più tradizionali della Chiesa. Come il Natale. Che il Natale sia diventata una Festa consumistica, priva ormai di ogni significato spirituale, lo sappiamo da tempo. Ma che si arrivasse a cambiare, grazie alla solita AI, anche i connotati fisici di Babbo Natale significa che siamo arrivati all’Everest del consumo: il volto del Babbo, abbandonato il classico rubizzo, verrà sostituito da un QR code che grazie all’intervento dell’Intelligenza artificiale ne riprodurrà uno nuovo a richiesta, secondo la volontà del committente. Nemmeno le renne vengono lasciate in pace, verranno sostituite da un monopattino elettrico, con cui i ragazzini potranno far strage di anziani sui marciapiedi (è l’unico dato positivo). Alla slitta succederà un trolley di gigantesche, mai viste dimensioni, in fibra di carbonio.

Ma torniamo a Prevost. Mi pare, posso sbagliare, parlo ‘in partibus infidelium’, che Papa Leone XIV abbia capito una cosa, fondamentale: che più la Chiesa si mondanizza, cioè si adegua ai tempi, smarrendo la sua ‘ragione in ditta’, che è la cura dell’anima (sempre che un’anima esista, non sono fatti miei) più perde il consenso, che si indirizza verso religioni più spirituali come il Buddismo, l’Islamismo o, addirittura, l’astrologia. Siamo quindi lontanissimi dalla sapienza della Chiesa di Paolo che con alcuni istituti, come la confessione e il perdono, anticipa Freud e risolve, o almeno cerca di risolvere, alcuni conflitti interiori, traumatici, dell’essere umano.

 

Il Fatto Quotidiano, 26.11.2025