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Gli omosessuali stanno diventando una minoranza – sempre che in questa società sia ancora tale -estremamente intollerante. Discriminati da sempre, oggi non lo sono più, occupano posizioni di potere in ogni settore e di alcuni, come quello della moda, hanno il monopolio. In Parlamento si discute se varare una legge che consenta loro di sposarsi. Com'è giusto che sia. Se due persone dello stesso sesso sono legate affettivamente o comunque convivono perchè non devono poter rendere giuridica la loro situazione? (Anche se una linea del genere, bisogna saperlo, puo' portare molto lontano. Esistono, come nell'anticipatore e splendido film di Truffaut, 'Jules et Jim', anche i 'triangoli' dove due uomini convivono con la stessa donna, la amano, ne sono riamati, mentre fra loro esiste una profonda amicizia. Perchè anche questa situazione, se i protagonisti lo desiderano, non dovrebbe essere regolata giuridicamente? Assisteremo quindi, in futuro, a matrimoni collettivi, fra eterosessuali, omosessuali, bisessuali, transessuali legati fra loro da amorosi sensi?). Gli omosessuali sono quindi cittadini a pari diritti, questo è pacifico. Ma non possono pretendere di averne più degli altri. Giorni fa Guido Barilla, patron dell'omonima azienda (quella, per intenderci, del 'Mulino Bianco') ha dichiarato in un'intervista che per lanciare i suoi prodotti non farà mai «uno spot con una famiglia gay, non per mancanza di rispetto ma perchè non la penso come loro». Apriti cielo. Sono insorti i gruppi omosessuali, Dario Fo, Claudio Magris. Ma qui il sessismo non c'entra nulla, è una questione commerciale. Il target del 'Mulino Bianco' è la famigliola tradizionale, pulitina, ordinatina, perfettina che tante volte è stata presa in giro per la sua banalità («cose da 'Mulino Bianco'»). Ma anche la banalità della normalità ha diritto di esistere, non meno dell'omosessualità, della bisessualità, della transessualità. Mi pare che Fulvio Scaglione di Famiglia Cristiana abbia centrato il punto: «La legge sull'omofobia è diventata, nella pratica e nella mente di molti, una legge contro l'eterofilia. C'è un industriale che a quanto pare non puo' fare pubblicità come vuole e per chi vuole». L'intolleranza degli omosessuali nei confronti di chiunque non li condivida si aggancia infatti anche alla recente legge sull'omofobia che si inserisce nella più ampia legge Mancino che punisce l'istigazione all'odio razziale, l'antisemitismo, la xenofobia. L'omofobia viene definita «come condotta basata sul pregiudizio e l'avversione nei confronti delle persone omosessuali, analoghe al razzismo, alla xenofobia, all'antisemitismo e al sessismo che si manifestano nella sfera pubblica e privata in forme diverse quali discorsi intrisi di odio». L'odio, come l'amore, la gelosia, l'invidia (motore quest'ultima, sia detto per incidens, del consumismo e quindi alla base del sistema liberista) è un sentimento e quindi, come tale, incomprimibile. Nessun regime, neanche il più totalitario, si era mai spinto fino a questo punto: a mettere le manette ai sentimenti (alle azioni e alle idee ovviamente, ma non ai sentimenti). In democrazia dovrebbero essere penalmente perseguite solo le azioni. Io ho il diritto di odiare chi mi pare. Ma se gli torco anche solo un capello devo finire dritto e di filato al gabbio. Se andiamo avanti di questo passo sul piano del 'politically correct' finirà che non potremo più dir nulla, solo parafrasare la Gazzetta Ufficiale. In ogni caso se oggi uno non appartiene a qualche minoranza protetta ma fa parte di quei quattro gatti della maggioranza è spacciato.

Massimo Fini

Il Gazzettino, 4 ottobre 2013

 

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E adesso ci tocca anche il Papa democratico, femminista, di sinistra e magari, chissà, antifascista. «Non sono mai stato di destra». Da quando esistono queste due categorie politiche, cioè dalla Rivoluzione francese, nessun Pontefice si era mai abbassato a tanto, a nominarle. E che significa «non sono mai stato di destra»? Forse che quel Cristo che ha sempre in bocca (povero Cristo), non del tutto legittimamente perchè il cattolicesimo non coincide col cristianesimo, riserva una maggior misericordia a quelli di sinistra (il discorso naturalmente vale, a segno contrario, se avesse detto «non sono mai stato di sinistra»)? L'atteggiamento da 'piacione', cioè di uno che vuole piacere a tutti senza dispiacere nessuno, compresa la tambureggiante retorica della modestia, la sua (il che è il massimo dell'immodestia), Bergoglio, intelligenza fine, da gesuita, non lo ha scelto a caso anche se magari ha assecondato un aspetto reale del suo carattere. Il significato profondo della fuviale intervista a Civiltà cattolica ce lo spiega in un pur contorto articolo sul Corriere (20/09) un cattolico doc come Vittorio Messori (cui, se lo conosco un po', devono essersi torte le budella nel dover far sue le 'aperture' di Bergoglio). Scrive Messori: «E' da questo desiderio di convertire il mondo intero, usando il miele ben più che l'aceto, che deriva una delle prospettive più convincenti fra quelle confidate dal Papa al confratello». Siamo alle solite: all'evangelizzazione. Che muove da uno slancio di generosità (se io posseggo la Verità perchè non farne partecipi anche gli altri?), ma è quel tipo di generosità, come certi favori non richiesti, che ti ricade in testa come una tegola. Nell'evangelizzazione c'è infatti, in nuce, il vizio oscuro che segnerà tutta la storia dell'Occidente, il tentativo di 'reductio ad unum' dell'intero esistente. L'evangelizzazione partorirà molti figli, apparentemente fra loro diversissimi. Il primo sarà l'eurocentrismo, il colonialismo europeo che si basa, almeno a partire dal XV secolo, sulla distinzione fra 'culture superiori' e 'inferiori' e il dovere delle prime di portare la civiltà, laica e religiosa, alle altre. Il secondo figlio -anche se cio' puo' apparir strano- sarà proprio l'Illuminismo che a Dio sostituirà, assolutizzandola, la Dea Ragione. La Rivoluzione francese e le truppe napoleoniche si incaricheranno di esportare, sulla punta delle baionette, questa inedita 'buona novella'. Il terzo figlio -il che puo' apparire ancora più strano- sarà la Rivoluzione sovietica che, sotto il manto del materialismo scientifico e dell'internazionalismo proletario, tenterà di ricondurre tutto il mondo sotto il suo modello (Trotzkij: «La Rivoluzione o è permanente o non è»). Il quarto figlio, il più compiuto e realizzato, è il modello di sviluppo industriale e finanziario di tipo capitalista. La sua formidabile espansione si basa su una sorta di 'evangelizzazione' mercantile e tecnologica che ha al suo fondo la convinzione che questo modello sia «il migliore dei mondi possibili». E' in virtù di questa convinzione che ci siamo intromessi in tutte le altre culture, assimilandole o, quando non è stato possibile, togliendole brutalmente di mezzo. Dio ha preso le forme della ruspa.

Quando Bergoglio afferma che «senza lavoro non c'è dignità» non so se si renda conto che cosi' si inserisce, a pieno titolo, nonostante le sue parole sulla solidarietà e la misericordia, in questo modello disumano. Un suo predecessore, un po' più autorevole, San Paolo, che la Chiesa l'ha fondata, definiva invece il lavoro «uno spiacevole sudore della fronte». Io non sono credente ma, pistola alla tempia, sto con Paolo non con Bergoglio.

Massimo Fini

Il Fatto Quotidiano, 28 settembre 2013

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L'acquisto dell'Inter da parte del giovane magnate indonesiano Erick Thohir non segna la 'fine di un'epoca' per la gloriosa società nerazzurra e nemmeno è un segno della decadenza di Milano come scrive sulla Repubblica (25/9) Carlo Verdelli che fa notare come altri pezzi pregiati della capitale meneghina (la sede di via Solferino del Corriere, l'altrettanto storica pasticceria Cova) sono finiti in mani straniere. Potrebbe essere, al contrario, un segno di vitalità. Non si dice forse sempre che in epoca di globalizzazione bisogna essere capaci di attrarre capitali e investimenti dall'estero? Ecco i capitali e gli investimenti. Di che ci lamentiamo?

La cessione dell'Inter a Thohir non segna la fine di un'epopea locale o la decadenza di una città, cose di cui chi non è nerazzurro o milanese potrebbe tranquillamente impiparsi. La questione è più ampia e più grave. Questa cessione certifica, emblematicamente, la fine dell'agonia del calcio, cioè la sua morte simbolica, agonia iniziata almeno trent'anni fa (in Italia dal 1982, quando dopo la vittoria della Nazionale ai Mondiali di Spagna fu introdotto 'il terzo straniero'), in un'epoca in cui di globalizzazione non si parlava ancora. E' da almeno trent'anni che il calcio è stato progressivamente depauperato di quei valori, mitici, rituali, sacrali, simbolici, identitari che per più di un secolo hanno fatto la fortuna di questo gioco, che solo gioco non è, a favore dell'economico, del business e in particolare del business televisivo. Chiunque conosca almeno un po' questo gioco sa che fra calcio da stadio (che nel frattempo, proprio a causa della Tv, ha perso il 40% degli spettatori) e quello televisivo non corre alcuna parentela. Il piccolo schermo inquadra solo porzioni del campo e, ovviamente, si perde la visione d'insieme e alcuni giocatori, specialmente mediani di difesa, vi appaiono raramente eppure sono fondamentali nell'economia del gioco della squadra. Ma questi sono dettagli tecnici. Le ragioni più importanti stanno altrove. Il calcio da stadio era, per dirla con Gramsci, una grande festa 'nazional-popolare' (e cosi' è rimasto in alcuni Paesi nordici come Olanda, Danimarca, Norvegia, Scozia), interclassista che aveva un'importante funzione di coesione sociale. Allo stadio l'imprenditore sedeva accanto all'operaio. Vissuto solipsisticamente a casa, davanti alla Tv, il calcio perde questa sua fondamentale funzione aggregante. Cosi' come perde un'altra funzione che è quella di dare uno sfogo legittimo, e sostanzialmente innocuo, all'aggressività che dorme in ciascuno di noi e che è vitale. E' chiaro che se, sempre per motivi di business (la politica dei prezzi e degli abbonamenti), si schiaffano i ragazzotti, tutti insieme, dietro le porte e in curva questa aggressività puo' diventare molto meno innocente e un pericolo sociale. Il calcio permetteva anche di esaudire un'importante esigenza dell'animo umano: quella identitaria. Ci si identifica in una squadra, nella sua storia, nella sua tradizione, nei suoi colori, nei suoi giocatori-simbolo (Totti, 'romano de Roma', è l'ultimo superstite) ma che processo di identificazione ci puo' essere se i giocatori cambiano squadra ogni anno o addirittura, col mercato perennemente aperto, nello stesso campionato e se le maglie, per esigenze degli sponsor, non sono più quelle tradizionali? E ai piagnoni nerazzuri vorrei ricordare che poco tempo fa l'Inter giocava con questa formazione: Julio Cesar, Maicon, Lucio, Samuel, Zanetti, Cambiasso, Thiago Motta, Schneider, Pandev, Eto'o, Milito. Non c'era un solo italiano. E allora Erick Thohir se lo sono proprio meritato.

Massimo Fini

Il Gazzettino, 27 settembre 2013