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Secondo quanto riferiscono i quotidiani, la Commissione ambiente e sanità del Parlamento europeo ha votato un testo (la cui approvazione definitiva spetta peraltro all' assemblea di Strasburgo) in cui legittima l'eutanasia. In verità questo testo presenta parecchi margini di ambiguità. Recita infatti l'art. 8: «Mancando qualsiasi terapia curativa e dopo il fallimento delle cure palliative correttamente impartite, su piano tanto psicologico quanto medico, e ogni qualvolta un malato pienamente cosciente chieda, in modo insistente, che sia fatta cessare un'esistenza ormai priva per lui di qualsiasi di-gnità e un collegio di medici, costituito all'uopo, constati l'impossibilità di dispensare nuove cure specifiche, detta richiesta deve essere soddisfatta senza che, in tal modo, sia pregiudicato il rispetto della vita umana». Non è chiaro, dal testo, se i medici si debbano limitare a sospendere le cure o se possano agire attivamente accorciando artificialmente la vita del malato, per esempio con un'iniezione mortale. Perchè proprio questo è il nocciolo dell'intera questione. Solo nel secondo caso infatti si può parlare di eutanasia. Poiché però il testo fa riferimento esplicito al consenso, anzi alla richiesta, del malato, se ne può dedurre, ragionando a contrario, che la Commissione europea abbia realmente introdotto una eutanasia almeno parziale, quella che conferisce al malato il diritto di essere aiutato a morire anche con un'azione diretta e non solo con la sospensione delle cure. Altrimenti l'intero testo risulterebbe pleonastico. Non c'è dubbio infatti che il malato abbia già il diritto di rifiutare le cure, non solo quelle che lo deturpino, che lo riducano ad un povero oggetto intubato, monitorizzato, privo di dignità, che ne prolunghino inutilmente il dolore, quali sono quelle che, in genere, si applicano ai mali «terminali», cui particolarmente si riferisce il testo della Commissione, ma qualsiasi cura. Questo diritto il malato ce l' ha quando è in casa sua (se un medico mi diagnostica un cancro e mi ordina il ricovero immediato io non ho alcun obbligo di obbedirgli ma posso, come fece Jacques Brel, prendere la mia barca e andare a morire in mare), ma non si capisce perché mai dovrebbe perderlo quando entra in ospedale. E se qualche confusione si è creata a questo proposito, è solo perché le equipe mediche ospedaliere hanno preso la cattiva abitudine di considerare il malato non più come un soggetto di diritti, ma come una «cosa» su cui si può, sia pure a fini detti di bene, fare e disfare a piacimento. Del resto, per quanto riguarda l'Italia, il rifiuto delle cure è un diritto garantito dalla Costituzione («Nessuno può essere obbligato ad un determinato trattamento sanitario«, art. 32). Se quindi il malato ha già il diritto di rifiutare le cure o di ottenere che siano sospese vuol dire che il testo della Commissione europea stabilisce qualcosa di più: stabilisce che, quando versi in determinate condizioni, quelle dette «terminali», il malato abbia diritto di chiedere ed ottenere -per usare un'espressione brutale- di essere ucciso. Se il testo della Commissione dovesse essere approvato dal Parlamento europeo, e recepito dall'Italia, verrebbe introdotta una rilevante eccezione alla norma che punisce «l'omicidio del consenziente» prevista dal nostro codice penale (artt. 579/80) sulla base della concezione che la vita non è solo un bene individuale ma anche sociale e che quindi nessuno ne può disporre, nemmeno il suo proprietario o, a maggior ragione, chi lo aiuta a sopprimersi. A me la regolamentazione data alla delicata materia dalla Commissione europea pare accettabile e convincente. Non solo perché risparmierebbe al malato atroci sofferenze che egli stesso giudica inutili e senza speranza, ma anche perché verrebbe così reintrodotto, invertendo l'attuale tendenza, il principio che la vita è innanzitutto un bene dell'individuo e solo in seconda istanza un bene sociale, principio quanto mai opportuno in un'epoca in cui la presenza dello Stato, anche nelle nostre scelte più intime, è diventata asfissiante e totalitaria. Cardine resta però il consenso del malato. Avventurarsi più in là ed ammettere anche l'omicidio per pietà, ovvero l'eutanasia in senso stretto, senza il consenso del malato o dandolo per presunto quando egli non è in grado di esprimerlo, mi sembrerebbe invece arbitrario e molto pericoloso perché potrebbe incoraggiare la tendenza ad eliminare gli handicappati, gli invalidi, i vecchi, celando. sotto il manto dell'orrore per la sofferenza, l'impazienza di liberarsi di bocche inutili e costose.

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La sentenza con cui la Corte d'appello di Firenze ha deciso di restituire definitivamente il piccolo Dario ai suoi veri genitori troncando l'esperimento che, con l'accompagnamento di un caravanserraglio di psicologi e assistenti sociali, doveva permettere il passaggio graduale del bambino dalla famiglia preadottiva (i Luman) a quella naturale (i Cristino), ha provocato i consueti piagnistei della intellighenzia di sinistra. Emblematico è un articolo di Guglielmo Pepe sulla Repubblica del 7 luglio. Scrive Pepe che la sentenza è una conferma «che l'amore non basta, che le ragioni del cuore sono insufficienti di fronte alle leggi, che l'affetto pur grande per un bambino è impotente al cospetto delle regole». Curioso modo di ragionare; come se le «ragioni del cuore» riguardassero solo i genitori adottivi di Dario e non anche quelli naturali che lo reclamavano inutilmente da quattro anni e mezzo. Pepe osserva inoltre che il Tribunale dei minori, che aveva stabilito il passaggio soft del bambino da una famiglia all'altra, lo aveva fatto «anche per rispetto nei confronti dei Luman». C'è da sperare che non sia così. Innanzi tutto perché la stella polare cui devono guardare i giudici, nei processi di adozione, è l'interesse del bambino. Lo scopo primario dell'adozione non è infatti quello di dare un figlio a chi non può averne (è il caso dei Luman), ma di dare una famiglia ad un bambino che non ce l'abbia (e non è affatto il caso di Dario). In secondo luogo perché i Luman non meritano alcun rispetto. Dalla ricostruzione fatta a suo tempo dalla Corte d'appello di Firenze risulta infatti che i Luman, quando venne dato loro in preaffidamento il piccolo Dario, sapevano benissimo che il padre naturale lo aveva già riconosciuto, così come sapevano (ed erano conniventi) della incredibile irregolarità commessa dal Tribunale dei minori (retrodatazione del preaffidamento) per cercare di vanificare quel riconoscimento. Cosa fa una persona di buon senso, cosa fa una persona di «buon cuore», cui il caso abbia messo in mano un fagottino umano, quando sa che il padre naturale lo ha riconosciuto e lo vuole? Lo restituisce. Se i Luman lo avessero fatto, a Dario, che aveva solo venti giorni, sarebbero stati risparmiati tutti i traumi che ha poi dovuto subire. Invece i Luman, disinteressandosi del bene del bambino, cominciano una lunghissima battaglia legale. Poi, quando la Corte di appello, nel gennaio del '90, riconosce in pieno gli indiscutibili diritti dei Cristino, passano all'illegalità. Anche allora la Corte aveva disposto che la consegna di Dario dalla famiglia preadottiva a quella naturale avvenisse in modo graduale, attraverso una serie di incontri tra le coppie, in modo da evitare shock al piccolo. Ma i Luman si presentano solo al primo incontro. Poi fuggono in Brasile con Dario. Dimostrando così, loro così attenti ai propri sentimenti, non solo una totale insensibilità per quelli degli altri, ma anche un sostanziale disprezzo per quel bambino che dicono di amare. I Luman infatti non possono non rendersi conto che quanto più trattengono indebitamente il bambino presso di sè tanto più grande sarà per lui il trauma il giorno in cui, fatalmente, lo dovranno restituire. In realtà i Luman cercano di mettere i Cristino e la magistratura davanti alla brutalità del fatto compiuto. Tornati in Italia dopo un anno e mezzo non dismettono la loro arroganza. Non contenti di aver schivato la galera per sequestro di persona (chè di questo si tratta), accettano di malagrazia il nuovo programma di reinserimento graduale che la magistratura ha pazientemente approntato e fanno capire in mille modi che per loro la partita non è affatto chiusa. Ed è proprio perché temono un nuovo colpo di testa dei Luman che, alla fine, i Cristino, esasperati, decidono a loro volta di non restituire più il bambino. Finché la Corte d'appello dà finalmente un taglio netto ad una vicenda che è durata anche troppo. Resta da capire perché l'intellighenzia di sinistra, in casi come questi, si schieri sempre dalla parte della famiglia adottiva contro quella naturale. Io credo che sia un retaggio dell'ideologia illuminista che, con la solita mania d'astrattezza, pretende che i legami di sangue non contino. Non siamo tutti, che diamine, cittadini del mondo? Ed invece il sangue conta. Eccome. Anche in un raggio più ampio di quello familiare. Come dimostrano i conflitti etnici che stan scoppiando dappertutto una volta saltato il feroce tappo repressivo dell'ideologia.

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Se qualcuno avesse avuto dei dubbi sulla pura criminalità di Saddam Hussein questa guerra dovrebbe averglieli tolti. Non perché l'ha dichiarata, ma per come l'ha condotta. Non mi riferisco tanto all'incendio dei pozzi di petrolio kuwaitiani (à la guerre comme à la guerre), ai maltrattamenti dei prigionieri (i primi soldati iracheni catturati, ripresi dalle televisioni, enfiati, pronti a dire tutto sulle posizioni dei loro compagni, non avevano certo l'aria di essere stati maneggiati con i guanti), alle atrocità commesse in Kuwait (la cui reale entità è ancora da accertare, la soldataglia sembra essersi preoccupata soprattutto di rubare), ma al modo in cui Saddam Hussein ha mandato il suo esercito e il suo popolo allo sbaraglio e al massacro. Al primo contatto col nemico i soldati iracheni si sono arresi a migliaia, a decine di migliaia, a centinaia di migliaia, e non solo quelli delle prime linee, affamati e denutriti, ma anche i pretoriani della «guardia repubblicana» che, come ha raccontato un ufficiale dei marines, «erano in condizioni fisiche ottime, perfettamente in grado di combattere». Ciò significa che l'esercito dell'lrak era del tutto impreparato a questa guerra, che il suo popolo non la voleva, che del Kuwait, la «diciannovesima provincia» secondo Saddam, non gli poteva importar di meno. E conferma che il regime di Saddam Hussein si reggeva unicamente sulla polizia, sulla tortura, sul terrore senza avere alcun consenso alle spalle. Non dico questo per infierire sullo sconfitto. Non è mia abitudine. Chi fosse Saddam Hussein l'ho denunciato a suo tempo quando tutti i paesi industrializzati lo rifornivano di armi perché battesse il  «demonio» Khomeini.  E mi fa una certa specie, anzi, sentire oggi i governi occidentali e i loro giornali mettere nel conto delle nefandezze di Saddam la guerra all'lran quando per anni questi governi l'hanno aiutato e questi giornali hanno spinto la propria opera di disinformazione fino a confondere l'aggredito, l'lran, con l'aggressore, l'lrak. L'inconsistenza, morale e psicologica, dell'esercito iracheno ha partorito una guerra che si sarebbe tentati di definire comica se non ci fossero di mezzo tanti morti. Di fronte a 110mila incursioni aeree degli alleati, gli iracheni hanno risposto con una settantina di Scud che hanno fatto tre morti per infarto in Israele. L'unico Scud che ha provocato seri danni è stato quello deviato da un missile Patriot che l'ha indirizzato del tutto casualmente su una caserma fuori Dhahran. Su 110 mila missioni la contraerea irachena ha abbattuto 37 velivoli. Se si fosse comportata come quella egiziana - che non è mai stata un fulmine -nella guerra del Kippur avrebbe dovuto, proporzionalmente, tirarne giù 848. I carri armati alleati sono avanzati nel deserto ad una  velocità operativa di 100 chilometri al giorno. Neanche in autostrada e in tempo di pace avrebbero potuto fare molto di più. A petto dei 100 mila morti iracheni, ce ne sono 165 avversari. Di questi, venti sono stati colpiti, per errore, dagli stessi alleati, ventisette sono le vittime dello Scud precipitato a Dhahran. Nella battaglia di terra ci sono stati una cinquantina di morti alleati. Ora, quando si muovono 520mila uomini armati e decine di migliaia di automezzi, cinquanta morti ci sarebbero comunque (per incidenti vari) anche se di fronte non ci fosse alcun esercito nemico. E infatti quello di Saddam Hussein era un esercito inesistente. Non ha sparato un colpo o, quantomeno, non ne ha centrato uno. La “grande resistenza” degli iracheni, di cui delira Saddam, è stata solo quella puramente passiva, di starsene sotto i colpi e le bombe. Adesso si dice che gli americani hanno finalmente sconfitto la «sindrome del Vietnam» e che il generale Schwarzkopf è un formidabile stratega degno di entrare nell'empireo degli Eisenhower e dei Mac Arthur. Schwarzkopf ha dimostrato di saper muovere, con  grande abilità, precisione e coordinazione, una enorme quantità di mezzi, fra i più variegati e sofisticati, e di uomini. Che sia anche bravo a fare la guerra è ancora da dimostrare. Perchè una guerra non c'è stata. Anche la famosa «grande battaglia» di carri armati davanti a Bassora, dove Schwarzkopf dice di aver messo in atto una manovra «a tenaglia» mutuata dal football americano, si è ridotta ad un tiro al bersaglio dei tank iracheni da parte, soprattutto, dei velivoli alleati. Andare con degli elicotteri e degli aerei su dei carri armati, che non abbiano a loro volta una protezione aerea, è come sparare al Luna Park. Non c'è alcun rischio. Dubito quindi molto che «l'azione di Schwarzkopf nel Golfo sarà studiata» come scrive Il Giorno «per generazioni nelle scuole militari di tutto il mondo». Sarà difficile trovare un altro criminale idiota come Saddam Hussein. Mi pare sia giusto ciò che ha detto sul Corriere il generale Luigi Caligaris, riferendosi alla totale inerzia degli iracheni sul campo di battaglia: «Non ci sono precedenti di questo, ma è assai dubbio che questo sia un precedente». Eppure, rimpiangeremo questa guerra. Anche, e forse soprattutto, noi italiani. Per quanto vi si sia partecipato marginalmente, il conflitto del Golfo è riuscito a produrre da noi alcuni dei benefici effetti che, generalmente, si accompagnano alla guerra. La guerra ha ridato alle istituzioni il loro posto. Durante i 42 giorni del conflitto era ridiventato importante ciò che dicevano, facevano e decidevano il presidente del Consiglio, il ministro degli Esteri, quello della Difesa, cioè gli uomini che coprivano ruoli istituzionali. Spariti i Craxi, i De Mita, i Forlani e l'incessante chiacchiericcio dei partiti. La guerra ha ricompattato un governo eternamente litigioso. La guerra ha fatto riscoprire alla gente che esistono cose più serie di Bagnasco, della Raffai e di Chiambretti. Purtroppo è tutto già finito. I partiti sono subito ritornati all'onor del mondo, il governo a litigare e gli italiani ad imbesuirsi, a milioni, davanti al Festival di Sanremo. Che disperazione.

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La vittoria dei comunisti nelle prime elezioni libere albanesi è stata accolta con incredulità in Occidente. Da molte parti la si è voluta addebitare a brogli, alle intimidazioni dei capi delle cooperative sull'elettorato agricolo, ai benefici concessi in extremis dal governo ai contadini. Io credo invece che il voto albanese rifletta i reali interessi dei contadini (ai quali, principalmente, si deve il successo dei comunisti), cioè della maggioranza della popolazione di cui rappresentano il 70%. Sono infatti sotto gli occhi di tutti gli sconquassi economici e, in alcuni casi, le autentiche tragedie, provocate nei paesi dell'Est europeo dalla riconquistata libertà. Ciò è avvenuto perché la libertà politica è stata automaticamente identificata con la libertà di mercato e con l'omologazione all'industrialismo di tipo occidentale. E se questo processo era inevitabile per l'ex Ddr, che si è riunita ad un paese capitalista, lo era molto meno per Polonia, Ungheria e Cecoslovacchia dove si ripartiva da zero e che invece, in virtù di tale omologazione, sono state colpite da un'inflazione, una disoccupazione, un aumento della criminalità che solo la recuperata indipendenza può far tollerare senza gravi ripercussioni politiche. Non per nulla l'Urss, che vive le stesse situazioni priva però di quel compenso, è sull'orlo del tracollo. Se tali problemi sconvolgono società che hanno un passato industriale, che hanno, perlomeno nella loro memoria storica, una cultura industriale e che soprattutto, sia pure alla maniera inefficiente del «socialismo reale», sono già in buona parte industrializzate si può facilmente capire cosa accadrà ad un paese agricolo e pastorale come l' Albania se vi si traspone meccanicamente l'economia di mercato con le sue esigenze. Farà la fine dei paesi dell' Africa nera che a contatto col modello industriale si sono disintegrati. L' Albania sarà invasa dal mercato occidentale, dalle imprese occidentali, le sue coste, le uniche ancora intatte del Mediterraneo, appaltate da un qualche Aga Khan e, dopo le prime euforie, i suoi abitanti, distrutto il loro habitat insieme alla loro cultura, da poveri che erano diventeranno dei miserabili, estranei e paria nel proprio paese. La permanenza al governo del partito comunista può, forse, rendere meno inevitabile questo processo indirizzando il paese verso un modello di sviluppo più equilibrato e più adatto alla sua realtà. Perche se è vero che il regime creato da Enver Hoxha ha schiacciato per 47 anni la libertà degli albanesi, è anche vero che la scelta autarchica - che al tempo in cui fu fatta sembrava folle -potrebbe ora, applicata «cum grano salis», tornar utile. lo sono persuaso infatti che solo una sorta di protezionismo economico e culturale può salvare i popoli più deboli dalla distruzione e dall'azzeramento. Del resto che si debbano innalzare delle difese nei confronti dello stritolante meccanismo del mercato mondiale è un'idea che si sta facendo strada anche nei paesi industrializzati. Il fenomeno del localismo, per esempio, va in questo senso. Anche se non sempre i suoi fautori se ne rendono conto, credono anzi il contrario, nel localismo è insita una logica  potenzialmente antindustrialista. Se infatti l'essenza del localismo è «il rifiuto del mondo indifferenziato per avere dei punti di riferimento comprensibili in uno spazio limitato», esso può esistere solo rifiutando la standardizzazione portata dal mercato mondiale e quindi ritornando a forme di autarchia, di protezionismo, di autoconsumo che sono incompatibili col globalismo economico industriale. E il paradosso sta nel fatto che l'emancipazione dei paesi ex comunisti va verso l'omologazione industriale proprio mentre all'Ovest si comincia a cercare di sfuggirvi. Una fotografia pubblicata circa un anno fa dal Corriere può essere emblematica. Si vedeva la piazza principale di Tirana con una sola automobile. E si voleva denunciare con ciò l'estrema povertà del paese. Ma piazze senza auto non sono forse oggi il sogno, proibito, di tutte le metropoli occidentali? Insomma gli albanesi, come tutti i popoli dell'Est europeo, corrono verso di noi proprio nel momento in cui noi desidereremmo, in un certo senso, essere un po' più come loro. Il Pc albanese potrebbe rappresentare un buon punto di mediazione fra queste due esigenze contrapposte. E poiché un partito comunista, inserito in un sistema democratico, dove esiste un'opposizione e si fanno libere elezioni, non è più un vero partilo comunista, si può sperare che questo cammino venga percorso al riparo delle efferatezze del passato.

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Quando si favoleggia di quella Conferenza internazionale di pace che, finita l'interminabile «operazione di polizia» nel Golfo, dovrà risolvere tutte le spinose questioni del Medio Oriente ci si riferisce alla restituzione da parte degli israeliani dei territori occupati, alla creazione di uno Stato palestinese, al riconoscimento di Israele da parte degli arabi, al Libano oggi di fatto occupato dalla Siria. Ma non si parla mai dei curdi. I curdi infatti non hanno santi in paradiso. Non sono arabi, non sono ebrei, non sono cristiani, sono un antichissimo, millenario popolo indoeuropeo (25 milioni di persone oggi) che vive nelle regioni montuose dell'Anatolia, dell' Armenia, dell' Azerbaigian, della Mesopotamia, in un territorio che da loro prende il nome di Kurdistan, e che attualmente è arbitrariamente, quanto cervelloticamente diviso fra Turchia, Irak, Iran, Siria e Unione Sovietica. Per compattezza etnica, cultura, lingua e storia il Kurdistan ha molte più ragioni d'essere uno Stato indipendente di tanti altri paesi della zona, a cominciare dall'Irak che fu un'invenzione della Società delle Nazioni (1932) o del Kuwait che nacque (1961) esclusivamente per gli interessi petroliferi degli Stati Uniti. Ed infatti nel 1920 il trattato di Sèvres riconosceva il diritto all'indipendenza del Kurdistan, ma solo tre anni dopo quello di Losanna se lo rimangiò perché così conveniva alle potenze del tempo. Da allora i curdi, che sono un popolo pastore e nomade, fiero, coraggioso, ospitale, guerriero e anche feroce ma con un proprio e profondo senso etico come accade spesso nelle comunità tradizionali (il furto, tanto per fare un esempio, è praticamente sconosciuto), si battono per la loro indipendenza. ma vengono regolarmente mazzolati dagli Stati che occupano il loro territorio, disposti anche alle più incestuose alleanze pur di tenerli a bada. Anche perché e i curdi i hanno il gravissimo vizio di voler mantenere intatte le loro povere, ma orgogliose, tradizioni e di non voler essere assimilati alla «way of life» dei paesi occupanti.Sanguinarie repressioni dei movimenti indipendentisti curdi ci sono state nel 1925, nel 1930, nel 1948 da parte, di volta in volta, dei turchi, degli iraniani, dei siriani e, da quando sono venuti all'onor del mondo, degli iracheni. Bisogna ammettere, ed è tutto dire, che quelli che si sono comportati meglio sono stati i russi che nel 1946 favorirono la creazione di una Repubblica democratica curda peraltro abbattuta dopo pochi mesi. Nel 1975 Saddam Hussein, non ancora armato dai paesi occidentali, fu costretto a una pace ignominiosa con l'odiato scià di Persia per contenere i guerriglieri curdi che stavano spingendo al collasso il suo regime (in Irak i curdi sono tre milioni e mezzo e, destino vuole, nei territori dove risiedono è la maggior parte del petrolio iracheno). Dopo di che iracheni e iraniani provvidero, congiuntamente, a massacrarli. Ma le cose peggiori sono avvenute negli ultimi dieci anni, assumendo i contorni del genocidio. Per quanto forti, coraggiosi e guerrieri i curdi non possono infatti opporsi, con i loro vecchi fucili, alle armi tecnologiche di cui oggi dispongono tutti i paesi della regione. La palma della ferocia spetta, di diritto, a Saddam Hussein. Saddam ha raso al suolo 3000 dei circa 4.500 villaggi curdi in territorio iracheno. Nel 1988, nella totale indifferenza del cosiddetto «mondo civile» tutto schierato con l'Irak in funzione antikhomeinista, Saddam ha usato le armi chimiche contro la città dl Halabaya facendo 5.000 morti civili fra quelli che, formalmente, sono dei suoi cittadini. Ma questo è solo l'episodio più noto (e, peraltro, tenuto a lungo coperto dalla stampa occidentale). Si calcola che Saddam abbia «gasato» circa 30.000 curdi iracheni. Ma nemmeno la Turchia, commendevole membro della Nato, si è comportata e si comporta molto meglio. In Turchia ai curdi, che sono dieci milioni (circa un sesto della popolazione), non è riconosciuta alcuna autonomia, non possono usare la loro lingua, non possono neppure chiamarsi curdi ma vengono definiti «turchi di montagna». Deputati curdi sono stati espulsi dal partito socialdemocratico per aver tenuto comizi nel loro idioma. Nel 1985 e nel1986 Phantom dell'aviazione turca hanno compiuto, col beneplacito di Saddam Hussein, sanguinosi raid su villaggi curdi basati in Irak. Del resto dall'ottobre del 1984 fra Turchia ed Irak esiste un accordo che consente ai rispettivi eserciti di inseguire aI di là dei confini i ribelli curdi. In alcuni di questi raid i turchi hanno usato il napalm. I morti curdi per mano turca dal 1984 sono valutati in cinquemila, diecimila indipendentisti sono in galera. Per il conflitto del Golfo i villaggi curdi non sono stati muniti di rifugi nè ai loro abitanti sono state distribuite maschere antigas nè permesso di costruire trincee «perché potrebbero servire a una insurrezione» Nemmeno gli ayatollah iraniani ci sono andati con mano leggera; i curdi vengono sistematicamente perseguitati ed assassinati e le capaci prigioni di Teheran pullulano di indipendentisti. Tutto questo avviene nel silenzio e nella connivenza della comunità Internazionale. L 'Onu non ha mai votato alcuna risoluzione di condanna, nemmeno per gli eccidi più efferati come quello di Halabaya. Il papa, che si riempie ogni giorno la bocca con la parola pace, non ne ha mai spesa una per i «fratelli» curdi. E gli americani, questi «riparatori di torti», questi «giustizieri della notte», questi scrupolosissimi difensori della «legalità internazionale», questi vessilliferi dell'ordine morale hanno fatto qualcosa per i curdi? Sì, qualcosa hanno fatto. Quello che ci ha spiegato William Safire sul New York Times: «Parte del compenso per la collaborazione di Ozal [il premier turco, ndr] nel concederci una base aerea da cui attaccare l'Irak dal Nord consiste nella garanzia che non avremmo incoraggiato il nazionalismo curdo. Probabilmente gliela abbiamo data: svendere i curdi, anche dopo Halabaya, è una specialità del Dipartimento di Stato americano».