E’ stata ventilata la possibilità che durante il periodo delle Olimpiadi di Milano Cortina le nostre forze di sicurezza siano affiancate da elementi dell’ICE (Immigrations and Customs Enforcement) col pretesto di proteggere JD Vance, vicepresidente degli Usa e Marco Rubio, segretario di Stato. Dal ministro degli interni Matteo Piantedosi e tantomeno dal Presidente del consiglio Giorgia Meloni è avvenuta una secca e precisa smentita su questa eventualità. Al contrario Attilio Fontana, Presidente della regione Lombardia, l’ha confermata anche se poi, da buon rappresentante della Lega, non quella di Bossi ma di Salvini, ha fatto qualche passo indietro. Anche solo ventilare questa possibilità, cioè che uomini dell’Ice affianchino le nostre forze di polizia, è indice, come ha notato Avs, di una perdita di sovranità sul nostro territorio. E questa è la questione principale, senza però dimenticare i metodi feroci, spietati e largamente illegali dell’Ice, contestati anche all’interno degli Stati Uniti. Dopo l’assassinio di Renee Nicole Good è recente quello di Alex Pretty, un infermiere attivo nel campo della terapia intensiva e definito invece da Donald Trump un “terrorista”. Tutte le immagini documentano che Pretty non aveva nessuna intenzione aggressiva. Buttato a terra da quelli dell’Ice prima è stato colpito dai gas lacrimogeni e poi freddato con dieci colpi di pistola.
La violenza dell’Ice è tale che diversi Stati Nord americani, a cominciare dal Minnesota, dove sono avvenuti l’omicidio di Pretty e della Good, hanno chiesto che l’Ice si “levi letteralmente dai coglioni”, come avevamo scritto in un nostro precedente articolo.
L’Italia è suddita degli Usa dalla fine della Seconda guerra mondiale, basi americane anche nucleari sono in Italia e militari americani godono di una sorta di immunità anche quando commettono, volontariamente o per un eccesso di disinvoltura, reati di diritto comune. Non è stato mai perseguito e condannato il pilota americano “Rambo”, Richard J. Ashby, che volendo fare il fenomeno e volando a bassissima quota in territorio alpino aveva reciso le funi di una funivia provocando la morte di venti persone. Se ne è tornato negli States e chi s’è visto s’è visto. Non sono stati mai processati né tanto meno perseguiti i militari americani di base, soprattutto a Napoli, che periodicamente stuprano le donne del capoluogo campano.
Ed è anche inaccettabile che ci accorga oggi e solo oggi delle violenze dell’Ice perché sono stati minacciati dei giornalisti italiani. Le violenze dell’Ice c’erano state già prima e ci saranno anche dopo tanto che qualcuno l’ha paragonata alla Gestapo, col timore che voglia introdurre i suoi metodi razzisti (ma questo è fare un torto ai nazisti) anche in Italia.
Ma in questa occasione, anche solo suggerendo la presenza dell’Ice a Milano per collaborare con le nostre forze di polizia, si è superato ogni limite di decenza.
E’ dalla fine della Seconda guerra mondiale che l’Italia, con l’eccezione di Andreotti quando era ministro degli Esteri e per un breve periodo e molto limitatamente di Craxi, è suddita degli yankee.
Col governo Meloni, dati i legami della premier non solo con gli Usa ma anche personali con Donald Trump, questo soccombismo ha raggiunto e superato i limiti che abbiamo cercato di documentare. In Italia gli Stati Uniti non hanno di nessun regime change, il regime che c’è attualmente gli basta e anche gli avanza (è stata la Meloni a definire l’aggressione al Venezuela “legittima”) ma mentre gli stessi americani denunciano le violenze dell’Ice (per cui negli Stati Uniti è in atto una quasi guerra civile con milioni di cittadini americani, bianchi, non solo neri o afro) noi non si fa un plissé, a meno che non colpiscano giornalisti italiani. Ma solo questo fatto ci dice che noi siamo sudditi degli americani più degli stessi americani.
Il Fatto Quotidiano, 28.01.2026
Negli ultimi tempi Tony Dallara veniva spesso a trovarmi a casa mia. Mi era grato perché avevo sostenuto più volte, anche su questo giornale, che era stato lui a mettere in soffitta la canzone melodica italiana, le Milla Pizzi e i Claudio Villa e non Domenico Modugno. Modugno resta un melodico, “Vecchio frak”, “Strada ‘nfosa” e la stessa “Volare” anche chiamata “Nel blu dipinto di blu” che è la più brutta canzone italiana di tutti i tempi insieme alle “Mille bolle blu” di Mina.
Dallara aveva preso il ‘singhiozzo’ (“co-ome prima”) dai Platters (“o-only you”) e da Paul Anka (“Cra-azy love”). Aveva accentuato il ‘terzinato’ ma di veramente suo aveva messo l’urlo, infatti è ricordato anche come “il re degli urlatori”. Una volta in taxi avevo scommesso 50 euro con un tassista – a me piace fare scommesse su tutto, in questo son inglese - se sapeva chi aveva cambiato, anzi scaravoltato, la canzone melodica italiana. Il tassista ci pensò un po’, poi disse: “Ah, gli urlatori, Tony Dallara”. Ovviamente onorai la scommessa e scucii i 50 euri.
Dopo aver fatto vari mestieri, il barista, l’impiegato, Dallara conosce una prima, anche se limitata, popolarità cantando al Santa Tecla con I Campioni, un locale quasi attaccato all’Università Statale di Milano. Il ‘cursus honorum’ dei cantanti, almeno a Milano, erano la Magolfa, una trattoria a Porta Ticinese dove si esibivano i menestrelli, Jannacci e Gaber per esempio anche se nessuno sapeva chi fossero e il Santa Tecla. Infine i migliori, fra cui appunto Jannacci e Gaber, approdavano al Derby (per il Derby passerà anche Gioele Dix, che però intraprenderà la carriera di attore e fine dicitore, ci si vada ad ascoltare la sua lettura di “Sessanta racconti” di Dino Buzzati: riesce a dare al testo una forza, nel parlato, che pur il grande Dino, nello scritto, non ha). A Roma invece il locale storico era il Piper, che sdoganerà Patty Pravo che di Mina ne vale tre e la più modesta Mita Medici.
Ma il grande successo per Dallara arrivò in un’estate, mi pare del 1960. Complice il jukebox. Mentre infatti prima era il gestore della discoteca o dei Bagni a scegliere le canzoni, cercando di indovinare i gusti dei ragazzi (il mitico Gaetanin dei bagni Umberto di Savona era abbastanza abile in questo, proponeva per esempio “Un treno per Yuma” di Frankie Lane che, sia pur successivamente sorpassato, si avvicinava alla canzone moderna) adesso, a scegliere, eravamo noi: con cento lire, infilate nel jukebox, potevamo mettere tre canzoni. E in quella mitica estate del 1960 noi ne mettevamo, ossessivamente, solo tre: “Only you” dei Platters, “Diana” di Paul Anka e appunto “Come prima” di Dallara. Un ruolo importante in questa vicenda canora, che non è solo tale, l’ha avuto Paul Anka. Canadese proponeva un basic english, perfettamente comprensibile per noi ragazzi che l’avevamo studiato male a scuola. “You are my destiny” chi non lo capisce? E non è certo un caso che molte ragazze nate in quel periodo si chiamino Diana, a cominciare da Diana Spencer.
La prima volta che Paul Anka venne a Milano, preceduto da una vendita di 20 milioni di dischi solo per il singolo “Diana” (era il più popolare di tutti, superiore anche ai mitici Platters) accadde una cosa che sbalordì noi ragazzi: eravamo al Lirico e vedemmo le nostre coetanee, che a scuola portavano ancora il grembiule nero, slacciarsi il reggiseno e gettarlo ai piedi di Paul, nonostante non fosse assolutamente un fico ma anzi piuttosto bruttino.
Allora il mondo non era così globalizzato e il rock non era così conosciuto (Elvis Presley, Little Richard non erano ancora arrivati in Italia). Tanto che Milva, nella sua bellissima canzone “Flamenco rock” dice “roack” invece di “rock”. E’ interessante quella canzone perché racconta anche dei profondi mutamenti avvenuti. Dice infatti il testo:”Mi piacerebbe tanto visitar la Spagna Terra di matador e di grandi toreri- Ormai anche laggiù nella caliente Spagna Non si ballano più passi doppi o boleri- Ora ballano il flamenco roack- Ora ballano il flamenco roack- Espagna, paradiso di sogni e di donne ardenti d'amore- Hai tradito anche tu le più belle canzoni del cuore- Per il frenetico ‘roack’… Espagna, anche tu hai un disco dei Platters in tutte le case”. Allora la Spagna e la lingua spagnola ci parevano lontanissime, nonostante in Spagna ci fosse stata una guerra civile durissima fra i franchisti e le brigate anarchiche arrivate da tutta l’Europa. Inutile quasi dire che noi italiani ci schierammo con i franchisti, cioè i fascisti e che le stesse brigate arrivate dalla Russia sovietica si diedero, contro ogni logica militare, a colpire gli anarchici (“Omaggio alla Catalogna” di George Orwell, 1938). Il rock allora, che già furoreggiava in America, c’era così distante che un quotidiano del pomeriggio italiano, La Notte, di destra, si chiedeva allarmato: ma arriverà anche da noi? Oggi quella Spagna che ci appariva allora lontanissima la si raggiunge in un’ora e mezza di aereo e pagando pochi euri. A rinverdire la lingua spagnola ci ha pensato Trump con l’aggressione al Venezuela.
Il mondo stava cambiando, i jeans, anche se noi non ce ne accorgevamo. Ghigo cantava “Coccinelle”, un famoso transessuale francese, e la cantava a modo suo (“Coccinella non far più la barboncella, non vestirti di a blu”).
La passione per Dallara in quei tempi era tale che anche quando si esibiva con un’altra star della musica, noi, dal fondo della sala, chiedevamo solo “Ti dirò” e “Come prima”. Accadde, ricordo, anche con Jane Russel, famosa attrice americana.
Probabilmente eravamo solo giovani, ingenuamente giovani, circondati da un mondo di altrettanti giovani.
La forza di “Come prima” è tale che ancora oggi molti quotidiani, quando vogliono segnalare che i nostri politici fanno le mascalzonate di sempre titolano: “Come prima, più di prima”.
Dallara non è stato fortunato, come cantante, come artista, ma non come uomo. All’epoca del suo massimo successo Dallara, in realtà Antonio Lardera, faceva il militare quando era ancora una cosa seria. Dovette quindi rinunciare a molti concerti. Anche di quattrini non deve averne fatti molti, perché i soldi non vanno agli interpreti ma agli autori. Oggi, “Come prima”, fa da sottofondo a molte pubblicità, ma a Dallara non arriva un soldo.
Quando mi veniva a trovare negli ultimi tempi mi faceva ascoltare delle cover dei suoi maggiori successi, “Ti dirò”, “Come prima”, “Brivido blu”, “Yulia”, che però non avevano lo stesso impatto perché la musica, come ogni altra cosa al mondo, va contestualizzata. Se io risento “Come prima” nella versione originale mi si rivela un tempo ormai perduto.
E la morte di Tony mi riporta a un tempo perduto per sempre, quello degli anni Sessanta, quello delle “notti blu”, quello della mia adolescenza e della mia giovinezza.
Il Fatto Quotidiano, 27.01.2026
La proiezione del film “Norimberga”, proiettato di recente nelle sale, ha riproposto la ‘vexata quaestio’ della legittimità dei processi di Norimberga e di Tokyo e sulla pretesa dei vincitori di essere moralmente migliori dei vinti, pretesa inaudita, nel senso letterale di mai udita nel corso della Storia, al punto di poterli, appunto, processare.
Perplessità su quei processi e sui Tribunali costituiti appositamente furono sollevate, sin dall’inizio, proprio da parte democratica e liberale. Scriveva l’americano Rustem Vambery, docente di Diritto penale, sul settimanale The Nation del 1 dicembre 1945, individuando i punti deboli di questi processi: “Che i capi nazisti e fascisti debbano essere impiccati e fucilati dal potere politico e militare, non c’è bisogno di dirlo; ma questo non ha niente a che vedere con la legge…”. Quali erano i “punti deboli”, anzi inaccettabili, di quei processi: Giudici guidati da “sano sentimento popolare”, introduzione del principio di retroattività, presunzione di reato futuro, responsabilità collettiva di gruppi politici e razziali, rifiuto di proteggere l’individuo dall’arbitrio dello Stato, ripristino della vendetta tribale”. In un coraggioso discorso pronunciato all’Assemblea Costituente il 24 luglio 1947, quando quei processi erano ancora in corso, Benedetto Croce affermava: “Segno inquietante di turbamento spirituale sono ai giorni nostri, bisogna pur avere il coraggio di confessarlo, i tribunali senza alcun fondamento di legge, che il vincitore ha istituito per giudicare, condannare e impiccare, sotto nome di ‘criminali di guerra’, uomini politici e genarali dei popoli vinti, abbandonando la diversa pratica, esente da ipocrisia, onde un tempo non si dava quartiere ai vinti ad alcuni di loro e se ne richiedeva la consegna per metterli a morte, proseguendo e concludendo con ciò la guerra”.
Più possibilista era il quotidiano inglese, The Guardian, forse il migliore, a tutt’oggi, dei quotidiani europei, che nel 1946 scriveva: “Il processo di Norimberga apparirà giusto o sbagliato nella storia a seconda del futuro comportamento delle nazioni che ne sono responsabili”. Bene, non si era ancora spenta l’eco di quei processi, che secondo le intenzioni avrebbero dovuto “escludere la guerra dalla vita della società”, che già le truppe francesi soffocavano con l’atroce brutalità di sempre un disperato tentativo del Madagascar di liberarsi dalle manette coloniali.
Ciò, naturalmente, è nulla rispetto a quello che hanno fatto poi Usa e Urss, le due vere, e sole, potenze uscite vincitrici dalla seconda guerra mondiale. In più di mezzo secolo Usa e Urss hanno messo a ferro e fuoco Il Sud-Est asiatico, usato il napalm e armi chimiche in Vietnam, combattuto guerre in Medio Oriente per interposta persona e sulla pelle altrui, “suicidato” Masaryk e Allende, schiacciato nel sangue la rivolta ungherese, invaso la Cecoslovacchia e l’Afghanistan, umiliato la libertà della Polonia, insidiato con le armi e i servizi segreti la sovranità del Nicaragua e del Salvador, difeso e sostenuto i più feroci, sanguinari e criminali dittatori, per esempio Saddam Hussein, salvo poi dismetterli quando non più presentabili, a suon di golpe, organizzato decine di colpi di Stato, fomentato e guidato, attraverso il Kgb e la Cia, una buona fetta di terrorismo internazionale e, infine, messo il loro tallone e accampato le loro pretese egemoniche su ogni angolo, anche il più recondito, del mondo. Così scrivevo sull’Europeo, il 6 settembre del 1986, ma da allora si è aggiunta molta carne al fuoco, dando alle mie parole le dimensioni di una sinistra profezia. E’ dal 1999, anno dell’aggressione alla Serbia, quindi prima della scusante, chiamiamolo così, dell’11 settembre, che gli Stati Uniti e la Nato, che sono poi la stessa cosa, hanno violato tute le norme del diritto internazionale, contro la volontà dell’Onu.
Per passare a tempi più recenti c’è l’aggressione al Venezuela, la cattura del suo legittimo Presidente Nicolas Maduro, che naturalmente dalla narrativa occidentale è sistematicamente chiamato “il dittatore Maduro”, mentre arrivò al potere con legittime elezioni. Intimidito in ogni modo il “socialismo bolivariano”, tanto che di recente il Corriere della Sera ha pubblicato un articolo del Presidente del brasile, Ignacio Lula da Silva, il quale, temendo di fare la fine di Maduro, ha di molto annacquato il suo socialismo.
Scrivevo sempre in quell’articolo che le super potenze, quelle appunto uscite vincitrici dalla Seconda Guerra mondiale, hanno avanzato pretese su ogni angolo del mondo, anche il più remoto. Ed ecco che adesso Donald Trump vuole comprarsi la Groenlandia cioè un territorio europeo anche se situato ai limiti dell’Artide. Quindi alla domanda del ministro dell’educazione giapponese, Masayuki Fujio, che poneva la questione “i vincitori hanno il diritto di giudicare i vinti?”, si può rispondere oggi, con molta amarezza, ma con tranquilla coscienza: no.
Il Fatto Quotidiano, 21.01.2026