Siamo stati facili profeti, pubblicando ieri un articolo, scritto per altro il giorno prima, dal titolo “Usa anti-Venezuela: è debolezza”.
La notte scorsa gli americani hanno attaccato e bombardato Caracas e catturato il Presidente del Venezuela, Nicolas Maduro, insieme alla moglie, nonostante Maduro, in un’intervista con lo scrittore spagnolo Ignacio Ramonet, si fosse dichiarato disponibile alla più ampia collaborazione con gli Usa nella lotta al narcotraffico, che è il pretesto con cui Donald Trump, violando ogni norma del diritto internazionale, istituendo fantomatiche ‘no fly zone’, attaccando barchini venezuelani sempre in acque internazionali ha stretto di fatto il Venezuela in uno stato d’assedio. Questa la dichiarazione di Maduro: “Se vogliono parlare sul serio di un accordo di contrasto al narcotraffico, siamo pronti ... Se vogliono il petrolio, il Venezuela è pronto per investimenti Usa, come con Chevron, quando vogliono, dove vogliono, come vogliono”. Ieri invece, Donald Trump ha dato il colpo decisivo e, per ora, definitivo.
Nel titolo del pezzo del 3 gennaio, che peraltro non ho fatto io, una cosa era sbagliata, almeno parzialmente, là dove si dice che l’aggressività degli Stati Uniti nei confronti di Caracas è un segno di debolezza. No, è una prova di forza che, per ora, non trova contrasto alcuno.
Sono mesi che, in totale solitaria, con una serie di articoli denunciamo l’arbitrarietà e il pericolo che essa comporta dell’azione americana nelle acque, ed ora anche nel territorio, venezuelano. Il primo nostro articolo, del 21 ottobre 2025, così recitava nel titolo: “Attacco al Venezuela”.
Il Venezuela è interessante per gli Stati Uniti non solo per gli enormi giacimenti di petrolio, ma anche per gas naturale, oro, diamanti, bauxite, coltan, cobalto, tutti materiali indispensabili nel settore dell’industria digitale, ma anche perché la Cina è il principale acquirente di petrolio venezuelano, con quasi il 4% delle importazioni petrolifere.
Ma Trump non intende fermarsi qui. Contestuale è l’attacco in Nigeria, contestato dallo stesso governo nigeriano, col risibile pretesto che vi si voleva difendere i cristiani che vivono in quel territorio. Nel frattempo Trump, non sazio, ha ribadito che vuole attaccare l’Iran per il nucleare del governo iraniano, che in realtà Teheran non possiede se non per utilizzi civili e medici (per fabbricare la Bomba l’arricchimento dell’uranio deve arrivare al 90% e secondo le ispezioni dell’Aia, che l’Iran ha sempre accettato, l’arricchimento dell’uranio iraniano non è mai andato oltre il 6%).
Che cosa fanno gli europei, la Ue e il cosiddetto mondo occidentale? Hanno strillato come galline sgozzate per l’aggressione della Russia di Putin all’Ucraina, rifornendo quest’ultima di ogni sorta di aiuti economici e militari. Ma Putin voleva riprendersi un territorio suo da sempre, la Crimea e annettersi i territori russofoni del Donbass. Non ha mai pensato di catturare Zelensky o di colpirlo direttamente, questo l’han fatto semmai gli ucraini con degli attacchi a residenze private del Presidente russo.
La situazione è ulteriormente preoccupante, perché The Donald, oltre ad essere già uno psicolabile e un bipolare di suo, recentemente, a 78 anni, ha dato evidente segni di smarrimento intellettuale, un po’ come il Biden nei suoi ultimi anni di presidente degli Usa. E ci vuol niente, proprio niente, perché rovesci il suo enorme potenziale nucleare su questo o quell’obiettivo.
Se c’è un momento in cui siamo stati vicini alla terza guerra mondiale è questo. Altro che la crisi di Cuba del 1962, quando a confronto c’erano dei personaggi responsabili, Nikita Chruščёv per la Russia, Fidel Castro a Cuba.
C’è infine da vedere come reagiranno i Paesi sudamericani, a cominciare dal Brasile di Lula, che non possono accettare quello che Maduro ha definito: “Un nuovo modello coloniale, egemonico, interventista … un modello in cui i Paesi dovrebbero rassegnarsi a essere colonie di una super potenza, e noi, il popolo, saremmo schiavizzati dai nuovi padroni…”.
Il Fatto Quotidiano, 5.1.2025
Dopo mesi che gli americani minacciano il Venezuela, nelle forme più varie, affondamento in acque internazionali di barchini sospettati di portar droga, violando ogni norma di diritto, nella completa indifferenza della cosiddetta comunità internazionale, salvo un debole ammonimento dell’Onu che da decenni non conta più nulla, Donald Trump ha deciso di affondare il colpo bombardando un piccolo porto sulla costa venezuelana e quindi in territorio venezuelano. Era prevedibile e previsto, “tanto tuonò che piovve” si dice nel gergo proverbiale delle persone normali. Abbiamo già chiarito ad abundantiam ed è necessario ripeterlo perché siamo fra i pochi, fra i pochissimi ad occuparci della vicenda venezuelana e, in generale, del Sud America, che il Venezuela non risulta fra i primi dieci Paesi del mondo esportatori di droga, ci sono gli Stati Uniti, non il Venezuela.
La domanda è: perché questa improvvisa accelerazione? Perché gli Stati Uniti non si sentono più padroni del mondo. C’è Putin, con cui si può sempre provare, ed è stato trovato un accordo, c’è la Cina di Xi con cui si possono trovare e, nella guerra dei dazi, sono state trovate delle forme di reciproca compensazione. Il Venezuela può essere contrastato con una narrativa falsa definendo sistematicamente, fra le altre cose, il presidente legittimo del Venezuela, Nicolas Maduro, un “Caudillo”, come fosse un dittatore di tipo franchista, mentre Maduro dittatore non è ed è stato eletto presidente legittimamente dal popolo con elezioni, contestate ovviamente da colui che è attualmente, almeno a livello internazionale, ma forse anche interno, il vero dittatore, alias Donald Trump.
Ma c’è una forza carsica con cui è impossibile venire a patti e si chiama Isis. Finora gli americani se ne erano disinteressati, perché l’Isis non aveva la forza di agire negli States, geograficamente troppo lontana dal territorio yankee. Ma il recente attacco Isis in Australia, continente non troppo lontano dalla sfera americana, li ha messi in allarme. Così si spiegano non solo, e non tanto, i colpi di accelerazione dati sulla vicenda venezuelana, ma soprattutto i bombardamenti a tappeto, di questi giorni, su basi Isis in Nigeria, bombardamenti che sono stati contestati dallo stesso governo nigeriano anche, e forse soprattutto, perché la scusante era che si volevano difendere i cristiani. Gli Stati Uniti non godono di buona salute nemmeno in Africa, se è vero che Burkina Faso e Mali (il Mali meriterebbe un discorso a parte) sia pure per un diritto di reciprocità, vieteranno l’ingresso ai cittadini statunitensi.
Il Novecento è stato il secolo americano, il Duemila sarà di altri, probabilmente della Cina, ma forse anche, ed è ciò che mi auguro, dell’Isis.
Il Fatto Quotidiano, 3.1.2025
B.B. “Brigitte Bardot Bardot, Brigitte beijou beijou…” La Bardot è l’unico personaggio dello star system mondiale per cui sia stata creata una canzone, dal musicista brasiliano Miguel Gustavo.
Nata da una famiglia dell’alta borghesia francese, fa la modella e si dedica alla danza, prima di incontrare Roger Vadim, regista franco-russo (è il periodo della calata dei franco-russi a Parigi, Robert Hossein fra gli altri) grande talent scout che porterà sullo schermo, direttamente o indirettamente, una miriade di attrici e di attricette, come Pascale Petit e Francoise Arnoul ‘la Venere tascabile’. Vadim la porterà alla fama mondiale col suo primo film “Et Dieu créa la femme”. Nel film, come in quasi tutti gli altri successivi, B.B. non fa assolutamente nulla, mostra semplicemente il suo corpo, mai però in pose volgari. Non ne ha bisogno. E nemmeno lo desidera. Quando Gigi Rizzi, che le deve la sua fama di playboy mondiale, l’andò a trovare la mattina dopo essersi incontrarti in un locale di Saint-Tropez, non si trovò davanti una donna sulfurea, ma una ragazza che faceva colazione a base di limonate e latte caldo. Perché Bardot è sempre stata molto attenta alla salute, vegetariana, anche per amore degli animali, per i quali si batterà nella seconda parte della sua lunga esistenza.
C’è una fotografia di Loran Terzief, franco-russo anche lui, in riva al mare, in jeans a torso nudo, glabro che porta a cavalcioni, come una bambina, una solare Bardot. E’ il simbolo dell’ingenua malizia dei primi Anni Sessanta che, a differenza del Sessantotto, del femminismo, non sconvolsero affatto i costumi. La Bardot divenne una figura così importante per la Francia, è Marianne sulle monete transalpine, che Simone de Beauvoir scrisse che era importante quanto la Renault per l’economia transalpina e per il suo prestigio.
Fu un simbolo, non un’attrice. Ma, se ben diretta, sapeva anche recitare, come nella “La Verità” di Clouzot del 1960. In quel periodo, a Milano, c’erano solo manifesti di lei che ti guardavano da ogni angolo di strada.
Ebbe l’intelligenza, come Greta Garbo, di ritirarsi molto presto, nel 1973, a 39 anni, per dedicarsi esclusivamente alla sua seconda, e vera, carriera, quella di protettrice, quasi fanatica, degli animali.
Non ha avuto una vita personale felice, ebbe moltissime relazioni e si sposò prima col suo mentore, Vadim e nel 1959 con Jacques Charrier, un matrimonio durato solo tre anni da cui ha avuto il suo unico figlio, Nicolas.
I rapporti con personaggi famosissimi, come la Bardot o come, per restare in Italia, la più modesta Catherine Spaak, di cui io stesso ho avuto esperienza, sono difficilissimi perché non si riesce a scindere il mito dalla realtà di tutti i giorni.
Un po’ di tranquillità la deve aver trovata col suo ultimo marito, Bernard d’Ormale, sposato nel 1992, che le è stato accanto fino all’ultimo. Auto reclusasi alla Mandrague, la sua residenza storica a Saint-Tropez, era finalmente lontana da fotografi e giornalisti che giustamente detestava.
Non intendo qui occuparmi della sua adesione politica al movimento di Marie Le Pen, di cui tanto si è parlato in questi giorni. Un mito è un mito e vale come tale, come Alain Delon, anch’egli di destra, al quale in qualche modo si apparenta (ne ho già scritto sul Fatto).
Io qui voglio solo ricordare un periodo irripetibile, quello degli ingenui anni Sessanta, quello delle “notti blu” della mia giovinezza.
Il Fatto Quotidiano, 31.12.2025