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Il Professor Ernesto Galli della Loggia va sempre tenuto d'occhio. Perchè è pericoloso. Il suo pensiero sulfureo tende ad avventurarsi su terreni inesplorati e inquietanti. Adesso ha scoperto che ci sono delle analogie fra la Lega e il movimento di Grillo. Scrive infatti Monsignore in un ponderoso editoriale sul Corriere (10/6): “Ci sono alcune cose interessanti in comune fra la nascita del Movimento 5 Stelle e la nascita della Lega”. Un'intuizione fulminante, che non era venuta a nessuno e la cui profondità poteva essere colta solo da un docente di Storia contemporanea, che peraltro non ha mai scritto un libro di storia, né contemporanea né del Pleistocene, essendo pensosamente impegnato, con altri liberali della sua risma, a difendere tutte le illiberalità di Berlusconi (non a caso insegna all'università 'Vita e salute' del San Raffaele, feudo del Cavaliere, o vi ha insegnato, non posso pedinare il della Loggia fino a questo punto, ci pensi la Digos).

Naturalmente nell'epistola di Monsignore tutte le possibili analogie fra Lega e 5Stelle, fra Bossi e Grillo, sono volte al negativo. La loro protesta è “confusa, umorale, spesso violenta”. Per la verità nell'ormai trentennale storia della Lega non si registra un solo atto di violenza. Tanto che La Repubblica, non sapendo a che altro appigliarsi, quando un cane, presunto leghista, abbaio' alla consigliera Repubblicana di Palazzo Marino Rosellina Archinto, titolo' in prima pagina, di testa, a otto colonne: “Aggressione fascista della Lega a Milano”. Se poi Monsignore si riferisce alla violenza verbale, mi sembra che l'affermazione di Berlusconi, fatta nella sua veste di Premier, “la Magistratura è il cancro della democrazia”, sia un po' più eversiva di qualsiasi 'vaffa', per quanto estremo, di Beppe Grillo. Ma, all'epoca, dal Professore liberale non si levo' un vagito o, almeno, un belato.

Scrive Monsignore a proposito dei due leader movimentisti: “Nell'interpretare questa protesta li unisce ancora un elemento comune. Entrambi le danno uno sfondo utopico: Bossi il separatismo... Grillo il miraggio della Rete e della democrazia diretta”. L'idea di fondo della prima Lega era quella identitaria, e non morirà col movimento di Bossi, sarà anzi il tema centrale degli anni a venire perchè l'utopia voltairriana dell'uomo 'cittadino del mondo' è fallita e, soprattutto in epoca di globalizzazione, le persone hanno bisogno, come scriveva Bocca, “di riscoprire le proprie radici e di avere punti di riferimento vicini e comprensibili”. Sullo sfondo del pensiero di Grillo non c'è solo la protesta ma, come per la Lega, il bisogno di ritornare a una società più semplice. Grillo usa il web per distruggere il mondo che ha prodotto il web. Nella sostanza è un tradizionalista. Ma non pretendiamo che il Professore legga i documenti di 5Stelle.

I fautori del 'nuovo', scrive il Professore, “sono intellettualmente elementari, ingenuamente protestatari, antropologicamente plebei o piccolo borghesi...... brillano quasi tutti per pochezza concettuale”. E qui arriva la polpa dell'omelia di Monsignore. “Da questo 'nuovo' le elites socio-culturali della Penisola sono ogni volta assenti”. Verrebbe da chiedersi se in Italia esistano ancora elites socio-culturali. Ma della Loggia cosi' prosegue: “Sono assenti anche perchè le elites italiane, pur se critiche, criticissime, delle condizioni del Paese e della qualità della sua classe politica accreditata – come da esse si ascolta sempre quando si sentono libere di esprimersi (cioè di nascosto, ndr) – tuttavia preferiscono l'immobilità. Hanno ereditato una sorta di timore atavico a schierarsi davvero all'opposizione del 'sistema'...hanno sempre timore di 'esporsi', di mettersi in gioco senza paracadute, senza avere qualche forma di garanzia”. Un perfetto autoritratto.

Massimo Fini

Il Fatto Quotidiano, 15 giugno 2013

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Lunedi' pomeriggio ho acceso la Tv alle tre su La7 perchè era la prima a fare una trasmissione sul secondo turno delle amministrative. Per cinquanta minuti Enrico Mentana si è destreggiato a parlare di tutto tranne che del dato che interessava di più, l'affluenza alle urne, a quell'ora già disponibile al Viminale. Spazientito ho girato sulla Rai che peraltro questa volta, a differenza di precedenti, interminabili, maratone, ha dato scarso spazio al turno elettorale (e anche questo è un segnale). Finalmente al Tg1 delle otto abbiamo saputo che il 51,5% degli italiani non era andato a votare. Un meno 25,5% rispetto alle recenti politiche. Un risultato che sarebbe stato ancor più impressionante se 5Stelle non fosse stato presente in tre ballottaggi, sia pur in piccoli comuni, e se alcuni grillini, cioè elettori al limite dell'astensione, non si fossero recati, per disperazione, alle urne turandosi montellianamente il naso. A cio' vanno aggiunte le schede bianche e nulle, che il Viminale prudentemente non dà o nasconde fra le righe, ma che storicamente oscillano fra il milione e il milione e mezzo. Ancora più clamorosi sono i dati di Roma dove ha votato il 44,9% degli aventi diritto. Clamorosi non solo perchè l'affluenza è stata particolarmente infima, ma perchè a Roma sono concentrati gli apparati dei partiti che sono obbligati a votare pena la perdita del posto di lavoro. Insomma molto più di un italiano su due ha disertato le urne (o le ha riempite di bianche e di insulti) ma anche parecchi di quelli che vi sono andati lo hanno fatto di malavoglia. Questo pone un problema di legittimità democratica. Che legittimità, che credibilità puo' avere un sindaco che puo' contare su meno della metà della metà del consenso dei suoi cittadini? E il discorso vale, a maggior ragione, per le elezioni politiche, dove i partiti percentualmente conservano i consensi, e quindi paiono ancora vivi, ma in termini assoluti non fanno che perdere voti. Bisognerebbe mettere un quorum, come nei referendum. Altrimenti, andando avanti di questo passo, potremmo trovarci di fronte al paradosso che un 10% degli italiani governa su un 90% che gli è ostile.

Naturalmente i politici e gli opinionisti al loro seguito, oltre a dire frasi scontate tipo «dobbiamo riflettere su questo fenomeno», trovano mille giustificazioni per questo tracollo del consenso. La più utilizzata è che negli altri Paesi democratici l'affluenza è ancora più bassa. Ma noi abbiamo una storia diversa, di passione politica. Fino al 1979 andava a votare il 90%. Da allora c'è stata prima una lenta poi una sempre più rapida e innarestabile discesa. Inoltre sono diverse le ragioni dell'astensione. In Svizzera, in Germania, in Danimarca, in Svezia i cittadini che non vanno a votare lo fanno perchè hanno fiducia nelle proprie classi dirigenti, pensano che chiunque governi curerà comunque gli interessi del loro Paese. La nostra invece è una crisi di sfiducia. Nei confronti del sistema, del regime dei partiti e, in definitiva, della democrazia rappresentativa.

Infine c'è una questione più profonda che non riguarda solo l'Italia ma tutte le democrazie occidentali. Destra e sinistra, in cui si dividono i partiti, sono categorie politiche vecchie di due secoli e mezzo che non sono più in grado di comprendere le vere esigenze dell'uomo contemporaneo. Che, per quanto cio' possa suonar strano, particolarmente oggi, non sono economiche ma esistenziali. E quindi destra e sinistra sono destinate a perire, a parer mio abbastanza alla svelta, con quel modello di sviluppo economicista, nato con la Rivoluzione industriale, in cui sono cresciute e si sono affermate.

Massimo Fini

Il Gazzettino, 14 giugno 2013

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Il ragazzino di undici anni che ha gettato la bomba a mano nel Lince uccidendo il capitano Giuseppe La Rosa è stato definito dal principale portavoce del Mullah Omar, Oari Yousef Ahmadi, «un piccolo eroe coraggioso». La Tv italiana lo ha qualificato «un bambino che porta sulle sue fragili spalle il peso di un vile assassinio». Vorrei sapere chi è 'eroe' in Afghanistan? Gli americani che teleguidano i droni da diecimila chilometri di distanza, da Nellis nel Nevada, fanno carneficine, di guerriglieri e non, e poi la sera tornano tranquillamente a casa per cena? O i piloti dei caccia, che senza correre alcun rischio perchè il nemico non ha nè aviazione nè contraerea, per stanare i guerriglieri hanno raso al suolo una cinquantina di scuole (il 20% elementari) hanno falcidiato decine di matrimoni, sposi compresi, confondendoli con raduni degli insorti o, per rimanere a episodi più recenti, hanno ucciso, in due differenti occasioni, diciotto bambine che stavano raccogliendo legna nel bosco scambiandole per dei Talebani?

Sulla guerra all'Afghanistan, la più infame, la più atroce, la più ingiustificata che mi sia dato ricordare, la stampa occidentale, per nascondere la vergogna, si è abituata a una 'disinformatia' che nemmeno l'Urss aveva raggiunto. Vittorio Zucconi su La Repubblica e Fiamma Nirestein su Il Giornale scrivono che i Talebani apprestano particolari campi per i bambini, dove li indottrinano, li plagiano e li addestrano alla 'guerra santa'. Falso. Il Mullah Omar ha vietato di utilizzare i piccoli. Ma è chiaro che quando tu hai visto i tuoi genitori uccisi dai missili della Nato non hai bisogno di alcuna propaganda per odiare chi te li ha portati via e imbracciare le armi appena ne hai la capacità, senza che nessuno te lo imponga. C'è un costante ribaltamento dei fatti. Scrive Nirestein: «Non vogliamo spingerci a spiegare ai talebani, per carità, la differenza fra un oppressore e una mano tesa per un futuro migliore». Chi è l'oppressore? Chi è il liberatore? Chi da dodici anni occupa il tuo Paese o chi cerca, ad armi impari, di cacciarlo? Il generale Giorgio Battisti, comandante di Stato Maggiore della missione Isaf (che, sia detto di passata, è quello stesso Battisti che quando nel 2003 fu mandato a guidare la base di Khost, sostituendo gli americani, si affretto' ad accordarsi col comandante locale dei Talebani, Pacha Khan, per una 'non belligeranza') afferma: «Siamo riusciti a restituire tranquillità e speranza al popolo afgano dopo 34 anni di guerra». Ma come si fa a dire queste cose senza vergognarsi? La sicurezza e la tranquillità l'avevano portata proprio i Talebani, sconfiggendo in due anni, dal '94 al '96, i 'signori della guerra' che spadroneggiavano nel più pieno arbitrio, cacciandoli oltreconfine, eliminando, con metodi spicci, le innumerevoli bande di predoni, disarmando la popolazione, e riportando la legge e l'ordine nel Paese, sia pur un duro ordine e una dura legge. Oggi l'Afghanistan, secondo la stessa Onu, «E' il Paese più pericoloso del mondo».

Tutti, in Occidente, dicono, anche se sottovoce, che la questione afgana è 'irredimibile', «una guerra che non si puo' vincere». E perchè mai il più potente, tecnologico, robotico esercito del mondo, in dodici anni non è riuscito a sconfiggere «un gruppo di criminali e terroristi» come li definisce Battisti? Perchè non sono un pugno di criminali nè di terroristi, ma insorti per la liberazione del proprio Paese che hanno, con tutta evidenza, l'appoggio, sempre crescente, della maggioranza della popolazione. E quel Military Advisor Team, a cui Giuseppe La Rosa era aggregato, che ha il compito di addestrare i soldati e i poliziotti dell'esercito 'regolare' afgano, non fa che preparare il terreno per una guerra civile: fra gli insorti e coloro che, attorno al corrottissimo governo del Quisling Karzai, si sono venduti alle potenze straniere. La sola speranza è che l'imbelle, improvvisato, demotivato esercito di Karzai si squagli nel giro di poche settimane. In caso contrario l'occupazione degli occidentali avrà ottenuto il formidabile risultato di far tornare indietro di tre lustri l'orologio della storia afgana. Al 1996 quando i Talebani l'avevano finalmente pacificato.

Massimo Fini

Il Fatto Quotidiano, 11 giugno 2013