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Abbiamo parlato dei medici. Occupiamoci adesso degli artigiani. Lavorano quasi tutti in nero e se tu ci stai ti rendi complice ai danni del cittadino onesto, una rarità invisibile del nostro mondo (“E sempre sia lodato quel fesso che ha pagato”). Non rispettano gli appuntamenti, ma anche questa è una moda che non riguarda certo solo gli artigiani. Il lettore ricorderà forse la fatica che ho fatto per trovare un segretario o una segretaria. Incontravo i candidati per farmi un’idea, fissavamo il primo giorno di lavoro e costoro non si presentavano, quando andava bene mandavano una mail di scuse. Io credo che la prima, vera e forse unica riforma da fare in Italia sia quella della buona educazione.

Ma questi sono dettagli. Il problema vero è che questi cosiddetti artigiani non hanno nessuna affezione per il loro mestiere. Anche quando, dopo mesi di attesa, ti presentano finalmente la loro opera c’è sempre qualcosa che non funziona o da rifare, non so se lo fanno per calcolo o, come credo più verosimile, per incapacità. Un tempo, non poi così lontano, l’artigiano era orgoglioso del proprio mestiere e presentava al maestro il ‘capolavoro’ che attestava la validità dei lunghi anni di apprendistato. Insomma l’artigiano veniva da una conoscenza solida del proprio mestiere. Era un do ut des, il maestro gli dava le proprie conoscenze, gli forniva gli strumenti essenziali del vivere, il restare in bottega anzitutto (eh già, la ‘bottega’, termine scomparso dal nostro vocabolario) e poi i vestiti, un paio di scarpe per i giorni infrasettimanali, un altro paio, più elegante, diciamo così, per la domenica e le feste comandate. L’apprendista artigiano si sarebbe sentito orribilmente umiliato se il maestro non avesse approvato il suo ‘capolavoro’. Questo concetto è esistito, fino a poco tempo fa, anche nel giornalismo. Faccio un esempio che riguarda la mia esperienza. Un pomeriggio mi chiama il direttore dell’Europeo, il mitico Tomaso Giglio, un ciociaro dall’aspetto assai poco rassicurante, diciamo quello di un Totò triste. Insomma mi chiama Giglio e dice:” Adesso prendiamo una smentita ad ogni pezzo?”. Una smentita, non una querela. Lavoravo da sei anni all’Europeo e quella era la prima smentita che ricevevo. Peraltro allora il nostro lavoro era molto diverso, noi non ci alimentavamo di social, di database, ma del lavoro fatto sul campo. MI fa sorridere, amaro, vedere che certe corrispondenze che riguardano, poniamo, Il Medio Oriente, vengano datate da Istanbul o da altre città a migliaia di distanza dal luogo dove si svolgono i fatti. Certo anche l’inviato sul campo poteva sbagliare. Sbagliava una volta, sbagliava due volte, ma alla terza finiva fuori dal mestiere. Se si fosse seguita questa linea certi giornalisti, poniamo Cerno, non esisterebbero.

Ma torniamo agli artigiani. Se voi osservate con attenzione certi tombini a Milano vedete che sono accompagnati da una sigla di due lettere che vi appare incomprensibile. Sono le iniziali dell’artigiano che ci tiene a far sapere che quel tombino, un miserabile tombino, porta la sua firma.

Insomma quello che è venuto a mancare nella nostra società è il rigore. Cioè il rispetto della legalità, o per meglio dire, dell’onestà che è qualcosa dipiù profondo. Nell’Ancien Regime, e non sto parlando del Medioevo ma del dopoguerra italiano, il rispetto della parola data era un valore per tutti, per gli imprenditori perché dava credito, per il mondo contadino dove una stretta di mano era sufficiente per suggellare un contratto, senza il bisogno di infinite e faticosissime trattative attraverso le mail, e per il mondo proletario che aveva le sue regole: la fidanzata doveva essere una ‘compagna’, il vino un Calcarone o un Barbera, vini poveri dunque e così via. Si chiamavano allora ‘figicciotti’, Federazione Giovanile Italiana Comunista. Non potevano sapere che cos’era davvero il “socialismo reale” che vigeva in Unione Sovietica, perché Togliatti, il migliore che pur in Unione Sovietica c’era stato, glielo aveva occultato. Del resto a Dostoevskij, che era un panrusso, San Pietroburgo non piaceva per niente, troppo moderna ai suoi occhi. Per costruire San Pietroburgo lo Zar e Pietro il Grande chiamò architetti da tutta Europa, anche italiani. Ed è molto probabile che io discenda da lì. Dalla componente russa e da quella ebraica che quando ci sono quattrini di mezzo non manca mai. Posso quindi dire, con ragioni migliori di Bernard-Henri Lévy, capostipite della “nuova filosofia”, di essere il figlio di due Rivoluzioni, quella sovietica perché i miei avi proprietari terrieri dovettero fuggire dalla Russia, quella italiana perché mio padre, Benso Fini, non volendo aderire al fascismo si rifugiò a Parigi. Era quella la meravigliosa Parigi degli anni Trenta dove anche due intellettuali strapenati come erano mia madre e mio padre, potevano frequentare i maggiori artisti ed intellettuali, da Picasso a Picabia. Mia madre, Zenaide Tobiasz, cui nome ebreo non può sfuggire a nessuno, ricorda mio padre che fruga in un cesto di rifiuti per prendere qualche arancia marcia. Del resto il Boulevard des Italiens era frequentato da tutti. Fu quello il periodo migliore della loro esistenza. Paradossi della Storia, paradossi della vita.

 

Il Fatto Quotidiano, 21.06.2026

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Andrea Purgatori, il noto e bravissimo inviato del Corriere della Sera, autore di tanti indagini scottanti, si era fatto ricoverare al Pio XI e a Villa Margherita, due cliniche private a Roma, per un sospetto tumore al cervello. Una risonanza magnetica aveva diagnosticato delle metastasi cerebrali, in realtà Purgatori soffriva di un’endocardite che, come hanno confermato i processi che i figli hanno intentato ai medici, poteva essere curata con dei normali antibiotici. Di errori in errori nel giro di due anni Purgatori se ne è andato al Creatore. Di anni ne aveva settanta. Evidentemente i medici e la risonanza magnetica cui si erano affidati avevano sbagliato qualcosa. Ciò conferma la mia tesi su quello che chiamo il “terrorismo diagnostico” e cioè che non è bene fare troppi controlli clinici l’anno come è d’uso attualmente, inoltre anche qualora la diagnosi fosse corretta tu te ne porti addosso il peso per il resto della tua vita, per ciò che resta del tuo futuro. Ma, mentre passato e presenti sono, in qualche misura accertabili, il futuro, per sua natura, è imperscrutabile. Esemplare è la vicenda raccontata dal medico francese Ben Said. Un suo paziente, un uomo grassoccio, soffriva di una pressione un po’ alta, ma non se ne curava e, come spesso è indole dei grassi, era allegro e affabile. Purtroppo un giorno legge su Le Monde i rischi cui va incontro una persona con la pressione alta. Ben Said gli dice che non è il caso di farsi troppe preoccupazioni, ma il paziente vuole essere curato a tutti i costi per questa pressione. Il suo carattere cambia radicalmente, si incupisce, poco dopo viene ucciso da un melanoma fulminante. Si chiede Ben Said: “Ho fatto bene a rovinare quelli che erano gli ultimi anni della vita di quest’uomo per un rischio puramente ipotetico?”.

I medici, gli ospedali, si sa, sono iatrogeni. Anche se hai qualche sintomo che ti preoccupa è bene evitarli. Un mio amico medico mi diceva che si preoccupava di un sintomo solo se persisteva per più di un mese, un collasso, uno svenimento può capitare alla persona più sana del mondo. Ma se finisci in mano ai medici sei spacciato, è il tema del racconto intitolato “Sette piani” di Dino Buzzati.

Il mio caro amico, Gianfranco Vené, inviato di punta insieme a Guido Gerosa dell’Europeo ai tempi di Tomaso Giglio, è morto di tumore al cervello. La moglie, preoccupata di fare la stessa fine, benché il tumore a differenza dell’Aids non sia trasmissibile e forse nemmeno ereditario, andò da una amica medichessa che le prospettò che anche lei correva questo rischio. Le chiesi: “Ma tu come ti sentivi prima di questa diagnosi?”. “Ah, benissimo! Guidavo, viaggiavo, facevo la mia vita”. “E ora?”, le chiesi. “Non oso nemmeno più uscire di casa”, rispose. Ed era molto grata a quell’amica medichessa che le aveva rovinato la vita. Perché i medici, se non ti scoprono un tumore, non sono contenti. E questo mi ricorda il Mago do Nascimiento, collaboratore di Wanna Marchi, a lui si rivolgevano soprattutto le donne che chiedevano ovviamente della salute, come si fa coi Tarocchi. Il Mago diceva loro: “Ma non sente un dolore alla spalla?”. “No, per nulla!”. Però il Mago insisteva, finché quelle, le troppo fiduciose donne, sentiva no effettivamente un dolore alla spalla e tutti i rischi che ciò comportava. Insomma lo ringraziavano per avergli rovinato la vita.

Ma il problema vero, come ha sottolineato Crapis in un pezzo sul Fatto, è la scomparsa del “medico di famiglia”. Oggi il medico è un burocrate che non ti visita nemmeno, ma ti manda subito a fare una serie di controlli clinici attraverso le moderne tecnologie. Adesso si fanno anche le diagnosi a distanza. Cioè il medico non ha nessun contatto fisico col malato. Un tempo il “medico di famiglia” non solo ti conosceva personalmente ma, come dice il nome, conosceva la storia della tua famiglia. Ti respirava addosso, anche perché il malato era la sua unica fonte di conoscenza, senza le intermediazioni della tecnica.

Da ragazzo avevo un pediatra che si chiamava Soletti, faceva il pediatra perché era piccolo di statura, non un nano, e coi bambini si trovava meglio. Un giorno ebbi dei terribili dolori al ventre, mia madre telefonò a Soletti che arrivò quasi subito perché allora il medico di famiglia, a differenza di oggi, veniva anche a casa. Mi chiese che cosa avevo mangiato. Avevo mangiato un numero spropositato di albicocche che avevano sprigionato il gas negli intestini. Così, con quella semplice domanda, e senza nemmeno toccarmi il caso fu risolto.

Soletti era anche molto contrario all’uso dei medicinali, perché sosteneva che è il corpo a trovare da sé un suo naturale equilibrio. Tenni Soletti come medico ben oltre il raggiungimento dell’età adulta. Sul letto di morte mi confessò che i pochissimi medicinali che mi aveva prescritto erano in realtà dei placebo. E qui aggiungo un’osservazione che non è di Soletti, ma mia. C’era un tale che aveva un singhiozzo ogni mezz’ora, una cosa molto fastidiosa. Visse fino a novant’anni. Il singhiozzo finì e lui morì subito dopo.

Io non fumo più da molti anni, tengo solo la sigaretta in bocca che dev’essere una specie di nostalgia del biberon o del capezzolo materno. Non fumo non perché mi faccia male, semplicemente non ne ho più voglia. In questo modo il corpo mi ha avvertito che era l’ora di smettere. Bisogna ascoltare il corpo, non i medici.

 

Il Fatto Quotidiano, 17.06.2026

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A volte i lettori mi chiedono da dove nascono le idee dei miei libri. Per le biografia è semplice. Nerone, Catilina, il Mullah Omar sono personaggi condannati dalla communis opinio e a me è sempre piaciuto questo tipo di personaggio. Nerone e Catilina sono lontani nel tempo, la storia del Mullah è invece recente e proprio a lui, alla sua testarda e coraggiosa difesa dei costumi afgano-talebani, voglio riagganciarmi.

Alla fine degli anni Sessanta feci un viaggio in Kenya e in Tanzania, non come giornalista, non lo ero ancora, ma da turista. Atterrammo a Nairobi, la capitale del Kenya, poi con una macchina noleggiata, guidata da un pazzo cui dovevo dire continuamente “pole, pole!” che in swahili significa “piano”, ci spingemmo in una regione al confine fra Kenya e Tanzania dove vivono, o forse sarebbe meglio dire vivevano (non so se con le convulsioni africane siano stati anch’essi spazzati via dalla modernità). I masai bevevano latte misto a sangue e vidi una donna picchiata dal marito perché urlava di dolore mentre partoriva. Ne chiesi il perché al nostro accompagnatore, quello del “pole, pole”, e costui mi rispose che un comportamento del genere era indegno per una donna masai. Col mio bravo bagaglio illuminista appresso pensai che la comunità masai doveva essere civilizzata al più presto. Poi tornai a Nairobi dove vivono i kikuyu che si sono adeguati alla modernità. Invece che in capanne, come i masai, vivevano in case, chiamiamole così, fatte con i materiali di risulta del nostro mondo, cioè in case di lamiere contorte. Mi ricordo di una foto da cui era stata ritagliata una gigantesca Coca-Cola che era quasi un simbolo del disastro. I kikuyu erano abbruttiti dall’alcol, dalla droga, dalla prostituzione e non conoscevano più l’economia del baratto su cui avevano vissuto, e a volte prosperato, per secoli e millenni. E allora mi chiesi se avessero ragione i Masai che avevano conservato la propria cultura, le loro tradizioni, il loro modo di vivere o i kikuyu che si erano allineati al progresso, chiamiamolo così, del nostro mondo.

Con “La ragione aveva torto?”, del 1985, un libro, se posso dirlo, molto documentato (“La madre di tutte le battaglie” per parafrasare Saddam Hussein, cioè il libro che ha dato origine a tutti quelli successivi di tipo filosofico, da “Il vizio oscuro dell’Occidente” agli altri) decisi di trasferire questa questione nel nostro mondo. Hanno avuto ragione i progressisti, gli illuministi che hanno cavalcato il progresso o quelli che invece l’hanno rifiutato? E’ la domanda cruciale. Io sto con Papa Ratzinger che, quando era ancora cardinale, disse, ignorato da tutti: “Il progresso non ha migliorato l’uomo, né la società, e si prospetta come un grave pericolo per l’intera umanità” (Ai docet, concetto, quest’ultimo, ripreso anche da Leone XIV). Del resto nevrosi e depressione, patologie oggi diffusissime, sono malattie che nascono con la modernità. Prima non esistevano, c’era, come c’è ancora, lo “psicopatico”, il “matto del villaggio” che però gli antichi, parliamo del Medioevo, erano riusciti a metabolizzare pensando che, per ragioni imperscrutabili, avesse un rapporto privilegiato con Dio.

Ciò chiarisce anche una contraddizione che molti lettori trovano nel mio pensiero, come posso essere un “socialista libertario” (per altro io penso a un socialismo comunitario e non organizzato e regolarizzato in una società) e allo stesso tempo un “antimodernista”. Con questo non spiego tanto le origini dell’idea da cui nasce “La ragione aveva torto?”, ma il mio pensiero di cui molti miei lettori, anche affezionati, non capiscono niente. Peraltro vedo che l’antimodernismo sta facendo parecchi passi avanti, col fenomeno del luddismo che nelle sue versioni estreme è un rifiuto del lavoro (in quelle più moderate è un rifiuto di dare all’imprenditore capitalista un solo minuto in più della propria giornata) ma so già qual è la mia sorte. Fra un secolo, o anche meno, sarò considerato il più bieco dei modernisti. Sono nato postumo.

 

Il Fatto Quotidiano, 13.06.2026