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“Chi ha dato ai vincitori il diritto di giudicare i vinti?” Questa domanda, formulata dal neoministro dell’Educazione giapponese, Masayuki Fujio, ha scatenato furibonde e scandalizzate polemiche che dal Giappone e dall’Asia sono rimbalzate negli Stati Uniti, in Urss, in Europa, in Italia. La questione si riferisce infatti ai processi di Tokio e di Norimberga che, quarant’anni fa, suggellarono la fine della seconda guerra mondiale e con i quali, per la prima volta nella storia, i vincitori giudicarono i vinti.

Che una domanda in fondo così ovvia, quasi lapalissiana, susciti ancor oggi tanto scandalo e aggressività dice forse qualcosa sulla cattiva coscienza accumulata in questi quarant’anni dalle nazioni uscite vincitrici dall’ultima guerra e da coloro che ne han fatto propri gli interessi e le ideologie. Questa domanda infatti non è nuova, non nasce oggi e non dovrebbe stupire. Dubbi sulla legittimità, giuridica e morale, dei processi furono sollevati, e proprio da parte democratica, fin dall’inizio, quando quei processi erano ancora in corso.

Scriveva, per esempio, l’americano Rustem Vambery, docente di diritto penale, sul settimanale “The Nation” del 1° dicembre 1945: “Che i capi nazisti e fascisti debbano essere impiccati e fucilati dal potere politico e militare, non c’è bisogno di dirlo; ma questo non ha niente a che vedere con la legge… Giudici guidati da “sano sentimento popolare”, introduzione del principio di retroattività, presunzione di reato futuro, responsabilità collettiva di gruppi politici e razziali, rifiuto di proteggere l’individuo dall’arbitrio dello Stato, ripristino della vendetta tribale, tutti questi erano i punti salienti di quella che la Germania di Hitler considerava legge. Chiunque conosca la storia del diritto penale sa quanti secoli, quanti millenni, ci sono voluti perché esattamente il contrario di questa storia e di questa prassi nazista fosse universalmente riconosciuto come parte integrante del diritto e della giustizia…Sfortunatamente i capi d’accusa formulati dal Tribunale militare internazionale contro i principali criminali di guerra ricordano, per certe caratteristiche, il diritto hitleriano…”.

E Benedetto Croce, in un discorso tenuto all’Assemblea Costituente il 24 luglio 1947, affermava: “Segno inquietante di turbamento spirituale sono ai giorni nostri (bisogna pure avere il coraggio di confessarlo) i tribunali senza alcun fondamento di legge, che il vincitore ha istituito per giudicare, condannare e impiccare, sotto nome di criminali di guerra, uomini politici e generali dei popoli vinti, abbandonando la diversa pratica, esente da ipocrisia, onde un tempo non si dava quartiere ai vinti o ad alcuni di loro e se ne richiedeva la consegna per metterli a morte, proseguendo e concludendo con ciò la guerra”.

Come si vede non si contesta, allora come oggi, la potestà dei vincitori di punire i vinti, come s’è sempre fatto da che mondo è mondo, ma di farlo nelle forme del processo, della legge, del diritto. C’era in questa pretesa inaudita (nel senso letterale: di cosa mai udita prima) tutta la strisciante ipocrisia d’una cultura come quella americana e non per nulla lo storico britannico A.J.P. Taylor ricordava le forti perplessità degli inglesi (Churchill, nelle sue memorie, arriverà a dire a proposito dell’uccisione di Mussolini: “Per lo meno, ci ha risparmiato una Norimberga italiana…”) e come “gli americani, sulla questione dei crimini di guerra della Germania, si dimostrarono molto più inflessibili ed estremisti dei sovietici: il processo di Norimberga fu dunque una creatura largamente americana”.

Ma, come tutte le ipocrisie, non era innocente né priva di gravi conseguenze. Sul piano del diritto infatti il processo ai vinti della seconda guerra mondiale scardinava alcuni princìpi fondamentali di civiltà giuridica, primo fra tutti quello della irretroattività della legge penale per cui nessuno può essere punito per fatti che all’epoca in cui furono commessi non erano considerati reati (tedeschi e giapponesi furono giudicati per “cospirazione contro la pace”, “attentati contro la pace e atti di aggressione”, “crimini di guerra”, “crimini contro l’umanità”, tutti capi di imputazione che non preesistevano al processo ma che furono creati con esso). In più, in tal modo, si finiva per far coincidere il diritto con la forza, la forza del vincitore. Che, come notava Vambery, era esattamente, anche se, si presume, involontariamente, la stessa concezione del diritto che aveva avuto il nazismo.

Ma questioni giuridiche a parte, l’effetto a nostro parere più inquietante e gravido di conseguenze storiche dei processi di Norimberga e di Tokio fu quello di ingenerare un pericoloso equivoco: che i vincitori fossero davvero migliori dei vinti nel momento in cui si chiudeva la guerra. Fa una certa specie, per esempio, pensare che sullo scranno dei giurati, a Norimberga, sedevano, per giudicare di “atti di aggressione”, i rappresentanti di un paese, l’Urss, che aveva assalito e squartato, con un attacco vilissimo e proditorio, concertato proprio con Hitler, la Polonia e che era responsabile delle fosse di Katyn. Fa specie sapere che, a quel processo su “crimini contro l’umanità”, fece la sua apparizione, fra coloro che giudicavano, il sovietico Visinskij, il pubblico ministero delle “purghe” di Mosca del 1936-37. Fa specie ricordare che sui banchi dei giudici del processo di Tokio sedevano rappresentanti del presidente americano Harry Truman che gettò la bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki, a guerra ormai finita, col Giappone in ginocchio. E, come scriveva “The Guardian” il 1° ottobre del 1946, “non è possibile che al mondo esterno –i neutrali e i futuri storici spassionati- sentir parlare di nazismo imputato di “distruzioni indiscriminate” senza ricordare Amburgo e Dresda”.

Tutto ciò non toglie nulla, naturalmente, alla criminalità dei nazisti, di Hitler, dei suoi seguaci, ma pone molti dubbi sul fatto che i vincitori fossero, già allora, migliori dei vinti e sul loro diritto morale a giudicarli. Ma il peggio è successo dopo ed è stato in qualche modo legittimato proprio dai processi di Norimberga e di Tokio. Non si era ancora spenta l’eco di quei processi, che secondo le intenzioni avrebbero dovuto “escludere la guerra dalla vita della società”, che già le truppe francesi soffocavano con l’atroce brutalità di sempre un disperato tentativo del Madagascar di liberarsi delle manette coloniali. Ciò, naturalmente, è nulla rispetto a quello che han fatto poi Usa e Urss, le due vere, e sole, potenze uscite vincitrici dalla seconda guerra mondiale.

In quarant’anni Usa e Urss hanno messo a ferro e fuoco il Sud-Est asiatico, usato il napalm e armi chimiche in Vietnam, combattuto guerre in Medio Oriente per interposta persona e sulla pelle altrui, “suicidato” Masaryk e Allende, schiacciato nel sangue la rivolta ungherese, invaso la Cecoslovacchia e l’Afghanistan, umiliato la libertà della Polonia, insidiato con le armi e i servizi segreti la sovranità del Nicaragua e del Salvador, difeso e sostenuto i più feroci, sanguinari e criminali dittatori salvo poi dismetterli, quando non più presentabili, a suon di “golpe”, organizzato decine di colpi di Stato, fomentato e guidato, attraverso il Kgb e la Cia, una buona fetta di terrorismo internazionale e, infine, messo il loro tallone e accampato le loro pretese egemoniche su ogni angolo, anche il più recondito, del mondo.

Hitler avrebbe saputo fare di più e di meglio? Può darsi, ma è solo un’ipotesi. E con questa differenza: che per molti anni, e in una certa misura ancora adesso, l’opinione pubblica mondiale ha potuto credere, in buona fede, che Stati Uniti e Unione Sovietica fossero i paladini della libertà o dell’uguaglianza, i difensori di altissimi valori, invece che gli imperialismi spietati, totalitari e scientifici che sono, proprio perché i processi di Norimberga e di Tokio avevano conferito loro quella patente di superiorità morale che han dimostrato di non avere. Ecco perché oggi, ancor più di ieri, i vincitori, e i loro intellettuali reggicoda, si inalberano violentemente contro chiunque metta in dubbio la validità dei processi di Norimberga e di Tokio: perché temono che sia stracciato anche l’ultimo velo della loro legittimazione. Scriveva ancora “The Guardian”, nel 1946: “Il processo di Norimberga apparirà giusto o sbagliato nella storia a seconda del futuro comportamento delle nazioni che ne sono responsabili”. Oggi, a quarant’anni di distanza, si può dire che quei processi erano ingiusti, illegittimi, pericolosi e alla domanda di Masayuki Fujio, “I vincitori hanno il diritto di giudicare i vinti?”, si può rispondere, con molta amarezza ma con tranquilla coscienza: no.

Massimo Fini

Articolo dell’ “Europeo” del 1986 ripreso dal Fatto Quotidiano il 20 novembre 2015 anniversario dell’inizio del processo

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Più continueremo a bombardare l’Isis, con caccia irraggiungibili e droni senza pilota, più l’Isis porterà la guerra in Europa con i mezzi che, da noi, gli sono possibili: gli attentati terroristi e kamikaze. A me pare talmente evidente che l’ho scritto più volte su questo giornale. Non c’è bisogno di uno stratega militare. In uno dei comunicati dopo gli attentati di Parigi l’Isis ha affermato: “La Francia manda i suoi aerei in Siria, bombarda uccidendo i nostri bambini, oggi beve dalla stessa coppa”. E’ una logica, tremenda, ma è una logica. Che riguarda entrambe le parti. Perché noi vediamo, rabbrividendo, i nostri morti, ma non vediamo i loro. Sono almeno quindici anni che siamo in guerra contro i Paesi musulmani, ma non ce ne siamo accorti perché, in Europa, la guerra ci ha toccati in anni ormai lontani e dimenticati (attentati ai treni a Madrid nel 2004 e alla metropolitana a Londra nel 2005) o, più recentemente, per episodi circoscritti e limitati (Charlie Hebdo e supermercato ebraico). Così abbiamo continuato a vivere la nostra vita come se quelle guerre non ci riguardassero. Gli attentati di venerdì a Parigi sembrano meno mirati di quelli di un anno fa al settimanale francese, invece, in un certo senso, lo sono di più. Colpendo una discoteca, ristorantini alla moda, lo stadio di calcio, cioè i luoghi dei nostri divertimenti, è come se gli jihadisti ci dicessero: adesso avete finito di divertirvi mentre noi, a causa vostra, moriamo. E noi dobbiamo accettare lo scandalo, da cui la superiorità tecnologica ci aveva tenuti lontani, che la guerra, la vera guerra, organizzata, sistematica e non episodica, può entrare nei nostri territori. Ma non ci siamo preparati. Decenni di cosiddetto benessere ci hanno infiacchiti, indeboliti, rammolliti, svirilizzati. Le reazioni agli attentati di Parigi sono state isteriche o grottesche. Quando si grida, come ha fatto ripetutamente Hollande, che non si ha paura vuol dire solo che si ha paura. E infatti sono bastati tre petardi per mandare i parigini nel panico. Si combatte il nemico illuminando i monumenti con i colori della Francia o spegnendo le luci della Tour Eiffel o della fontana di Trevi o cantando, come ha fatto Madonna, sciogliendosi in lacrime, Like a Prayer. Ma questa non è più un’epoca di Beatles, di Rolling Stones e Gianni Morandi. Cerchiamo di salvarci l’anima portando dei fiori sui luoghi degli attentati, commovendoci della nostra commozione. Cerchiamo almeno di essere più seri e composti.

La forza dell’Isis sta nella nostra debolezza. Di là uomini con valori fortissimi, sbagliati che siano, disposti ad andare a morire con la disinvoltura con cui si accende una sigaretta, di qua una società svuotata di ogni valore, a cominciare dal coraggio.

L’errore capitale degli occidentali, in particolare degli americani e dei francesi, sempre ammalati di una ridicola ‘grandeur’, è stato quello di andare a mettere il dito, o per essere più precisi i bombardieri e i droni, in una guerra civile, quella fra sunniti e sciiti, iracheni e siriani, che peraltro noi stessi avevamo provocato abbattendo Saddam Hussein, di cui eravamo stati surrettiziamente alleati in funzione anticurda e antiiraniana. E oggi a combattere sul campo non ci andiamo noi ma ci affidiamo proprio ai curdi, del cui massacro siamo stati complici, e ai pasdaran dell’Iran uscito improvvisamente da quell’’Asse del Male’ in cui era stato ficcato, non si è mai capito bene perché, per trent’anni. Se i francesi vogliono recuperare un minimo di decenza, invece di continuare a bombardare più o meno alla cieca, mandino i loro soldati sul terreno. Anche se temo che sarebbe una nuova Dien Bien Phu.

Detto questo io penso che in realtà non ci sia solo la religione nella guerra che l’Isis combatte in Medio Oriente. E’ anche il tentativo di ridefinire confini disegnati soprattutto dagli inglesi fra il 1920 e il 1930. Tentativo più che legittimo in cui, appunto, noi occidentali non avremmo dovuto entrare.

Ma c’è anche una lettura più inquietante che si può dare di ciò che sta accadendo in Medio Oriente, nell’Africa subsahariana e in Occidente. Potrebbe essere il tentativo dei poveri dei Paesi poveri del Terzo Mondo di muover guerra, con le armi e con le migrazioni, ai Paesi ricchissimi ma squartati all’interno da disuguaglianze spaventose. Se questa ipotesi fosse vera ai poveri del Terzo Mondo potrebbero aggiungersi, prima o poi, marxianamente, quelli del Primo Mondo. E questo immenso mare di miseria finirebbe per sommergere e decretare la fine di quello che chiamiamo Occidente.

Massimo Fini

Il Fatto Quotidiano, 18 novembre 2015

 

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Sabato mattina, alle 11, a Fucecchio (Firenze), il paese del grande giornalista toscano, gli daranno il «Premio Montanelli» alla carriera. E di carriera Massimo Fini, nato per sbaglio a Cremeno (Lecco) da padre pisano e madre russa, ma milanese e giornalista da sempre, di carriera, dicevamo, Fini ne ha fatta tanta.

E ne farà ancora, anche se una degenerazione oculare gli ha fatto dire più di una volta, anche recentemente, «smetto». «Riesco a scrivere ma non a leggere e quindi a rileggere i miei pezzi: una segretaria mi aiuta a farlo. Ma temo che lo stile ne risenta», ci dice nel salotto di casa sua, da dove si vede il Bosco verticale e gli altri grattacieli che fanno più bella Milano. Intorno librerie piene di volumi che rivelano, dalle costole, d'esser stati maneggiati tante volte, giornali, appunti, alle pareti i manifesti di Cyrano, lo spettacolo teatrale che scrisse con il regista Eduardo Fiorillo, in cui andava in scena tutto il suo appassionato bastiancontrarismo. «Doveva essere un programma tv, ma Antonio Marano, allora direttore di RaiDue, lo dovette stoppare su input di Silvio Berlusconi». Dell'unica puntata tv, registrata ma mai andata in onda, circola su YouTube, uno spezzone di pochi minuti, con Loredana Bertè e Alda Merini.

Domanda. In questi giorni si è scritto molto sulla morte di Pier Paolo Pasolini, essendo passati 40 anni. Lei non ha mai creduto al complotto e l'ha scritto anche su Il Fatto.

Risposta.

La tesi fu innescata da Oriana Fallaci, stando dal parrucchiere, sfogliando alcune riviste.

D. Prego?

R. Sì, andò così. Fu un'invenzione. Ora, tutti i grandi giornalisti si inventano un po' le cose. Prenda Indro Montanelli, o quello che è stato il più grande di tutti, vale a dire Curzio Malaparte, del quale Ettore Della Giovanna disse: «Sì, l'ha scritto Malaparte ed è diventato vero». Forzavano, inventavano, perché sapevano che a volte il verosimile è più vero del vero. Ma inventavano in funzione della verità.

D. Perché la Fallaci, invece?

R. L'Oriana era abituata all'invenzione a puro titolo narcisistico e questa del complotto di Pasolini nasce perché lei non poteva stare fuori da questa vicenda. Non poteva rimanerne estranea.

D. Gli era amica, forse?

R. Sono andato un po' a rileggere, dalle cose postume, e sembra che fosse una grande amica di Pasolini, quasi amante, se non fosse stato omosessuale. Ora, io che l'ho conosciuta nel suo momento migliore, ossia quando la Fallaci stava con Alexandros Panagulis, non l'ho mai sentita parlare di Pasolini né ho sentito Pasolini, che ho conosciuto, parlare di lei. Se vuole anche in Messico, quando fu ferita, era stato un po' così.

D. La strage prima dei giochi olimpici del 1968, in cui rimase colpita? Ricostruisce quei fatti nella prima parte di Niente e così sia, mi pare.

R. Sì, lei scrive, più o meno, «tre pallottole mi entrarono nel costato». Ora Gianfranco Moroldo, che era il suo fotografo, mi disse che lei stava alla finestra a guardar giù, quando una bomba carta fece andare in frantumi i vetri e probabilmente lei si prese delle schegge di vetro, non proiettili.

D. In quel libro, parla soprattutto di Vietnam, racconta di scene di battaglia, con molto pathos.

R. A creare pathos è bravissima, l'Oriana perché ha questa scrittura bellissima...

D. Ne parla ancora al presente. C'è stata una certa familiarità?

R. Sì, perché quando eravamo all'Europeo, dove ero il più giovane, lei mi chiese di darle una mano a scrivere una sua autobiografia. Se non fossi stato appunto l'ultimo arrivato, probabilmente avrei rifiutato.

D. Un libro che non uscì mai, però...

R. Infatti, era stato commissionato da una piccola casa editrice che si chiamava La Sorgente. Lei non aveva tempo e chiese a me.

D. Quindi vi frequentaste?

R. Sì, era il suo periodo migliore, quando stava con Alekos. Ci vedemmo spesso a Milano, a Firenze, a Greve in Chianti, nella casa di famiglia. Scrissi una settantina di cartelle, usando sovente il suo splendido parlato. E lei se ne complimentò per lettera, più volte. Poi...

D. Poi?

R. Poi però si rese conto che quel lavoro parlava della sua vita e che me ne appropriassi io non le piacque più. Me l'avesse detto, l'avrei capito senz'altro. Ma Oriana non era fatta così...

D. E cioè?

R. E cioè dovette inventarsi che ero una spia della Cia. Beh, non era l'ultima Oriana che abbiamo conosciuto...

D. Allora era una donna di sinistra.

R. Bah, nessuno l’aveva mai presa sul serio come donna di sinistra. Sta di fatto che la cosa si interruppe. Ho ancora i nastri di quelle lunghe chiacchierate. La mia moglie d'allora, che ne aveva trascritti molti, per la rabbia strappò tutti i fogli.

D. Che donna era la Fallaci, almeno nel periodo di frequentazione che ci fu?

R. Anche divertente. Quando passeggiavamo per Firenze, capitava che mi imponesse di nasconderci in un androne o dietro una colonna.

D. E perché?

R. Perché riteneva d'essere seguita dalla Cia, convintissima.

D. E che cosa doveva temere?

R. Cercare razionalità in Oriana era molto difficile, c'era la vicenda di Panagulis, che era un esule, ma lei era convinta di essere personalmente perseguitata. Io sorridevo di questa megalomania, tra me e me, ritendendola innocente. Poi, nel tempo, ho pensato che tanto innocente non fosse.

D. Una posa?

R. Sì, una delle sue tante pose. Devo anche dire che era un'istintiva ma non era da trame: se avesse voluto farmi fuori, avrebbe potuto farlo benissimo. Era così, un'impulsiva e spesso ci rimetteva. Ricordo una volta che rientrò dall'Iran portandosi dietro dei tappeti che finirono bloccati in dogana.

D. E quindi?

R. Quindi disse a una delle nostre segretarie di andare a sbloccarli. Non che fosse suo compito ma lei era «la Fallaci». Sennonché la poverina tornò in redazione a mani vuote e l'Oriana la prese a calci, tanto che dovettero intervenire un paio di colleghi.

D. Per una serie di dettagli così sul suo terribile carattere, che lei scrisse sul Giorno, la Fallaci l'avrebbe querelata in seguito.

R. Sì, mi chiese tre miliardi di lire, che non erano pochi, e questo episodio dei tappeti non c'era neppure. E comunque in tribunale vinsi io, portando tali e tanti testimoni, che il giudice dovette darmi ragione.

D. Che cosa aveva scritto sul Giorno?

R. Di quella volta che, ad Atene, arrivò in albergo con una rosa regalatele da Golda Meir, appena intervistata. Affidò questa rosa a una domestica ma purtroppo, il giorno dopo, il fiore era appassito.

D. E quindi?

R. Quindi si precipitò dal direttore dell'albergo chiedendo il licenziamento immediato della fantesca ma questi, per tutta risposta, le fece sistemare i bagagli in strada. Era un'istintiva ma spesso ci rimetteva. A New York ne successe un'altra.

D. Ossia?

R. Il corrispondente dell'Europeo, Duilio Pallottelli, un gran signore. Ebbene, quando la Fallaci sbarcava là, lui si metteva al suo servizio, ma lo faceva per plaisenterie, non perché fosse obbligato. Solo che lei lo prese, evidentemente per servilismo, tanto che, un bel giorno, quando lui era stato a prenderla in aeroporto, all'ennesima richiesta di lei, Pallottelli inchioda la macchina sulla Quinta strada, va dall'altra parte, apre la portiera, le intima di scendere, quindi apre il bagagliaio, le scarica in due secondi le valige sul marciapiede e riparte. Non si sarebbero mai più rivisti.

D. Un carattere difficile.

R. Una prepotente antropologica che, se avesse dedicato agli altri un milionesimo di attenzione che pretendeva per se stessa... Però in quell'articolo che lei citava prima, per cui mi querelò, io ne feci un ritratto a luci e ombre.

D. Quali erano le luci?

R. La giornalista senza dubbio. Anche se la Fallaci più grande, fu la prima, quando fece questi ritratti di artisti e letterati. Bellissimo quello «In morte di Curzio Malaparte».

D. Non le grandi interviste?

R. No, quelle interviste sono solo lei che interpreta se stessa: c'era tutto dell'Oriana e un cazzo, mi permetta, di Khomeini o di Gheddafi.

D. Con l'ayatollah ci fu qualche problema per l'abbigliamento, si ricorda?

R. Fossi stato la guida spirituale degli sciiti l'avrei fatta arrestare: il giornalista deve stare un passo indietro non ergersi a protagonista.

D. Poi sono venuti i libri.

R. Fu messa sulla cattiva strada da un consiglio di Malaparte, che le disse: «Orianina, il giornalista deve scrivere libri». Ma intendeva reportage come i suoi: Kaputt, La Pelle, Tecnica di un colpo di Stato. Lei invece si mise a scrivere romanzi, col suo stile molto barocco: ora la Fallaci va bene in 10 cartelle, in 800 diventa impossibile.

D. Beh, Lettera a un bambino mai nato, ebbe un certo successo.

R. Per quel libro assistetti a una furiosa lite con la sorella Paola, a Greve, che le diceva che lei di bambini non capiva un cazzo, non avendone avuti.

D. La Fallaci scrittrice non la convinceva.

R. No, non era fatta per i romanzi. Un uomo lo trovai deplorevole, Inshallah lasciò 300 mila copie invendute: uno dei più grandi “bagni dell'editoria nazionale”.

D. Giudizi duri. Non mi pare però che lei ne parli con risentimento.

R. Infatti, non ne ho mai avuto verso di lei, malgrado quella lite finita in tribunale. Anzi, tre anni fa, quando avevo una fidanzata fiorentina, volli andare al cimitero dove è sepolta Oriana a deporre una rosa bianca sulla sua tomba. Perché con la Fallaci stiamo comunque parlando della Champions League del giornalismo, se non proprio del Barcellona almeno del Borussia Munchengladbach.

D. Ci siamo dilungati sulla Fallaci ma eravamo partiti da Pasolini. Quando lo conobbe?

R. Lo incontrai per la prima volta quando gli feci un'intervista sul fascismo dell'antifascismo per l'Europeo.

D. Che impressione le fece?

R. Andai a casa sua all'Eur, una dimora borghese, piena di centrini, di comodini, queste cose qua. Lui, con questo volto scavato che pareva il Cristo di Grunewald, non aveva per nulla l'aria «da checca», tutt'altro.

D. Per cosa la colpì?

R. Per un fatto: in genere l'intervistato stende le sue bellurie davanti a chi gli sta davanti.

D. E lui, invece?

R. Lui si interessava a chi gli stesse davanti. Poi accadde una cosa strana.

D. Vale a dire?

R. In questa grande terrazza, dove stavamo parlando, entrò la madre e lui cambiò completamente, si infantilizzò di colpo, diventò tutto «pucci, pucci». E lì capivi la sua omosessualità. Ricordo che arrivò anche Ninetto Davoli. Dopo l’intervista continuò, per un po', il rapporto con Pasolini.

D. Vi frequentaste?

R. Certo. E una volta mi portò anche al Pigneto, quartiere romano che, allora era periferia estrema e malfamata, e che oggi temo sia pure un po' trendy.

D. Infatti.

R. E capii: uno che andava lì, con la sua Alfa Romeo, cercava il pericolo e, secondo me, anche la morte. Era la sua zona d'ombra, che hanno avuto molti artisti, persino Marcel Proust. Pasolini cercava la morte e anche l'Oriana, anni dopo, da quell'idea dissennata del complotto.

D. Eppure la comunità intellettuale italiana aderì all'istante a quella tesi.

R. Sì, un po' perché attribuire le nefandezze ai fascisti era lo sport nazionale, un po' perché non accettava, in realtà, questo lato oscuro di Pasolini.

D. Dunque fu una scelta pruriginosa, non si ammetteva che Pasolini, nottetempo, andasse all'Idroscalo.

R. Eppure tutti lo sapevano che con quei «ragazzi di vita», in cui vedeva un'Italia che resisteva all'omologazione, come la chiamava lui, diventava sadico. E una notte successe per l'appunto che un ragazzo di vita dicesse no e si ribellasse a una certa richiesta.

D. La tesi del complotto poi, all'epoca, era un'attitudine: basta ricordare la morte, pochi anni prima, di Giangiacomo Feltrinelli ai piedi del traliccio di Segrate.

R. Un altro complotto.

D. A lei fu chiaro che il complotto su Pasolini non stesse in piedi?

R. Immediatamente. Trovai ipocrita l'atteggiamento della comunità intellettuale, da Umberto Eco ad Alberto Moravia. In quella comunità, Pasolini s'era intruppato per poter scrivere: era un reazionario, non era affatto comunista.

D. Beh, certo aveva avuto il fratello Guido, partigiano, ammazzato dai garibaldini comunisti nella malga di Porzus.

R. Esatto. Ma allora se non ti intruppavi non potevi esistere. L'unico che non lo fece fu Giuseppe Berto.

D. Già ma l'autore de Il male oscuro fu anche combattente a Salò e finì nel carcere alleato di Coltano (PI)...

R. Berto non si intruppò mai e fu messo al bando. E lui, per scandalizzarli ancora di più, comprò persino un night club a Capo Vaticano a Vibo Valentia. Per inverare così tutto il suo disprezzo per quella congrega.

D. Ma che giudizio dà di Pasolini?

R. Un grandissimo intellettuale, un grandissimo uomo di cultura ma, come direbbe il grande cronista tennistico Rino Tommasi, «nel mio personale cartellino» i suoi libri e i suo film non ci sono.

D. Nemmeno Il Vangelo secondo Matteo?

R. No, sulla sua capacità di provocare, in modo intelligente, aprendo squarci, non ho dubbi.

D. L'invettiva dalle colonne del Corriere.

R. Assolutamente. Lì era all'altezza delle sue provocazioni.

D. Quelle invettive contro il potere, come quella sulla Dc, «io lo so, ma non ho le prove», sono state l'architrave delle teorie complottiste...

R. Il potere se ne strafregava. E se ne strafrega bellamente ancora, a meno che tu non faccia una denuncia precisa. Il Pasolini veramente scandaloso fu semmai quello che scrisse «darei la Montedison per una lucciolata».

D. Il famoso articolo sulle lucciole che erano sparite.

R. Splendidamente reazionario in questo: rimpiangeva un mondo che stava sparendo. Così come l'interesse per il sottoproletariato che, ai suoi occhi, aveva conservato una qualche verginità ma, nello stesso tempo e contraddittoriamente, aveva il bisogno notturno di umiliare quei ragazzi che rappresentava nelle sue opere.

D. La zona d'ombra.

R. L'artista è fatto spesso di queste cose. E sono collegate. Sono le stesse zone d'ombra a partorire la parte creativa.

D. Ma sul fatto che tutto il Pasolini, dalla critica ai libri al cinema, dovesse essere considerato eccelso, lei trae una lezione, Fini? C'è sempre il desiderio del mainstream culturale, che allora non si chiamava così, di ammantare un intellettuale di cose che non ci sono, e non riconoscerlo per quello che è?

R. È così. Penso a un altro personaggio, che ho conosciuto molto più di striscio, come Federico Fellini.

D. Che successe, con lui?

R. Che, a un certo punto, la critica, invece di fare il suo mestiere, cominciò a scrivere che qualsiasi cosa facesse era straordinaria. E invece c'erano cose che facevano pena. In questo non si aiutava l'artista che si credeva autorizzato a tutto.

D. Per esempio?

R. Quando perde la collaborazione con Ennio Flaiano, straordinario genio che lo àncora alla realtà, e dalla quale nacque quel capolavoro che fu La dolce vita, Fellini si attorcigliò al proprio ombelico e vennero fuori film modesti. Non c'era bisogno di mettere un rinoceronte ne La nave va quando aveva già fatto vedere un dugongo ne La dolce vita.

D. Una citazione continua di sé...

R. Una masturbazione. Mentre con Flaiano ci sono sei-sette film, straordinari, ma perché il genio fantasmagorico di Fellini era ancorato alla realtà. Per stare sull'ombelico bisogna averlo straordinario, come quello di Proust, ma anche un Ingmar Bergman che, peraltro, fece tantissima gavetta. Oggi, invece...

D. Oggi, invece?

R. Come diceva Mino Maccari, parlando di letteratura, «basta che uno metta un punto e virgola ben fatto che gli fanno scrivere sei libri».

D. Dunque Fellini lo salviamo sino alla Anita Ekberg nella fontana di Trevi?

R. Sì, dopo, niente. Già non mi convinceva più in Otto e mezzo, di cui salvo la scena finale, perché è vero che uno, alla fine della vita, vorrebbe avere intorno a sé le donne che ha amato. Ma siamo alla fase decadente, non parliamo di Amarcord, con quel pavone diamantato o il Rex. Ma la critica non osava.

D. Il vizio italiano dell'adulazione. Oggi secondo lei accade con altri? Non so, Roberto Saviano?

R. Non posso parlarle seriamente di Saviano perché non ho letto nulla di suo, né visto il film tratto da Gomorra. Istintivamente mi suscita questo sospetto che lei avanza.

D. E allora oggi in chi vede scattare quel meccanismo?

R. Come mi ha detto Daniele Luttazzi...

D. Luttazzi! Lo sente?

R. Certo l'unico che considero abbastanza vicino a me. È un chevalier seul. Diceva, parlando della Rai, che non ci sono solo i partiti, ma anche conventicole e sotto-conventicole: o ne fai parte o sei fuori. Per questo è l'unico che ha pagato per l'editto bulgaro di Berlusconi. Eppure, l'ultima volta che l’ho visto, ad Assago, 13mila posti, ha fatto il tutto esaurito. Tredicimila persone a teatro!

D. Oggi forse capita con chi?

R. Oggi i veri maître à penser sono i conduttori di talk.

D. Che non la chiamano più.

R. Vabbé, ho detto che non potevo più scrivere, ma oggi gli intellettuali, usiamo questa orrenda parola, non contano più. Contano loro o i cantanti. Oggi, non vai a sentire i Salvatore Veca, gli Emanuele Severino, ma Jovanotti. Oggi non c'è più un'élite intellettuale, in questo Paese.

D. Senta, le danno il Premio Montanelli. Ma lei Indro lo conobbe? Gli ha un po' assomigliato?

R. Lui era la Champions League, io il Sassuolo. Poi lui un conservatore, io un reazionario, lui un liberale io un antidemocratico. Ciò che ci unisce è un certo anarchismo e il fatto che entrambi abbiamo pagato, ognuno al proprio livello, una certa indipendenza di giudizio. Se pensa alla cacciata ignominiosa di Montanelli dal Corriere, ignominiosa per chi l'ha fatta, intendo...

D. Ossia il potente comitato di redazione di Raffaele Fiengo.

R. Col direttore Piero Ottone, certo. E poi ci fu anche l'agguato delle Brigate Rosse.

D. Per cui in qualche salotto milanese si brindò.

R. Per capire cosa fossero quei tempi, basta ricordare il titolo con cui il Corriere stesso dette la notizia.

D. Già, non scrissero neppure il nome, ma che «un giornalista» era stato gambizzato.

R. Bisogna essere Ottone per fare queste cose. Era il clima dell'epoca: Eugenio Scalfari fece scrivere su Repubblica un pezzo contro Maurizio Costanzo che aveva osato ospitare «Montanelli ‘il fascista’». Erano tutti fascisti, come quelli che avrebbero appunto ammazzato Pasolini.

D. Fascisti ovunque.

R. Lavoravo al Giorno e ricordo che c'era un inviato, un certo Paolo Bonaiuti, che era più a sinistra di Satanasso mentre io, per lui, ero un fascista. Poi un giorno, nel 1996, Annabella mi chiese di intervistare Berlusconi e me lo ritrovai all'ufficio stampa di Forza Italia. Così va il mondo.

D. Ma quell'intervista si fece?

R. No. L'accordo era che io inviassi le domande e poi ci saremmo visti ad Arcore per una quarantina di minuti, per un vis-à-vis.

D. Lei le mandò?

R. Certo. E Bonaiuti mi chiamò, perché le domande non piacevano. Gli obiettai che il Cavaliere aveva tutto il tempo per preparare le risposte o farle preparare. Ma capii che non se ne sarebbe fatto niente. E allora pensai di mandargli un biglietto.

D. Scrivendo cosa?

R. Che diceva testualmente così: « Egregio Cavaliere, io non le ho mai risparmiato critiche ma le ho sempre riconosciuto il coraggio. Vederla scappare come una lepre impaurita davanti a tre domandine scritte non mi sembra degno di lei».

D. Rispose?

R. Dopo tre ore, suonò alla porta di questa casa un gigantesco valet gallonato che mi consegnò un biglietto pieno di insulti. Però come dice Nietzsche, anche la lettera più villana è meglio del silenzio. Che cosa gliene fregava di me a Berlusconi? Per il suo narcisismo, per voler piacere a tutti, lui è attentissimo a chiunque. Mentre la cosiddetta sinistra ha la puzza sotto il naso e ignora l'interlocutore. E questo è stato uno dei suoi grandi vantaggi, del Cavaliere, sui suoi avversari.

D. Quando Berlusconi rastrellava giornalisti per Mediaset, non ebbe offerte anche lei?

R. Guglielmo Zucconi che era stato mio direttore al Giorno, che era andato a lavorare lì, me ne parlò. «È come se tu facessi un'inchiesta», mi disse. Non era così. Sia lui sia Giorgio Bocca non andarono affatto bene. Sono linguaggi differenti. Viceversa chi, come Costanzo dalla tv ha provato a fare la carta stampata non ha funzionato.

D. Certo, il suo Occhio fu un fallimento.

R. E anche la Domenica del Corriere.

D. Fini della sua breve vita in Rai, abbiamo parlato prima...

R. Era la Rai di Flavio Cattaneo, allora direttore generale, che mi mise alla porta. La cosa curiosa è che, un anno fa, Sabrina Ferilli, mi aveva scritto una mail affettuosa dicendomi: «Sono quasi sempre d'accordo con le cose che lei scrive. Devo preoccuparmi?».

D. Le rispose?

R. Sì, le risposi che doveva preoccuparsi e ne nacque uno scambio simpatico di mail.

D. Che cosa l'ha fatta arrabbiare poi, nella sua carriera?

R. Ciò che bruciano sono le emarginazioni, le obliterazioni continue. Le faccio un esempio?

D. Certo.

R. Qualche tempo fa, Beppe Grillo fece uno spettacolo al Teatro Smeraldo di Milano, invitandomi, perché mi era grato perché lo avevo aiutato nel suo passaggio da attore a leader politico.

D. E che accadde?

R. Che Grillo mi presentò, io mi alzai, ci fu una standing ovation. Poi toccò ad Adriano Celentano.

D. Standing ovation anche per lui...

R. Sì, ma un po' meno, ma non è questo il punto.

D. E cioè?

R. Che il giorno dopo il Corriere, scrisse di tutti meno che di me.

D. Spiacevole.

R. Abituale. Scrissi due righe a Ferruccio De Bortoli, con su scritto: «Gutta cavat lapidem».

D. La goccia scava la pietra. E De Bortoli?

R. Ferruccio è un uomo molto corretto, mi rispose dandomi ragione. Sono queste piccole cose che, piano piano, ti emarginano. Meglio il fascismo che ti manda a Ventotene ma almeno ti lascia l'orgoglio dell'antagonista.

D. Lo sente ancora De Bortoli?

R. Mah, io non frequento troppo i giornalisti.

D. Conduce una vita da misantropo?

R. Oggi direi di sì. È forse il prezzo che si paga: prima ti scansano i politici, poi nell'ambiente, alla fine l'esclusione diventa esistenziale. Ma me la sono cercata: mi sono messo in una posizione per cui giornali come il Corriere o La Stampa non avrebbero potuto assumermi. E poi i bastian contrari come me non servivano più.

D. Erano serviti?

R. Massì, ne Il Giorno di Zucconi, giornale dell'Eni e quindi di Dc e Psi, quel gran marpione del direttore teneva fermi due punti, Craxi e De Mita, ma poi lasciava a Pierluigi Magnaschi tutto il resto. In questo modo ho potuto scrivere cose tremende contro la partitocrazia. E quando qualcuno, dai due partiti, obiettava, Zucconi rispondeva «che ero un pazzo e che dovevano guardare il resto». Marpionata che permise a Magnaschi, a me e ad altri di scrivere liberamente.

D. Voleva lasciare il giornalismo per la malattia, poi Marco Travaglio ha insistito.

R. Sì, è stato molto affettuoso. D'altra parte, ci conosciamo da tempo. Il suo primo libro importante, Manuale del perfetto impunito, porta la mia prefazione. Lui, nonostante il successo che ha, è il più importante giornalista italiano, ha un atteggiamento molto rispettoso. Se gli propongo un pezzo, me lo pubblica immediatamente. Ho avuto più problemi quando Il Fatto era diretto da quel simpatico «democristianone» di Antonio Padellaro, ma non tanto per «Pad», quanto per i lettori, che sono un po' una chiesa, una conventicola, e ai quali ogni tanto mi rivolgevo con tono di sfida: «Meditate, suorine di sinistra, meditate». E Padellaro mi pregò di smettere. Il Fatto e Il Gazzettino, sono stati, negli ultimi tempi, una cosa importante per me.

D. Continua solo con Il Fatto.

R. Perché non ce la faccio davvero: sul Gazzettino mi occupavo di politica estera ma devi seguire e farsi leggere le cose dalla segretaria è dura.

D. Anche Jorge Luis Borges era cieco...

R. (Ride) Ma lui era un grandissimo poeta, che traeva da se stesso la sua poesia. Io sono un giornalista, un saggista, un pensatore se vogliamo.

D. Il Fini-pensiero antimodernista...

R. Sì, ho scritto qualche libro che rimarrà ancora per un po'.

D. Il suo bellissimo Una vita, l'autobiografia uscita lo scorso anno per Marsilio, ha avuto grandi recensioni.

R. In una, dissero che le vite erano state almeno tre: quella personale, quella giornalistica e una terza, per così dire, bukowskoviana.

D. Nel senso di Charles Bukowski? Sarà per le molte donne che ha avuto, immagino.

R. Una leggenda metropolitana, semmai per l'alcol, il fumo e la depressione.

(Fini ride mentre gli pende dalle labbra una sigaretta senza filtro mai accesa).

Goffredo Pistelli

ItaliaOggi, 3 novembre 2015